|
|
Discorso di Walter Veltroni all’Assemblea
Costituente del Partito Democratico
(27 ottobre 2007, Milano)
----------------------------------------
“Siamo giunti fin qui, si è aperta una
porta di speranza”. Sono parole che vengono dalla rivoluzione
democratica inglese, e mi paiono particolarmente adatte a una giornata
straordinaria come questa.
Siamo giunti fin qui: finalmente i democratici, i riformisti italiani,
hanno un partito. Una casa comune, grande e nuova. Il sogno che insieme
a Romano Prodi abbiamo coltivato per così tanto tempo è diventato
realtà. Con lui abbiamo camminato a lungo. Sono stati anni di lavoro e
di impegno, che hanno messo alla prova la nostra fiducia e la nostra
tenacia.
Ora si è aperta una porta, una porta di speranza: non solo per noi, ma
per l’Italia, che da troppo tempo aspetta una politica adeguata ai suoi
bisogni e alle sue ambizioni.
L’hanno spalancata, quella porta di speranza, i tre milioni e mezzo di
italiani che il 14 ottobre hanno cercato il loro seggio elettorale,
l’hanno raggiunto, non di rado a chilometri di distanza da casa, hanno
fatto la fila per votare ed hanno versato chi un euro, chi di più, per
finanziare questa grande impresa di innovazione politica.
Aveva ragione, Pietro Scoppola. La sua intelligenza, la sua passione
civile, la sua capacità di prevedere e di non mollare ci hanno aiutato
ad arrivare fin qui. Io voglio ringraziarlo, a nome di tutte le
democratiche e i democratici. Poco più di un anno fa, al convegno di
Chianciano dell’associazione “I Popolari”, questo nostro grande amico e
maestro si augurava, e aveva ragione, “che una costituente del Partito
democratico, se ad essa si arriverà, sia formata sulla base di una
partecipazione aperta come quella che si è avuta nelle primarie”. “La
partecipazione – spiegava Scoppola – è la condizione della novità; la
novità è la condizione della confluenza” tra di noi.
Non era mai successo, in Italia e neppure in Europa, che un grande
partito nascesse in questo modo: dal basso e non dall’alto, e da una
così vasta partecipazione popolare. Non era mai successo che un partito
esprimesse un’assemblea così ampia e rappresentativa, per la metà
composta di donne, ad anticipare quello che è il nostro impegno, che qui
voglio confermare: il 50 per cento di presenza femminile in ogni
organismo e ad ogni livello.
Un’assemblea che ha dentro di sé la ricchezza di centinaia di giovani,
di ragazzi che hanno meno di vent’anni, di ventitre persone di un’altra
nazionalità, a portare punti di vista differenti, a segnare la nostra
apertura e la nostra voglia di novità.
Come hanno rilevato molti autorevoli osservatori internazionali,
l’Italia si conferma un laboratorio di inaspettata innovazione politica.
Due anni fa, alle primarie per il candidato premier del centrosinistra
italiano, andarono a votare in più di quattro milioni. In Francia, alle
primarie presidenziali, promosse pochi mesi dopo dal Partito socialista
e giustamente salutate come un grande evento democratico, si sono
espresse 200 mila persone. D’altra parte, erano complessivamente poco
più di 300 mila gli iscritti a Ds e Margherita che partecipavano ai
rispettivi congressi. Per eleggere assemblea costituente e segretario
del Partito democratico si è mobilitata una cittadinanza ulivista dieci
volte più grande: la stessa che aveva dato la sua preferenza a Romano
Prodi alle primarie del 2005.
Il 14 ottobre abbiamo dunque avuto la conferma che più di tre milioni di
persone, nel nostro Paese, si sentono parte attiva dell’Ulivo. E io
voglio personalmente ringraziare tutte le donne e gli uomini che sono
andati a votare, gli elettori democratici che lo hanno fatto per la
prima volta e le migliaia di cittadini militanti nei due partiti
politici che esprimono un patrimonio di passione e di consapevolezza
politica che sarebbe offensivo ridurre alla dimensione di un impegno di
apparato.
Tre milioni e mezzo di persone si sono dette disposte a dare credito al
nostro partito, ma ad una precisa condizione: che il Partito democratico
dia loro la concreta possibilità di far sentire e far valere la loro
voce.
Perché una cosa deve essere chiara, e da domani praticata in ogni atto
concreto di costruzione del nuovo partito: il voto del 14 ottobre è
stato un voto per il cambiamento, e non per la continuità.
E’ stato, è vero, una risposta alla cosiddetta “antipolitica”, veleno
del quale si alimentano le stagioni di difficoltà di una democrazia. Ma
non è stata una risposta in difesa della politica così com’è, costosa e
inconcludente, prepotente coi cittadini e impotente dinanzi ai loro
problemi. Milioni di italiani hanno votato in nome di una politica
nuova, più sobria nell’uso delle risorse pubbliche e più efficiente
nell’amministrarle, più umile e più competente.
In altre parole, quel voto è stato una precisa richiesta di
“discontinuità”. Di più: è stato esso stesso un atto di discontinuità,
che ha fatto invecchiare di colpo molte delle consuetudini della
politica italiana, rivelatesi quasi all’improvviso per quel che sono:
inservibili come ferri arrugginiti.
Il nostro vero problema, adesso, è come evitare di mettere il vino nuovo
in otri vecchi. E’ combattere la tentazione di inquadrare questa enorme
novità dentro schemi tradizionali. E’ non lasciarci prendere
dall’illusione che si possa semplicemente aggiungere il protagonismo di
milioni di persone alla forma-partito che abbiamo conosciuto nel
Novecento e della quale oggi sopravvivono pallide tracce.
Se fosse così, davvero avremmo fatto una cosa certamente utile, ma in
definitiva modesta: da due partiti ne avremmo ricavato uno.
Ma non è stata questa l’ambizione che ci ha mosso e che ha mobilitato il
nostro popolo. Insieme, abbiamo voluto dar vita ad un partito nuovo: per
fisionomia organizzativa, per orientamento politico e programmatico, per
orizzonte ideale e culturale.
Col loro voto, i tre milioni e mezzo del 14 ottobre hanno già fondato un
partito che in Italia non c’è mai stato, diverso da quelli che
conoscevamo prima: il Partito democratico sarà, perché così lo hanno
voluto loro, un partito di cittadini-elettori.
