Considerazioni finali del Governatore della Banca D’Italia, Ignazio Visco presso l’Assemblea Ordinaria dei Partecipanti

Roma 31 maggio 2012

 BANCA D’ITALIA Considerazioni finali 3 2011

Signori Partecipanti, Autorità, Signore, Signori,

prendo per la prima volta la parola di fronte a quest’Assemblea in giorni

non facili per il nostro paese, per l’Europa. Sono giorni in cui ciascuno –

Stato, istituzione o individuo – deve applicarsi a svolgere il proprio compito al

meglio delle sue possibilità, perché solo dal generale assolvimento dei doveri

di tutti può scaturire la soluzione della crisi che viviamo. Con questo stesso

spirito dovranno essere affrontate le conseguenze del grave, luttuoso sisma che

ha colpito in questi giorni l’Emilia. Come in analoghe circostanze, la Banca

non farà mancare il suo contributo.

Queste Considerazioni finali chiudono la Relazione della Banca d’Italia,

dedicata come ogni anno all’economia internazionale e italiana, all’attività

della Banca; in essa abbiamo dispiegato il nostro impegno analitico. Basandomi

sulla Relazione, mi soffermerò in particolare a render conto delle azioni

che ci sono specificamente demandate: il contributo a disegnare e attuare la

politica monetaria comune, la regolazione e la supervisione finanziaria.

Lo scorso primo novembre Mario Draghi assumeva la carica di Presidente

della Banca centrale europea. Egli era stato nominato Governatore della

Banca d’Italia, con decreto del Presidente della Repubblica Ciampi, alla fine

del 2005, al culmine di un difficile periodo nella vita della Banca e del nostro

sistema finanziario. In questi anni, la sua opera, anche nelle impegnative

funzioni di Presidente del Financial Stability Board, ha dato lustro al nostro

Istituto, ne ha rafforzato la reputazione, in Italia e a livello internazionale.

Il suo indirizzo è stato essenziale per l’articolazione della politica monetaria

europea, per la nostra azione di vigilanza e per la modernizzazione del modus

operandi e dell’organizzazione della Banca. Il Consiglio superiore lo ha nominato

Governatore onorario. La Banca d’Italia, il Paese, gli devono molto.

Fra i suoi primi atti, nel 2006, vi fu quello di proporre Fabrizio Saccomanni

come Direttore generale. In quella posizione Fabrizio lo ha affiancato

con la sua intelligenza e la sua esperienza in ogni campo, intervenendo in

prima persona in tutte le maggiori iniziative istituzionali della Banca, a partire

dalla riforma logistica e organizzativa dell’amministrazione centrale e della rete

territoriale. Desidero ringraziarlo per l’apporto prezioso che ha continuato a

dare in questi mesi nella conduzione del nostro Istituto. Le sfide che stiamo

affrontando, che continueremo insieme ad affrontare, sono assai impegnative.

Vi dedicheremo tutte le nostre capacità, il nostro massimo impegno, nell’interesse

della Banca e in quello del Paese.

Lo scorso gennaio Salvatore Rossi, già Segretario generale e ancor prima

Direttore centrale per la ricerca economica e le relazioni internazionali, è stato

nominato Vice Direttore generale, affiancando nel Direttorio della Banca

d’Italia Giovanni Carosio e Anna Maria Tarantola. Le nostre diverse esperienze,

conoscenze, attitudini si integrano nella collegialità del nostro operare.

Nello stato patrimoniale della Banca alla fine dello scorso anno il totale

dell’attivo, 539 miliardi di euro, era più alto del 60 per cento rispetto a un

anno prima, anche in conseguenza delle operazioni non convenzionali di politica

monetaria dell’Eurosistema effettuate dal nostro Istituto. Grazie anche al

contenimento dei costi di gestione, l’utile lordo è salito a 3,6 miliardi: 1,4

miliardi sono stati accantonati al fondo rischi generali; sono state pagate

imposte per 1,1 miliardi; l’utile netto risultante, pari a 1,1 miliardi, è stato

attribuito dal Consiglio superiore per il 40 per cento alle riserve ordinaria e

straordinaria e per il 60 per cento allo Stato.

Da tempo ci stiamo adoperando per migliorare l’organizzazione della

Banca, semplificando procedure, regole e modalità di lavoro, sfruttando l’innovazione

tecnologica.

Nel 2011 ha preso avvio un nuovo sistema di pianificazione strategica,

con un orizzonte triennale. Abbiamo selezionato quali obiettivi prioritari una

maggiore efficacia della comunicazione interna ed esterna, una più stretta integrazione

fra la gestione operativa e le tecnologie dell’informazione, la responsabilità

sociale. Specifici piani di azione scandiscono gli interventi programmati.

Anche lo scorso anno è proseguito il ridisegno dell’Amministrazione

centrale. È stata costituita una struttura di coordinamento per rafforzare

l’azione della Banca nel campo della stabilità finanziaria. Nell’ambito della

Vigilanza opera una nuova unità dedicata alla promozione dell’educazione

finanziaria dei cittadini. Sono state rivisitate le aree della circolazione monetaria,

del bilancio e controllo della spesa.

Abbiamo avviato, insieme con le organizzazioni sindacali, una complessa

opera di riforma degli inquadramenti del personale, delle modalità di reclutamento,

di valutazione e avanzamento nei percorsi di carriera, di retribuzione.

