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Intervento del
Presidente Luca Cordero di Montezemolo
all' Assemblea
di Confindustria 2007
Roma,
24 Maggio 2007
Autorità,
Signore e Signori,
imprenditrici e imprenditori, protagonisti di tante
iniziative, di tante battaglie, di tante speranze; tenaci sostenitori
della libertà di intraprendere, veri costruttori di progresso e
benessere. A voi dico grazie per l’impegno straordinario di questi anni,
per quanto abbiamo fatto, per quanto stiamo facendo, per quanto faremo
insieme nei prossimi mesi.
Avevo detto, all’inizio
della mia
avventura in Confindustria, che “essere classe dirigente significa anche
restituire al Paese parte di ciò che si è ricevuto, per farlo crescere e
consentirgli di affrontare nuove sfide”. Noi lo abbiamo fatto e dobbiamo
esserne orgogliosi. Noi abbiamo rifiutato la logica del declino. Noi ci
siamo rimboccati le maniche, è a noi in primo luogo che si deve l’aver
fatto uscire il Paese dalle secche della crescita zero.
Il primo dovere che sento è dunque quello di ringraziare
tutti voi imprenditori italiani per quanto avete fatto. Lo avete fatto
per le vostre imprese, per voi stessi, per i vostri collaboratori e per
il vostro Paese.
E’ un risultato di cui dobbiamo essere fieri. Senza
alterigia, ma con la consapevolezza di aver saputo svolgere bene il
compito che ci siamo dati quando abbiamo scelto questo mestiere.
Dobbiamo rivendicare a viso aperto questa nostra capacità. Soprattutto
in un momento come questo, quando riemergono nel nostro Paese antichi e
mai sradicati pregiudizi nei confronti dell’impresa.
Quando figure di primissimo piano delle istituzioni si spingono a
dipingere come “impresentabile” il capitalismo italiano, senza che si
alzi una sola voce dal mondo della politica a smentire questa autentica
falsità.
E se non lo fanno loro, dobbiamo farlo noi. Qui e oggi. Magari prendendo
a prestito le parole di Winston Churchill, secondo il quale “l’idea del
comunismo è che fare profitti sia un vizio, ma io credo che il vero
vizio consista nel subire delle perdite”.
E’ caduto il muro di Berlino ma in Italia non è scomparsa la tentazione
di prendersela con l’impresa, alimentata da un clima di ostilità di
alcuni settori della politica.
Nel capitalismo italiano sta crescendo una nuova borghesia che ha
coscienza di sé, ma nella società sembra ancora prevalere una visione
vecchia dell’impresa, che non tiene conto dei mutamenti epocali che sono
avvenuti in questi anni.
Non si considera il fatto che solo mettendo le imprese in grado di
competere è possibile allargare la torta e quindi anche redistribuire.
Dobbiamo domandarci che valore è assegnato oggi in Italia
all’intraprendere. L’impresa è strumento di preparazione dei cittadini
italiani di domani, crea valore sociale oltre che economico. E’ il luogo
dove si affermano valori quali il merito, la cultura del rischio, la
concorrenza. L'imprenditore è oggi sempre più consapevole del proprio
ruolo sociale.
Non
possiamo accettare questa sorta di processo alle imprese che si registra
solo nel nostro Paese.
Come imprenditori e come associazione faremo sempre di più per
comunicare bene il nostro ruolo e perché l’immagine che il Paese ha
delle imprese sia più vicina al loro valore.
Ma questa idea che agli imprenditori sia già stato dato
chissà cosa e quindi gli altri vadano risarciti non sta né in cielo né
in terra. Nessuno parla di ricchezza prodotta, occupazione creata,
formazione fatta, redditi distribuiti, innovazione realizzata. Senza
contare il sempre più alto contributo in termini di imposte che le
aziende danno allo Stato e quindi alla collettività.
Serve un clima diverso: abbiamo bisogno di sentire più
tifo attorno a noi.
L’impresa - lo voglio dire forte - non è lo strumento con cui
l’imprenditore si arricchisce, è il tessuto vitale di una democrazia
economica moderna.
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La
ripresa dell’economia italiana viene tutta dalle imprese e dal mercato.
Ed è una ripresa selettiva frutto di un processo di ristrutturazione
profondo, inevitabile ma doloroso.
Qualcuno è rimasto sul campo, ma tanti altri sono tornati protagonisti
in Italia e sui mercati internazionali.
Nel
2006 gli investimenti delle imprese sono cresciuti del 2,3% e
l’industria italiana ha saputo spostare le proprie produzioni verso
l’alto di gamma e verso i nuovi mercati.
La
globalizzazione, che era considerata da più parti solo come una
minaccia, si è rivelata, come abbiamo sempre detto, anche una grande
opportunità. Approfittare delle opportunità ed affrontare i rischi fa
parte delle nostre regole del gioco.
Certo le regole devono essere rispettate da tutti. La contraffazione, la
violazione della proprietà intellettuale, il dumping vanno oltre i
normali rischi collegati ad una concorrenza leale. Contro questi
fenomeni chiediamo all’Italia e all’Unione Europea tolleranza zero.
C’è
ancora molto da fare per portare nel mondo il nostro Paese. Ma in questi
tre anni abbiamo in gran parte recuperato i ritardi anche grazie ad un
impegno straordinario di tutto il sistema associativo.
Penso alle oltre 5.000 imprese, per la stragrande maggioranza piccole e
medie, che hanno partecipato alle missioni di Confindustria in India,
Cina, Brasile, Turchia, Marocco, Tunisia, Emirati Arabi e tanti altri
paesi.
Dove abbiamo concentrato i nostri sforzi l’export italiano è cresciuto
più della media europea e in qualche caso più di Francia e Germania.
Abbiamo inaugurato un modo nuovo di andare sui mercati internazionali
presentandoci come un sistema compatto: governo, piccole, medie e grandi
imprese, banche, università, mettendo sempre al centro gli incontri
faccia a faccia tra piccoli imprenditori.