Non potrà essere un partito tradizionale di iscritti, secondo i modelli
già conosciuti nel Novecento. Modelli in crisi da molto tempo e, con il
calo complessivo dei tesserati e l’abnorme aumento del ceto politico
remunerato, da tempo rimpiazzati nei fatti dalla prevalenza di personale
politico permanente o semipermanente: un partito di eletti o nominati
che cooptano tra loro altri eletti o nominati.
Il popolo delle primarie ha travolto i modelli del passato e ha fatto
emergere un nuovo protagonista: non più l’iscritto-tesserato né il
politico professionista remunerato, ma il cittadino-elettore attivo, che
perlopiù non intende dedicarsi stabilmente alla politica, ma rivendica
il diritto di far sentire e pesare la propria voce nei momenti decisivi
della vita del partito nel quale si riconosce.
Siamo dunque in presenza di una figura nuova, quella del
cittadino-elettore attivo, il vero protagonista della fondazione del Pd:
ed è attorno al primato di questa nuova figura che dobbiamo costruire il
modello organizzativo del partito nuovo. Un modello nel quale la
partecipazione viene prima dell’appartenenza. Nel quale la più grande
energia nasce dalla più ampia libertà. Dall’insieme di autonomia e di
responsabilità diretta. E’ una sfida di innovazione, ed è qualcosa che
deve partire da noi, che deve entrare prima di tutto nella nostra testa.
Non succederà tutto dall’oggi al domani. Ma pian piano i vecchi schemi
saranno superati con naturalezza, le identità che sembrano
cristallizzate si adatteranno ai tempi nuovi, la visione crescerà con il
circolare sempre più ampio delle idee, e in particolare con quelle dei
giovani, che prima degli altri cominceranno a ragionare solo in termini
di Partito democratico, e non pensando al passato. Come quei ragazzi che
oggi crescono conoscendo e valutando solo l’euro, e non certo
rifacendosi alla vecchia lira, come chi ha vissuto quel tempo può
tendere ancora a fare. E il Partito democratico, che già oggi nasce con
questo segno di innovazione, sarà sempre di più un partito nuovo.
Discuteremo e decideremo se darci o meno un tesseramento. In ogni caso,
l’iscrizione non potrà più essere una condizione per partecipare. Sarà
una scelta non totalizzante. Il segno della soddisfazione per aver
aderito ad un partito veramente democratico, la promessa di una
disponibilità a lavorare su basi volontarie per gli obiettivi comuni.
Le decisioni rilevanti dovranno essere prese con il metodo delle
primarie aperte, ovvero dando la parola e lo scettro ai
cittadini-elettori. Con il metodo delle primarie si sono scelti e si
sceglieranno il leader e i segretari del partito a livello regionale; e
lo stesso dovrà avvenire per i candidati alle massime cariche di governo
nelle regioni, nelle province e nei comuni.
Il metodo aperto usato il 14 ottobre è quello che meglio corrisponde
all’idea di un partito federale e plurale. Autonomia e federalismo
saranno i tratti fondanti di un partito che saprà unire gli obiettivi
dell’aderenza alle peculiarità locali e della coerenza con il disegno
politico nazionale. Apertura e pluralismo saranno il modo di funzionare
di un’organizzazione che poco o nulla avrà a che fare con le vecchie e
tradizionali strutture di lavoro, che vivrà invece di momenti e di
“forum” aperti alla più grande partecipazione e al contributo di tutti
quegli studiosi e professionisti, di tutte quelle persone che
rappresentano i mondi del lavoro, della produzione, delle istituzioni,
delle università e degli enti di ricerca, del volontariato e
dell’associazionismo sociale e culturale; che rappresentano, oggi, le
migliori qualità italiane.
Il coraggio e la generosità con cui due grandi forze politiche, a
cominciare da chi le ha guidate fin qui, Piero Fassino e Francesco
Rutelli, hanno deciso nei loro congressi di dar vita al nuovo partito,
devono ora trovare pieno e coerente riscontro in tutti gli atti che
andremo a compiere, in ogni passaggio decisivo e in ogni scelta
quotidiana che faremo in questo nostro grande lavoro di apertura e di
costruzione.
Da domani esistono solo persone, sedi, idee, strumenti, luoghi e forme
di confronto e di partecipazione del Partito democratico. E’ questo che
dobbiamo costruire. Tutti noi, tutti quelli che hanno votato alle
primarie, tutti coloro che da domani in poi vorranno avvicinarsi al
Partito democratico. Tutti con questo unico grande obiettivo. Tutti con
la passione e la responsabilità che questo impegno richiede.
Un partito strutturato più a rete che a piramide, presente e vivo nella
società, in particolare attraverso la promozione, nelle forme meno
dirigistiche e più autogestite possibile, in forte raccordo con
fondazioni, istituti, associazioni, riviste, di una grande e diffusa
pratica di formazione politica, rivolta soprattutto ai giovani come
prima e principale proposta di coinvolgimento e impegno, e intesa come
preparazione alla cittadinanza attiva e consapevole.
Un partito nel quale, in relazione a ciascun incarico politico, dovrà
prevalere la valutazione delle qualità personali dei candidati rispetto
alle vecchie appartenenze, a logiche oligarchiche o di corrente, a
pratiche più o meno lottizzatrici.
Un grande partito di popolo, che parli delle cose di cui parla il popolo
e non di quelle di cui parlano i circuiti mediatici, che costruisca una
democrazia meno pesante e meno invadente, più lieve e più veloce.
Se siamo riusciti a mobilitare tre milioni e mezzo di nostri elettori
non è stato certamente solo ed esclusivamente per la forza delle nostre
organizzazioni, che dubitavano di raggiungere livelli assai meno
ambiziosi. E’ stato anche perché siamo riusciti a parlare, spesso in
modo radicalmente nuovo, dei temi che riguardano la vita delle persone,
di fisco e di mercato del lavoro, di ambiente e di sicurezza, di
contenuti e non di contenitori, di programmi e non di candidature. E
forse è per questo che già oggi, prima ancora di nascere, i sondaggi ci
attribuiscono il ruolo di primo partito italiano.
Un partito nuovo, ci hanno detto i nostri elettori, non nasce per se
stesso, ma per l’Italia.