Vorremmo superare un assetto formale incentrato su ruoli e gradi, che non

valorizza più compiutamente, in un mondo della produzione e del lavoro che

sta radicalmente cambiando, il capitale umano, le competenze specialistiche

acquisite, i compiti rivestiti. Auspico che il confronto con i rappresentanti

del personale sia franco e costruttivo. Le donne e gli uomini che lavorano in

questa istituzione, a tutti i livelli e in tutti i campi, ne sono la linfa vitale e la

forza, ad essi va l’apprezzamento più convinto e sincero mio personale, del

Direttorio, del Consiglio superiore.

L’economia e la politica monetaria

Dalla scorsa estate una crisi di gravità eccezionale ha investito l’Europa

e l’Italia. Smorzati a fatica gli effetti più acuti della crisi finanziaria scoppiata

negli Stati Uniti quattro anni prima, definiti i programmi di assistenza internazionale

ai paesi dell’area dell’euro con maggiori difficoltà nei conti pubblici,

nei sistemi bancari e nelle transazioni con l’estero, nuove tensioni investono

da un anno il mercato del debito sovrano. Le hanno innescate, oltre al peggioramento

delle prospettive dell’economia globale, l’aggravarsi delle condizioni

finanziarie della Grecia e i timori suscitati dall’annuncio del coinvolgimento

del settore privato nella riduzione del debito pubblico greco. Le tensioni si

sono estese ai mercati finanziari e bancari dell’area dell’euro e hanno direttamente

colpito l’Italia e la Spagna.

Variazioni improvvise dei flussi di capitali privati hanno aggravato gli

squilibri nelle bilance dei pagamenti di alcuni paesi europei. La ripresa produttiva

ha subito rallentamenti o inversioni. Sono venute in luce vulnerabilità di

singoli paesi membri: nel nostro, la bassa crescita e l’elevato debito pubblico.

L’incompleta costruzione istituzionale dell’Unione incide pesantemente sul

giudizio dei mercati.

In Italia il rendimento dei titoli pubblici decennali balzava al 7,3 per cento

in novembre, dal 4,8 di giugno; il differenziale rispetto al Bund raggiungeva i

5,5 punti percentuali. Le condizioni per rinnovare il debito in scadenza nei mesi

invernali rischiavano di divenire proibitive. Si inaridivano i canali di raccolta

bancaria all’ingrosso: alla fine dell’anno cessavano quasi del tutto le emissioni

di obbligazioni bancarie sui mercati internazionali. Le tensioni si riflettevano

sul costo della provvista e sulla disponibilità di credito. I flussi di prestiti alle

imprese diminuivano fino a divenire negativi in dicembre. Il rischio di una

protratta, forte contrazione degli impieghi delle banche era grave e concreto.

La crisi è stata contrastata a tre livelli. Le autorità nazionali dei paesi più

esposti hanno attuato incisive correzioni dei conti pubblici e predisposto

riforme strutturali per la crescita, interagendo con le autorità europee; in

Italia gli interventi avviati in estate sono stati completati e rafforzati dal nuovo

Governo. Nell’Unione europea si è accelerata la riforma della governance, si

sono potenziati gli strumenti di sostegno finanziario ai paesi in difficoltà, sono

stati richiesti rafforzamenti patrimoniali alle banche. L’eurosistema è intervenuto

con misure di natura straordinaria e di ampia portata.

Nonostante esitazioni negli interventi e difetti nella sequenza e nell’incisività

delle decisioni a livello europeo, la caduta della fiducia veniva arrestata. In

Italia vi contribuivano in misura decisiva le misure prese in autunno. I rendimenti

dei titoli di Stato si riducevano, di 220 punti base fra la fine di dicembre

e la metà di marzo.

Le tensioni sul debito sovrano si sono riacutizzate nelle ultime settimane,

con il diffondersi di nuovi timori sull’intensità della crescita mondiale, sull’instaurarsi

di una spirale negativa tra bassa crescita, peggioramento dei conti

pubblici e difficoltà di sistemi bancari. Le incertezze sulla situazione in Grecia

dopo le elezioni politiche le hanno ulteriormente rafforzate. Il differenziale fra

BTP e Bund decennali è tornato al di sopra dei 450 punti base. L’aumento

ha riflesso anche il calo dei tassi tedeschi, compressi su livelli bassissimi dalla

ricerca di attività-rifugio. Al centro della crisi vi sono oggi dubbi crescenti, da

parte degli investitori internazionali, sulla coesione dei governi nell’orientare

la riforma della governance europea, sulla loro capacità di assicurare la tenuta

stessa dell’unione monetaria.

Le condizioni economiche si deteriorano da un anno. In Italia la produzione

industriale, che aveva a stento recuperato nel secondo trimestre dello

scorso anno meno della metà dei 25 punti percentuali persi nella recessione del

2009, è da allora caduta del 5 per cento. Il prodotto interno lordo è diminuito

dalla scorsa estate per tre trimestri consecutivi, con una perdita complessiva di

circa 1,5 punti percentuali. Il tasso di disoccupazione è salito, da luglio allo

scorso marzo, da poco più dell’8 per cento a quasi il 10; fra i giovani con meno

di 25 anni, dal 28 al 36 per cento.

Secondo le previsioni di consenso, nella media di quest’anno e del prossimo

il prodotto dell’area dell’euro registrerebbe un lieve incremento. Per l’Italia il

2012 non potrà che essere un anno di recessione, per le incertezze finanziarie e

le drastiche, pur se indispensabili, misure di correzione del bilancio pubblico.

In scenari non troppo sfavorevoli la caduta del prodotto può essere contenuta

intorno all’1,5 per cento; una ripresa potrà affiorare verso la fine dell’anno, con

probabilità tanto maggiore quanto più saranno efficaci gli interventi strutturali

volti a migliorare l’utilizzo delle risorse pubbliche e private, quanto più chiara

e decisa sarà la coesione mostrata dall’Unione europea.

