Associazione Bancaria Italiana

                                                       Assemblea Ordinaria

                                Intervento del Governatore della Banca d’Italia

                                                            Ignazio Visco

 Roma, 11 luglio 2012

 La crisi dei debiti sovrani e l’economia italiana

L’economia italiana è ancora in recessione. Secondo le previsioni di consenso,

nella media di quest’anno il prodotto in Italia diminuirebbe di poco meno di due punti

percentuali. Al peggioramento dello scenario concorrono l’aumento del costo e il

deterioramento della disponibilità di credito indotti dalla crisi del debito sovrano.

La differenza tra i rendimenti dei titoli pubblici italiani e tedeschi è di gran

lunga superiore a quanto sarebbe giustificato dai fondamentali della nostra economia.

Riflette generali timori di rottura dell’unione monetaria: un’ipotesi remota, che sta

però condizionando le scelte degli investitori internazionali.

Le decisioni prese dal vertice dei capi di Stato e di governo dell’area dell’euro

e dal Consiglio europeo del 28 e 29 giugno, precisate nella riunione dell’Eurogruppo

di lunedì scorso, hanno ribadito la volontà di preservare la moneta unica e di spezzare

il circolo vizioso tra la crisi dei debiti sovrani e le condizioni delle banche.

Per orientare positivamente il giudizio dei mercati sui progressi compiuti dai

paesi membri nel risanamento finanziario e nelle riforme strutturali, le risorse a

disposizione dei fondi di stabilizzazione europei, EFSF ed ESM, andranno utilizzate

al meglio, anche per contenere i costi di finanziamento entro limiti coerenti con le

condizioni di fondo delle diverse economie.

Dobbiamo continuare a rafforzare la costruzione europea, farla evolvere in una

vera federazione, porre le basi di una unione fiscale in cui le sovranità nazionali si

arrestino lì dove inizia la condivisione di risorse e di responsabilità. La moneta

comune può essere fonte duratura di stabilità e di progresso solo se viene fatta

poggiare su quelle basi.

Un sistema di supervisione bancaria unitario è necessario in un mercato

finanziario integrato come quello dell’area dell’euro; la presenza di grandi

intermediari che operano in più paesi richiede regole e controlli uniformi, eliminando

sovrapposizioni e localismi e perseguendo la stabilità del sistema bancario europeo

nel suo complesso. La supervisione europea va definita come un sistema unico,

solidale e indipendente, in cui le decisioni siano prese collettivamente e attuate al

livello appropriato, fondandosi sull’esperienza e sulle professionalità delle autorità di

vigilanza nazionali. Un disegno compiuto richiede che a fianco della supervisione

bancaria unitaria siano introdotti, con i necessari presupposti di condivisione fiscale,

fondi e meccanismi europei per la garanzia dei depositanti e per la risoluzione delle

crisi; la credibilità e la sostenibilità del sistema sarebbero altrimenti messe in dubbio.

La riduzione dei tassi ufficiali al minimo storico, decisa il 5 luglio, riafferma la

determinazione del Consiglio direttivo della BCE a garantire condizioni monetarie

adeguate alla situazione economica e finanziaria dell’area. È una decisione

importante; fa seguito ad altre misure adottate il mese scorso, volte a continuare ad

assicurare la necessaria liquidità al sistema bancario e a contrastare gli effetti della

segmentazione dei mercati monetari e finanziari all’interno dell’area, ostacolo alla

trasmissione uniforme della politica monetaria unica. A questi obiettivi non potrà che

continuare ad applicarsi l’azione della BCE.

L’Italia deve proseguire nell’azione intrapresa sul duplice fronte della finanza

pubblica e delle riforme strutturali; essere pronta a cogliere l’opportunità che sarà

fornita dalla stabilizzazione delle condizioni dei mercati finanziari. La crisi ha spinto

ad affrontare i nodi che da tempo tengono imbrigliata la nostra economia. Un

compito rimandato troppo a lungo, dopo l’avvio dell’Unione monetaria, al costo di

una progressiva perdita di competitività, di un graduale deterioramento dei conti

pubblici. Occorre rendere il nostro spazio economico favorevole all’attività di

impresa, eliminare gli sprechi e rendere più efficiente l’amministrazione pubblica.

