LA FIRMA DEL NUOVO TRATTATO COSTITUZIONALE DI ROMA

 

«La Costituzione europea (…) comincia con queste parole: “Sua Maestà il Re dei belgi, il presidente della Repubblica Ceca, Sua Maestà la Regina di Danimarca…” e conclude il lungo elenco dei venticinque autori con “Sua Maestà la Regina del Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord”. La Costituzione statunitense, che fu firmata nella State House di Filadelfia nel maggio del 1787, comincia con queste parole:”We, the People of the United States”. Comincia così l’editoriale del 25 ottobre del quotidiano Il Riformista (Fra Buttiglione e la Costituzione, pag.1). Che prosegue: «Avete capito la differenza: la prima è un patto fra stati sovrani, la seconda è il patto di un popolo sovrano. La prima è octroyée, la seconda è established. La prima è un Trattato internazionale, la seconda è una Costituzione. Niente di male,anche se sarà bene ricordarcene, durante l’orgia di retorica che ci aspetta». Prosegue il parallelo: «Nel 1957, quando in Campidoglio si firmò l’atro Trattato di Roma, (…) il cemento ideale di quella Comunità era la fede cristiana, il senso di colpa per il totalitarismo nazista, il rifiuto del totalitarismo comunista appena visto all’opera in Ungheria (…). Il cancelliere tedesco era il democristiano Adenauer, non l’ateo Schroeder. Il presidente del consiglio italiano era l’austero Segni, non il gaudente Berlusconi. Il pensiero liberale, ancora sotto lo chok della terrificante sconfitta subita ad opera dei totalitarismi, si accucciava sotto le ali della grande tradizione cristiana e stringeva un patto con lei (…). Non a caso fu solo la fine dell’ultimo totalitarismo a ridestare il sogno di un’Europa liberale unita. La caduta del Muro produsse Maastricht e riaprì la via dell’”Unione sempre più stretta”. I valori liberali, la società di mercato, l’individualismo temperato, si sentirono finalmente in grado di riunificate davvero gli europei. Nessun nemico era più alle porte, il successo era a portata di mano. Poi arrivò l’11 settembre, il nuovo impero del Male, e per i liberali si riprodusse d’incanto l’incubo del nazismo e del comunismo. Persero la loro già fragile fiducia in se stessi. Si accorsero all’improvviso che i loro ideali, che credevano comuni e vincenti, non unificavano un bel niente. Perché gli inglesi andavano a morire in Iraq e gli spagnoli se ne ritiravano? Perché l’Olanda legiferava la dolce morte  e l’Italia vietava la ricerca scientifica di una dolce vita? Perché la Francia voleva tenere la Turchia fuori e Hamas dentro? Quali sono questi valori condivisi che unirebbero l’Europa, a parte il calcio e la tv?»

 

Entusiasta il presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, che ha rilasciato al direttore del quotidiano La Repubblica una lunga intervista uscita il 29 ottobre (“Si avvera il mio sogno europeo uniti grazie a valori condivisi”, pag.2). Con il nuovo trattato, sostiene il presidente Ciampi, «sul piano istituzionale si porta finalmente a termine una fase importante della costruzione europea, una costruzione che non è certo completata, e che deve andare avanti con coerenza e con impegno. (…) Per me è il coronamento di un sogno, in cui non ho mai smesso di credere anche contro l’evidenza, anche nei momenti in cui lo vedevo messo a rischio. E’ il sogno di una grande Europa unita non solo da interessi e convenienze, da accordi e da regole, ma finalmente da valori condivisi». La firma del trattato è importante perché «mai, neanche dopo la firma dei trattati di Roma del 1957 tanti popoli diversi si erano uniti in un vincolo così impegnativo. Ho sempre detto che la Costituzione mette i cittadini al centro della costruzione europea, migliora la governabilità e rende l’Unione soggetto di pieno diritto nella realtà internazionale. Come dice il preambolo “uniti nella diversità” l’Europa offre ai suoi popoli oggi le migliori possibilità di proseguire una grande avventura. Ecco, io crdo che questo gli italiani lo capiscano». Non è stato facile arrivare alla firma. Lo ricorda lo stesso capo dello Stato: «Non è stato un cammino facile, da quel punto di partenza del dicembre del 2001 a Laeken. Due anni e mezzo non solo di negoziati, ma anche di arretramenti, pause e passi avanti. Quando ho avuto timori, ho parlato pubblicamente, non mi sono mai arreso all’idea che la Costituzione restasse nel cassetto e che l’Europa rimanesse una sorta di grande incompiuta. (…) La Costituzione è un patto che unisce i nostri popoli in un vincolo di cittadinanza. Ecco che cosa significa la firma: regole certe, valori condivisi, cittadinanza comune».

