IL TRIONFO DI BUSH

 

«L’America resta divisa nei sentimenti, ma la coalizione di conservatori e moderati, cristiani tradizionalisti e contee rurali, finanzieri di Wall Street, impiegati, casalinghe e operai, mobilitata dal presidente George W.Bush, si afferma con forza nella campagna elettorale del 2004, costringendo i democratici di John Kerry a un lungo, doloroso esame di coscienza –scrive Gianni Riotta sul CORRIERE DELLA SERA  del 4 novembre (I democratici sconfitti dall’America profonda, pag.9) –La vittoria di Bush che guadagna otto milioni di voti rispetto al 2000 e passa dal 47,8% al 51,1% è accompagnata da un successo dei repubblicani alla Camera e al Senato. Il controllo delle maggioranze al Congresso permetterà a Bush di perseguire la sua agenda, dalla riduzione delle tasse, alla conferma delle leggi sulla sicurezza, alla riforma della previdenza, alla pubblica istruzione. E con il capo della Corte Suprema, William Rehnquist, ammalato, e parecchi giudici anziani, è possibile che Bush nomini nuove toghe che rispecchino la sua filosofia per anni a venire nella vita americana».

 

 

Il segreto della vittoria di Bush risiede nell’elettorato religioso. «Il venti per cento degli elettori americani è composto da cristiani evangelici: il loro voto (…) è andato a Bush nella proporzione di tre a uno –scrive Lucia Annunziata su LA STAMPA  del 4 novembre (E’ la religione il segreto del trionfo di Bush, pag.6). Sostiene la giornalista: «Alla scelta militante di questi cristiani va aggiunta poi la fredda accoglienza dei cattolici americani per il cattolico liberal Kerry, che da loro ha raccolto meno voti di quanto ne raccolse nel 2000 il battista Gore. Anche questi voti cattolici sono andati a Bush Nelle lunghe file che sono rimaste per ore sotto la pioggia dell’Ohio e fra i due milioni di votanti che per buona misura sono andati ai seggi settimane prima in Florida, la maggioranza era dunque sostenuta da questa fede indiscussa e convinta in George Bush».

 

«Più affluenza alle urne uguale più giovani uguale più democratici. Questa illusione è durata fino alla notte fra il 2 e il 3. Suffragata autorevolmente da alcuni istituti di sondaggi, ha contagiato le redazioni dei grandi quotidiani e il network Cbs –scrive Federico Rampini su LA REPUBBLICA del 4 novembre (L’illusione dell’affluenza, pag.1). Spiega l’inviato: «L’illusione ottica ha giocato un brutto scherzo ai grandi media americani. (…) Perciò la sera del 2 novembre lo choc è stato così brutale. I sei Stati che hanno registrato il record assoluto nell’affluenza al voto (Florida, Georgia, Kentucky, South Carolina, Tennessee e Virginia) hanno tutti dato la maggioranza a Bush. Inoltre nell’America intera gli exit poll rivelavano un ordine di priorità sorprendente. Intervistati all’uscita dei seggi sul tema più importante dell’elezione, al primo posto (22 per cento) gli elettori hanno messo i valori morali, relegando al secondo, terzo e quarto rispettivamente l’economia, il terrorismo e l’Iraq». Stratega elettorale di Bush è stato Karl Rove. Sostiene Rampini: «La tessitura paziente di Karl Rove ha fatto il capolavoro di portare alle urne milioni di appartenenti a una maggioranza silenziosa, che non si sentiva così motivata dai tempi di Nixon e di Ronald Reagan. La Christian Coalition of America, e con essa decine di organizzazioni del collateralismo clericale, ma anche gruppi giovanili come le associazioni per l’astinenza sessuale fra i teen-ager, si sono messe al lavoro con i volantinaggi domenicali nelle chiese, le riunioni di condominio e di quartiere, gli autobus per trasportare gli anziani non autosufficienti alle urne, ripetendo il miracolo della Moral Majority che fece vincere Reagan (…). Il capolavoro di Rove ha un limite. Ha fatto il pienone nell’America moralmente conservatrice ma, a differenza di Reagan che negli anni ottanta conquistò New York e il Massachussetts, non ha saputo penetrare nel territorio avversario».