Questo è il gioco di squadra di cui ho spesso parlato e di cui il nostro
Paese ha grande bisogno.
Ho
vissuto personalmente questa nostra riscossa da prospettive diverse:
come rappresentante delle imprese italiane, come imprenditore e come
manager impegnato nel riuscito processo di rinascita del nostro più
grande gruppo industriale privato.
Il
sistema produttivo italiano vince quando è capace di innovare a 360°.
Quando mette al centro i propri collaboratori, i propri prodotti, i
propri clienti.
Anche sull’innovazione Confindustria ha sviluppato attività di
formazione in tutta Italia, coinvolgendo oltre 6.000 piccole e medie
imprese.
Dobbiamo continuare, investendo ancora di più in ricerca e sviluppo, in
nuovi software, riorganizzando la produzione e il marketing. Asset
immateriali sui quali si gioca la competizione globale, investimenti
importanti come quelli in capitale fisso, come del resto ci insegnano i
dati degli Stati Uniti.
Non
mi stancherò mai di ripeterlo: innovazione, innovazione, innovazione.
Molto resta da fare. Il sistema produttivo italiano ha soprattutto nella
dimensione e nella struttura finanziaria i suoi principali punti deboli.
Anche per questo siamo sempre più vicini alle PMI che si confrontano con
questi problemi, che pagano un prezzo più alto all’eccesso di burocrazia
e di pressione fiscale e che malgrado tutto ciò continuano ad essere -
con successo ed orgoglio - la spina dorsale del sistema produttivo
italiano.
E’
anche qui che deve giocare un ruolo fondamentale il sistema bancario che
raccoglie depositi da clienti italiani per oltre 700 miliardi di euro,
quasi la metà del Prodotto Interno Lordo e che rappresenta da solo oltre
il 30% della capitalizzazione di borsa.
In
questi ultimi anni le banche hanno ottenuto risultati straordinari per
livelli di redditività e sono cresciute soprattutto attraverso processi
di fusione in linea con il pensiero del Governatore Draghi. Guardiamo ad
esempio all’importante operazione conclusa in questi giorni tra due
grandi banche italiane. Se tutto questo fosse avvenuto in un altro paese
avremmo gridato al miracolo.
Ci
attendiamo che questo processo porti adesso servizi e costi più
concorrenziali per cittadini e imprese, e una maggiore presenza
internazionale in tanti paesi importanti dove sentiamo la mancanza di
banche italiane.
La
battaglia della concorrenza, insieme all’internazionalizzazione e
all’innovazione, è stata il principale riferimento ideale della
Confindustria di questi ultimi anni.
Abbiamo ottenuto dei risultati quando la concorrenza sembrava una
battaglia ormai abbandonata.
Dal
2004 abbiamo lanciato una campagna per la concorrenza come progetto
comune e trasversale a tutte le categorie e a tutti gli interessi.
Abbiamo imposto questi temi al centro del dibattito. Il Governo, con il
Ministro Bersani, ha avviato un processo, apprezzabile ma ancora
insufficiente, di liberalizzazioni.
Dobbiamo approfittare del clima favorevole che si è creato e imprimere,
cominciando dai provvedimenti che sono già in Parlamento, una forte
accelerazione in tanti settori ancora chiusi alla concorrenza: energia,
professioni, servizi pubblici locali, pubblica amministrazione.
Chi
ha fiducia nella capacità della sua impresa o del proprio paese non ha
paura della concorrenza.
Io credo profondamente nell’Italia e negli italiani. Nella nostra
società ci sono molte eccellenze, in tutti i campi, non certo solo tra
gli imprenditori.
Nelle istituzioni e nelle Forze Armate - a cominciare dai nostri
militari impegnati all’estero, a cui va il nostro grazie - nella scuola,
nella sanità, nelle professioni, nella cultura e nello sport ci sono
moltissimi talenti. Il nostro problema è come farli emergere perché
convivono con situazioni di degrado.
Un
solo modo ha funzionato in tutti i paesi: è il meccanismo della
concorrenza e del merito.
Noi
abbiamo definito la concorrenza un bene comune perché premia i migliori,
offre servizi più efficienti e meno costosi: questa è la strada maestra
per abbattere le disuguaglianze.
E
su questi temi ci meravigliano le posizioni di retroguardia di quelle
forze politiche e sindacali che dovrebbero farsi carico dei più deboli,
quelli che hanno maggiori difficoltà a pagare servizi costosi e poco
efficienti.
La
concorrenza è la via per generare un cambiamento dove tutti potranno
trovare le loro convenienze.
In
questi anni non abbiamo solo lavorato al nostro interno, ma come
associazione che rappresenta una componente importante della società
italiana, abbiamo fornito spunti, idee e progetti concreti per
affrontare le principali questioni, a cominciare da un grande lavoro su
scuola e università. Abbiamo sempre parlato prima come cittadini e poi
come imprenditori, pensando soprattutto alla crescita del nostro Paese.
Anche come associazione abbiamo guardato sempre più al mercato e al
merito. Abbiamo deciso di portare in borsa il Sole 24 Ore per reperire
risorse per la crescita; abbiamo avviato un grande piano di sviluppo
della LUISS e un progetto di modernizzazione del sistema Confindustria
con l’obiettivo di ridurre i costi e rappresentare sempre meglio gli
interessi di tutti gli associati.
Ma
non voglio riproporre qui l’attività di questi anni. La considero un
patrimonio comune acquisito.
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Oggi vogliamo andare oltre, proiettarci nel futuro e ragionare di come
potrebbe essere l’Italia nel 2015.
Un futuro vicino, che non può aspettare i tempi ed i rituali della
partitocrazia.