Le banche italiane devono accompagnare questo sforzo. La bassa leva

finanziaria, l’operatività orientata ad attività tradizionali di raccolta e impiego,

4 l’assenza di una bolla nel mercato immobiliare le hanno protette dall’impatto della

crisi finanziaria globale iniziata cinque anni fa. Hanno potuto mantenere il sostegno

finanziario ai clienti solvibili e meritevoli. Per continuare su questa strada, ora che le

forti tensioni sul debito sovrano fanno sentire il loro peso, è necessario accrescere le

dotazioni di capitale, rafforzare le politiche di gestione dei rischi di credito e di

liquidità, proseguendo nel percorso intrapreso.

L attività delle banche italiane

Dalla metà dello scorso anno, con il ripiegamento ciclico, la qualità del credito

alle imprese è peggiorata. Il tasso d’ingresso in sofferenza dei prestiti alle società non

finanziarie, costantemente inferiore nel triennio 2005-07 all’1,3 per cento del totale dei

prestiti, nel primo trimestre di quest’anno è salito al 2,9 per cento, due decimi di punto in

più rispetto alla fine del 2011. Per le famiglie lo stesso indicatore, rispetto al dicembre

dello scorso anno, si è invece ridotto di due decimi di punto, all’1,2 per cento. Sono

cresciuti i prestiti classificati tra gli incagli, quelli ristrutturati e quelli scaduti.

Alla fine del 2011 la consistenza delle posizioni in sofferenza era pari al 6,2

per cento del totale dei crediti verso la clientela, quasi un punto percentuale in più

rispetto a un anno prima. L’incidenza delle sofferenze era pari al 6,9 per cento per i

primi cinque gruppi bancari e al 5,0 per cento per le altre banche.

Lo stock di posizioni deteriorate (sofferenze, incagli, crediti scaduti e

ristrutturati) rappresentava alla fine del 2011 l’11,2 per cento del totale dei crediti

verso la clientela, anch’esso circa un punto percentuale in più rispetto a un anno

prima. Il confronto internazionale sull’incidenza delle partite deteriorate sui bilanci

delle banche è viziato da differenze nelle prassi seguite nelle varie giurisdizioni. La

definizione utilizzata in Italia è ampia e include attività che continuano a generare

reddito. La lentezza delle procedure di recupero dei crediti determina, inoltre, una

5 maggiore persistenza delle sofferenze nei bilanci bancari, innalzandone il livello

registrato nei dati contabili.

Ma una quota elevata di partite deteriorate nei bilanci pone pressioni sul capitale

e sulla liquidità degli intermediari. Il primo presidio contro il rischio di peggioramento

della qualità del credito è costituito da procedure di selezione della clientela efficaci,

basate su criteri oggettivi, su robusti modelli di valutazione, sull’utilizzo ottimale delle

informazioni disponibili per valutare le prospettive della clientela.

Nella prima metà del 2012 le ispezioni della Banca d’Italia mirate al rischio

creditizio hanno interessato 14 intermediari, cui fa capo il 59 per cento degli impieghi

dei gruppi bancari. Le analisi ispettive si sono concentrate sulle procedure e sui controlli

nella fase di erogazione dei prestiti, sull’adeguatezza dei modelli interni, sulla

quantificazione degli attivi a rischio, sulla congruenza delle politiche di accantonamento.

La nuova normativa sulle operazioni con parti correlate, che entrerà

definitivamente a regime entro l’anno, contribuirà a rafforzare la qualità del credito e

l’imparzialità delle scelte allocative.