 

 

Nell’analizzare il voto americano, il politologo Angelo Panebianco sul CORRIERE DELLA SERA del 4 novembre (Affluenza di destra, pag.1) scrive: «Il livello della partecipazione elettorale si è innalzato in maniera spettacolare (ha votato il 60% degli aventi diritto contro il 51% del 2000, con quindici milioni di elettori in più) (…). I giovani fra i diciotto e i ventinove anni sono risultati, questa volta, il 17% dei votanti (erano solo il 9% nelle elezioni precedenti). Le donne a loro volta rappresentano oggi il 57% dei votanti contro il 52% del 2000. (…) Sull’innalzamento della partecipazione hanno sicuramente influito la polarizzazione che si è determinata pro o contro Bush, nonché gli sforzi e il massiccio investimento di risorse dei partiti allo scopo di mobilitare l’elettorato normalmente più propenso all’apatia politica. Ma queste analisi, plausibilmente, toccano solo la superficie del problema, non la sostanza. La sostanza è che l’America del dopo 11 settembre è un’America che, a differenza dell’Europa, sa di essere impegnata in una guerra contro il terrorismo islamico che si trascinerà senza esclusione di colpi (come tutte le guerre) per molti anni a venire. Ciò che sottovalutavano i sostenitori dell’equazione “più partecipazione uguale vittoria di Kerry” erano i sentimenti di una società che vive sotto l’incubo di altri attacchi devastanti e che ha reagito facendo ricorso al tradizionale patriottismo americano. Solo qualche impenitente radical chic (dell’una e dell’altra sponda dell’Atlantico) poteva davvero credere che la maggioranza degli americani avrebbe preso sul serio le risibili versioni alla Michael Moore sulle “vere cause” dell’11 settembre o della guerra in Iraq o le prese di posizione delle star del cinema e del rock. (…) Si aggiunga il fatto che l’andamento dell’economia, oggi in fase espansiva, non era tale da danneggiare il presidente in carica».

 

 

«Come mai viene rieletto un presidente che ha ridotto le imposte soprattutto ai più ricchi, vuole privatizzare le pensioni e ridurre le dimensione del Welfare State in un Paese dove già la protezione sociale è la meno generosa dei Paesi industriali? – si chiede Alberto Alesina su LA STAMPA  del 4 novembre (Fede e soldi alleanza vincente, pag.1). Spiega l’editorialista: «Le risposte sono due: una di strategia politica e una filosofica. La prima è che il partito repubblicano in genere e Bush in particolare sono riusciti a cementare un’alleanza molto solida tra la destra religiosa, contraria all’aborto e al matrimonio fra gay, e una buona parte della “business community”, le classi alte. La destra religiosa pensa molto ai valori religiosi e poco al welfare state, quindi è disposta a tollerare politiche favorevoli al business se fatte da un Presidente che condivide certi valori religiosi. Alla business community non interessa nulla di aborto e di gay, ma preferisce un repubblicano alla Casa Bianca per la sua politica economica. (…) A ciò va aggiunto un uso elettorale della spesa pubblica: con un inutile e costoso piano di sanità pubblica per anziani, ricchi e poveri, Bush si è assicurato la Florida, lo stato dei pensionati. Finché il partito democratico non riuscirà ad inserire un cuneo in questa alleanza non vincerà più. Kerry non era il candidato adatto per farlo: le sue credenziali come uomo di fede erano e sono inesistenti; ha votato sempre a favore delle cause più odiate dalla destra religiosa e il suo populismo economico ha irritato molti osservatori. (…) Ma al di là della strategia c’è un secondo fattore molto più fondamentale, filosofico appunto. Gli americani, soprattutto quelli che vivono lontano dalle coste, vedono l’intervento dello Stato in economia come un’intrusione da evitare. Il 60% degli americani pensa che i poveri possano uscire dalla povertà senza bisogno di aiuto dallo Stato, solo il 26% degli europei è d’accordo. La maggioranza (54%) degli americani pensa che chi è ricco lo è per i suoi meriti, il 70% degli europei pensa che i ricchi sono solo più fortunati. Indipendentemente da chi abbia ragione, questi dati riflettono una concezione della società molto diversa tra Europa e America. Kerry parlava come un politico europeo: spendere di più per il welfare, non toccare le pensioni, tassare molto di più i ricchi. Bush parlava di dar più potere al cittadino, ridargli il controllo dei suoi fondi pensione, di limitare il ruolo dello Stato nell’economia».