Dall’estate le tensioni sul mercato del debito sovrano si sono rapidamente

trasmesse ai sistemi bancari. Contribuiva ad ampliarle, con effetti prociclici,

il succedersi di decisioni di declassamento, da parte delle agenzie di rating,

del merito creditizio di Stati e intermediari. Si accentuava la segmentazione

del mercato interbancario lungo linee nazionali, con un forte allargamento

dei differenziali tra il tasso overnight sui mercati italiano e spagnolo e quello

medio dell’area.

Per le banche del nostro e di altri paesi, la riduzione della raccolta all’ingrosso

era di entità assai rilevante. Negli ultimi cinque mesi del 2011 la

provvista netta delle banche italiane presso non residenti, sull’interbancario

estero e in obbligazioni, diminuiva di oltre 100 miliardi. Tra gli operatori si

diffondeva il timore che una flessione della raccolta e una possibile scarsità

di garanzie stanziabili presso l’Eurosistema potessero avviare una crisi sistemica.

Le tensioni erano aggravate dall’elevato ammontare di obbligazioni in

scadenza sui mercati internazionali nel corso del 2012: quasi 450 miliardi

per l’area dell’euro, 75 per le banche italiane. La politica monetaria unica

rischiava di non essere più trasmessa in modo uniforme; la stabilità finanziaria

era a rischio.

Il Consiglio direttivo della Banca centrale europea ha reagito estendendo

dall’estate gli acquisti di titoli nell’ambito del Securities Markets Programme;

riducendo i tassi ufficiali in due riprese; dimezzando in dicembre il coefficiente

di riserva obbligatoria. Ha deciso di condurre, a dicembre e a fine febbraio,

due operazioni di rifinanziamento a scadenza eccezionalmente lunga, tre anni,

con integrale aggiudicazione degli importi richiesti; ha ampliato la gamma

delle attività stanziabili a garanzia dei finanziamenti.

La liquidità immessa nel sistema con le due operazioni a tre anni ha

superato, nel complesso dell’area, 1.000 miliardi, 500 al netto degli importi

in scadenza. Hanno partecipato nel nostro paese 112 banche, cui è stata

erogata liquidità per 255 miliardi lordi, 140 al netto dei rimborsi. La raccolta

all’ingrosso venuta meno è stata così sostituita con il rifinanziamento presso

l’Eurosistema; parte dei fondi è stata investita in titoli di Stato.

Nell’aggregato, dati gli andamenti macroeconomici, il fabbisogno

complessivo di fondi liquidi da parte delle banche dell’area dell’euro non è

aumentato; la liquidità creata con le due operazioni di rifinanziamento a tre

anni non poteva che tradursi in un pari aumento dei fondi detenuti dalle

banche sulla deposit facility presso l’Eurosistema. Non per questo la liquidità

è rimasta inutilizzata: è stata ridepositata da intermediari diversi da quelli che

l’avevano ottenuta, dopo aver circolato tra banche e tra paesi dell’area dell’euro,

sostituendosi ai flussi di capitali privati laddove questi si erano interrotti. Ha

preservato il funzionamento dei mercati, contenuto i rendimenti, evitato che

la caduta della provvista si traducesse in una restrizione creditizia rovinosa per

famiglie e imprese.

Negli ultimi dodici mesi i prestiti delle banche italiane al settore privato

sono aumentati dell’1,3 per cento. Quelli alle imprese hanno rallentato dalla

primavera del 2011 e si sono bruscamente contratti nello scorso dicembre, per

oltre 20 miliardi. Nel primo trimestre di quest’anno hanno ristagnato; sono

cresciuti in aprile.

La dinamica effettiva dei prestiti non riflette solo fattori di offerta, ma

anche la debolezza congiunturale della domanda e il deterioramento della

qualità del credito. Vi sono comunque segnali che il miglioramento delle

condizioni di liquidità delle banche stia favorendo l’offerta di credito. Nei

primi mesi dell’anno i sondaggi, presso le banche e le imprese, segnalano condizioni

di finanziamento meno tese rispetto a quelle, molto critiche, dell’ultimo

trimestre del 2011. I tassi sulle erogazioni alle imprese sono tornati in media

a scendere.

Gli acquisti netti di titoli di Stato da parte delle banche italiane, modesti

o negativi negli ultimi mesi del 2011, nei primi tre mesi dell’anno in corso

sono stati pari a 70 miliardi, di cui circa un terzo su scadenze inferiori

all’anno. È stata in parte ripristinata la liquidità del mercato; per le banche,

l’accumulo di attività a breve termine consentirà di far fronte all’eventuale

mancato rinnovo delle obbligazioni in scadenza, di accompagnare la ripresa

della domanda di credito.

Ristabilire condizioni ordinate sul mercato del credito è essenziale per le

prospettive della nostra economia. L’aumento dei rendimenti dei titoli di Stato,

le difficoltà di raccolta bancaria, i maggiori costi e la minore disponibilità di

credito all’economia hanno determinato finora un effetto depressivo sull’attività

economica valutabile in circa un punto percentuale nella media dell’anno

in corso. Senza gli interventi dell’Eurosistema l’effetto sarebbe stato maggiore.