Il tasso di copertura delle sofferenze, ossia il rapporto tra le rettifiche e

l’ammontare delle esposizioni, si è ridotto nel corso del 2011 dal 57,2 al 55,7 per

cento, un valore più elevato di quello della prima metà degli anni novanta, ma inferiore

a quello osservato prima della crisi finanziaria. In una fase recessiva, in cui è rapido

l’aumento delle sofferenze, una tale diminuzione è in parte fisiologica ma le rettifiche

di valore effettuate dalle banche a fronte del deterioramento della qualità dei prestiti

(pari a 18,4 miliardi nel 2010 e a 19,3 nel 2011) dovranno continuare a crescere.

L’aumento del provisioning può essere assorbito, pur nell’attuale fase, dalla

redditività ordinaria delle banche. Politiche di accantonamento efficaci, oltre a

irrobustire i bilanci, possono favorire lo smobilizzo delle partite deteriorate.

Andranno ricercate modalità adeguate per ridurne il peso in bilancio.

6 L’aumento del rischio sovrano ostacola la provvista all’ingrosso delle nostre

banche. La raccolta complessiva, al netto del rifinanziamento presso l’Eurosistema, si

è ridotta del 4,6 per cento nei dodici mesi terminanti in maggio, riflettendo la

contrazione della provvista sui mercati internazionali. Le due operazioni di

rifinanziamento a lungo termine dell’Eurosistema hanno compensato questi squilibri,

evitato tensioni di liquidità.

La raccolta al dettaglio presso i risparmiatori residenti in Italia non ha invece

risentito della crisi. A maggio i depositi erano superiori dell’1,2 per cento rispetto a

dodici mesi prima.

L’attuale lenta dinamica dei prestiti riflette in primo luogo il calo della domanda

dovuto al peggioramento della congiuntura. Alla fine dello scorso anno una restrizione,

anche brusca, dell’offerta era derivata dalle tensioni nella provvista all’ingrosso e dal

deterioramento della qualità dei prestiti; le condizioni di offerta sono migliorate nei

primi mesi di quest’anno, grazie al rifinanziamento dell’Eurosistema. Nuove tensioni

sono emerse negli ultimi mesi, in relazione all’instabilità dei mercati: in maggio la

dinamica sui tre mesi dei prestiti bancari alle imprese è stata lievemente negativa,

mentre i crediti alle famiglie sono rimasti stabili.

Le forme di raccolta più stabili, i depositi e le obbligazioni collocate presso le

famiglie, consentono di finanziare i prestiti per una quota pari a oltre l’80 per cento,

in aumento rispetto alla fine del 2011. Le banche devono continuare a perseguire un

riequilibrio strutturale delle fonti di raccolta.

Vanno attentamente valutate le forme tecniche con cui vengono concessi i

finanziamenti. L’incidenza dei fidi in conto corrente sul totale dei prestiti è del 28 per

cento in Italia e del 12 nella media degli altri paesi dell’area dell’euro. Questa

modalità di affidamento della clientela espone le banche a rischi di liquidità, rende

difficile prevedere le uscite di cassa, ostacola la formazione delle garanzie stanziabili

7 per il rifinanziamento presso l’Eurosistema. Una riduzione del ricorso alla forma

tecnica del conto corrente potrà essere favorita da una gestione più attenta della

liquidità da parte delle imprese.

Le regole quantitative rigorose sulla liquidità delle banche introdotte con

Basilea 3 costituiscono uno dei presidi prudenziali necessari per la stabilità. Le regole

dovranno essere perfezionate, al fine di evitare possibili effetti prociclici. In

particolare, le riserve di liquidità accumulate in periodi favorevoli devono essere

effettivamente utilizzabili per affrontare le fasi di tensione; vanno rimossi i

disincentivi alla circolazione dei fondi attraverso il mercato interbancario; occorre

distinguere in maniera più chiara i rischi sulle attività all’ingrosso da quelli relativi

all’intermediazione al dettaglio.