 

 

«Qualcosa di primaria importanza e di rilevanza globale è successa in America: è stato dimostrato che la democrazia può essere anche di destra –scrive in un suo editoriale IL RIFORMISTA del 4 novembre (Anche la democrazia può essere di destra, pag.2). Prosegue il quotidiano diretto da Antonio Polito: «Lo prova, tutto sommato, il riflesso condizionato che ieri la quasi totalità della stampa italiana (anche Il Riformista) e dei commentatori in tv hanno avuto di fronte alla notizia dell’altissima affluenza alle urne: se votano in tanti, vuol dire che Kerry è favorito: Così non era. E forse non doveva essere. Anche in Italia, del resto, quando votano in tanti è favorito il centrodestra (…). Dunque, se la democrazia è una buona parola, e con un ampliamento della democrazia vince la destra, ne consegue che la destra non può essere una cattiva parola. Vuol dire che fare una guerra, tagliare le tasse, sbandierare valori conservatori, non sono comportamenti antidemocratici che vengano perciò automaticamente puniti ogniqualvolta la platea elettorale si allarga e si fa più cosciente. Anche i poveri e i disoccupati, come ben sappiamo in Italia, possono votare per la destra in Ohio. E di riserve di astensionismo da richiamare all’impegno ce n’è forse più a destra che a sinistra».

 

«George W. Bush comincerà il suo secondo mandato alla Casa Bianca con una chiara vittoria elettorale alle spalle, ma con davanti a sé una agenda economica che metterà ancora alla prova la sua leadership –scrive IL SOLE 24 ORE del 4 novembre (Fisco e lavoro nell’agenda di Bush 2 , pag. 4). Scrive il quotidiano economico: «C’è la ricerca immediata di nuovi equilibri –tra riduzione delle tasse e disavanzo- e di nuovi stimoli, per creare posti di lavoro di qualità. E ci sono i desideri di lasciare durature eredità: la riforma della previdenza e le ipotesi di rivoluzionare il fisco. Crescita e occupazione saranno al centro delle iniziali preoccupazioni della, Casa Bianca. Bush deve fare i conti con una creazione di posti di lavoro rimasta anemica: oltre un milione nell’ultimo anno, ma un passivo di circa 800mila buste paga dal 2001. Con 200mila impieghi manifatturieri scomparsi in Ohio, altri 150mila in Pennsylvania. Con nuove buste paga finora insufficienti a tenere il passo con lo sviluppo demografico. Con un Paese diviso anche socialmente, davanti all’incremento delle sperequazioni fra i redditi. E con una crescita che, seppure solida al 3,7% nel terzo trimestre, delude. (…) Anche i deficit sono un capitolo scottante, per i rischi di instabilità finanziaria ed economica che possono comportare: il disavanzo federale si avvicina al 4% del Pil (413 miliardi di dollari nel 2004) e quello commerciale, stimato in oltre 600 miliardi, e avviato a superare il 5%. Sul bilancio pubblico il Presidente avrà più voce in capitolo, ma dovrà lavorare con il Congresso. L’obiettivo: non sacrificare i propri piani di riduzione delle tasse, mandati come necessari per l’espansione. Ma rispettare nuove esigenze di risanamento, dopo aver promesso di dimezzare il deficit pubblico. (…). Non mancano, infine, disegni più ambiziosi: la riforma delle pensioni pubbliche del Social security, dove Bush prospetta una parziale privatizzazione fondata su conti di investimento individuali verso i quali stornare parte dei contributi. E interventi sulla sanità: il Presidente ha varato rafforzamenti di Medicare per gli anziani, ma sono aumentati di 5 milioni gli americani senza assicurazione medica e i costi lievitano anche per le imprese».

