CONFINDUSTRIAAssemblea 2010

.Relazione della Presidente

Emma Marcegaglia

Assemblea 2010

Roma, 27 maggio

..................................

Signor Presidente, signori Ministri, Autorità, cari amici

Confindustria compie cento anni.

È un compleanno importante e solenne che avviene in un momento

storico molto critico.

L’Italia appare più esposta a subirne i contraccolpi negativi, meno

pronta a coglierne tutte le potenzialità.

In questo scenario diventa ancora più urgente tornare a crescere.

Nel mondo, la grande recessione è terminata.

Ma le sue conseguenze sono ancora ben presenti.

L’incremento ingente dei debiti pubblici, l’enorme capacità produttiva

inutilizzata e l’elevata disoccupazione gettano lunghe ombre sulla

solidità della ripresa.

In Europa, un nuovo temibile capitolo della crisi si è aperto negli ultimi

tre mesi.

Sono minacciati l’euro e la tenuta stessa dell’Unione Europea.

Unione che nasce nel secondo dopoguerra come progetto di una

generazione di statisti lungimiranti per scambiare meno sovranità

nazionale con più crescita e pace duratura, grazie all’integrazione.

Per l’Italia, il centocinquantesimo anniversario dell’Unità nazionale

deve essere di sprone per affrontare l’uscita dalla crisi e i nodi irrisolti

della bassa crescita e le nuove tensioni europee.

L’elettorato, alle recenti consultazioni regionali, si è espresso per la

conferma di un quadro di governabilità che deve indurre a realizzare

interventi forti e incisivi.

La manovra varata dal Governo contiene misure che Confindustria

chiede da tempo. Perciò diamo pieno sostegno alla linea di rigore del

Ministro dell’Economia e approvata martedì dall’Esecutivo.

Mancano, però, interventi strutturali per incidere sui meccanismi di

formazione della spesa pubblica

Servono riforme per rilanciare lo sviluppo.

Per Confindustria, il centesimo anniversario della fondazione rafforza

il richiamo agli interessi del Paese, impone a tutti noi di avanzare

proposte adeguate ad affrontare le grandi difficoltà del momento.

Con senso di responsabilità e con franchezza assoluta.

Confindustria nella sua storia si è contraddistinta non solo per la difesa

irriducibile delle ragioni delle imprese.

Ma anche per la capacità di offrire al Paese una visione lunga, che ci

viene dal confronto costante con i mercati mondiali.

Confindustria è una grande forza nazionale che sa richiamare tutte le

classi dirigenti, a cominciare da noi stessi imprenditori, a un comune

sforzo per promuovere il progresso dell’Italia.

Lo testimoniano le battaglie condotte per l’apertura al commercio

estero negli anni Cinquanta, la lotta all’inflazione e al terrorismo negli

anni Settanta e Ottanta, l’avvicinamento all’euro e l’ingresso nella

moneta unica negli anni Novanta, le battaglie recenti per la legalità.

Vive in tutti noi una grande ambizione, che è oggi una necessità

incalzante: tornare a crescere in modo sostenuto.

Come l’Italia ha fatto in passato. Come altri grandi Paesi fanno anche

nell’attuale violenta tempesta.

L’ultimo anno e mezzo è stato durissimo.

A marzo 2009 avevamo perso 26 punti di produzione industriale

rispetto ai massimi pre-crisi.

A marzo 2010 eravamo ancora sotto di oltre 20 punti.

Eppure, nelle oltre cento assemblee delle nostre associazioni in cui

sono intervenuta non una sola volta ho percepito scoraggiamento o,

peggio, rassegnazione.

Noi siamo una della maggiori riserve di energia e fiducia dell’Italia.

L’eccellenza di molte produzioni, la capacità di conquistare mercati ed

esportare, innovare, essere motore di modernità e integrazione

sociale. Queste sono le nostre caratteristiche, le nostre qualità.

Diciamolo con orgoglio. Noi siamo il fulcro del Paese.

Insieme al risparmio delle famiglie e a un sistema bancario meno

esposto agli eccessi della finanza, le nostre imprese formano la prima

linea nella difesa dell’economia italiana.

Pronte al rilancio.

Proprio per questo, avvertiamo un dovere preciso.

Signori del Governo e dell’opposizione, amici del sindacato, colleghi

delle altre associazioni, noi dobbiamo chiedere a chi ha la

responsabilità di condurre il Paese di non sbagliare tattica e strategia.

Di prendere le decisioni giuste.

Di farlo in tempi rapidi.

Altrimenti, saranno le imprese, i loro lavoratori e le loro famiglie, l’Italia

tutta e per primi i cittadini più deboli a pagare il prezzo più alto.