 

Meno entusiasta si mostra il presidente del Senato, Marcello Pera, del quale il quotidiano Avvenire del 29 ottobre pubblica un intervento (Noi, figli di Tucidite. Ma anche della fede, pag.23). Sostiene il presidente Pera: «Tutti sanno che il Trattato costituzionale europeo ha un preambolo che comincia con una citazione di Tucidite, la quale dice che “la nostra Costituzione si chiama democrazia perché il potere non è nelle mani di pochi, ma dei più”. (…) Ciò che colpisce è che, con la citazione di Tucidite, si indichi uno soltanto dei nostri genitori, la Grecia. Certo, l’Europa è figlia della Grecia, come ci dice il nostro stesso linguaggio. “Democrazia” deriva da lì, e così “repubblica” che viene dalla polis, e “parlamento” o “assemblea” da boulé. Ma se ci fermiamo a questo punto, non facciamo giustizia a tutta la nostra eredità, perché, anche riguardo solo alle istituzioni, noi siamo figli di altre tradizioni. Ad esempio, come si può spiegare il diritto in Europa senza fare riferimento a Roma, il diritto romano, alle grandi codificazioni? Dunque, se vogliamo essere equi non soltanto con Tucidite,dobbiamo considerarci eredi della tradizione romana. Ma non basta ancora, evidentemente. Come si spiega l’origine di tanti valori, poi diventati principi e istituti, senza fare riferimento al comandamento di Mosè? (…) E poi c’è il Vangelo, la Buona Novella di Cristo, la predicazione degli apostoli, l’evangelizzazione e tutto il séguito della penetrazione cristiana in Europa».

 

Anche il ministro degli esteri vaticano, monsignor Giovanni Lajolo, in un’intervista a La Stampa del 29 ottobre (La nuova Europa nasce senz’anima, pag.8) rileva che «la menzione delle radici cristiane dell’Europa nel preambolo del Trattato costituzionale era vivamente desiderata da molti cittadini di questo Continente, cattolici, ortodossi ed evangelici».

**********************************************************************************************Critico anche Riccardo Pedrizzi, che su Il Tempo del 29 ottobre (La Carta senza cristianesimo, pag.2) rileva che «nella Costituzione europea vengono di fatto cancellati duemila anni di storia e di civiltà. Che è storia  cristiana. (…) Questa Europa fa una scelta di campo netta e precisa, perché rifiutando qualunque riferimento alla radice cattolica, sceglie consapevolmente di far respirare alla sua Costituzione lo spirito della Rivoluzione francese, il suo laicismo, il suo agnosticismo e il suo relativismo».

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Uno dei protagonisti nel redigere il nuovo Trattato europeo è stato Giuliano Amato, del quale l’Unità del 29 ottobre ha pubblicato un’intervista (Amato: è un ibrido, ma dico sì alla Costituzione, pag.7). Sulla travagliata vicenda di Buttiglione Amato afferma che si tratta di una crisi di crescita e quindi non è una buona scusa per rimettere in discussione l’utilità del nuovo Trattato. Sostiene Amato: «Il Trattato, pur con tutti i suoi difetti, merita di essere approvato anzitutto perché è comunque migliore dei Trattati precedenti con cui ci ritroveremmo. Ma soprattutto perché anche i no più nobili, espressi in nome di una Costituzione ipoteticamente migliore, finirebbero nello stesso calderone dei no intrisi da veleni antieuropei. (…) Questa Costituzione è quanto di più avanzato l’Europa abbia finora prodotto in termini di raccordo fra l’economia di mercato e le azioni volte a promuovere la lotta all’esclusione e l’affermazione dei diritti sociali. (…) Ed è in questa chiave che dobbiamo leggere una Costituzione che, per la prima volta, assieme ai tradizionali diritti civili, dà forza legale all’insieme dei diritti sociali».