Il Partito democratico nasce con una missione precisa: rendere possibile
l’innovazione che è necessaria all’Italia. Innovazione programmatica,
innovazione istituzionale, innovazione politica.
Innovazione programmatica, innanzi tutto. Un amico dell’Italia, Anthony
Giddens, ha scritto di recente che l’Italia è in Europa “la società
bloccata per eccellenza”. E quel che è più grave è che “il senso della
crisi, tanto visibile in Germania e in Francia, in Italia sembra non
esistere. E’ un paese forse troppo abituato alle crisi, e
all’avvicendarsi dei governi, per prendere troppo sul serio l’attuale
impasse”.
L’abbiamo vista, questa difficoltà a prendere sul serio la crisi, in
molte reazioni conservatrici alle proposte di innovazione avanzate in
questi mesi dal Governo Prodi: quasi il Paese possa permettersi di
andare avanti così. Con il debito pubblico che la rigorosa azione dei
governi del centrosinistra aveva finalmente iniziato a far scendere e
che nel 2005 è tornato per la prima volta a impennarsi. Con un avanzo
primario passato dal 6,6% del Pil nel 1997 allo 0,3% del 2005. Con una
spesa corrente al netto degli interessi passata dal 37,6% del Pil nel
2001 al 40% nel 2005. Con l’evasione fiscale arrivata a livelli record,
con stime che la danno a 100 miliardi di euro, 23 dei quali recuperati
in questo anno e mezzo anche per il maggiore rispetto che tutti gli
italiani stanno dimostrando verso le norme fiscali.
Questa è la situazione ereditata dal governo Prodi, che in un anno e
mezzo ha ottenuto risultati importanti: la riduzione del debito e del
deficit, le liberalizzazioni, il recupero di credibilità dell’Italia sul
piano internazionale e un accordo sul welfare su cui il giudizio più
eloquente è stato espresso da cinque milioni di lavoratori. Una nuova
dimostrazione di come il mondo del lavoro e il sindacato abbiano a cuore
gli interessi generali del Paese e sappiano farsene carico.
Una dimostrazione di fiducia nell’azione del governo che il sistema
dell’informazione sembra aver già dimenticato. E’ più facile enfatizzare
una votazione negativa al Senato o una dichiarazione trionfalistica
fatta da chi sembra aver dimenticato che quando era al governo con cento
deputati di maggioranza per cento volte è andato in minoranza in un voto
alla Camera. E bene ha fatto Prodi a richiamare tutte le forze di
maggioranza ad una più forte coesione attorno al programma della
coalizione. Voglio, Romano, che tu sappia di poter contare sul sostegno
convinto e deciso del tuo partito, del Partito democratico.
Non è un caso che gli indicatori sul clima di fiducia delle imprese e
anche dei consumatori siano migliorati rispetto agli anni del governo di
centrodestra. E’ il frutto di misure concrete. Dalla stabilizzazione di
migliaia di lavoratori precari alle regole più rigorose per i contratti
a termine, dall’aumento delle pensioni minime al bonus per gli
incapienti previsto dalla manovra finanziaria, fino alla riduzione di
cinque punti e mezzo dell’aliquota Ires e alla semplificazione
dell’imposizione fiscale sulle piccole imprese.
Sono segnali di inversione di tendenza in un contesto da anni critico
per il nostro Paese. L’Italia è in ritardo in base a quasi tutti i
parametri di Lisbona, compresi l’istruzione e gli investimenti nelle
tecnologie dell’informazione, per non parlare dei tassi di occupazione,
in particolare tra le donne in generale e gli uomini sopra i 55 anni. O
dei salari, che proprio ieri il governatore Draghi ha sottolineato
essere più bassi che negli altri principali paesi europei. Il tasso di
natalità, poi, è il più basso al mondo, anche perché più dell’80 per
cento dei giovani tra 18 e 30 anni vive ancora con i genitori. Il
deficit di infrastrutture, come sappiamo, è una vera e propria
emergenza.
Ed emergenza è il fatto che la flessibilità, che è parte dell’economia
moderna, che può essere un’opportunità e una scelta, troppo spesso per i
ragazzi italiani è inaccettabile frantumazione dell’esistenza e delle
proprie aspettative. E’ qualcosa che ci tocca nel profondo, che riguarda
la nostra stessa ragion d’essere, perché il Partito democratico è il
partito del lavoro, delle persone che lavorano, che creano lavoro, che
rischiano per realizzare le proprie aspirazioni, che hanno il diritto di
ricevere le giuste tutele. Non potrei dirlo meglio di come ha fatto
qualche tempo fa Alfredo Reichlin: “Nessun riformismo può essere fondato
su lavori ‘precari’ e su ‘vite di scarto’, oggi condizione comune per
milioni di lavoratori”. E’ quello che succede, se non ci sono le giuste
indennità di disoccupazione, se non ci sono gli adeguati percorsi di
formazione, se non si torna all’idea che forme di contratto a tempo
indeterminato sono normali.
C’è una generazione che già oggi subisce, e che ancor più domani dovrà
fare i conti, con la nostra distrazione o peggio il nostro egoismo. Con
la nostra incapacità di riformare il welfare, di rendere accessibile e
giusto il mercato del lavoro. Di scegliere secondo il merito e dare
spazio al talento e all’impegno. Di costruire uguaglianza di opportunità
e di rompere quell’immobilismo sociale che mortifica le persone e frena
il Paese. Sì, ognuno di noi, ogni padre, farà sempre di tutto per
aiutare il proprio figlio. Ma questo aumenta le disparità, non cambia le
regole del gioco e non fa crescere davvero il Paese. E’ un’intera
generazione di padri che deve entrare in contatto e preoccuparsi di
un’intera generazione di figli.
Per questo parliamo di un nuovo patto generazionale. L’Italia deve dare
la precedenza al futuro. Questo deve essere il criterio fondamentale
delle scelte che tutti noi dobbiamo assumere. Bisogna avere il coraggio
di mettere in discussione qualche certezza acquisita o rinunciare a
qualcosa, se questo vuol dire creare un’opportunità per il futuro. Non
c’è solo l’immediato. C’è il valore delle scelte che si fanno oggi per
avere benefici domani.