 

 

Cambierà la squadra presidenziale? «La prima vittima è gia designata e il suo nome si conosce da tempo: il segretario di Stato Colin Powell –scrive su LA REPUBBLICA del 4 novembre Alberto Flores D’Arcais (Gli uomini nuovi di Bush, pag. 4) – Per sostituirlo il nome che circola con più insistenza è quello del consigliere per la sicurezza nazionale, Condoleeza Rice, anche se fra i diplomatici di Foggy Bottom ci sono molte resistenze verso quella che diventerebbe la prima donna afroamericana ad occupare la prestigiosa poltrona di ministro degli esteri dell’unica superpotenza mondiale. Al corpo diplomatico piace di più una figura come quella di John Danforth, rappresentante degli Usa all’Onu, mentre la candidatura (o autocandidatura) di Paul Bremer –ex proconsole in Iraq- è saltata quando un po’ inopinatamente si è messo a criticare la politica militare in Iraq nel fuoco della campagna militare. A sorpresa potrebbe uscire anche il nome di Paul Wolfowicz che in quanto leader dell’ala neocon all’interno dell’amministrazione è uscito dal martedì presidenziale decisamente rafforzato. Wolfowicz preferirebbe però la poltrona di Condoleeza Rice. Come consigliere per la sicurezza nazionale potrebbe indirizzare meglio la politica della Casa Bianca nella guerra al terrorismo e nella democratizzazione del Medio Oriente che è uno dei suoi cavalli di battaglia. Altro nome possibile è quello di Stephen Hadley –attuale vice della Rice- o di Lewis Libby il potente capo della staff del vicepresidente Cheney. Lotta aperta per il Pentagono. Chi aveva dato un po’ troppo rapidamente per spacciato Donald Rumsfeld inizia a ricredersi (…) Il suo antico sodalizio con Cheney e la sua abilità a muoversi all’interno delle faide della Casa Bianca lo potrebbero mettere al riparo. (…) Sul delicato dicastero della Homeland security si gioca la partita più grossa (…). Tom Ridge non sembra l’uomo più adatto a guidare quello che potrebbe diventare- soprattutto con la riforma dell’intelligence- il posto di maggior potere nell’organigramma della nuova amministrazione Usa. Al suo posto potrebbe andare il suo vice, Asa Hutchinson, oppure un grosso calibro come Rumsfeld o il generale Tommy Franks, che si è speso al massimo durante la campagna elettorale. Non dovrebbero invece cambiare i titolari della giustizia e del tesoro (…). Questioni aperte sono invece l’intelligence e la Corte Suprema».

 

«Bush non ha vinto. Ha stravinto. Ed ha stravinto per una legge morale americana, forte come tutte le leggi morali di quel popolo, di cui la maggior parte degli europei accecati dalla loro stessa volgarità, non vede che volgarità e appetiti materiali, restando del tutto cieca di fronte al fatto che l’elettorato americano è fra tutti quello più etico, più sentimentale, più patriottico e unito nei suoi valori –scrive Paolo Guzzanti su IL GIORNALE del 4 novembre (La grande lezione americana, pag.1) – La legge morale americana che in questo caso ha fatto premio su tutto è quella che ordina di stringersi intorno al comandante in capo quando la nazione è in guerra: mai e poi mai nei suoi oltre duecento anni di storia, la più antica democrazia repubblicana del mondo ha abbandonato il proprio presidente in guerra».

 

«George Bush non ha concesso nulla a quelle ragioni di quella metà del Paese che si oppone alla sua politica. Non ha ingentilito neppure il tono di qualcuna delle sue frasi. Non si è mai rivolto ai suoi oppositori, che statisticamente erano, e sono tuttora, la metà dell’America –scrive Furio Colombo su L’UNITA’ del 4 novembre (La strategia del capo, pag.1) –Si è rivolto sempre e costantemente ai suoi fedeli, ai suoi seguaci, ai suoi credenti. Ha esaltato la sua politica: supremazia, guerra preventiva, Iraq come capitolo di un lungo percorso di conflitti, America potente e solitaria che ha seguaci ma non alleati».