Forse è già tardi.

 Il quadro internazionale

La ripresa dell’economia mondiale procede meglio del previsto, oltre

il quattro per cento.

Nei Paesi emergenti asiatici si attende una crescita dell’8,7%

quest’anno.

Negli Stati Uniti sopra il 3%.

In Europa, invece, sarà attorno all’1%.

Per ciascuna economia la velocità di recupero riflette le condizioni al

momento della crisi e le caratteristiche strutturali.

Molto ha pesato l’entità del sostegno fornito dal settore pubblico.

I forti interventi di stimolo per contrastare la caduta della domanda,

hanno condotto a peggioramenti senza precedenti nei bilanci pubblici.

Negli Stati Uniti il deficit nel 2009 ha raggiunto il 12,5% del PIL, nel

Regno Unito l’11,5%, in Spagna l’11,2%, in Irlanda oltre il 14%, in

Francia circa il 7,5%.

Il Fondo Monetario stima che il debito pubblico nelle economie

avanzate salirà del 40-50% del PIL.

Saranno bruciati vent’anni di sforzi di risanamento.

Questo accumulo di debiti pubblici e l’aumento della disoccupazione

saranno il lascito duraturo della crisi. Peseranno a lungo sulle

prospettive di crescita.

Sarà cruciale il modo in cui verrà affrontato il risanamento.

Per chi ha spazi di manovra è prematuro interrompere quest’anno i

programmi di stimolo alla domanda, dato che la ripresa è ancora incerta.

Per i Paesi più indebitati si impone un’energica correzione di rotta, che

le tensioni dei mercati finanziari rendono impellente.

Sono indispensabili riduzioni strutturali del deficit pubblico attraverso

tagli alla spesa.

Occorre ristrutturare e rilanciare le economie in profonda crisi di

competitività.

La politica monetaria resta fortemente espansiva.

Questo è un bene per sostenere la domanda e perché in molti Paesi

rimane difficile l’accesso al credito.

La ripresa economica ha bisogno di mercati finanziari solidi. Una

condizione che non è stata ancora ristabilita.

Restano ampi gli squilibri nei pagamenti internazionali.

Gli Stati Uniti vedono ampliarsi di nuovo il deficit commerciale.

La Cina spinge la domanda interna ma l’avanzo con l’estero scende

troppo lentamente, anche a causa del cambio sottovalutato.

Per rendere sostenibile la crescita a livello mondiale è necessario un

aggiustamento coordinato.

I Paesi che hanno rilevanti deficit esteri devono procedere con

politiche che favoriscano il risparmio interno.

I Paesi con ampi surplus commerciali devono stimolare la domanda

interna.

 Le nuove regole della finanza

I costi economici della crisi finanziaria sono enormi. In termini di

perdita non solo di ricchezza prodotta, cioè di PIL. Ma anche di

capacità di produrla, a causa di chiusure di impianti e dispersione di

capitale umano attraverso l’aumento della disoccupazione. Secondo

alcune stime quei costi potranno ammontare fino a cinque volte il PIL

mondiale.

Ecco perché bisogna fare tutto il possibile per evitare crisi future.

Servono riforme nel funzionamento dei mercati finanziari, nelle regole

dei sistemi bancari e nella supervisione.

Dove i regolatori hanno richiesto comportamenti più avveduti agli

intermediari, come in Canada e Italia, la stabilità non è stata posta a

rischio.

Le agenzie di rating hanno perso credibilità.

Ancora una volta si stanno rivelando specialiste in autopsie.

Hanno svolto un ruolo determinante nel favorire il collocamento di

carta tossica, alla quale attribuivano il massimo giudizio per

guadagnare grasse commissioni dagli emittenti.

Vi sono stati clamorosi errori nella valutazione del debito privato che

hanno suscitato molti sospetti di conflitto d’interessi, come nei casi

Enron e Lehman e, da noi, Cirio e Parmalat.

A questi si sommano oggi intempestive e devastanti valutazioni sui

debiti pubblici, che hanno accentuato gli attacchi dei mercati.

Così viene dissipata la fiducia faticosamente ristabilita e messa a

rischio la ripresa.

Dobbiamo ripensare il funzionamento delle agenzie di rating.

Non ci sembra buona l’idea di un’agenzia europea istituita presso

un’autorità regolamentare.

Il quadro delle nuove regole che servono alla finanza mondiale è noto.

Aumento dei requisiti patrimoniali.

Protezione più forte dei risparmiatori.

Standard contabili convergenti tra le diverse aree economiche.

Mai più buchi regolamentari, in modo da evitare arbitraggi che

consentono agli intermediari di scegliere nel mondo le norme più

convenienti.