Non
possiamo più permetterci di non decidere, di perdere altro tempo. Non
vorrei che qualcuno pensasse che questa ripresa sia sufficiente. Non lo
è. E’ il prodotto degli sforzi isolati di milioni di italiani. Dimostra
che gli italiani sono capaci di reagire alle crisi e sanno sempre
trovare la via del rilancio e del riscatto.
Ma
la ripresa non è ancora consolidata, è fragile, e si spegnerà
rapidamente se saremo lasciati soli, se non saranno rimosse le tante,
tantissime anomalie che ci costringono a competere con un braccio legato
dietro la schiena.
E’
una ripresa di cui non ci possiamo accontentare. Nel primo trimestre del
2007 l’area dell’euro è cresciuta ad un tasso triplo rispetto a quello
italiano.
Abbiamo sempre sostenuto che il successo di un’azienda lo fa chi la
gestisce e chi ci lavora, non la politica.
La recessione passata era anche il frutto della nostra carenza di
competitività, così come l’attuale ripresa è il prodotto della nostra
capacità di cambiamento e di rinnovamento. Assunzione di responsabilità
ed orgoglio devono andare di pari passo.
Continueremo, con questa consapevolezza, sulla strada intrapresa:
innovando, internazionalizzandoci, aprendoci sempre più alla
concorrenza, investendo e rischiando.
Ma
quanto potrebbe essere maggiore la crescita se non dovessimo lottare
contemporaneamente su due fronti: all’esterno con concorrenti sempre più
agguerriti e all’interno con i deficit di sistema!
Davvero la politica italiana vuole rassegnarsi ad una crescita modesta?
Non lo credo. Penso che possiamo essere più ambiziosi.
Attraiamo un terzo degli investimenti internazionali che arrivano in
Francia e un ottavo di quelli del Regno Unito. Questo dimostra quanto
sia difficile fare l’imprenditore in Italia!
Creare un sistema paese in grado di attrarre è un lavoro molto più
serio, difficile e complesso che non quello di sponsorizzare cordate o
fondare l’ennesima società a controllo pubblico.
L’italianità delle imprese si difende assicurando un contesto in cui le
aziende possano crescere, non siano penalizzate dal punto di vista dei
contributi, del fisco, delle infrastrutture, dell’energia, degli
adempimenti burocratici rispetto a chi opera negli altri paesi.
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Nel
mondo di oggi la politica industriale consiste nel creare condizioni
favorevoli alla crescita e nel definire regole certe per l’esercizio
delle attività economiche, rafforzando il ruolo di autorità veramente
indipendenti.
Partiamo dal fisco. Paghiamo troppe tasse per alimentare la spesa
corrente e gli interessi sul debito, mentre i servizi sono spesso
insoddisfacenti e gli investimenti pubblici non arrivano ad un modesto
4% del PIL.
Non
abbiamo soldi da investire in infrastrutture, in ricerca, in education,
nei servizi pubblici essenziali. Mancano persino le risorse per
garantire adeguatamente la sicurezza delle persone, malgrado l’impegno
straordinario di Carabinieri, Polizia e Guardia di Finanza che meritano
tutta la nostra gratitudine. La sicurezza, questo si, è un problema che
tocca da vicino i cittadini!
Continuiamo a non tagliare sprechi e privilegi e così la pressione
fiscale continua a crescere. Con l’addizionale IRAP arriviamo
all’assurdo di togliere soldi alle imprese per premiare le regioni che
amministrano peggio!
Da
gennaio, quando in Germania entrerà in vigore la riforma che riduce di 9
punti l’aliquota fiscale sui profitti, le aziende italiane saranno le
più tassate d’Europa.
Guardo al Paese che vogliamo costruire da qui al 2015:
chi
produce, chi lavora, chi paga regolarmente le tasse non deve più essere
penalizzato. Non è accettabile una pressione fiscale così concentrata
sulla produzione, rispetto alle rendite e ai consumi.
In
questo modo si penalizza l’attività di chi fa impresa in Italia, a tutto
vantaggio di chi produce all’estero e vende sul nostro mercato: è questo
che vogliamo? È così che si pensa ai lavoratori e soprattutto alle
famiglie?
La
crescita deve essere la missione di tutti.
Per
questo abbiamo acceso un faro sulla competitività, sul costo del lavoro
e sul cuneo fiscale: questioni cruciali su cui abbiamo fatto passi in
avanti. Prima con la Finanziaria del 2006, che non a caso definimmo
“responsabile”. E poi quella del 2007, con il taglio del cuneo di cui è
giusto dare atto al Presidente Prodi che non lo ha mai messo in
discussione. Consideriamo un risultato importante aver ottenuto
finalmente una prima riduzione dell’IRAP, ma altri passi devono seguire.
Il
taglio del cuneo non finisce nelle tasche degli imprenditori, è un
vantaggio per tutta l’economia perché ci rende più competitivi.
Dobbiamo ridurre le imposte sulle imprese come hanno fatto in Germania,
Spagna, Regno Unito, Austria e Svezia, paesi con maggioranze politiche
diverse tra loro.
Dobbiamo allinearci all’aliquota media europea che è più bassa di ben 8
punti. Siamo disponibili a scambiare qualunque incentivo in cambio di
minore pressione fiscale sulle imprese e su questo vogliamo confrontarci
con il Governo prima della Finanziaria.
Per
ridurre stabilmente la pressione fiscale la strada è abbattere il debito
pubblico, tagliare la spesa improduttiva - su cui si è fatto ancora
pochissimo per non dire nulla - spingere la crescita dell’economia. E
poi, come ripetiamo da anni, far pagare le tasse a tutti .
Ora, su 40,6 milioni di contribuenti IRPEF, è inaccettabile che solo il
5% del totale dichiari un reddito complessivo superiore ai 40 mila euro
e solo lo 0,8% sopra i 100 mila euro. Sono dati obiettivamente
scandalosi in un paese civile!