Lo capì la generazione che nel dopoguerra rimise in piedi un Paese a
pezzi dal punto di vista materiale e morale, ridandogli fiducia e
slancio, ricostruendo Stato ed economia. Dobbiamo capirlo noi, e certo
nasce con questa ambizione, per rispondere a questa funzione storica, il
Partito democratico.
Diamo precedenza al futuro. Oggi noi siamo un Paese che spende tanto, ma
male, e non solo per l’enorme peso del debito pubblico. La nostra spesa
pubblica potrebbe produrre molto più sviluppo e molta più qualità
sociale. In Europa siamo considerati la controprova del successo dei
paesi scandinavi. Danimarca, Svezia e Finlandia dimostrano che è
possibile avere allo stesso tempo finanze pubbliche in salute, bassi
livelli di disuguaglianza e alti tassi di sviluppo, di competitività e
di occupazione. Il contrario del nostro Paese.
La differenza sta nell’innovazione. I dati comparati a livello europeo
ci dicono che i paesi che sono riusciti a realizzare riforme, cioè a
immettere innovazione nell’economia, nella società, nel sistema
pubblico, sono allo stesso tempo più competitivi sul mercato globale e
riescono ad assicurare elevati livelli di giustizia sociale. I paesi
come il nostro, che non riescono a riformarsi e ad innovare, non ce la
fanno né a tenere il passo con gli altri nella crescita e nello sviluppo
e nemmeno non dico a garantire l’uguaglianza, ma almeno a ridurre le
disuguaglianze.
Faccio un solo esempio, su un tema che per me assume di più, ogni giorno
che passa, l’aspetto di una priorità assoluta: la nostra lentezza nel
produrre innovazione lì dove davvero potremmo, per il patrimonio
ambientale e i fattori immateriali di cui disponiamo, essere un paese
leader nel mondo globalizzato, creare opportunità di crescita economica
e estendere il benessere delle persone e delle comunità. Perché non
riusciamo a fare quel che si è fatto in Germania, dove negli ultimi
dieci anni si è investito nel comparto delle fonti rinnovabili creando
200 mila posti di lavoro? Perché sono pochi i casi come quello della
STMicroelectronics, che solo tre anni fa, guidata da Pasquale Pistorio,
derivava il 25% dei suoi profitti dai vantaggi economici acquisiti con
l’innovazione sul piano dell’efficienza e del risparmio energetico?
Perché non si assume come grande obiettivo nazionale quello di fare
dell’Italia un paese leader nella diffusione dei pannelli solari, sia
termici per il riscaldamento che fotovoltaici per produrre elettricità?
Per questo l’Italia ha bisogno del Partito democratico. Perché noi
abbiamo la cultura dell’innovazione che serve all’Italia. Una cultura
che non è fatta solo di grandi riforme di sistema, ma anche di
applicazione al governo quotidiano della spesa pubblica di una cultura
imprenditoriale, che in qualche misura deve essere introdotta anche
nella pubblica amministrazione e per i suoi dipendenti. Mettere sotto
controllo e rendere produttiva la spesa pubblica: questa è la priorità.
Spendiamo quanto gli altri per la giustizia, ma da noi ci vogliono anni
per una causa che negli altri paesi si risolve in mesi. Spendiamo come e
più degli altri per la scuola, ma non sappiamo incoraggiare la
motivazione e valutare il rendimento di chi fa formazione, e così
finisce che a contare troppo è ancora il contesto sociale e familiare, e
che le disuguaglianze tra i livelli di apprendimento non sono ancora a
livelli inaccettabili. Mentre i quindicenni del Trentino raggiungono
livelli di formazione di eccellenza paragonabili a quelli dei loro
coetanei del Nord Europa, un quindicenne su cinque del Sud non possiede
il bagaglio delle conoscenze definite “elementari” secondo gli standard
internazionali. E si potrebbe continuare all’infinito, per dire che il
problema per l’Italia è quello di rendere produttiva la spesa: per lo
sviluppo e per l’uguaglianza.
Che stanno insieme. E non solo perché, come abbiamo sempre detto, non
c’è sviluppo economico senza qualità sociale. Anche perché, come
dobbiamo definitivamente imparare a dire, senza crescita dell’economia e
delle imprese ogni obiettivo di equità sociale e di creazione di
opportunità si allontana. O per essere ancora più chiari: se l’economia
va male, non ci può essere giustizia sociale.
E’ anche per questo che il Partito democratico è a fianco delle imprese,
che sono il motore della crescita del Paese, che sono uno dei
fondamentali fattori della sua “salute”.
E’ pensando alle imprese, oltre che alle famiglie italiane, che abbiamo
parlato di un nuovo patto fiscale, della necessità e della possibilità
di cominciare subito a pagare meno tasse per pagarle tutti, recuperando
risorse dalla lotta all’evasione, come sta facendo il governo Prodi,
dall’abbattimento del debito e appunto dalla riqualificazione della
spesa pubblica. Ed è pensando alle imprese che dobbiamo preoccuparci di
riallineare i tempi della politica con quelli dell’economia: le aziende
del Nord corrono, affrontano le sfide della competizione internazionale.
A loro va fatto sentire che lo Stato è loro amico e sa riconoscere e
valorizzare chi sceglie la via dell’innovazione, della qualità,
dell’eccellenza. A loro vanno garantiti servizi efficienti,
infrastrutture e un contesto di sicurezza.
Sicurezza che è una delle questioni fondamentali su cui dobbiamo
proseguire sulla strada presa, vincendo definitivamente timidezze e
conservatorismi, perché non può essere chi non sa nemmeno cosa siano
l’integrazione e l’inclusione, ad affrontare nel modo giusto tutto ciò
che ha a che fare con il contrasto della criminalità e dell’illegalità.
La politica deve rispondere a tutte queste domande. Deve saper decidere
con rapidità e dare tempi certi. Non è possibile, ad esempio, che si sia
cominciato a parlare della Pedemontana lombarda alla fine degli anni 60,
e che dopo decenni persi a fare un passo avanti e due indietro, si sia
arrivati al progetto preliminare solo alla fine del 2005, per arrivare
finalmente al bando per la progettazione definitiva la scorsa estate.
