LA   CRISI   ISTITUZIONALE   IN   UCRAINA   -     23.4.2005

 

«L’Ucraina è a un passo dalla guerra civile. Si profilano eventi drammatici. Ma dopo 13 anni in cui siamo stati trattati da animali, non perderemo la grande occasione di diventare una nazione lbera e democratica. La gente è pronta a pagare il prezzo alto di certe conquiste –afferma Victor Yushenko, il capo dell’opposizione in Ucraina che si contrappone a Victor Yanukovich (quest’ultimo sostenuto da Putin), ripreso da LA REPUBBLICA del 24 novembre («Conquisteremo la libertà e siamo pronti a usare la forza», pag.11). Sostiene Yushenko: «Sono stato eletto dalla gente, ho le prove e anche la comunità internazionale lo sa. Basta guardare nelle piazze per sapere da che parte sta il popolo. In Parlamento ho voluto giurare di difendere diritti e libertà di tutti gli ucraini. Ho giurato fedeltà al popolo che mi ha eletto, mi sento moralmente presidente». A Yanukovich che lo accusa di volere un colpo di Stato risponde che «le autorità non volevano elezioni oneste. Avevano deciso tra loro l’eredità di potere, affari, corruzione. Ora vogliono umiliare il popolo. Lo Stato è nelle mani di organizzazioni criminali: se cacciarle è un colpo di Stato, noi lo faremo». Sul futuro dell’Ucraina non ha dubbi: «Per troppo tempo siamo stati costretti ad essere un fantasma sul mondo, cancellati da Mosca. Ora mi appello alle nazioni affinché non abbandonino l’Ucraina, affinché traggano conseguenze concrete dalla condivisione delle nostre denunce. Il nostro futuro è vicino all’Unione europea e Russia, dentro la Nato e assieme agli Usa».

Dal canto suo, l’avversario Viktor Yanukovich contesta che vi siano stati brogli elettorali e lo dimostra il fatto che gli scontenti siano «pochi rispetto alla maggioranza. L’opposizione non riconosce un fallimento politico. Non le resta che il ricorso alla forza: ciò che accade può essere visto come un tentativo di colpo di Stato».

 

 

«C’è lo zampino di Vladimir Putin nel tentativo delle vecchie élite ucraine di impedire l’affermarsi della democrazia – sostiene Zbignew Brzezinski, già consigliere per la sicurezza nazionale del presidente Carter, in un’intervista a LA STAMPA  del 24 novembre («L’obiettivo di Mosca: ricostituire una piccola Urss», pag.6). Su quale sia l’origine della crisi ucraina, Brzezinski non ha dubbi: «E’ nella volontà delle ex élite politiche locali e della leadership del Cremlino di impedire all’Ucraina di avvicinarsi all’Unione Europea con il fine di mantenerla vicina a Mosca, stretta alla Russia. L’obiettivo strategico che si cela dietro questo disegno politico è di fare dell’Ucraina una nuova Bielorussia». Brzezinski si dice certo anche della vittoria di Yushenko: «Se teniamo presente i dati che sono stati raccolti dalle opposizioni, ciò che hanno visto e raccontato i pochi osservatori internazionali presenti sul posto e anche i dati contraffatti che ci sono stati forniti dal governo, non credo proprio che rimangano dubbi sul fatto che l’opposizione abbia prevalso e che è in atto un tentativo di privare Yushenko della vittoria legittimamente ottenuta alle urne». Come dovrebbe comportarsi l’amministrazione Bush al riguardo? «Questa Amministrazione dovrebbe seriamente essere preoccupata per la sorte della democrazia e dell’Ucraina. Ciò che sta avvenendo a Kiev avrà ripercussioni nella federazione russa. Non ci troviamo di fronte a un evento di secondaria importanza. Una vittoria della democrazia a Kiev rafforzerebbe chi a Mosca si batte e vuole la democrazia. Una sconfitta della democrazia a Kiev invece darebbe forza a chi a Mosca persegue disegni nostalgici ed è animato da propositi illiberali e dispotici. La posta in palio in Ucraina è davvero molto alta. Per l’Europa, per gli Stati Uniti, per chiunque ha a cuore la democrazia. Ciò che io credo è che l’Unione europea e gli Stati Uniti dovrebbero agire assieme e in tempi molto ravvicinati. Per chiedere formalmente all’ex presidente Leonid Kuchma o alla Rada Suprema, il Parlamento ucraino, di indire al più presto nuove elezioni politiche con la garanzia che avvengano sotto un monitoraggio internazionale tale da impedire il ripetersi dei brogli».