Per
questo condividiamo una vera azione di contrasto all’evasione fiscale,
all’economia sommersa e al lavoro nero, ma vogliamo che sia condotta in
modo rigoroso. Si deve intervenire con determinazione soprattutto
laddove sappiamo si annidano l’evasione e l’illegalità. E dove fino ad
oggi si è fatto davvero troppo poco se il sommerso tocca il 30% del PIL.
Il
contrasto al sommerso è fondamentale anche per combattere gli infortuni
e soprattutto i morti sul lavoro. Questa è una battaglia che ci vede e
ci vedrà sempre a fianco dei lavoratori.
Focalizziamo i controlli in tutta quell’area di economia grigia o
sommersa, che spesso sfocia nella criminalità, dove si concentrano gli
abusi. E magari facciamo accompagnare gli ispettori del lavoro dalle
forze dell’ordine nelle situazioni più a rischio.
Non
possiamo nasconderci che troppo diffusa è l’illegalità nel nostro Paese
e questo rappresenta un vero freno allo sviluppo.
Penso in primo luogo al Mezzogiorno, di cui ci si ricorda solo durante
le campagne elettorali, e dove non può esserci rilancio senza un
ripristino della legalità.
Troppe imprese e troppi lavoratori sono costretti ad abbandonare il Sud
a causa del degrado, della violenza, delle mille grandi e piccole
illegalità spesso tollerate. Dov’è lo Stato?
Il
Sud è un interesse nazionale,
e serve un impegno straordinario di maggioranza e opposizione sul quale
possano ritrovarsi tutti gli attori pubblici e privati. Oggi questo
impegno comune non c’è. Può esistere per l’Italia un futuro di crescita
e di sviluppo che escluda metà del Paese? Nell’Italia del 2015 dovrà
esserci posto per un Mezzogiorno risanato. Così come dovrà esserci posto
per un turismo all’altezza delle nostre potenzialità.
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Con
l’obiettivo della crescita abbiamo proposto un patto per la produttività
che coinvolga sindacati e sistema finanziario. In Italia la produttività
per ora lavorata cresce meno di qualunque altro paese europeo, eccetto
il Portogallo. Il PIL pro capite italiano è sensibilmente più basso
della media dei paesi OCSE. Significa che nel confronto con gli altri
paesi industrializzati ci stiamo impoverendo.
Prima del 2015 dobbiamo aver risolto le questioni che incidono sulla
produttività del Paese. Innanzitutto l’efficienza della pubblica
amministrazione, che deve aprirsi alla concorrenza e al merito,
premiando e pagando meglio chi lavora e chi è capace, ma facendo a meno
dei cosiddetti fannulloni. Poi la dotazione infrastrutturale, la ridotta
dimensione delle imprese, la capacità del sistema bancario di finanziare
il rischio d’impresa, la qualità dei centri di produzione e trasmissione
della conoscenza e gli investimenti in ricerca.
Ma
la produttività è una vera emergenza nel mondo del lavoro e non sembra
che ci sia consapevolezza di ciò.
Ci
sono cose che si devono fare subito: ampliare gli spazi di flessibilità,
ridurre il costo contributivo e fiscale degli straordinari, incentivare
la contrattazione di secondo livello, legando gli aumenti salariali ai
risultati aziendali e alla produttività. Ciò vale per il settore privato
e, a maggior ragione, per il settore pubblico.
Questi non sono strumenti per far arretrare il lavoro. Al contrario,
sono strumenti per pagare di più e meglio i lavoratori e per rendere le
imprese italiane più competitive.
Eppure sono proposte ancora impopolari in qualche settore del sindacato
e francamente non capiamo perché. Certamente non abbiamo l’impressione
che siano impopolari tra i lavoratori, che dovrebbero poter beneficiare
dei risultati raggiunti dalle imprese anche grazie ai loro sforzi e alle
loro capacità.
E’
questo un tipico esempio di cosa vuol dire essere europei non solo a
parole. Noi imprenditori italiani non chiediamo trattamenti particolari
o invenzioni stravaganti. Vogliamo seguire l’Europa.
Penso ai contratti a termine, al lavoro interinale, agli orari di
lavoro. Germania, Spagna, Gran Bretagna si sono mosse da tempo verso una
maggiore e migliore efficienza.
Le
prime indicazioni della nuova presidenza francese vanno nella stessa
direzione, e l’Austria ha recepito nella legislazione accordi tra le
parti che consentono orari fino a 60 ore settimanali.
E’
arrivato il momento di cambiare alcune regole del gioco nell’interesse
delle imprese e dei lavoratori, per restituire alle relazioni
industriali un ruolo vero nel governo dell’economia.
Possiamo farlo ora che siamo in fase di ripresa e possiamo farlo di
comune accordo con il sindacato, se si vuole evitare che ognuno trovi
scorciatoie che non ci piacciono.
Serve uno scatto in avanti, servono riforme innovative per non perdere
terreno ed essere ricacciati indietro. L’Europa deve rappresentare
ancora una volta il nostro punto di riferimento, anche nel dibattito
sulle pensioni.
Siamo il paese del vecchio continente con l’età media più alta e con
l’età di pensionamento più bassa. In tutti i grandi paesi europei si va
in pensione ormai a 65 anni e c’è chi - come la Germania - ha già
fissato un obiettivo più ambizioso. Non si tratta nemmeno di fare
riforme difficili, ma solo di applicare le leggi esistenti, a partire
dalla legge Dini, che è stata approvata con le firme di tutti i
sindacati, e dalla riforma Maroni.
E
pensare che l’adeguamento del nostro sistema pensionistico è necessario
perché i lavoratori possano avere in tarda età una pensione più
consistente. O davvero si pensa che i giovani di domani siano disposti a
pagare una pensione per ogni salario? Perché questo avverrà, se
non interveniamo oggi.