Dopo il superamento degli ultimi intoppi burocratici, la Pedemontana
aprirà i suoi cantieri tra il 2009 e il 2010 per chiuderli tra il 2015 e
il 2016. Tanto hanno dovuto e dovranno aspettare le aree di Varese,
Como, Lecco, Bergamo e della Brianza per essere collegate tra loro in
modo più efficiente senza convogliare traffico supplementare sull’area
di Milano. Tanto dovranno aspettare i cittadini, per un’arteria di 87 km
che farà risparmiare 23 milioni di ore l’anno di tempo, di traffico, di
inquinamento. Tradotto in termini economici, significa un risparmio di
oltre 500 milioni di euro l’anno. E questo della Pedemontana lombarda
non è purtroppo, come sapete, l’unico caso. Basti pensare al Passante di
Mestre o all’eterna vicenda della Salerno-Reggio Calabria.
Noi abbiamo bisogno di una politica semplice, che sappia ascoltare le
esigenze dei cittadini, di una democrazia che decida.
L’Italia è malata. La sua malattia è la crisi evidente del nostro
sistema democratico. Quasi quaranta partiti, una gara imbarazzante per
la visibilità di ciascuno, ognuno che si sente, e purtroppo è, decisivo
perché viva una coalizione, un governo, una legislatura. Due senatori,
nella democrazia malata del nostro Paese, pesano più di milioni di
cittadini che hanno eletto un governo. Un sistema malato, dominato
dall’odio, in cui tutti vogliono distruggere e pochi assegnano a se
stessi il compito di costruire.
Invece l’Italia ha bisogno di un nuovo inizio, di una nuova stagione. Ha
bisogno di una democrazia che decida. Ha bisogno di una nuova coscienza
civile, di un nuovo senso della legalità e del valore delle regole. Ha
bisogno che si affermi l’etica della responsabilità sul cinismo della
furbizia, ormai diffusa.
Un’Italia nuova nasce da un nuovo assetto istituzionale. Se qualcuno mi
chiedesse qual è, guardando in Europa, quello che preferisco,
risponderei quello francese. Tutto: sistema istituzionale e legge
elettorale.
Ma so che insieme a ciò che è giusto c’è ciò che è possibile. E allora
penso che dobbiamo, oggi, da qui, rivolgere un appello a tutte le forze
politiche italiane, di maggioranza e di opposizione.
Davvero è interesse dei nostri cittadini che il Paese precipiti verso
nuove elezioni? Elezioni il cui esito sarebbe solo nuova
ingovernabilità, nuove risse, nuova frammentazione? I nostri avversari
sbagliano se pensano che il clima in cui si voterebbe sarebbe lo stesso
di una ipotetica festa dei banchi dell’opposizione per la caduta del
governo Prodi.
La destra ha governato il Paese per sette di questi ultimi tredici anni.
Il leader dell’opposizione si è candidato alla presidenza del Consiglio
già quattro volte, la prossima sarebbe la quinta, cosa che non succede
in nessun paese del mondo.
Nessuno può fare la parte del passante o negare la propria quota di
responsabilità nella crisi del nostro sistema. Sette anni di governo non
sono un giorno. Con lo stesso numero di anni molte città italiane sono
cambiate profondamente.
E c’è un’aggravante. Il centrodestra si è sempre opposto ad ogni dialogo
per le riforme. Prima con la bicamerale, poi con lo strappo della “devolution”,
oggi dicendo, di fronte all’evidente crisi di sistema, “niente dialogo,
subito alle urne”.
Sia chiaro, dobbiamo imparare, noi per primi, che la Costituzione si
cambia solo insieme, che non può reggere un Paese in cui ogni
maggioranza che vince si fa le riforme che vuole.
Nella scorsa legislatura la maggioranza non era esigua, ma il Paese non
ha conosciuto modernizzazione, né innovazioni profonde. Le ragioni sono
legate tra loro. La prima è la frammentarietà di coalizioni nate come
assemblea dei nemici dell’avversario. Non ci sono culture e visioni che
uniscono, né progetti veri da attuare. Ma la seconda ragione è legata al
fatto che non funziona la catena dei poteri. E questo provoca, in tutto
il tessuto del Paese, una confusione di ruoli, limiti, responsabilità.
Il potere democratico deve essere esercitato. E deve essere, allo stesso
tempo, potere e democrazia. La sinistra ha avuto, in diverse fasi, paura
della prima parola. Come se decidere, governare fosse ridurre la
ricchezza della partecipazione. E invece è l’impotenza di chi decide, la
frustrazione maggiore per i cittadini che votano. Votano e vorrebbero
decidere chi governa. E non vedere vertici e verifiche, ministri che si
dimettono a ripetizione, come nel passato governo, o quelli che litigano
in tv, come succede oggi.
I cittadini vogliono votare e vogliono che il Paese sia guidato, per
cinque anni, da un governo. Vogliono poi potere, con i loro movimenti e
con le loro associazioni, pesare sugli indirizzi.
Questa è la vera democrazia. Il potere e la partecipazione. Non una
melassa indistinta in cui è impossibile decidere e diventa persino
difficile partecipare. Al Partito democratico vorrei dire di non avere
paura di innovare, anche in questo campo.
Ma è qui che rivolgo un appello a tutte le forze politiche. Fare cadere
il governo Prodi e andare a votare con questa legge sarebbe un atto
irresponsabile. Facciamo, per una volta, ciò che il Paese chiede. Ciò
che il Presidente Napolitano, interpretando questa richiesta, esorta
tutte le forze politiche a fare. Ciò che è alla nostra portata, ora, in
Parlamento, in pochi mesi. Facciamo quello che i cittadini si aspettano
e su cui concordiamo: una sola Camera legislativa, la metà dei
parlamentari nazionali, più poteri al premier, più velocità di
approvazione per le leggi proposte da chi governa. E votiamo
contestualmente una riforma del regolamento parlamentare che stabilisca
che non sarà più possibile formare dei gruppi che non abbiano la stessa
sigla con cui si sono presentati alle elezioni.
Facendo questo, avremo delineato un quadro delle riforme urgenti e
possibili e dunque sarà più facile trovare un accordo, anch’esso
possibile, sulla legge elettorale.
In questi giorni, leggendo i giornali, ho scoperto di essere in prima
pagina il lunedì in una alleanza di ferro con Fini contro il sistema
tedesco. Poi il martedì di avere stretto un patto d’acciaio con
Bertinotti a favore del sistema tedesco. Intanto il mercoledì avrei
complottato per far cadere il governo di Prodi al quale il giovedì mi
legherebbe un patto per l’intera legislatura.
