LA VISITA DI GEORGE W. BUSH A ROMA

«In pubblico, ieri, Giovanni Paolo II ha detto a Bush tutto quello che gli doveva dire. Ma nel quarto d’ora di colloquio privato, gli ha detto di più. Di più severo. Di più franco –scrive il vaticanista Orazio Petrosillo sul IL MESSAGGERO del 5 giugno (La strigliata di Wojtyla, pag. 1). In realtà, l’incontro avrebbe avuto due facce: «In pubblico, nella Sala Clementina, il Papa ha guardato avanti con speranza, a come risolvere presto e bene la situazione dell’Iraq, nel segno del multilateralismo (…). In privato, nella Biblioteca, Giovanni Paolo II ha puntato sulla “inequivocabile posizione della Santa Sede sul Medio Oriente, sia in Iraq sia in terra Santa”». Petrosillo racconta che «quando alle 12,15 (con dieci minuti di ritardo) è entrato nella biblioteca privata del Pontefice anziano e impossibilitato ad alzarsi, Bush non ha nascosto un moto di commozione. Gli si sono arrossati gli occhi. All’uscita dal colloquio, non ha nascosto un volto piuttosto tirato». Gli inviti papali a Bush possono sintetizzarsi in «più malleabilità e disponibilità in vista della nuova risoluzione Onu per l’Iraq. Più impegno fattivo per la soluzione dei problemi in Terra Santa». Bush può intascare l’appoggio vaticano alle prossime presidenziali perché «agli occhi del vaticano, gli scivoloni del candidato cattolico J.F.Kerry sui temi della vita e della famiglia, si tramutano in vantaggi per il Presidente» per cui se Bush «è in bilico per la politica estera, Kerry piace poco. Questa è la sensazione che si percepisce Oltretevere, sintetizzabile con il detto popolare “Meglio il meno buono provato che il buono da provare”».

Nessuna strigliata per Bush: è la tesi di IL RIFORMISTA del 5 giugno (Il Papa dà una mano a Bush, pag.1). Sostiene il quotidiano diretto da Antonio Polito: «Chi pensava che il pontefice strigliasse Bush è rimasto deluso. Anzi, l’intervento papale è un esplicito incoraggiamento a proseguire sulla linea del non disimpegno dall’Iraq, sebbene attraverso “l’attiva partecipazione della comunità internazionale, in particolare l’Onu”, magari ritrovando lo “spirito di concordia e di collaborazione” fra Usa e Ue “necessario per tentare di risolvere i problemi dell’umanità” e soprattutto trasferendo “la piena sovranità” agli iracheni. Di più: Giovanni Paolo II ha esplicitamente riconosciuto l’impegno di Bush contro le correnti abortiste e contestatrici della concezione cattolica del matrimonio, facendogli un regalo non da poco nella competizione con il cattolico liberal Kerry, e lo ha elogiato per la generosità degli Stati Uniti nel finanziare le istituzioni cattoliche nei paesi più poveri»

«Si dice sempre che Roma, politicamente parlando, vista da fuori è soprattutto la Città del vaticano e questo viaggio di George Bush non fa che confermarlo-scrive da New York Franco Pantarelli su IL MANIFESTO  del 5 giugno (Gorge il rinato a caccia di voti cattolici, pag.5). La conferma è che «l’attenzione dei commentatori di qui ieri era rivolta soprattutto all’incontro del presidente con Giovanni Paolo II». Santarelli stila anche la classifica: «Se si volesse sulla giornata di ieri fare una specie di classifica della sensibilità dei media americani, l’incontro di Bush “l’amico Silvio” sarebbe al terzo posto, preceduto dalle manifestazioni contro la guerra e appunto dall’incontro con il papa».

«È l’orizzonte che fa grande la politica. Un orizzonte cui non siamo più abituati, tutti presi dalla piccola cantilena dei nostri Ulivi e delle nostre case delle libertà – scrive il direttore Franco Bechis su IL TEMPO del 5 giugno (La politica dei grandi, pag.1). Sostiene Bechis: «L’orizzonte che Giovanni Paolo II ieri ha aperto ricevendo il presidente americano Gorge W. Bush è quello del mondo. L’Iraq, certo. E gli errori della politica americana in Medio Oriente (…). Ma l’Africa, quell’Africa buona per qualche slogan di convenienza, per qualche concerto che mette a posto l’anima truffando qualche soldo, che se l’attendeva proprio ora?».

«Trentacinque minuti di colloquio serrato, cordiale ma anche franco, sui grandi temi internazionali, a cominciare dall’Iraq –così definisce l’incontro fra Carlo Azeglio Ciampi e George Bush Paolo Cacace su IL MESSAGGERO del 5 giugno (I timori del Quirinale, pag.1). L’incontro al Quirinale è il primo impegno romano per il presidente americano. Scrive Cacace: «Sull’Iraq Ciampi auspica che si arrivi “al più presto” a una nuova risoluzione dell’Onu con un ruolo centrale del Palazzo di Vetro su tre obiettivi principali per dare piena sovranità al popolo iracheno: 1) il cosiddetto institutional building; 2) l’organizzazione di nuove elezioni; 3) la tutela dei diritti umani». Bush lo rassicura, confermando che la risoluzione dell’Onu ci sarà a giorni. Ciampi esplicita al suo interlocutore la seconda preoccupazione, riguardante il conflitto israelo-palestinese. «Anche su questo punto Bush si mostra disponibile- scrive il giornalista- Osserva: 1) gli Stati Uniti sono convinti della necessità della nascita di uno stato palestinese; 2) la road map è ancora vigente; 3) il cosiddetto quartetto (Usa, Ue, Russia, Onu) è al lavoro; 4) il governo Sharon rispetterà l’impegno per il ritiro da Gaza».

«Come dire no a Bush e grazie all’America?- si chiede Franco Venturini su IL CORRIERE DELLA SERA del 5 giugno (Un giorno particolare, pag.1). La giornata romana delm presidente americano ha sciolto il nodo. Scrive Venturini: «In una Roma che tratteneva il fiato George Bush ha seguito il suo programma senza intoppi. Ha ricevuto il previsto appoggio di Silvio Berlusconi, ha raccolto da Carlo Azeglio Ciampi amicizia ma anche un più marcato richiamo al multilateralismo, ha fatto tesoro dei buoni sentimenti di Giovanni Paolo II anche se il Papa non ha rinunciato né a chiedere una normalizzazione rapida in Iraq né ad evitare l’orrore delle torture. Sull’altra faccia della medaglia chi voleva manifestare e protestare lo ha fatto senza incidenti di rilievo. Così, nel modo più semplice, Roma ha superato il bivio che l’angustiava: si è potuto dire grazie all’America e insieme dissentire, per chi così la pensa, dalla sua politica odierna». Sebbene molti siano ancora i punti di frizione sulla nuova bizza di risoluzione dell’Onu per l’Iraq, sostiene Venturini che «il collaudo romano di ieri (…) potrebbe essere l’annuncio di una stagione transatlantica meno tormentata. E più rispettosa della dignità di ognuno».