Dotazione di capitale e interventi sui costi

L’irrobustimento del patrimonio delle banche italiane è in corso da tempo, anche

su nostro impulso, nonostante le difficili condizioni di mercato. Dal periodo precedente

la crisi al marzo di quest’anno il capitale di alta qualità (core tier 1) del sistema è

cresciuto dal 7,1 al 9,9 per cento dell’attivo a rischio ponderato. Dall’inizio del 2011 i

cinque maggiori gruppi hanno rafforzato la dotazione di capitale attraverso il ricorso al

mercato per oltre 17 miliardi e la ristrutturazione di strumenti convertibili in patrimonio

di alta qualità per ulteriori 3 miliardi; il loro core tier 1 ratio è al 10,0 per cento. Per gli

altri 66 gruppi bancari il coefficiente patrimoniale è salito all’8,7 per cento. La dotazione

patrimoniale degli altri 472 intermediari non appartenenti a gruppi, in larga parte banche

di credito cooperativo, è pari al 13,7 per cento del totale degli attivi ponderati.

I primi cinque gruppi bancari italiani rispettano oggi l’obiettivo di capitale

stabilito dall’Autorità bancaria europea (EBA), che ha richiesto di accrescere la

dotazione di patrimonio di migliore qualità tenendo conto dell’esposizione al rischio

sovrano. Le esigenze di capitale determinate dall’esercizio dell’EBA, pari a 15,4

8 miliardi, sono state coperte per oltre il 70 per cento mediante aumenti di capitale

sottoscritti da privati e con autofinanziamento. Ha contribuito la riduzione delle

attività ponderate per il rischio a seguito del più ampio utilizzo dei modelli interni,

assoggettati ad attento scrutinio da parte della Vigilanza. Abbiamo esaminato le

misure prospettate dagli intermediari con l’obiettivo specifico di evitare una

significativa contrazione del credito all’economia.

Per Banca Monte dei Paschi di Siena si è reso necessario un intervento pubblico

a causa delle forti tensioni sui mercati finanziari, che hanno reso proibitivo il ricorso a

nuove emissioni di capitale, e per la difficoltà a realizzare piani di dismissione di

attività in una situazione di mercato assai tesa. Il raggiungimento dell’obiettivo con

modalità alternative avrebbe comportato una riduzione del credito all’economia.

Anche dopo questa operazione l’entità complessiva degli interventi dello Stato a

sostegno delle banche italiane resta bassa nel confronto internazionale; riflette anche la

limitata diffusione di attività di negoziazione di prodotti finanziari opachi e rischiosi.

Tra il 2008 e il 2010 sono stati erogati aiuti di Stato alle banche europee sotto

forma di ricapitalizzazioni e copertura di perdite per 409 miliardi di euro, pari al 3,3

per cento del PIL; sono state utilizzate garanzie sulle emissioni di passività per 1.111

miliardi, il 9,1 per cento del PIL. In Italia, le operazioni sul capitale sono state pari a

4,1 miliardi e allo 0,3 per cento del PIL; non sono state richieste garanzie da parte

delle banche.

Considerando gli aiuti di Stato autorizzati, per cui sono disponibili dati fino

all’autunno del 2011, gli interventi pubblici salgono in Europa al 37 per cento del

PIL; il dato non tiene conto delle più recenti misure di ricapitalizzazione in favore di

alcuni sistemi bancari europei e di garanzia sulle passività bancarie. Per l’Italia gli

interventi rimangono contenuti: in particolare, l’ulteriore operazione sul capitale della

Banca Monte dei Paschi di Siena sarà dell’ordine dello 0,1 per cento del PIL, mentre

9 Le garanzie usate per obbligazioni portate al rifinanziamento presso l’Eurosistema

ammontano oggi al 5,5 per cento del PIL.