Le attività delle banche italiane stanziate a garanzia dei finanziamenti

dall’Eurosistema sono aumentate di circa 80 miliardi grazie alla possibilità,

introdotta in dicembre nell’Unione europea, di ottenere garanzie dello Stato

sulle proprie obbligazioni. Il valore delle garanzie depositate presso la Banca

d’Italia (collateral pool), al netto degli scarti (haircuts), ha raggiunto 360 miliardi

di euro, di cui 85 liberi e prontamente utilizzabili; le banche italiane posseggono

inoltre, al di fuori del pool, titoli stanziabili e liberi da vincoli per oltre

100 miliardi.

La disponibilità di garanzie stanziabili potrà inoltre ampliarsi in misura

significativa per effetto dei nostri provvedimenti che hanno dato attuazione

alla decisione del Consiglio direttivo della BCE di dicembre consentendo l’utilizzo

di tipi aggiuntivi di prestiti bancari. La selezione delle nuove garanzie

avviene sulla base di criteri e controlli severi, di recente ulteriormente affinati.

È auspicabile che le banche adeguino le proprie strutture per utilizzare al

meglio questa opportunità.

Le misure dell’Eurosistema a sostegno della liquidità sono state rese possibili

dalla credibilità acquisita negli anni dalla politica monetaria, dalla stabilità

delle aspettative di inflazione. Le decisioni del Consiglio direttivo della BCE

hanno risposto pienamente al mandato. Era essenziale evitare che la politica

monetaria perdesse efficacia e fosse trasmessa in maniera diseguale nei diversi

paesi; una brusca interruzione dell’offerta di credito all’economia e una perdita

di funzionalità dei mercati avrebbero comportato rischi gravissimi per la stabilità

finanziaria dell’area.

La tutela della stabilità finanziaria è affidata in Europa alle autorità di regolamentazione

e alle banche centrali. La vigilanza macroprudenziale è responsabilità

del Comitato europeo per il rischio sistemico, nel quale le banche

centrali svolgono un ruolo primario. L’Eurosistema ha l’obiettivo prioritario di

salvaguardare la stabilità dei prezzi nel medio termine; contribuisce, secondo

il Trattato, a preservare la stabilità del sistema finanziario. Quando questa è

messa a repentaglio, anche la stabilità dei prezzi è a rischio.

La politica monetaria non può sanare tutti gli squilibri nell’area dell’euro,

ma può contenere il contagio, evitare crisi sistemiche, attenuare le tensioni.

Il suo contributo a sostenere i mercati e la liquidità resta essenziale; l’uscita

dall’attuale assetto è oggi del tutto prematura.

Il sistema finanziario e l’azione di vigilanza

Dall’inizio della crisi le banche italiane hanno compiuto notevoli progressi

sulla strada del rafforzamento patrimoniale; hanno fatto ricorso al mercato in

circostanze difficili. Il rapporto di capitale “core tier 1” dei cinque maggiori

gruppi bancari è cresciuto tra il 2007 e oggi da meno del 6 al 10 per cento; per

le altre banche è rimasto stabile intorno al 10 per cento. Sulla base delle analisi

dei rischi, la Vigilanza ha chiesto agli organi aziendali di adottare le opportune

iniziative per mantenere o raggiungere livelli di capitale ben superiori ai

minimi regolamentari. Il percorso verso Basilea 3 procede con regolarità.

In questi anni, la stabilità delle banche italiane è stata assicurata da un

insieme di fattori: una bassa esposizione ai prodotti della finanza strutturata;

regole e controlli di vigilanza volti a evitare l’assunzione di rischi eccessivi;

una leva finanziaria contenuta nel confronto con altre banche europee; un

peso elevato di strumenti di capitale effettivamente in grado di assorbire le

perdite. Vi hanno contribuito l’assenza nel nostro paese di una bolla immobiliare

e il limitato livello del debito delle famiglie. Il sistema creditizio sta però

subendo i contraccolpi di due forti recessioni in tre anni, delle tensioni sul

debito sovrano.

La qualità del credito è peggiorata. Il tasso di ingresso in sofferenza

dei prestiti concessi da banche italiane a residenti, inferiore all’1 per cento

negli anni precedenti la crisi, ha toccato un picco del 2 per cento nel 2009.

La successiva discesa si è interrotta nella seconda metà dello scorso anno con

il deterioramento della congiuntura; le nuove sofferenze sono tornate ad avvicinarsi

al 2 per cento. Sono cresciuti anche i prestiti classificati tra gli incagli,

quelli ristrutturati e quelli scaduti. Il peggioramento della qualità del credito

ha interessato soprattutto i finanziamenti alle imprese.

La Vigilanza, attraverso l’attività ispettiva e l’analisi delle informazioni

raccolte presso gli intermediari, opera un controllo rigoroso sulla congruità

delle svalutazioni rispetto alle effettive prospettive di recupero dei crediti

deteriorati. Ispezioni “tematiche” effettuate nel 2011 nei confronti di cinque

gruppi bancari di medie e grandi dimensioni hanno rilevato una gestione

complessivamente corretta dei crediti a più elevato rischio di deterioramento.

Non sono stati riscontrati diffusi fenomeni di sostegno protratto a imprese

senza prospettive.

Per gli intermediari italiani il mercato di riferimento è in larga misura

quello interno, delle famiglie e delle imprese. A marzo del 2012 i prestiti delle

banche a clienti residenti in Italia ammontavano a circa 1.950 miliardi di euro,

il 125 per cento del PIL. Depositi e obbligazioni collocate presso le famiglie,

le forme di raccolta più stabili, consentono di finanziare i prestiti per l’85 per

cento; nella prima metà dello scorso decennio questa quota superava il 90 per

cento. Le difficoltà di raccolta e l’aumento dei premi per il rischio sui mercati

all’ingrosso – interbancario europeo e finanziario internazionale – impongono

alle banche di procedere, con la necessaria gradualità, a un riequilibrio del

rapporto tra impieghi e fonti stabili di raccolta.