 

Giuseppe Leoni su LA PADANIA  del 4 novembre (Le elezioni negli Usa: quando vince la democrazia del territorio, pag.1) spiega: «Il verdetto di questo voto non è stato sul “Sì” o sul “No” alla guerra (Kerry infatti accusava Bush di non essere abbastanza duro sul terrorismo e annunciava più truppe in Iraq), bensì sulle scelte etiche che potevano compromettere i valori insopprimibili della società. In ben undici Stati si è votato in contemporanea un referendum sui matrimoni gay e in Arizona uno sui privilegi sugli immigrati clandestini».

 

L’analisi del voto americano fatta da Giuliano Ferrara parte da lontano. «Che cosa sono le culture wars, le guerre culturali? –si chiede su IL FOGLIO del 4 novembre (Perché le guerre culturali fanno bene alla società e alla politica, pag.2) – E’ importante saperlo per capire, nell’ordine: i quattro milioni di voti popolari in più conquistati da Bush, l’alta e appassionata partecipazione degli americani alle urne e, a ritroso, il consolidamento del partito repubblicano in America, la conquista del Congresso che fu sottratto dal ’94 all’egemonia storica dei democratici, la nascita di un establishment conservatore e neo conservatore serio e moderno, la reinvenzione della politica estera e della stessa identità americana a partire da Reagan fino all’America del dopo 11 settembre, guerra al terrorismo compresa (…). Senza la funzione di spinta dei social conservatives, cioè di un arcipelago di posizioni intensamente vissute da frazioni importanti della società americana sull’aborto, la bioetica, l’istruzione e la sua autonomia dallo Stato, la riduzione del peso fiscale e del dispotismo del settore pubblico sulle libertà individuali, la libertà di culto, la battaglia contro il conformismo culturale politicamente e ideologicamente corretto dei progressisti senza tutte queste spinte non avremmo avuto il successo di Reagan, non ci sarebbe stata la grande ondata che è passata indenne ed è anzi cresciuta anche attraverso gli otto anni di Buill Clinton, e Bush non avrebbe avuto gli strumenti concettuali e politici, e la forza materiale, per organizzare la vittoriosa offensiva americana contro il jjhadismo con la determinazione che la maggioranza degli americani gli ha appena riconosciuto». Conclude Ferrara: «L’America ha partorito un suo schema, intorno al suo modo di essere e allo specifico peso della famiglia, della religione e della geografia, della struttura demografica e della storia del Paese. Europa e Italia dovrebbero partorirne un altro, radicato nella loro storia e nella loro identità. Ma uno schema ci vuole».

 

 

Le elezioni americane, al di là della vittoria di Bush, sono importanti per un altro motivo. Lo spiega Marco Tarquinio su AVVENIRE  del 4 novembre (Un voto con implicazioni culturali, pag.1): «Le dimensioni del voto espresso dai cittadini degli Usa sono una buona notizia per il mondo, per tutto il mondo. Per chi si augurava la conferma alla presidenza del repubblicano George W. Bush. E per coloro che speravano, invece, nell’affermazione del democratico John Kerry. Nella più grande democrazia del nostro tempo- in questo tempo segnato dall’incubo del terrorismo e della guerra- milioni e milioni di cittadini si sono ancora una volta liberamente recati alle urne  liberamente hanno deciso. Si sono messi in coda come non mai e, con disciplina e passione, hanno detto la loro. Dimostrando che lo spettacolo sereno e coinvolgente di un grande popolo che vota può fare per la causa dell’esportazione della democrazia assai di più dei tentativi di impiantarla a forza (…) I cittadini degli States che sono andati in massa alle urne per votare il loro presidente e, in non pochi casi per importanti consultazioni referendarie hanno mostrato di essere preoccuparti per la tenuta di un sistema di valori in grado di dare prospettiva a una società complessa, comprensiva, aperta al futuro. Valori non transitori, insomma. E su tutti quello della libertà che si coniuga con la vita e con la famiglia. Sarebbe grave non vedere, non capire e costruire equivoci sulla “frontiera” che dall’America ci viene additata. Lo sarebbe ancor di più pensare che non ci riguardi e non interpelli l’anima e la cultura d’Europa».