Non
si tratta nemmeno di ridurre la spesa sociale, perché in Italia all’alta
spesa per pensioni corrisponde una spesa insufficiente per gli aiuti a
chi si trova in situazioni di forte disagio. Noi abbiamo bisogno di
ammortizzatori sociali moderni, a tutela degli stessi lavoratori. Così
potremo ampliare gli spazi di flessibilità contrattata. In questo campo
gli altri corrono veloci e per noi non è sufficiente restare fermi e
difendere l’esistente. La legge Biagi va completata, non certo ridotta.
Su
questi temi vorremmo confrontarci con un sindacato che guardi un po’
meno al passato e un po’ più al futuro, e a quello che succede nel
mondo. Un sindacato che vuole essere classe dirigente non dice sempre di
no, e sa valutare i veri interessi dei lavoratori di oggi e di domani.
L’Europa deve essere il punto di riferimento anche per l’energia e le
politiche ambientali, due questioni che impattano sempre di più sui
costi delle imprese.
Confindustria ha dedicato a energia ed ambiente grande attenzione e
molto lavoro. Risultati anche importanti non sono mancati. Ma dobbiamo
uscire da una logica punitiva e fare della politica ambientale una
politica per l’innovazione, la crescita e la competitività. Con
un’impostazione che non ci penalizzi verso i concorrenti europei e non
scarichi tutti i costi solo sulle imprese, come sta purtroppo avvenendo.
Non
voglio qui ritornare su tutti i problemi con cui noi cittadini ci
confrontiamo ogni giorno. Infrastrutture insufficienti: a cominciare
dalla rete idrica e dai trasporti, compresa la TAV. E poi: costo della
logistica, lentezza del sistema giudiziario, burocrazia asfissiante,
scarsi investimenti in education e ricerca. Temi su cui siamo
intervenuti in questi tre anni con proposte e progetti. E con lo stesso
spirito costruttivo continueremo a lavorare.
Le
soluzioni sono note e a parole tutti avvertono l’esigenza delle riforme.
Nei fatti però nessuna forza politica di governo e di opposizione sembra
voler affrontare davvero i nodi che bloccano la crescita economica e
sociale del Paese.
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Una
parte importante della classe politica italiana teme il cambiamento
perché pensa che questo alienerà i voti di quanti dovranno rinunciare a
vecchie sicurezze, a rendite o privilegi grandi e piccoli che si sono
accumulati nel tempo. Così si tende sempre a galleggiare in attesa della
consultazione elettorale successiva.
In
entrambi gli schieramenti sembra mancare la forza per dar vita ad un
grande progetto paese che sappia coinvolgere gli italiani e i cui
risultati non si vedranno in tempi brevi.
E’ un compito che certamente spetta soprattutto a chi governa, senza
alibi o giustificazioni: compresa la necessità, che condividiamo, di
migliorare la produttività dei lavori parlamentari. Ma ci aspettiamo
anche un’opposizione che esprima un progetto politico e culturale più
che propaganda e denuncia.
Fare oggi scelte coraggiose, i cui risultati si vedranno fra otto o
dieci anni, significa avere senso dello Stato.
La
concorrenza in politica è altrettanto importante che in economia.
E in politica la concorrenza significa sistema elettorale.
Non
sta a noi indicare quale sistema rappresenti la scelta migliore per il
Paese. Da cittadini diciamo che occorre fare presto e che serve un
sistema che consenta ai migliori di emergere e di governare, e dia agli
elettori la possibilità di scegliere senza liste prefabbricate.
Evitiamo poi di varare l’ennesima riforma concepita più per penalizzare
l’altra parte politica che per il bene del Paese. Un approccio che,
oltre ad essere sbagliato per i cittadini, ha dimostrato di non
funzionare anche per la parte politica che lo propone.
La
riforma del sistema elettorale da sola non basta. Occorre accelerare
sulle riforme istituzionali, affrontando i problemi di fondo dello
Stato. A partire dall’aggiornamento della Carta Costituzionale, che
mostra i segni del tempo e in molti casi non permette al Paese di
adeguarsi alla modernità.
Occorre integrare la Costituzione, rafforzare il Governo, completare il
federalismo.
Ci
piacerebbe vedere una Carta Costituzionale che faccia propri i principi
di economia di mercato e libera concorrenza, che sono oggi valori
europei. Ripartiamo da quanto, senza essere ascoltato, Luigi Einaudi
propose alla Costituente: “La legge non deve essa stessa istituire
monopoli”.
Per
rafforzare il Governo, occorre estendere le prerogative del Presidente
del Consiglio, dandogli un vero potere di nomina e revoca dei ministri.
Aumentare i poteri del premier sull’esecutivo riduce l’immobilismo
politico.
Bisogna poi accorciare i tempi infiniti dell’azione legislativa,
separando le competenze di Camera e Senato ed evitando quell’avanti e
indietro di provvedimenti che è un fenomeno tutto italiano.
Infine è indispensabile rimettere mano al nostro federalismo incompiuto.
Occorre redistribuire competenze, risorse e funzioni tra centro e
periferia perché questo federalismo, come temevamo, sta solo generando
moltiplicazioni di spesa e di centri decisionali. Una
realizzazione corretta dell’attuale Titolo V richiederebbe una forte
riduzione degli apparati statali.
Siamo da troppo tempo a metà del guado. Dobbiamo scegliere quale strada
vogliamo prendere, avendo chiaro un solo vincolo: gli imprenditori
italiani non sono disposti a pagare un euro in più di tasse!
Abbiamo bisogno di più trasparenza, di responsabilità chiare. A questo
deve servire il federalismo fiscale: responsabilizzare regioni e comuni
finanziando i servizi con imposte locali. Pensiamo che ciò possa
ingenerare comportamenti virtuosi, perché è comunque sempre più
difficile tassare i propri cittadini elettori che spendere i soldi di
qualcun altro.