 

 

«E’ successo prima del previsto, Russia ed Europa, ma anche –seppure in modo per ora meno scoperto- Russia ed America, si ritrovano su posizioni divergenti. L’avvicinamento tra Mosca e l’Occidente iniziato con gli anni gorbacioviani, proseguito con Boris Eltsin, e che era culminato l’11 settembre 2002, quando Putin s’era posto senza esitare a fianco dell’America ferita, mostra adesso le prime crepe. E infatti le gravi turbolenze di Kiev, la spaccatura che si è creata in Ucraina sui risultati del ballottaggio per le elezioni presidenziali, hanno come primo effetto quello di mettere in luce che Mosca e le capitali dell’Occidente mantengono ancora su molte questioni essenziali, visioni e interessi diversi –scrive Sandro Viola su LA REPUBBLICA del 24 novembre (La partita di Putin con l’Occidente, pag.1). Prosegue l’editorialista: «Erano anni che s’assisteva agli sforzi di Mosca da una parte, e degli euroamericani dall’altra, per assicurarsi un’influenza decisiva su un Paese come l’Ucraina, posto a cerniera tra la Russia e la cintura nato-Unione europea, dunque di cruciale rilevanza strategica (…). I contendenti non hanno soltanto usato, infatti, i mezzi della diplomazia e della politica, e quelli economici, per rafforzare i propri “partiti”, il pro-russo e il pro-occidentale. Hanno usato anche altri mezzi, tanto è vero che Kiev era da qualche anno la città con più agenti segreti, chiamiamoli così, venuti da Est e da Ovest». Pertanto, gli interessi sull’Ucraina vanno ben oltre l’Ucraina. Conclude Viola: «Se a Washington innanzitutto, ma anche a Parigi e a Berlino, prevarrà l’idea di non affrontare in una fase già febbrile per tanti motivi (dal terrorismo globale alla sete mondiale di petrolio, attraverso l’Iraq e il conflitto israelo-palestinese) un urto con la Russia di Putin, la vittoria del candidato di Mosca verrà confermata, e in Ucraina la democrazia dovrà ancora aspettare la sua ora. Ma se la Polonia e i Baltici dovessero spingere l’Unione europea e l’America ad assumere una posizione più rigida, la scena internazionale sarà nelle prossime settimane estremamente agitata».

 

 

Che il futuro dell’Ucraina non si decida solo a Kiev lo scrive anche IL FOGLIO del 24 novembre («Putin e Bush negoziano i loro patti anche a Kiev, Europa irosa in disparte, pag. 1). Per il quotidiano diretto da Giuliano Ferrara la situazione ucraina non è dissimile dalle giornate di protesta in Georgia di un anno fa, che «sull’onda di un risultato elettorale contestato costrinsero il presidente Eduard Shevardnaze a dimettersi per aprire la strada al giovane Michail Saakashvili, decisamente più vicino all’occidente e, soprattutto, agli Stati Uniti». L’atteggiamento di Europa e Usa nei confronti del risultato elettorale è stato diverso, in quanto «a Bruxelles, la presidenza di turno ha invitato Kuchma ad annullare il risultato, mentre da Washington sono arrivate esortazioni a ricontare le schede, pur mantenendo valido il turno elettorale. Sembra una sfumatura, è molto di più. L’Ue pare aver concluso la sua luna di miele con Putin. Il rinvio del vertice Russia-Ue, due settimane fa, è stato giustificato con il mancato insediamento della Commissione Barroso, ma non è stato che l’ultimo episodio di tante incomprensioni tra Bruxelles e Mosca, nate ben prima dei tragici fatti di Beslan. La nuova amministrazione Bush è ambivalente nei confronti del Cremino. (Mosca è un ottimo alleato contro il terrorismo. Però, a differenza del passato anche recente, sta alzando il prezzo della cooperazione. L’Ucraina potrebbe far parte di questi prezzi da pagare. Kiev non è Tbilisi e il sostegno del ministro degli Esteri Sergej Lavrov in medio oriente forse vale oggi un compromesso sul futuro ucraino (…) con buona pace dell’indignazione europea».

 

 

Sull’Ucraina «l’Italia si sta adoperando per incoraggiare l’evoluzione interna e per favorire concretamente l’avvicinamento alla comunità euroatlantica –scrive il neoministro degli Esteri, Gianfranco Fini, su IL RIFORMISTA  del 26 novembre ( «In Ucraina l’Europa c’è. E Putin lo sa», pag.1). Sostiene il capo della Farnesina: «L’Europa non è e non è mai stata né timida, né remissiva. Il contrario. Nelle sue immediate prese di posizione al livello più autorevole ha sottolineato, senza ambiguità, che le elezioni non hanno rispettato la volontà del popolo ucraino ed ha chiesto alle autorità di quel paese di far luce sulle irregolarità denunciate dagli osservatori internazionali».

La crisi ucraina mette alla prova l’Ue in quanto «questa vicenda può essere la cartina di tornasole per verificare se l’Unione è davvero capace di svolgere unitariamente un ruolo attivo e importate sulla scena internazionale (…) dopo la firma del Trattato costituzionale».