Fino al 2008 l’espansione dei volumi di credito ha sostenuto la crescita

dei ricavi e dei profitti delle banche italiane, pur non tra i più elevati nel

confronto internazionale. Da allora il calo dell’attività produttiva si è riflesso

in un rallentamento degli impieghi e in un aumento del rischio di credito

e delle perdite a esso associate. Anche non considerando le ingenti svalutazioni

degli avviamenti effettuate da alcune banche, eventi eccezionali e non

ricorrenti, gli utili si sono collocati nell’ultimo esercizio su livelli particolarmente

bassi.

Per rafforzare il patrimonio è necessario accrescere l’autofinanziamento.

Ma lo squilibrio attuale tra impieghi e raccolta stabile rende difficile in prospettiva

il ritorno a un modello di crescita della redditività bancaria basato soprattutto

sull’espansione dei volumi intermediati.

Sono necessari interventi incisivi dal lato dei costi operativi, la cui flessibilità

è modesta in relazione alle condizioni di fondo del settore. L’attuale

livello del costo del lavoro è difficilmente compatibile con le prospettive di

crescita del sistema bancario italiano. Anche le remunerazioni degli amministratori

e dell’alta dirigenza devono essere indirizzate all’obiettivo del contenimento

dei costi.

Strategie ambiziose devono essere volte ad aumentare significativamente

l’efficienza dei processi produttivi e distributivi, a valorizzare il

contributo delle nuove tecnologie. Un’ampia diffusione di nuove modalità

di accesso ai servizi bancari richiede di riconsiderare l’economicità dell’intera

struttura distributiva. Alla fine del 2011 erano abilitati a effettuare

operazioni bancarie on line 14,3 milioni di conti bancari intestati a famiglie

e 1,7 intestati a imprese, valori pari rispettivamente a 5 e 3 volte quelli

registrati dieci anni prima. Tra il 2001 e il 2008 il numero degli sportelli

è cresciuto di circa il 20 per cento; successivamente ha registrato solo una

modesta flessione.

Alle aggregazioni tra banche non hanno fatto seguito snellimenti incisivi

dell’articolazione societaria dei gruppi e una riduzione nel numero dei

componenti degli organi amministrativi. I primi 10 gruppi contano complessivamente

1.136 cariche, escludendo le società estere; oltre 700 per le sole

banche controllate. Anche tra gli altri intermediari si osservano spesso composizioni

pletoriche, che deresponsabilizzano i singoli consiglieri e si riflettono

negativamente sulla funzionalità degli organi collegiali. Questi assetti sono

di per sé costosi e non giustificati dalle competenze professionali necessarie

all’efficace gestione del gruppo o della banca. Il recente divieto di detenere

cariche incrociate tra imprese del settore finanziario è un’occasione anche per

intervenire sulla numerosità dei consigli di amministrazione.

L’attività delle banche nell’allocazione delle risorse deve trovare complemento

in un più ampio sviluppo dei mercati dei capitali. Per le imprese, i

bassi livelli di patrimonializzazione e la stretta dipendenza dal credito bancario

quale fonte pressoché unica di finanza esterna rappresentano un elemento

di fragilità nel breve termine, un freno alle potenzialità di sviluppo. Per non

poche aziende le difficoltà di accesso al credito sperimentate dall’inizio della

crisi dipendono anche da strutture finanziarie non equilibrate, con livelli di

debito eccessivi.

Il capitale di rischio è lo strumento idoneo per finanziare l’innovazione.

Vanno nella giusta direzione gli incentivi per aumentare le risorse patrimoniali

delle imprese contenuti nelle misure adottate dal Governo per favorire

la crescita. Il rafforzamento della struttura finanziaria delle imprese richiede

cambiamenti anche nei rapporti con le banche.

In Italia il 38 per cento dei prestiti alle aziende ha durata non superiore

ai 12 mesi; la quota è del 18 per cento in Germania e in Francia, del 24

nella media dell’area dell’euro. La maggiore dipendenza dal debito a breve

termine espone le imprese italiane a più elevati rischi di rifinanziamento,

restringe l’orizzonte temporale degli investimenti. Nel nostro paese, oltre la

metà dei prestiti a breve termine è costituita da affidamenti in conto corrente.

La variabilità nell’utilizzo di queste linee di credito espone le banche a rischi

di liquidità; è una delle caratteristiche che ne impedisce l’uso come attività

da offrire in garanzia per il rifinanziamento presso l’Eurosistema.

La crisi ha indotto a rivalutare i benefici di una regolamentazione più

stringente, in grado di evitare un ricorso eccessivo alla leva finanziaria, forme

di raccolta volatili, investimenti in attività lontane dalla funzione creditizia

della banca. Ha mostrato che un elevato rendimento del capitale ottenuto

utilizzando la leva finanziaria non è sostenibile, è fonte di instabilità.

Le nuove, più rigorose regole elaborate dal Financial Stability Board e

dal Comitato di Basilea per la vigilanza bancaria hanno l’obiettivo di contenere

i rischi di crisi finanziarie. Possono imporre oneri agli operatori e al

sistema economico nel suo complesso, ma sono tese a preservare le funzioni

fondamentali dell’intermediazione, essenziali per lo sviluppo economico.

Livelli di capitale più elevati rafforzano la stabilità delle banche, la loro capacità

di erogare credito anche in condizioni difficili. La coerenza tra dotazione

patrimoniale e rischiosità dell’attivo si conferma un cardine dell’impianto

regolamentare.