Occorre un vero “patto di stabilità” fra Stato e regioni
sul modello di quello esistente tra l’Europa e gli stati membri. Il
federalismo fiscale introdurrà la concorrenza fra regioni e le imprese
potranno scegliere dove operare in funzione delle imposte e della
qualità dei servizi.
Sulla semplificazione istituzionale vorremmo qualche segnale preciso e
semplice, per evitare la spiacevole sensazione che non accade mai nulla.
Facciamo, ad esempio, una specie di business plan per l’abolizione delle
province.
Cominciamo finalmente a bloccare qualunque richiesta di istituirne di
nuove e variamo un progetto condiviso per cancellare quelle esistenti
entro qualche anno. Risparmieremmo molto denaro pubblico, semplificando
la vita a cittadini e imprese.
Nello stesso tempo potremmo stabilire che non si possono accettare
comunità montane a pochi metri di altezza sul livello del mare. Parlo,
per capirci, dell’altezza di un condominio.
Pensiamo a rimettere a posto un’auto vecchia e pesante, altrimenti
neanche il miglior pilota del mondo sarà in grado di portarla alla
vittoria. La riforma delle istituzioni, della macchina amministrativa e
della politica viene prima di tutto. L’Italia non può continuare ad
essere il paese dei veti – dai rifiuti alla TAV, dai rigassificatori
alle autostrade – ma deve diventare il paese delle decisioni!
La
politica è la prima azienda italiana con quasi 180 mila eletti.
Il costo della rappresentanza politica nel suo complesso in Italia è
pari a quello di Francia, Germania, Regno Unito e Spagna messi insieme.
Il solo sistema dei partiti costa al contribuente 200 milioni di euro
l’anno, contro i 73 milioni della Francia. E mi riferisco solo ai
contributi diretti. Stime recenti parlano di un costo complessivo della
politica vicino ai 4 miliardi di euro. In quale altro paese i partiti
politici sono così “pesanti” e così numerosi?
Attenzione, qui non voglio fare alcuna generica accusa contro la
politica e il professionismo politico. La garanzia di un compenso per
svolgere attività politica è stata una conquista democratica e come tale
va rispettata e difesa. Ma un conto è rispettare la politica e i suoi
costi, altro è far finta di niente rispetto alla duplicazione delle
strutture, degli incarichi, delle prebende in carico alla collettività,
a tutta una serie di privilegi che molti politici si autoassegnano.
Tutto questo fa emergere un drammatico problema di rapporto tra costi e
risultati. Non ci spaventa dover sopportare il costo anche alto di
qualcosa che funziona bene, ci imbarazza il costo altissimo di un
sistema che ha perso efficacia e stenta a produrre risultati. E ormai
non siamo più soli nella denuncia, si comincia finalmente a parlarne
anche fra i rappresentanti della politica italiana.
Certo, quelli che dovrebbero modificare questa situazione sono anche
coloro che ne sono i primi beneficiari. Ma questo non ci esime dal
ricordare a tutti che la coerenza dei comportamenti rappresenta la prima
legittimazione morale di una classe dirigente.
Occorre ritrovare il coraggio e la lungimiranza di scelte impegnative e
di grandi sfide come fu la decisione per l’euro.
Se
non si interviene, il rischio è l’ordinaria amministrazione e che si
affermi un’idea del “paese fai da te”, dove ognuno pensa che è meglio
uno Stato assente rispetto ad uno Stato considerato invadente.
E’
un rischio che dobbiamo fronteggiare e respingere, perché non esiste
futuro che sia basato solo sulla capacità dei singoli di gettare il
cuore oltre l’ostacolo.
Non
basta la buona volontà dei molti, moltissimi, che non si risparmiano sul
proprio posto di lavoro. Occorre che ognuno faccia la sua parte, a
partire dalla politica, dalle istituzioni, dal settore pubblico nel suo
complesso.
Non
possiamo andare avanti con un Paese dove la metà è ai remi e spinge in
avanti la barca e un’altra metà è a poppa, a godersi il sole o a
litigare.
Noi
vogliamo un’Italia diversa, un Paese in grado di incoraggiare chi vuole
crescere.
Questo richiede di rompere grandi protezioni e piccole caste. Il 30%
degli italiani non riesce a cambiare la propria condizione sociale in
tutto l’arco della vita: troppo spesso chi nasce povero rimane povero.
La situazione delle donne poi è ancora peggiore. Il tasso di occupazione
femminile è molto inferiore alla media europea, anche a causa di servizi
pubblici scadenti. Ciò pesa negativamente sulla produttività e sulla
difficoltà di molte famiglie a far quadrare i propri bilanci.
In
Germania, Angela Merkel ha annunciato un piano per triplicare i posti
negli asili nido entro il 2013. Queste sono sfide qualificanti per una
vera politica della famiglia, che rappresenta il perno della nostra
società! Quanti asili nido potremmo costruire se non dovessimo pagare lo
stipendio di diciottomila consiglieri di amministrazione di società e
enti pubblici?
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La
gente sogna di vivere in un paese migliore, più prospero, più giusto e
più funzionante, proiettato nel futuro, ma ha paura del cambiamento e
non sa neanche bene come chiamare questo sogno.
La
parola evocativa di questo sogno è “merito”, nel senso di premiare chi
merita. Attraverso il merito è possibile ristabilire il nesso, oggi
perduto, fra ciò che un individuo vale e fa e quello che riceve in
cambio. Questa è la strada maestra che conduce ad una società più
giusta.
Troppo spesso in Italia si è parlato di competizione e meritocrazia con
toni ideologici, che hanno finito per imprimere una curvatura minacciosa
alla giusta rivendicazione del riconoscimento del merito.
Ed
invece il riconoscimento del merito è la via attraverso la quale i
migliori consentiranno al Paese di accelerare la crescita, trascinando
anche coloro che non riuscissero ad emergere. È più sociale premiare il
merito che portare tutti alla velocità del più lento.