A forza di guardare oltre, di non fidarsi di ciò che si dice, si finisce
con l’attribuire agli altri le proprie convinzioni.
Devo fare una premessa, per oggi e per domani. Io non coltivo l’idea che
un uomo politico debba ogni giorno stare in televisione, ogni giorno
dire la sua su tutto, ogni giorno animare o rispondere ad una polemica.
Sono fatto così. Penso che la televisione consumi volti, parole, idee.
Penso che abbia ragione Giorgio Napolitano a dire che ci debbano essere
meno politici in tv. Ma penso anche si debba smetterla con un’idea
contabile della par condicio. Un’idea secondo la quale non si può
parlare di un tema se non c’è, nello stesso luogo e nello stesso
momento, qualcuno che rappresenti la posizione contraria. Basterebbe
passare ad una concezione meno burocratica e chiedere ai conduttori di
garantire la pari dignità delle opinioni su base settimanale o mensile e
non in ogni minuto di ogni trasmissione. Ho nostalgia delle belle
interviste di Zaccagnini o di Berlinguer in tv. Ognuno esponeva le sue
idee e i cittadini giudicavano non le urla che si sovrapponevano ma le
parole e la sincerità di ciascuno.
La mia opinione sul sistema elettorale è che esso debba essere ispirato
ad alcuni principi chiari: superare la frammentazione, superare i
governi senza maggioranza certa e senza alternanza, superare l’anomalia
dei candidati decisi dai partiti e non dai cittadini.
Lungo queste tre direttrici si può scrivere la legge giusta per un Paese
che ha tanti partiti e deve ridurli, che ha metabolizzato il bipolarismo
e vuole poter decidere i governi con il voto, che ha amato scegliere i
candidati nei collegi.
Il sistema tedesco o quello spagnolo non giacevano, quando furono
adottati, in qualche deposito di sistemi preesistenti. Sono stati il
vestito giusto per il loro paese in quel momento. Sono stati creati
dalla necessità storica. Dall’esigenza di non limitarsi a rispecchiare
le singole appartenenze o tendenze di opinione, ma di riuscire a
canalizzarle, favorendo le aggregazioni in grandi forze a vocazione
maggioritaria.
In Francia l’Ump di Sarkozy al primo turno delle elezioni legislative,
lo scorso 10 giugno, ha ottenuto insieme ai suoi alleati minori il 41,9%
dei voti: una settimana dopo, alla chiusura del secondo turno, ha
conseguito con essi il 59,4% dei seggi, il necessario per governare. Dal
2005 il Labour Party governa col 55,2% dei seggi, ottenuto sulla base
del 35,2% dei voti. Zapatero governa dal 2004 la Spagna con un 46,9% di
seggi ottenuto a partire da un 42,9% dei voti. In Germania Cdu e Spd con
il 35,2% e il e il 34,3% hanno poi avuto rispettivamente il 36,8% e il
36,2% dei seggi.
Quello che voglio dire è che in Europa, al fine di salvaguardare la
stabilità dei governi, i sistemi elettorali proporzionali hanno sempre
una correzione in senso maggioritario. Credo che ne dovremo tener conto,
tanto più in ragione della frammentata situazione italiana.
Lavoriamo lungo questi assi, e con questi modelli. Cerchiamo una
soluzione condivisa. Ma evitiamo, per il bene dell’Italia, di tornare a
votare con questa legge. Meglio di questa legge, giudicata, non
dimentichiamolo, in modo tranciante dagli stessi che l’avevano voluta e
approvata, è anche l’esito referendario. Ma meglio ancora è che il
Parlamento, in queste settimane, dia al Paese una legge coerente che
adatti i modelli europei alla nostra condizione particolare.
Noi cercheremo e sosterremo ogni soluzione migliorativa che possa
evitare di tornare a votare con la legge attuale. Siamo guidati da una
sola necessità politica che consideriamo non nostra ma del Paese. Il
futuro dell’Italia è in partiti con maggioranze coese sul piano
programmatico. Mai più una legge che costringa ad alleanze forzate e
dunque a governi deboli.
L’ho detto in questi mesi, e anche su questo quasi il 76% dei cittadini
delle primarie ha voluto darmi fiducia: il Partito democratico pensa
nella prossima legislatura ad una nuova stagione politica ispirata alla
centralità dei programmi e al valore della coesione.
Ne sono così convinto da pensare che il Paese tra un messaggio confuso,
vecchio ed eterogeneo dei nostri avversari e la nitidezza di un partito
che si presenti con un programma netto di innovazione, la gara sarebbe
del tutto aperta.
Ed è una gara che, in ogni caso, noi giocheremmo con l’obiettivo di
conquistare la maggioranza degli italiani, che è stanca della vecchia
politica, dell’odio inconcludente, dei riti, delle divisioni. E
l’obiettivo è raggiungibile, è possibile. Dipenderà da quanto il Partito
democratico riuscirà a rappresentare quei valori di unità e di novità
che costituiscono il nucleo forte del suo progetto. Dipenderà dalla sua
capacità di dialogare con la vita reale dei cittadini e con le
associazioni e i movimenti che li rappresentano.
E anche dalla sincerità, e se posso dire dall’umiltà, con le quali
lavorerà per intessere il dialogo e possibili convergenze con altre
forze. A cominciare dal movimento dei repubblicani europei, con il quale
vogliamo continuare il cammino intrapreso in questi anni. E con uno
sguardo rivolto, con particolare attenzione, a quelle forze di
ispirazione laica e socialista che possono e devono essere interlocutore
necessario di una grande forza riformista. Allo stesso modo voglio
rivolgermi ai dirigenti e ai militanti della sinistra democratica che
per molti anni hanno come me creduto all’utilità della nascita di una
grande forza che facesse riferimento all’esperienza dell’Ulivo. Spero si
possa avviare un dialogo e un confronto, con l’obiettivo di ripartire da
dove ci siamo lasciati un po’ di tempo fa. Con particolare attenzione
dovremo rivolgerci alle esperienze pre-politiche, associative, del
volontariato che esprimono la ricchezza della presenza cattolica nella
società italiana.