Basilea 3 entrerà in vigore all’inizio del prossimo anno. In Europa due

questioni fondamentali riguardano la definizione del capitale e i margini di

flessibilità consentiti alle autorità nazionali. L’Autorità bancaria europea dovrà

garantire che gli strumenti patrimoniali che le banche potranno utilizzare a

copertura dei rischi siano definiti coerentemente con la riforma. La possibilità

per le autorità nazionali di imporre requisiti più stringenti di quelli minimi

armonizzati su scala internazionale risponde alla percezione di differenze

anche di rilievo tra i diversi sistemi bancari. Vi si dovranno associare una

maggiore trasparenza e un confronto preventivo in sede europea; il ricorso a

misure decise a livello nazionale non deve compromettere il funzionamento

del mercato unico.

Ma le regole da sole non bastano. La Banca d’Italia si adopera per favorire

l’adozione di prassi di supervisione e controllo intense e rigorose. Un

elemento essenziale per garantire la stabilità del sistema è rappresentato dalle

modalità di valutazione degli attivi ponderati a rischio, il denominatore

dei coefficienti patrimoniali. All’interno dell’Unione europea vi è un’elevata

dispersione del rapporto tra attività ponderate per il rischio e attività

totali. Le differenze dipendono dalla composizione dei bilanci e dai profili di

rischiosità; incide l’eterogeneità nelle pratiche di supervisione. Anche dopo

le ultime convalide di modelli interni di misurazione dei rischi, per i primi

cinque gruppi italiani il rapporto supera il 50 per cento, ben al di sopra della

media europea. È necessario portare a compimento in tempi rapidi la peer

review delle modalità di calcolo delle attività di rischio in corso nel Comitato

di Basilea e a livello europeo.

La natura d’impresa degli intermediari finanziari non va messa in discussione:

interventi pubblici che comprimono l’autonomia imprenditoriale delle

banche e la concorrenza nei mercati hanno di regola comportato, anche nella

storia italiana recente, elevati costi dell’intermediazione e diffuse distorsioni

nell’allocazione delle risorse.

La recente istituzione di un Osservatorio sul credito può contribuire ad

accrescere le informazioni sul finanziamento dell’economia. L’attività di questo

istituto non deve creare le condizioni per interferenze esterne nelle valutazioni

svolte dagli intermediari sul merito di credito della propria clientela.

La disciplina della Banca d’Italia per la tutela dei clienti si basa sulla promozione

della consapevolezza delle scelte in campo finanziario, sulla trasparenza

nei contratti, sulla ricerca dell’efficienza. La richiesta di standardizzazione delle

informazioni da fornire sui contratti più comuni e l’uso di indicatori sintetici

di costo sono volti a rendere confrontabili le diverse offerte presenti sul

mercato; gli intermediari sono tenuti a mantenere presidi organizzativi per

orientare tutte le funzioni aziendali alle esigenze della clientela; regole specifiche

per i servizi di pagamento e il credito ai consumatori mirano a proteggere

i contraenti più deboli.

Se gli intermediari per primi non adottano un approccio più convinto al

contenimento dei costi, all’attenta gestione dei rischi, inclusi quelli fiscali, alla

tutela della loro clientela, se la qualità dei rapporti con gli utenti è considerata

come un costo e non come una leva competitiva, i risultati, alla lunga, non

possono che essere deludenti.

La Banca d’Italia è attenta all’esigenza di assicurare correttezza sostanziale

ai rapporti tra le banche e i clienti. A tal fine, ha rafforzato la cooperazione con

le altre autorità di settore; assicura l’intensa operatività dell’Arbitro bancario

finanziario; ha affinato la sorveglianza sugli intermediari. Gli esiti delle verifiche

e delle analisi condotte, insieme con il persistente afflusso di esposti della

clientela bancaria e finanziaria, testimoniano l’esigenza di più incisivi sforzi da

parte delle banche.

I controlli sugli intermediari finanziari non bancari si sono intensificati

alla luce di un diffuso deterioramento della qualità del credito. Anche in questo

settore, riserviamo particolare attenzione alla correttezza formale e sostanziale

dei rapporti con la clientela.

Alla Banca d’Italia è anche assegnato il compito di prevenire e contrastare

il coinvolgimento del sistema finanziario nel riciclaggio di capitali illeciti;

a tal fine sono stati disciplinati, da ultimo, gli assetti organizzativi e di

controllo interni degli intermediari. Alle banche è richiesto di rafforzare il

loro impegno per arginare le interferenze della criminalità organizzata nel

sistema economico, che tendono a intensificarsi nelle fasi di crisi.

L’incisività dei controlli ispettivi e a distanza si è accresciuta, si è rafforzata

la collaborazione con l’Autorità giudiziaria e la Guardia di Finanza. L’Unità di

informazione finanziaria, costituita presso la Banca, ha reso più efficace il suo

ruolo di snodo tra le segnalazioni degli intermediari e le indagini investigative,

cui contribuisce attivamente.

L’Europa e l’Italia

Se si guardasse all’area dell’euro come a un’entità unitaria, nella forma

ad esempio di uno Stato federale, non emergerebbero allarmi sulla tenuta

del suo impianto monetario e finanziario, pur nella preoccupazione per le

ripercussioni della crisi su ciclo economico, intermediari e mercati. Ma una

unione politica in Europa ancora non c’è. Questo rende alla lunga l’unione

monetaria più difficile da sostenere; sono necessari passi avanti concreti nella

costruzione europea; va definito un percorso che abbia nell’unione politica il

suo traguardo finale, scandendone le singole tappe. Ricordando le parole di

Tommaso Padoa-Schioppa alla vigilia del changeover dalla lira all’euro: «L’insidia

è di credere che l’euro sia l’ultimo passo, che l’Europa unita sia ormai

cosa fatta. Chi più fortemente volle la moneta unica, la volle perché aiutasse

a compiere altri passi, non perché fosse l’ultimo». Si devono rammentare

le ragioni originarie fondamentali del progetto europeo, anche in sfere che

trascendono l’agire economico.