I progressi conseguiti sul fronte patrimoniale devono essere consolidati. Sulla

base di analisi individuali, tarate in base alla maggiore o minore esposizione alle

diverse tipologie di rischio, abbiamo chiesto ai singoli intermediari di innalzare

ulteriormente i livelli di patrimonio di migliore qualità rispetto a quelli regolamentari.

Le nuove regole sul patrimonio sono uno dei pilastri della riforma di Basilea 3.

In Europa, il loro recepimento è a un passaggio decisivo. La Banca d’Italia continua a

sostenere l’importanza di una attuazione sostanziale delle previsioni normative già

definite dal G20. Indebolire la riforma approvata a livello internazionale sarebbe un

grave errore. I mercati penalizzerebbero queste scelte.

Tenendo conto delle azioni sul capitale realizzate nei primi mesi di quest’anno,

incluse quelle connesse con la raccomandazione dell’EBA, le esigenze patrimoniali delle

banche italiane per soddisfare i nuovi requisiti in termini di common equity previsti a

regime da Basilea 3 si sono significativamente ridimensionate. Circa il 60 per cento delle

residue esigenze di capitale è ascrivibile agli impatti sul patrimonio determinati dalla

contrazione dei corsi dei titoli sovrani a partire dalla seconda metà del 2011. La nuova

disciplina prudenziale prevede, infatti, che tutte le minusvalenze incidano direttamente

sul capitale di vigilanza. Per le banche italiane i titoli di Stato del nostro paese

rappresentano circa un decimo delle loro attività. Una riduzione dei rendimenti dei titoli

pubblici dagli attuali livelli agevolerà il rispetto dei nuovi requisiti prudenziali.

Rispetto al regime transitorio previsto da Basilea le regole europee, non

ancora definite in tutti gli aspetti rilevanti, introducono la possibilità di accelerare,

in tutto o in parte, l’entrata in vigore della nuova disciplina sul capitale. I mercati

sembrano scontare livelli del coefficiente di capitale di qualità più elevata già

dell’ordine del 7 per cento (il minimo del 4,5 per cento più il capital conservation

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buffer del 2,5 per cento). La transizione al nuovo regime dovrà comunque essere

tempestivamente e chiaramente delineata in interazione tra banche e autorità.

La solidità delle banche richiede l’applicazione, da parte delle autorità di

vigilanza nazionali, di criteri rigorosi per la valutazione delle attività ponderate per il

rischio (il denominatore dei coefficienti patrimoniali). Per le banche italiane il rapporto

tra tali attività e il totale delle esposizioni è elevato nel confronto internazionale.

Per gli intermediari con rilevanza sistemica a livello globale i più alti livelli di

capitale approvati dal G20 e le misure di gestione delle crisi rafforzeranno la loro

capacità di assorbire le perdite, limiteranno le interconnessioni tra banche, il rischio

di contagio tra intermediari e tra finanza ed economia reale.

Il 29 giugno il Comitato di Basilea ha avviato la consultazione pubblica sui

principi volti a garantire che le banche sistemiche a livello nazionale siano anch’esse

dotate di elevata capacità di assorbire le perdite. Rispetto alle regole stabilite per le

banche sistemiche globali, si riconosce alle autorità nazionali maggiore autonomia

nell’individuazione degli intermediari che richiedono una più elevata capacità di

assorbimento delle perdite e nella calibrazione dei requisiti patrimoniali. L’attuazione

dei principi sarà soggetta a peer review. Per i gruppi cross-border è previsto che le

autorità locali possano imporre requisiti aggiuntivi se la filiazione ha rilevanza

sistemica; si riconosce la necessità, da noi fortemente sostenuta nella discussione

internazionale, di istituire robusti meccanismi di coordinamento tra le autorità home e

host per evitare misure che possano danneggiare l’integrazione dei mercati finanziari.