Ma complessivamente, il Partito democratico è interessato a che evolvano
processi aggregativi e innovazioni programmatiche e di valori in tutto
il sistema politico italiano. Per questo guardiamo con rispetto e
interesse alla possibile formazione di un’area di sinistra radicale che
abbandoni definitivamente schemi ideologici.
Innovazione programmatica e istituzionale, dunque. E innovazione
politica. Da tempo, infatti, abbiamo varcato la soglia del terzo
millennio, e da tempo avvertiamo l’insufficienza delle categorie
culturali sulle quali si è retta la politica di partito lungo l’arco del
Ventesimo secolo. Perché di quelle categorie culturali sono venuti meno
in gran parte i presupposti strutturali: basti pensare al primato dello
Stato nazionale in una dialettica con mercati altrettanto nazionali; o
alla società industriale fondata sulla produzione di massa e
standardizzata.
Al loro posto, abbiamo a che fare con la globalizzazione dei mercati e
con la società della conoscenza e dei servizi. D’altra parte, le grandi
questioni ambientali hanno revocato in dubbio l’ideologia dello sviluppo
illimitato e meramente quantitativo, mentre gli stessi progressi
bio-medici propongono inediti dilemmi morali alla intelligenza e alla
coscienza dell’umanità contemporanea.
Noi abbiamo deciso di dar vita ad un partito e di chiamarlo
“democratico” in una fase storica nella quale si va diffondendo il
dubbio sulla plausibilità stessa di una visione umanistica della
politica: è ancora possibile, ci si chiede da molte parti, dinanzi a
fenomeni di proporzioni così gigantesche, che essi siano dominabili
dalla libera volontà delle donne e degli uomini che abitano il pianeta e
dunque siano, almeno entro certi limiti, oggetto di discussione e
decisione democratica?
Molti sono gli elementi di fatto che spingono a rispondere di no. E
infatti molti parlano e scrivono, non senza argomenti dalla loro parte,
di fine della democrazia, della politica, perfino della storia. Di
tramonto dell’illusione umanistica, travolta dall’impersonale
materialità di meccanismi globali ingovernabili.
Ma proprio la radicalità della sfida che sta dinanzi a noi, ci dice
quanto ambizioso e tutt’altro che “leggero” sia osare definirci
“democratici”. Non si tratta di un’identità residuale, ottenuta per
sottrazione di aggettivi qualificativi: liberale, socialista, cristiano.
Si tratta al contrario di fare i conti con la vera questione,
intellettuale e morale, del nostro tempo, alla quale pur provenendo da
storie diverse, e anzi valorizzando ciò che è vivo di ognuna delle
culture che abbiamo alle spalle e delle tante contaminazioni alle quale
esse hanno dato vita, intendiamo dare una risposta comune: noi, i
democratici, crediamo nella possibilità di un governo umanistico delle
grandi sfide del nostro tempo e per questo intendiamo impegnarci con
tutte le nostre forze e costruire le necessarie alleanze in Europa e nel
mondo.
Noi democratici crediamo che un rafforzamento dell’Europa politica sia
una condizione imprescindibile per far avanzare una prospettiva di pace
nel mondo. E crediamo che il multilateralismo, ovvero il primato della
politica e del diritto nelle relazioni internazionali, possa scongiurare
la prospettiva dello scontro di civiltà ed evitare una nuova fase di
corsa agli armamenti e di proliferazione nucleare. Soprattutto oggi,
quando dopo anni di riduzione degli arsenali, Stati Uniti e Russia sono
tornati ad aumentare le spese per il loro ammodernamento e
potenziamento. Quando dobbiamo sentir dire dal Presidente Putin che nei
rapporti con gli Stati Uniti è tornato il clima della crisi dei missili
del 1962. E contro il riarmo nucleare bisognerà far vivere un nuovo
grande movimento d’opinione.
Noi democratici crediamo nella possibilità di regolare il mercato
globale e di orientare la crescita economica mondiale verso gli
obiettivi di sviluppo umano indicati dalle Nazioni Unite, potenziando e
democratizzando gli strumenti di politica economica internazionale e di
negoziato commerciale multilaterale.
Noi democratici crediamo che non possa esserci sviluppo umano senza
libertà e senza il pieno riconoscimento del valore universale dei
diritti umani, dinanzi al quale non è accettabile alcun relativismo.
Noi democratici crediamo che sia possibile salvaguardare la vita sulla
terra ed evitare danni irreversibili all’ecosistema attraverso accordi
di contenimento delle emissioni nocive e di investimento nella ricerca
sulle fonti energetiche rinnovabili.
Allo stesso modo, crediamo nella libertà della ricerca scientifica e nel
dibattito pubblico aperto e laico come sede per la valutazione
responsabile del bilanciamento tra i vantaggi delle applicazioni delle
tecnologie bio-mediche e i rischi che esse comportino per la dignità
della vita umana.
Per dirla in modo sintetico, noi democratici crediamo nel primato della
ragione e del suo strumento principe: la parola, il dialogo, la ricerca
comune, la creatività, l’immaginazione. E sentiamo estranea una visione
che riduca la politica a mero calcolo dei rapporti di forza, quasi essa
fosse, come pure è stato detto, la continuazione della guerra con altri
mezzi.
Lo voglio ripetere: basta con l’odio. L’odio non fa altro che
moltiplicare l’odio, e se rompe gli argini genera la violenza.
Un grande scrittore, che vive in una terra ferita e sofferente, ha detto
una volta pensando a noi, al nostro Paese: “In Italia si fa fatica a
comprendere come si vive, sempre in guerra e nella paura. Voi siete
fortunati”. David Grossman ha poi però aggiunto parole che valgono per
tutti e per ogni luogo: “Quando le persone vivono nel campo magnetico
dell’odio e della violenza, agiscono in un modo drammaticamente
sbagliato, contro il loro stesso interesse di uomini e di popolo”.
Allontaniamo da noi questo campo magnetico. La stagione dell’odio deve
finire. Possibile non si possa vivere e fare la politica senza odiare,
senza cercare ovunque nemici, rispettando gli avversari e le loro idee?
Chi non vuol capirlo non solo insiste nel fare un danno al Paese: decide
di proseguire su una strada lungo la quale agli occhi degli italiani
diverrà lontano, estraneo.