La
meritocrazia è lo strumento più potente a disposizione di ognuno per
avanzare con la forza del proprio talento. E’ dunque uno strumento di
maggiore giustizia sociale contro i privilegi corporativi.
La
meritocrazia deve aiutarci a rendere più efficienti i servizi pubblici.
Abbiamo bisogno di ospedali pensati in funzione degli ammalati, di una
pubblica amministrazione che semplifichi la vita dei cittadini e di una
scuola organizzata per chi deve studiare.
Una
scuola e un’università che trasmettano la cultura dell’innovazione e il
gusto di intraprendere. Dobbiamo avvicinare reciprocamente la scuola e
l’impresa, colmando il divario tra ciò che si insegna e ciò che serve
nel mondo del lavoro.
Ci
troviamo di fronte a tre emergenze: i ragazzi non si iscrivono più agli
istituti tecnici, i giovani che scelgono le lauree scientifiche sono la
metà rispetto ai grandi paesi europei e i dirigenti scolastici non
possono scegliere i docenti.
In
particolare, gli istituti tecnici insieme all’apprendistato devono
contribuire a diffondere la figura di un operaio sempre più moderno,
libero dalla fatica fisica, parte attiva del processo innovativo delle
aziende. Sicurezza, conoscenza e salario equo sono pilastri sui quali
costruire un nuovo modello d’impresa che si va affermando in tutto il
mondo e che pone le basi per un rinnovato orgoglio professionale dei
lavoratori dell’industria.
Le
università sono il luogo dove crescono gli innovatori del futuro: le
idee e le conoscenze rappresentano le vere risorse, di cui siamo scarsi,
per l'avvento di una società aperta e mobile.
E’
con questa cultura, con una vera ansia di cambiamento, che si
costruiscono percorsi di sviluppo e benessere. Lo ha fatto il Regno
Unito, lo sta facendo la Germania, comincia a muoversi la Francia.
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Da
quindici anni l’Italia è prigioniera di una transizione che non accenna
a finire. E dai primi anni Novanta si dibatte alla ricerca di una via
d’uscita dalla crisi politica nella quale è precipitata.
La
sensazione di sconfitta, l’atmosfera di “reducismo”, si coglie
chiaramente guardando ai dibattiti che appassionano il mondo politico
italiano.
Quante volte abbiamo visto i protagonisti della politica accapigliarsi
sui fantasmi di un tempo ormai lontano? Quasi che l’Italia fosse
condannata a vivere eternamente nelle diatribe di un passato che non
passa, e di un presente scandito da troppi anniversari.
Come se questo Paese non riuscisse a sintonizzarsi una volta per tutte
sugli scenari futuri, sui giovani, sulle questioni totalmente nuove su
cui s’interrogano e decidono i grandi paesi.
Guardiamo ad esempio all’antica divisione tra destra e sinistra. Siamo
davvero sicuri che i confini tra i due campi corrano lungo le linee
tradizionali con le quali in Italia ci ostiniamo a rappresentarle? Io
sono convinto che il confine passi ora lungo crinali molto diversi dal
passato, seguendo linee spesso trasversali rispetto agli schieramenti
politici.
Battersi per nuove infrastrutture o per più liberalizzazioni è di destra
o di sinistra? Una scuola efficiente e basata sul merito è di destra o
di sinistra? Sconfiggere la criminalità, se necessario anche con leggi
speciali, è di destra o di sinistra? Permettere a chi merita di emergere
nella società è di destra o di sinistra?
Sappiamo bene come in entrambi i campi della politica italiana vi siano
sostenitori e avversari del cambiamento e della cultura di mercato.
Sono divisioni nuove e trasversali rispetto ai tradizionali confini
delle famiglie politiche italiane. Abbiamo bisogno di una politica forte
nelle idee e capace di visione per il nostro futuro.
La
politica è forte solo quando sono forti le sue idee, le soluzioni che
propone, gli scenari che offre al Paese e sui quali mobilita le
passioni.
L’attuale debolezza della politica e la litigiosità dei partiti
comportano seri rischi. Perché l’Italia è un paese che ha
tradizionalmente covato diffidenza verso le istituzioni e la politica, e
dove il cinismo rischia sempre di trasformarsi in un segno distintivo
del nostro spirito pubblico. Se la nostalgia non è una soluzione, tanto
meno può esserlo il cinismo dell’antipolitica.
Quando la politica s’indebolisce si rafforza il lato puramente
amministrativo della gestione della cosa pubblica, a tutti i livelli
della nostra vita sociale ed economica.
Lo
vediamo bene. In tempi di politica debole, prevale l’occupazione della
società da parte dei partiti e la statalizzazione avanza senza controllo
attraverso canali subdoli e non dichiarati.
Lo
vediamo a livello nazionale, con il ritorno di un neointerventismo
pubblico che nasconde la convinzione che il peggiore gestore pubblico
sia preferibile al migliore imprenditore privato.
Lo
vediamo sul territorio, dove abbiamo assistito ad una assoluta concordia
bipartisan sull’uso privato delle risorse pubbliche.
Occorre bonificare la crescente foresta di società pubbliche o
semipubbliche generate dagli amministratori locali per creare poltrone e
gestire affari.
In
questo scenario, avevamo salutato con vero interesse il disegno di legge
del ministro Lanzillotta sui servizi pubblici locali, perché poteva
intaccare quel neostatalismo municipale che abbiamo per primi denunciato
molto tempo fa. Il compromesso che è stato raggiunto rischia di essere
insufficiente e non capiamo perché sia stata accettata una revisione al
ribasso.
Bisogna procedere con più determinazione e più in fretta.
Serve una forte assunzione di responsabilità politica. Si tratta di una
questione centrale per affrontare la modernizzazione del Paese. E
auspichiamo un vero impegno da parte di tutti coloro che si definiscono
riformisti nella maggioranza e nell’opposizione.