In una fase di debole crescita dei volumi intermediati, di accentuate tensioni

sui mercati finanziari, di aumento del rischio di credito, una ripresa della redditività

deve essere sostenuta da guadagni di efficienza. Come ho osservato in altre occasioni,

vanno messe rapidamente in atto strategie volte a migliorare i processi produttivi e

distributivi, a valorizzare pienamente il contributo delle nuove tecnologie.

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Nel primo trimestre di quest’anno i costi operativi dei cinque maggiori gruppi

bancari sono scesi in rapporto al margine di intermediazione. La redditività operativa

ne ha beneficiato. Le azioni intraprese sul fronte del contenimento dei costi devono

proseguire. È necessario procedere speditamente alla razionalizzazione delle strutture

di offerta.

Anche le politiche di remunerazione devono volgersi all’obiettivo della

riduzione dei costi. Dal marzo 2008, quando la Banca d’Italia ha emanato le prime

disposizioni di Vigilanza in materia di remunerazioni, le principali banche italiane

hanno compiuto progressi: la retribuzione complessiva corrisposta alle figure di vertice

dell’esecutivo è diminuita nell’ultimo biennio; si è ridotta l’erogazione di bonus.

Il contenimento non è ancora sufficientemente diffuso tra i gruppi bancari

quotati di medie dimensioni né ha riguardato tutte le figure apicali. In diversi casi i

compensi dei vertici aziendali sono fissi, non legati alla performance pluriennale della

banca. Esponenti con un ruolo non esecutivo, che spesso cumulano diversi incarichi

all’interno dei gruppi, hanno percepito remunerazioni crescenti e allineate in media a

quelle dei direttori generali. La Banca d’Italia si attende che le banche ridimensionino

anche l’entità delle buonuscite: trattamenti troppo generosi pongono vincoli alla

prudente gestione e al corretto funzionamento dei meccanismi di governance.

Con la comunicazione indirizzata alle banche il 2 marzo scorso è stata ribadita,

nell’attuale fase congiunturale, l’esigenza di allineare gli incentivi retributivi degli

amministratori e dei manager ai rischi assunti, di renderli coerenti con una politica di

rafforzamento patrimoniale e di contenimento dei costi.

La tutela della clientela bancaria e finanziaria

Il Ministro dell’economia e delle finanze, in qualità di Presidente del CICR, ha

recentemente emanato – su proposta della Banca d’Italia – il decreto che dà

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attuazione alla nuova norma del Testo unico bancario sulle commissioni per

affidamenti e sconfinamenti.

Il decreto attua i principi di trasparenza, semplificazione e ragionevolezza dei

costi per la clientela previsti dalla legge; risolve inoltre incertezze interpretative

messe in luce dagli operatori nel corso della consultazione pubblica.

Le scelte compiute vanno nella direzione che ho auspicato anche nelle

Considerazioni Finali dello scorso maggio: di una normativa che si basi soprattutto

sulla promozione della concorrenza, della trasparenza, della consapevolezza delle

scelte in campo finanziario. Esse rispondono all’obiettivo di permettere alla clientela

di comprendere i costi dei servizi offerti, anche a beneficio della confrontabilità di

offerte concorrenti; nei limiti che discendono dalla legge, la loro quantificazione

continuerà a essere rimessa alla libera determinazione degli intermediari. È

fondamentale che le commissioni siano commisurate ai costi sostenuti dalle banche

per le attività svolte e i rischi assunti; la commissione per la messa a disposizione dei

fondi, in particolare, dovrà remunerare i servizi e i rischi connessi con la liquidità

assicurata alla clientela.

La protezione della clientela bancaria e finanziaria è un obiettivo della Banca

d’Italia; su di essa la nostra attenzione è elevata, la perseguiamo con diversi

strumenti, anche con ispezioni presso singoli sportelli bancari.

La promozione e lo sviluppo della cultura finanziaria dei cittadini ne accresce

la consapevolezza quando compiono scelte di investimento; anche su questo fronte

siamo impegnati con una pluralità di iniziative, specialmente rivolte alle giovani

generazioni. L’educazione finanziaria è importante, ma è ancora più importante

ricercare ogni necessaria complementarità con una buona regolazione e supervisione.