I tempi per l’adozione delle nuove regole sono stati sin qui troppo

lunghi. Negli Stati Uniti è di questo giorni l’approvazione in Senato di

una riforma complessiva che sarà probabilmente varata all’inizio di

luglio. È finalmente un passo avanti importante ma occorre che

all’interno del G20 si trovi al più presto l’accordo tra le principali

macroaree: Stati Uniti, Unione Europea e Asia.

Ci preoccupa la proposta di istituire un fondo di emergenza finanziaria

alimentato da una tassa sulle banche.

È come se si mettesse in conto una crisi futura facendone pagare già

oggi i costi alle imprese e ai cittadini, attraverso tassi di interesse e

commissioni più elevate.

Preferiamo regolatori efficaci e capaci di evitare che le banche si

espongano a rischi di default.

Occorre riportare il sistema finanziario e bancario al suo compito

principale, che è di sostenere l’attività delle imprese che creano

occupazione, ampliano gli stabilimenti, innovano e rafforzano l’economia.

Non vogliamo mai più castelli di carta.

Le nuove regole implicheranno requisiti di capitale più stringenti.

Il rafforzamento patrimoniale deve avvenire in modi e con tempi che

non compromettano una ripresa già fragile.

Secondo alcune stime Basilea 3 costerà alle banche europee 244

miliardi di euro e ciò certo non favorirà i prestiti.

Ribadisco: Basilea 3 rischia di togliere altro ossigeno alle imprese.

Di soffocarle.

Nell’ultimo anno abbiamo lavorato, insieme al Governo e alle banche,

per rendere meno difficile l’accesso al credito alle nostre imprese.

Attraverso il rafforzamento del fondo di garanzia, la moratoria sui

mutui, i tavoli territoriali con il sistema bancario, il fondo per la

capitalizzazione delle PMI.

Ma non basta, non può bastare.

Troppe imprese hanno sofferto, soffrono e continueranno a soffrire

senza credito.

Perciò in un momento difficile come questo rivolgo, ancora una volta,

un appello alle banche.

State vicine alle imprese, quelle che rischiano, creano innovazione,

combattono ogni giorno sui mercati.

Non possiamo perdere questo immenso patrimonio di conoscenze, di

progettualità, di saper fare, che rappresenta la vera ricchezza del

Paese.

 

L’eurocrisi e la sua lezione

 

In Europa la crisi del debito pubblico greco ha contagiato l’intera zona

euro, fino a metterne in dubbio la sopravvivenza.

Ha evidenziato una preoccupante carenza di leadership nell’Unione.

La lunga ricerca di consenso tra i Governi sulle risposte da dare ha

moltiplicato i costi dell’intervento, ferito la credibilità della moneta unica.

La Grecia ha per anni vissuto al di sopra dei propri mezzi e ha

nascosto lo stato reale dei suoi conti pubblici

Si era diffusa l’illusione che i costi della sua eventuale insolvenza

fossero limitati e sopportabili rispetto alla dimensione dell’euro-area.

Invece, le difficoltà greche hanno fatto emergere gravi carenze

istituzionali e divari strutturali profondi.

Nel volgere di poche settimane i mercati finanziari hanno colto queste

incertezze nella governance europea.

Soprattutto hanno compreso che la Grecia era solo la punta

dell’iceberg.

Il problema non era tanto Atene, quanto la caduta generalizzata

dell’attività produttiva, i divari crescenti di competitività e di costo

unitario del lavoro, i disavanzi che sospingono il debito pubblico sopra

il 100% del PIL.

Ciò anche nei Paesi che fino a ieri erano considerati tra i più virtuosi,

come l’Irlanda, la Spagna e persino la Francia.

Perciò hanno attaccato l’euro, partendo dai suoi anelli più deboli.

L’accordo europeo del 9 maggio scorso è sopraggiunto all’ultimo

momento, prima che il baratro si aprisse sotto i nostri piedi.

Confindustria esprime un grande apprezzamento all’intesa raggiunta

dai vertici dell’Unione europea e della BCE.

È un bene che la visione tedesca, più scettica nei confronti di interventi

multilaterali e comuni, e quella francese, più favorevole, abbiano

trovato alla fine un punto d’incontro.

È avvenuto anche grazie alle proposte del governo italiano, un merito

che abbiamo subito riconosciuto.

È stato un bene aver preservato l’autonomia e l’indipendenza della

BCE nelle modalità di acquisto dei titoli pubblici.

Ed esser riusciti a coinvolgere il Fondo monetario per un impegno

immediato di grande rilievo.

Se l’Europa avesse mancato l’intesa nel momento della verità,

sarebbero stati a rischio non solo i Paesi più deboli dell’euro, ma l’euro

in quanto tale.