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L’Italia é un paese che condivide valori e convinzioni ben più avanzate
di quanto non emerga da contrapposizioni ormai antiche.
Il
nostro Paese ha già metabolizzato posizioni su cui la politica continua
a dividersi.
Siamo davvero sicuri, ad esempio, che l’Italia, quella vera, sia divisa
sul proprio ruolo nel mondo? Siamo davvero sicuri che la stragrande
maggioranza di questo Paese non abbia già pienamente interiorizzato
l’appartenenza all’occidente, la propria identità di europei, la
naturale vicinanza agli Stati Uniti?
Anche su questo credo che l’Italia reale sia migliore di quanto non
pensi una parte della politica. Sono convinto che gli italiani sappiano
già dov’è la verità, anche in campo internazionale, e siano disponibili
ad assumersi le proprie responsabilità nelle alleanze di cui fanno
parte.
Oppure, pensiamo al dibattito infinito sugli anni di piombo e sul
terrorismo, un tema che più di ogni altro esigerebbe misura e pudore per
evitare di offendere la memoria di chi ha perso la vita e di chi ancora
soffre per la perdita dei propri famigliari.
Ma
vi pare possibile che ex-terroristi di destra e di sinistra, pentiti e
non pentiti, compaiano regolarmente sui giornali, in televisione, nei
dibattiti, spesso nella veste di poco credibili educatori, pensatori,
opinionisti? Registriamo un imbarazzante fenomeno di rimozione, se non
peggio, di quella tragica epoca e delle sue vittime.
Il
nostro Paese potrà giocare un ruolo di primo piano nel mondo solo se
tornerà a sentirsi una comunità nazionale.
Una
comunità che torna a condividere un’etica e non solo uno spazio
geografico. La transizione infinita, la politica debole, l’allentarsi
dei vincoli istituzionali hanno provocato conseguenze molto pesanti
anche sul piano etico e morale.
Una
comunità può accettare il cambiamento quando è consapevole di se stessa,
quando riesce a definire le relazioni non solo tra i singoli individui
ma soprattutto tra gli individui e la società.
Nessuno di noi può farsi valere in completa solitudine. E la libertà di
ciascuno di noi, compresa quella di affermarsi con il proprio lavoro, ha
un significato solo se viene garantita a tutti, in un contesto per
l’appunto sociale e comunitario. La libertà al singolare esiste soltanto
nelle libertà al plurale.
Dobbiamo avere il coraggio di tornare a parlare anche di doveri e
responsabilità. Perché non possiamo sopravvivere in una sorta di vuoto
morale, incapaci di comprendere e di insegnare ai nostri figli il valore
di ciò che è giusto e di ciò che è sbagliato.
Dobbiamo ritrovare il senso della nostra appartenenza civile ad una
comunità di donne e uomini liberi. Non una comunità etnica, non una
comunità di sangue, ma una grande nazione aperta come riesce ad essere
l’Italia.
Una
nazione che riconosce negli immigrati una risorsa civile ed economica,
ma che dagli immigrati deve saper pretendere lo stesso rispetto delle
regole che chiede a tutti i suoi cittadini. Responsabilità in cambio di
diritti, sicurezza in cambio di accoglienza. E il coraggio civile di
chiamare le cose con il loro nome: siamo gli unici in Europa a
consentire nelle nostre città il vergognoso sfruttamento di minori
costretti all’accattonaggio da adulti senza scrupoli.
° ° °
Signore e Signori,
abbiamo il dovere di costruire oggi l’Italia di domani. Di un domani che
non dobbiamo spostare all’infinito, tra mezzo secolo. Ma nel 2015, tra
meno di dieci anni. Quando si vedranno i risultati delle scelte e delle
non scelte di oggi. Vogliamo un Paese capace di ritrovarsi attorno al
senso di una missione condivisa.
Non
dobbiamo avere paura e non dobbiamo più giocare sulla paura della gente.
Le riforme necessarie non sono a danno di qualcuno, ma a beneficio di
tutti. Dobbiamo ricostruire, tutti insieme, un clima di fiducia nel
futuro. Non dobbiamo temere di essere coraggiosi e responsabili,
pragmatici e visionari.
L’Italia non è priva di risorse e gli italiani lo hanno dimostrato
rovesciando le logiche del declino in questi anni. Ho percorso in lungo
ed in largo questo Paese ed ovunque ho trovato una voglia di riscatto,
una capacità di intraprendere. Ho visto cittadini ed amministratori
capaci di visione e pronti ad assumersi le responsabilità del
cambiamento. Su di essi dobbiamo fondare il nostro futuro. E’ ad essi
che si rivolgono i nostri cuori e le nostre aspettative.
E’
forte nell’opinione pubblica l’esigenza di un cambiamento che faccia
sentire protagonista l’Italia reale. Una società civile ricca di talenti
e le stanze della politica non possono continuare ad essere così
distanti!
Serve capacità di leadership,
perché mai come oggi la qualità di una classe dirigente si misura sulla
sua capacità di governare il cambiamento. Ognuno deve fare bene il
proprio mestiere ed essere giudicato non solo per quello che fa ma per
come lo fa.
Noi
imprenditori, che viviamo nei mercati, lo sappiamo bene, perché è stata
questa la chiave della nuova vitalità delle nostre imprese.
Capacità di leadership vuol dire soprattutto riconoscere che la cultura
del rischio è un valore.
Un
grande leader europeo, Tony Blair, ha detto “la politica è l’arte del
possibile, ma ogni tanto nella vita bisogna dare una chance
all’impossibile”.
Cambiare l’Italia, modernizzarla, ridarle vitalità e gusto per la
competizione è una missione difficile e rischiosa. Potrebbe apparire
persino impossibile. Ma è una sfida che come classe dirigente dobbiamo
affrontare insieme, se vogliamo costruire per l’Italia un futuro
all’altezza delle sue risorse, dei suoi talenti, delle sue ambizioni.
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