La riduzione dei rischi per la clientela passa anche per la riforma della

disciplina relativa agli intermediari non bancari che erogano credito, degli agenti in

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attività finanziaria e dei mediatori creditizi. Ad essa si è rivolto in questi anni un forte

e crescente impegno della Banca. L’obiettivo è di disporre di regole che favoriscano

la presenza sul mercato di un numero minore di operatori, solidi e professionali, e di

canali distributivi affidabili e diversificati, in grado anche di stimolare la concorrenza

nel settore.

Ci siamo adoperati per consentire la tempestiva applicazione della nuova

disciplina. È stata fornita l’usuale collaborazione al Ministero dell’economia e delle

finanze per la redazione dei provvedimenti attuativi di sua competenza; è in corso di

definizione il quadro delle regole di vigilanza applicabili agli intermediari finanziari,

per il quale è stata condotta una prima consultazione pubblica; è stato fornito il

supporto necessario per l’avvio dell’operatività dell’Organismo per gli agenti e i

mediatori, che da qualche giorno ha riaperto le iscrizioni negli elenchi.

Il Consiglio dei Ministri ha approvato a giugno, in prima lettura, un

provvedimento, che interviene nuovamente sul testo della riforma ed è ora all’esame

del Parlamento. Con riferimento alla disciplina degli agenti in attività finanziaria e

dei mediatori creditizi vanno evitate incertezze sui compiti e sui poteri di vigilanza e

difficoltà interpretative e applicative da parte del mercato.

***

La nostra economia ha bisogno di intermediari e mercati finanziari che

allochino al meglio e al minor costo possibile il risparmio a essi affidato. In questa

fase le banche sono chiamate a decisioni difficili: non far mancare finanza alle

imprese solide, evitare di prolungare il sostegno a quelle senza prospettive. È

l’essenza della sana e prudente gestione. Anche dall’esito di queste scelte dipendono i

tempi e l’intensità della ripresa della crescita.

In Italia il debito delle imprese in rapporto al PIL non è dissimile da quello che

caratterizza le altre principali economie dell’area dell’euro. Da noi è più elevato il

peso dei prestiti bancari al settore produttivo, una differenza soltanto in parte spiegata

dalla più elevata presenza di piccole e medie imprese. Molte aziende hanno nei

prestiti bancari la fonte esclusiva di finanza esterna, pur con dimensioni e

caratteristiche comparabili con quelle di imprese che in altri paesi raccolgono risorse

direttamente sui mercati dei capitali. Sui bilanci delle banche ricade una parte molto

ampia del rischio dell’attività di impresa, che nei periodi di recessione si traduce in

crediti deteriorati, sofferenze, perdite, con gravi ripercussioni sull’offerta di nuovi

prestiti. Si tratta di costi elevati per gli intermediari e per l’economia.

Occorre perseguire, nel medio termine, un più ampio accesso delle imprese

italiane ai mercati dei capitali, adottando politiche di incentivi coerenti. Fin da ora le

banche devono riconsiderare la validità dei loro modelli di rapporto con le imprese,

soprattutto con quelle di maggiori dimensioni. Le politiche di affidamento devono

essere basate sulla solidità dei progetti imprenditoriali, non su relazioni e legami che

ne prescindano: stabiliti in fasi di crescita economica e di finanza favorevole, essi non

sono oggi più sostenibili.

Banche attente alle prospettive di crescita delle imprese, imprese a loro volta

dotate di maggior capitale e più pronte ad accedere direttamente al mercato dei

capitali, sono precondizioni perché il superamento di questa crisi veda l’economia

italiana avviarsi a un rilancio duraturo.

 

Stampato presso la Divisione Editoria e stampa

della Banca d’Italia

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 Fonte: sito della Banca d’Italia