L’economia dell’area dell’euro è da tempo integrata; comprende oltre 300

milioni di cittadini, quasi 20 milioni di imprese. Considerata nel suo insieme,

ha conti con l’estero bilanciati; un disavanzo e un debito del settore pubblico

previsti quest’anno poco sopra, rispettivamente, il 3 e il 90 per cento del PIL;

famiglie con una ricchezza finanziaria lorda che è 3 volte il loro reddito disponibile

annuo e un indebitamento pari al reddito; un debito finanziario aggregato

delle imprese pari al prodotto di un anno. Sono dati che configurano

un’economia solida ed equilibrata, per molti aspetti più di altre aree avanzate

del mondo.

L’unione monetaria europea ha suggellato in questi anni l’integrazione

economica, rilanciandola. I paesi tradizionalmente più virtuosi hanno dato

al resto dell’area un contributo speciale: l’esempio di buone politiche, oculate

nella spesa pubblica e attente alle necessità di un sistema produttivo strutturalmente

competitivo, di una concordia nazionale di fondo intorno agli obiettivi

della stabilità dei prezzi e della coesione sociale. Hanno beneficiato di una

valuta forte ma non sopravvalutata, dell’assenza di svalutazioni competitive,

di un mercato più ampio di quello nazionale, di facile accesso. I paesi, come

il nostro, che venivano da ripetute crisi inflazionistiche e valutarie ne hanno

ricavato prezzi stabili e tassi d’interesse bassi, due fondamentali precondizioni

di sviluppo economico. Ne abbiamo profittato poco.

Inerzia politica, inosservanza delle regole e scelte economiche errate

hanno favorito l’emergere di squilibri interni, a lungo offuscati dall’euro

e ignorati dai mercati, che rischiano oggi di mettere a repentaglio l’intera

costruzione. Si avverte la mancanza di fondamentali caratteristiche di una

federazione di Stati: processi decisionali che favoriscano l’adozione di politiche

lungimiranti, nell’interesse generale; risorse pubbliche comuni per la

stabilità finanziaria e per la crescita; regole davvero condivise e azioni concordate

e tempestive sul sistema finanziario e sulle banche. Sono compiti e

condizioni che esorbitano dalla sfera d’azione del Sistema europeo di banche

centrali: investono responsabilità politiche, nazionali e comunitarie. L’Eurosistema,

la Banca centrale europea, non possono essere chiamati a farsene

carico; possono colmare vuoti temporanei d’azione, contribuire alle analisi

e al disegno delle politiche.

Nell’ultimo triennio, sotto la spinta delle tensioni sui mercati, sono stati

fatti passi importanti per rafforzare la governance dell’area. Ma i processi decisionali,

condizionati dal metodo intergovernativo e dal principio dell’unanimità,

sono ancora lenti e farraginosi. Serve un cambio di passo.

Nell’immediato, servono soprattutto manifestazioni convergenti della

volontà irremovibile di preservare la moneta unica: se i governi, le autorità

europee, la stessa Banca centrale europea valutano positivamente i progressi

compiuti dai paesi in difficoltà nel risanamento finanziario e nelle riforme

strutturali, ne deve seguire un loro impegno attivo a orientare in tal senso

anche le valutazioni dei mercati. I differenziali attuali di rendimento dei titoli

pubblici non sembrano tener conto di quanto è stato fatto: alimentano ulteriori

squilibri, determinando una redistribuzione di risorse dai paesi in difficoltà

a quelli percepiti più solidi; impediscono il corretto operare della politica

monetaria unica; sono fonte di rischio per la stabilità finanziaria, un ostacolo

alla crescita.

Vanno resi più efficaci sul piano operativo gli strumenti di assistenza

finanziaria agli Stati in difficoltà. Va prevista la possibilità di agire tempestivamente

sui mercati dei titoli e di effettuare interventi diretti a favore degli intermediari,

con procedure più flessibili, meno penalizzanti per i paesi beneficiari

che rispettino le regole dell’Unione. Deve essere possibile utilizzare in modo

incisivo le risorse, significative, già stanziate dagli Stati membri. È nell’interesse

di tutti.

Anche sulla crescita economica l’Europa stenta. Sebbene le leve per rianimarla

siano soprattutto in mano alle autorità nazionali, l’avvio immediato di

progetti comuni e cofinanziati di investimento, con particolare attenzione ai

paesi più deboli, può costituire un importante segnale per i cittadini e per gli

investitori che oggi guardano soprattutto alle scarse prospettive di sviluppo di

singoli Stati o regioni.

La disponibilità di maggiori risorse comuni e anche l’istituzione da più

parti proposta di un fondo ove trasferire i debiti sovrani che eccedano una

soglia uniforme, da redimere gradualmente in tempi e modi ben definiti,

sostanziano una forma di unione fiscale che non può essere disgiunta da regole

cogenti, da poteri di controllo e intervento.

