Benedetto XVI  conferma il suo viaggio in Turchia

La visita di Benedetto XVI in Turchia, prevista per il prossimo 30 novembre, non è assolutamente messa in forse dall’omicidio del missionario cattolico, don Andrea Santoro. Sono fonti accreditate della Segreteria di Stato ad affermarlo. Quel viaggio s’ha da fare, senza ulteriori rinvii. Sarebbe dovuto essere, nei desiderata ratzingeriani, il primo. Perché, spiegano in segreteria di Stato, è tradizione buona e giusta che il primo viaggio apostolico del nuovo Papa sia un gesto di attenzione nei riguardi di un patriarca ecumenico. Bartolomeo I aveva già invitato lo scorso anno Benedetto XVI per la festa di sant’Andrea apostolo, che ricorre appunto il 30 novembre, ma come è risaputo le autorità turche hanno preferito rinviare la visita, provocando la sorpresa e anche il disappunto della Santa Sede. Nel 2005 ricorreva, inoltre, il quarantesimo anniversario dell’atto con il quale papa Paolo VI e il patriarca Atenagora I hanno cancellato dalla memoria della Chiesa le sentenze di scomunica del 1054 tra Roma e Costantinopoli. Dopo settimane di trattative sui particolari del viaggio, trattative andate a buon fine, è impossibile che il Vaticano butti tutto per aria per un omicidio che è, sì, grave ma che non pregiudica le ragioni della visita. Ragioni che hanno costituito gli ostacoli perché il governo turco accettasse da prima la visita di Benedetto XVI. Dunque, il viaggio si farà e avrà carattere ecumenico. Proprio quel carattere di ecumenicità che le autorità turche non riconoscono al patriarca di Costantinopoli, al quale invece affidano il titolo diminutivo di <patriarca di Fanar> (come se al Vescovo di Roma gli si riconoscesse solo il titolo di patriarca del Vaticano). La segreteria di Stato vaticana dovrà lavorare sui discorsi di papa Ratzinger, facendo risaltare il valore ecclesiologico del titolo <ecumenico>. Si può anzi dire che l’omicidio del sacerdote italiano ha rafforzato una delle ragioni principali del viaggio apostolico in Turchia: la tutela della libertà di religione. Libertà di religione che subisce non poche limitazioni ai danni dei fedeli di religione diversa dalla musulmana. Chi è cristiano non può fare carriera nell’amministrazione dello Stato; ai preti ortodossi è vietato andare in giro con la tonaca (punito con l’arresto); i bambini cristiani a scuola possono, è vero, non frequentare l’ora di religione musulmana ma se non la frequentano finisce comunque per fare media, abbassando la valutazione finale. Le stime più recenti contano circa 100mila cristiani in territorio turco, di cui un quarto cattolici guidati da sei vescovi. In Turchia gli armeni ortodossi sono circa 60mila, mentre gli ebrei sono 25mila e meno di tremila i greco ortodossi. Questi ultimi tre gruppi sono i soli ai quali il governo riconosce uno speciale statuto di minoranza, che peraltro non estende il riconoscimento legale alle gerarchie religiose (come, appunto, al patriarca Bartolomeo I). Tutti gli esponenti di queste minoranze –in testa il patriarca ecumenico- sono da sempre molto favorevoli all’ingresso della Turchia nell’Unione europea. Punto dolente nei rapporti con la Santa Sede, che se con il pontificato di Giovanni Paolo II aveva espresso qualche perplessità con il pontificato di Benedetto XVI ha trasformato quelle perplessità in contrarietà. In Vaticano sanno bene che le autorità turche non hanno ancora digerito i contenuto dell’intervista che nell’agosto del 2004 Ratzinger, da prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, concesse al quotidiano francese Le Figaro. Sostenne l’allora cardinale Ratzinger: <Nella storia, la Turchia ha sempre rappresentato un continente diverso, in permanente contrasto con l’Europa. Sarebbe un errore rendere uguali i due continenti. Significherebbe una perdita di ricchezza, la scomparsa della cultura in favore dei benefici in campo economico>. Quando l’Unione europea ha dato il via libera, il 17 dicembre 2004, ai negoziati per l’ingresso della Turchia, la Santa Sede si è astenuta da ogni commento ufficiale, proclamandosi <neutrale>.  Anche se obiezioni il cardinale Angelo Sodano, segretario di Stato, aveva esposte nel 2002 in due memorandum inviati ai capi di governo dei quindici paesi allora membri dell’Unione europea. In entrambe le note la Santa Sede poneva come condizione vincolante all’ingresso della Turchia in Europa il rispetto della libertà religiosa e dei diritti umani. E faceva notare che nei fatti la Turchia era molto distante dall’ottemperare tale condizione. Nelle ultime settimane a turbare un po’ i rapporti fra la Turchia e la Santa Sede è intervenuta la scarcerazione di Ali Agca, il terrorista che aveva attentato alla vita di Giovanni Paolo II nel maggio 1981, scarcerazione che ha provocato la gelida reazione vaticana.

Altra questione che per la Santa Sede è la cartina di tornasole per avvalorare il cammino verso la democrazia piena è riconoscere da parte della Turchia la responsabilità storica del genocidio armeno. Per il quale si prodigò nel 1915, con una lettera inviata al sultano turco Mehmet V in cui si chiedeva che cessassero le violenze e le deportazioni contro gli armeni, papa Benedetto XV.

                                                                                           Giuseppe Di Leo

Da Il Riformista dell’8 febbraio 2006