 

Sulle innovazioni introdotte dal Trattato si sofferma Lamberto Dini in un articolo pubblicato da Europa del 29 ottobre (Le nuove strade aperte dalla Costituzione, pag.1). Le più importanti sono: «1) semplificazione, trasparenza e sussidiarietà; 2) cittadinanza europea; 3) istituzioni». Il primo punto si sostanzia con «la delimitazione chiara e comprensibile delle competenze dell’Unione (articolate in esclusive, concorrenti e complementari); la semplificazione degli strumenti giuridici con la definizione di una precisa gerarchia delle norme che riorganizzano il diritto comunitario secondo un sistema di fonti analogo a quello vigente negli stati nazionali; il riconoscimento delle leggi esplicito del primato delle leggi europee su quelle nazionali». Sulla cittadinanza europea «si definisce la base giuridica per il riconoscimento dell’eguaglianza dei diritti di tutti i cittadini e delle minoranze. A questo riguardo l’innovazione più importante è l’attribuzione di valore giuridico alla Carta dei diritti fondamentali che viene incorporata nella seconda parte della Costituzione».  Il settore istituzionale è contrassegnato da innovazioni significative come «l’entrata del Consiglio europeo nel novero delle istituzioni dell’Unione; l’elezione a maggioranza qualificata del suo presidente per un periodo di due anni e mezzo e la definizione accurata dei suoi poteri (..) La Costituzione lascia peraltro aperta la possibilità di una fusione delle cariche di presidente del Consiglio europeo e di presidente della Commissione. Per quanto riguarda il processo decisionale in Consiglio, si sostituisce il sistema dei voti ponderati negoziato politicamente a Nizza, con quello più democratico della doppia maggioranza proposta dalla Convenzione che entrerà in vigore dal novembre del 2009 e secondo il quale le decisioni richiederanno il voto favorevole del 55% del numero degli Stati membri rappresentanti almeno il 65% della popolazione dell’Unione». Anche sul piano giudiziario, «sotto la sfida del terrorismo internazionale, sempre più lucida e consapevole appare la scelta della Convenzione di superare la struttura a pilastri e dotare la cooperazione giudiziaria di strumenti efficaci ed efficienti come la possibilità di istituire una procura europea, la cui competenza non andava limitata solo agli interessi finanziari dell’Unione».

 

Con la firma del Trattato si abbandona la logica di Westfalia. E’ la tesi espressa da Andrea Manzella su La Repubblica del 29 ottobre (La Carta dei popoli, pag.1). Sostiene il costituzionalista: «Ma non nasce un super-Stato e neppure un’unione di Stati, secondo il modello federalista. Nasce una cosa più intensa: un’unione di Costituzioni. (…) Non è dunque quella che si firma una Costituzione “senza Stato”. E’, al contrario, una Costituzione “con molti Stati”. Non è una Costituzione “senza popolo”. E’ una Costituzione “con molti popoli”.

 

Opposto è invece il parere di Luca Zaia, espresso dalle pagine del quotidiano La Padania del 29 ottobre (Senza il popolo la Costituzione europea non ha senso, pag.2), per il quale il nuovo Trattato non gode di «legittimazione democratica. Il popolo infatti non è mai stato coinvolto, non si è mai espresso né ha dato alcun mandato specifico in tal senso». Perché il Trattato abbia legittimazione occorre coinvolgere i cittadini «almeno con un referendum».

 

«Ma i contestatori del Trattato vengono anche da altre sponde e sono animati da altre motivazioni –scrive Piero Ignazi sul Sole 24 Ore del 29 ottobre (Per i federalisti della prima ora è una delusione, pag.4)- Mentre i federalisti sono gli unici a puntare il dito verso lo scarso approfondimento, tutti gli altri indirizzano le loro critiche principalmente alla scarsa democraticità. Questa accusa è però declinata in maniera diversa a seconda che provenga dalla sinistra e dai partiti aderenti al gruppo liberale, o dalla destra populista e ani-europea». La sinistra «imputa la scarsa democraticità dell’Unione a un mancato accoglimento dei bisogni degli strati meno favoriti della società e a un’eccessiva concentrazione sugli interessi del capitale e del mercato (…). Diverso è l’atteggiamento dei partiti populisti della vecchia e della nuova Europa. In questo caso le critiche all’Europa fanno tutt’uno con un’ostilità rocciosa alla costruzione europea, e lo sbandieramento della scarsa democraticità costituisce il grimaldello retorico per far saltare tutto l’impianto comunitario».

 

Anche per questo, scrive Mario Sarcinelli su Il Sole 24 Ore del 29 ottobre (Il battesimo di un’Europa poco amata, pag.1), «il lavoro cui bisogna attendere con urgenza è quello di combattere la disaffezione verso l’Europa. (…) Bisogna dare uno scopo all’Unione che non può essere la sua costruzione per amore della costruzione: quest’ultima è un mezzo non un fine».