L’azzardo morale di chi fida sull’aiuto altrui per perseverare nelle cattive

politiche del passato va evitato con una forte pressione politica e normativa,

esigendo il rispetto degli impegni concordati, sulla base di programmi ambiziosi

ma allo stesso tempo realistici. Sta ai paesi in difficoltà attuare quelle

riforme che permettano di ricuperare competitività e ridurre gli squilibri accumulati,

coi tempi e la gradualità appropriati, ma senza sconti di ambizione.

Sta ai paesi più forti aiutare questo processo non ostacolando il riequilibrio,

realizzando progressi strutturali che favoriscano la domanda.

Deve essere contrastata la pericolosa tendenza alla rinazionalizzazione dei

sistemi finanziari. In primo luogo, devono essere a tutti i costi evitate misure

che, prese in buona fede ma con un’ottica puramente nazionale, impediscano

di fatto l’operare del mercato unico e della politica monetaria comune.

Va accelerato il passaggio verso un sistema uniforme di regole e sorveglianza

sul settore finanziario, in particolare nell’area dell’euro. Di pari passo occorre

considerare l’istituzione di meccanismi di garanzia e assicurazione comuni,

in grado di rasserenare i risparmiatori, prevenire il panico e fughe destabilizzanti

di capitali. Progressi rapidi nella costituzione di un fondo europeo per

la risoluzione delle crisi bancarie contribuirebbero a ridurre l’incertezza sui

mercati.

L’Italia ha importanti compiti da svolgere. Li ha già iniziati, su tre fronti

diversi ma interconnessi: un settore pubblico che tenga i conti in ordine, non

sprechi, agevoli l’economia; un sistema bancario solido ed efficiente; un sistema

produttivo che sappia e possa innovare, competere e crescere.

La critica alle banche di essere disattente alle esigenze dell’economia non

è corretta: sono esposte in misura rilevante nei confronti delle famiglie e delle

imprese meritevoli di credito, anche se in difficoltà; possono continuare a

sostenerle. Tuttavia, al di là del breve termine, la tensione tra il livello degli

impieghi e la stabilità della provvista finirà inevitabilmente per riflettersi

sull’attività di intermediazione. La capacità di offerta dei sistemi bancari va

ripensata. Allo stesso tempo, la revisione della normativa sul capitale, l’azione

di supervisione e le pratiche di mercato spingono le banche verso un più

attento controllo dei rischi; impongono profitti più bassi ma più stabili di

quelli del decennio precedente la crisi. Gli azionisti bancari devono esserne

consapevoli.

Da tempo era chiara in Italia l’urgenza di due azioni di politica economica

obbligate e interrelate: mettere il bilancio pubblico su una dinamica sostenibile

e credibile; rianimare la capacità di crescita dell’economia attraverso incisive

riforme strutturali. Il Governo le ha intraprese entrambe.

La prima azione è stata rapida, decisiva: secondo le previsioni correnti il

disavanzo pubblico sarà quest’anno ben al di sotto del limite del 3 per cento;

l’anno prossimo sarà vicino al pareggio strutturale e il debito pubblico inizierà

a scendere in rapporto al PIL, grazie anche al completamento della riforma

previdenziale; il saldo primario è in forte e crescente avanzo; la spesa corrente

diversa dagli interessi diminuisce in termini reali da due anni.

Si è però pagato il prezzo di un innalzamento della pressione fiscale a

livelli ormai non compatibili con una crescita sostenuta. L’inasprimento non

può che essere temporaneo. La sfida si sposta: occorre trovare, oltre a più ampi

recuperi di evasione, tagli di spesa che compensino il necessario ridimensionamento

del peso fiscale. Se accuratamente identificati e ispirati a criteri di

equità, i tagli non comprometteranno la crescita; potranno concorrere a stimolarla

se saranno volti a rimuovere inefficienze dell’azione pubblica, semplificare

i processi decisionali, contenere gli oneri amministrativi. I margini disponibili

per ridurre il debito anche con la dismissione di attività in mano pubblica

vanno utilizzati pienamente.

La seconda azione, quella delle riforme strutturali, ha incontrato maggiori

e più diffuse resistenze, ma ha comunque già conseguito importanti risultati;

ha aperto un vasto cantiere, i cui lavori vanno proseguiti, con energia accresciuta

e visione ampia, dall’istruzione alla giustizia, alla sanità. L’impegno è a

sfoltire e razionalizzare le norme, a non far salire la spesa pubblica complessiva;

le priorità di spesa possono però essere riviste a parità di saldo di bilancio, ad

esempio a favore dell’istruzione e della ricerca. Uno sforzo finanziario aggiuntivo

il Paese può chiederlo ai suoi imprenditori, perché rafforzino il capitale

delle loro imprese, nel momento in cui viene loro assicurata una semplificazione

dell’ambiente normativo e amministrativo in cui operano: ne beneficeranno

gli investimenti, si irrobustirà la struttura produttiva, migliorerà il

rapporto con le banche.

L’azione di politica economica può anche svolgersi in sequenza, un dossier

alla volta, ma è bene che siano comunicati e ribaditi con nettezza il disegno

complessivo e la posta in gioco. Tirarci fuori dallo stretto passaggio che attraversiamo

impone costi a tutti. Sono costi sopportabili se ripartiti equamente e

con una meta chiara. Il percorso non sarà breve.

La società italiana non può non confrontarsi con un mondo cambiato,

che non concede rendite di posizione. Al tempo stesso, la politica deve assicurare

la prospettiva di un rinnovamento profondo che coltivi la speranza, vada

incontro alle aspirazioni delle generazioni più giovani.

 Il presente fascicolo

è stato stampato il 31 maggio 2012

presso la Divisione Editoria e stampa

della Banca d’Italia in Roma

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 FONTE: sito della Banca d’Italia