Il Partito democratico aprirà in questo senso una nuova stagione di
civiltà politica. E lo farà, se così dovrà essere, anche
unilateralmente. Nella convinzione che di questo l’Italia abbia bisogno.
Di un tempo in cui le convenienze di parte spariscono, quando di fronte
si trovano le esigenze complessive del Paese. Di saggezza e
lungimiranza. Di rispetto per le istituzioni e cura del loro
funzionamento.
Il nostro è un grande Paese, nessuno lo dimentichi mai. Dobbiamo
riscoprire tutto l’orgoglio di questo. Lo ha detto pochi giorni fa un
manager che ha salvato e rilanciato ai massimi livelli la più grande
azienda italiana. Un uomo che sa benissimo che questo risultato è stato
raggiunto perché ogni dirigente, ogni impiegato, ogni operaio ha saputo
mettere nel suo impegno di ogni giorno l’attenzione e la passione che
arrivano quando si condivide uno stesso grande obiettivo. E che per
questo, senza nulla togliere al ruolo della contrattazione nazionale,
come è giusto sia, sa riconoscere il valore del lavoro anche con scelte
di discontinuità e di innovazione. “L’Italia – ha detto Sergio
Marchionne – è un Paese che deve imparare a volersi bene, deve
riconquistare un senso di nazione”.
Non a caso abbiamo scelto Milano come luogo di nascita del Partito
democratico. Milano è da sempre il simbolo dell’Italia produttiva,
dell’economia che sa interpretare i cambiamenti e trasformarsi con essi.
Milano è la città di tante battaglie democratiche, a cominciare da
quelle della Resistenza. Ma Milano è, per me, e per quelli della mia
generazione, la città nella quale sono caduti uomini come Luigi
Calabresi, come il giudice Alessandrini, come Walter Tobagi, come quello
splendido esempio di italiano coraggioso e per bene che era Giorgio
Ambrosoli. E Milano è stata ed è anche la città di Giorgio Strehler, di
Paolo Grassi, di Indro Montanelli, del Cardinal Martini. E’ a questa
grande città italiana che anche da qui vogliamo far sentire il nostro
sostegno e il nostro impegno per la sfida dell’Esposizione Universale
del 2015.
L’identità di noi democratici italiani è un’identità aperta, che molto
deve e qualcosa pensa di poter offrire ad altre esperienze riformiste,
in Europa e oltre. Un’identità che proprio perché nasce dall’incontro di
storie e culture diverse, intende contribuire a promuovere più ampie e
nuove aggregazioni riformiste, europee e internazionali: un nuovo campo,
che oltre quella socialista esprima la molteplicità delle culture
democratiche e dell’innovazione che esistono in tanta parte del mondo.
Per quanto mi riguarda, sono ben consapevole di assumere una grande
responsabilità, che avrò la fortuna di condividere con tanti altri e per
primo con Romano Prodi. E’ una responsabilità nei vostri confronti, di
questa Assemblea, di coloro che hanno sostenuto le mie liste come anche
di chi ha preferito scegliere Rosy Bindi o Enrico Letta, Mario Adinolfi
o Piergiorgio Gawronski. E’ una responsabilità che affronteremo insieme
a Dario Franceschini, che sarà al mio fianco con la convinzione e
l’entusiasmo per un progetto che sognavamo e speravamo insieme già dieci
anni fa. Ed è inevitabilmente una responsabilità, per tutto quello che
abbiamo detto, nei confronti del nostro Paese, di tantissimi italiani,
che molto si aspettano dalla nascita del Partito democratico.
Concludo con le parole di uno di loro. E’ una lettera che mi è arrivata
qualche giorno fa, all’indomani delle primarie. Ha un altro tenore
rispetto a quella della ragazza che lessi a Torino, al Lingotto. E’
un’altra storia, sono altre speranze, ma mettendole insieme esce il
ritratto della stessa Italia e si capisce la grandezza del compito che
ci attende, il motivo per cui diciamo che la nostra stella polare è data
dall’unione di crescita economica ed equità, di libertà e giustizia
sociale, di opportunità e di solidarietà.
“Caro Veltroni”, inizia la lettera, “mi chiamo Flavio Cima e sono un
giovane imprenditore di Bologna. Non capisco molto di politica e non mi
piace affatto, ogni volta che accendo la Tv, sentire gente che urla e
che litiga. Mi scuserà se le dico che non ho fiducia nel fatto che i
politici possano fare gli interessi delle persone, e in particolare di
quelli come me che lottano disperatamente per riuscire ad affermare un
progetto concreto in cui credono. Sento dire continuamente che bisogna
aiutare i giovani, che l’imprenditoria giovanile va aiutata. Per la mia
esperienza le posso assicurare che se non avessi avuto la mia famiglia
alle spalle non avrei potuto accedere neanche al credito bancario. Ho
rilevato, con l’aiuto economico della famiglia quindi, una piccola
azienda artigiana che produce accessori di abbigliamento di qualità e
sto cercando di posizionare la mia attività su un livello medio-alto
allo scopo di contrastare l’invincibile concorrenza cinese. Ma è dura,
soprattutto per un giovane, riuscire a rimuovere la naturale ritrosia
del mercato ad accettare il nuovo, l’emergente, in definitiva lo
sconosciuto. Lei si chiederà perché le scrivo tutte queste cose. Gliele
scrivo perché ho visto che tante persone domenica scorsa le hanno dato
fiducia e questo ha rassicurato un po’ anche me. Le scrivo perché
secondo me la politica, i politici, dovrebbero occuparsi dei problemi
concreti delle persone e soprattutto dei giovani che, come si dice,
rappresentano il futuro. Le scrivo perché non mi sento diverso dagli
altri ragazzi italiani: certe volte vorrei essere solo preso sul serio,
vorrei che anche la mia piccola azienda sconosciuta potesse per un
momento essere al centro di qualcosa di importante”.
E’ in fondo questo, il senso profondo del Partito democratico, la sua
missione e il suo concreto compito. Far sentire ogni italiano al centro
di qualcosa di importante. Restituire speranza, fiducia nelle proprie
possibilità e nelle opportunità offerte da una società dinamica e
giusta, fiducia in Paese unito, in un’Italia nuova, capace di cambiare,
di innovare, di crescere, abbandonando tutti i conservatorismi e dando
precedenza al futuro.
|