Con ripercussioni sul sistema finanziario mondiale.

Tanto è vero che gli Stati Uniti sono intervenuti con grande energia

per spingere l’Europa ad agire subito.

Il pericolo di dissolvimento della moneta unica va, comunque, sempre

tenuto presente perché disegna una fase nuova della crisi che ci

attanaglia dal 2008.

L’auspicio è che l’intesa di inizio maggio sia un punto di svolta per

l’intera Europa nel superare divisioni e indecisioni.

L’innalzamento dei deficit e dei debiti pubblici impone di rafforzare la

disciplina di bilancio. In Germania è stata approvata una legge

costituzionale che obbliga al pareggio del bilancio federale entro il

2016.

Questa è la regola che pur con molte resistenze si sta imponendo in

tutta Europa.

Ma non basta.

Occorrono crescita e competitività.

Senza crescita, i disavanzi pubblici della zona euro non sono

sostenibili.

E questo riguarda tutti, non solo la Grecia, il Portogallo e la Spagna.

Riguarda anche l’Italia, la Francia, la stessa Germania.

L’eurozona è attualmente, rispetto agli Stati Uniti e all’Asia, l’area del

mondo che cresce meno.

Non è un destino al quale rassegnarsi.

La pura estensione a tutta l’Europa del solo modello tedesco, basato

sul traino delle esportazioni, in assenza di un motore di crescita

comune rischia di portarci diritti alla deflazione.

Un motore che può venire solo da riforme strutturali. In Germania e nel

resto dei Paesi dell’eurozona.

Riforme lungo tre ordini di misure.

In primo luogo, occorre incoraggiare gli investimenti privati, aprendo i

mercati, ed eliminando i troppi vincoli che frenano le innovazioni e la

concorrenza.

In secondo luogo, servono grandi progetti europei per innalzare la

produttività.

Progetti nelle infrastrutture, nella ricerca, nell’ambiente, nell’energia,

nell’istruzione e nell’università.

Infine, com’è ormai evidente, occorre rafforzare gli strumenti comuni

per la disciplina di bilancio.

Ma non si dimentichi che i primi a violare gli obblighi del Patto europeo

di stabilità furono, nel 2003, la Francia e la Germania.

Il coordinamento delle politiche economiche non deve suscitare

diffidenze o ripulse nazionalistiche.

Le politiche nazionali di bilancio e le riforme strutturali devono

veramente diventare sempre più questioni comuni: per combattere le

divergenze di produttività e realizzare una vera area economica

integrata.

La maggiore integrazione è vitale per le imprese europee. In sede

comunitaria ci batteremo insieme alle altre rappresentanze industriali

per realizzarla nel più breve tempo possibile.

Le proposte della Commissione Europea e il recente Rapporto Monti

per il rilancio del mercato interno vanno nella giusta direzione.

Senza le riforme, non solo l’euro resterà a rischio. Ma sarà l’impresa,

coi suoi lavoratori, a pagare il conto più salato.

È finito l’idillio dei mercati con l’euro.

Quella luna di miele che aveva consentito di azzerare i differenziali

nei tassi di interesse e considerare tutti i Paesi ugualmente meritevoli

di fiducia.

D’ora in poi con un’unica moneta ci saranno tassi di interesse diversi.

Per avere un basso costo del denaro saranno necessarie finanze

pubbliche in ordine e competitività elevata.

La svalutazione dell’euro agevola l’export e sostiene la gracile ripresa.

Ma le condizioni di sfiducia in cui si è realizzata potrebbero

comprometterne i benefici.

 

L’Italia nella crisi

 

Per l’Italia il bilancio della crisi è pesantissimo.

Rispetto ai picchi del primo trimestre 2008, abbiamo perso quasi sette

punti di PIL e oltre 700mila posti di lavoro. Il ricorso alla cassa

integrazione guadagni è aumentato di sei volte.

La produzione industriale è crollata del 25%, tornando ai livelli di fine

1985: 100 trimestri bruciati.

In alcuni settori l’attività produttiva si è dimezzata.

È in corso un rimbalzo che potrebbe anche risultare superiore alle

attese. La produzione industriale sta aumentando del 7% annuo e

accelera il passo.

Ma su questo recupero gravano le incognite della crisi europea in atto.

Comunque, non si tratterà di un duraturo innalzamento del nostro

ritmo di sviluppo.

Queste dinamiche si sono, infatti, innestate su una tendenza ormai

endemica del Paese a crescere lentamente.

Tra il 1997 e il 2007 il PIL è aumentato dell’1,4% l’anno contro il 2,5%

del resto dell’eurozona, il 3,0% degli Stati Uniti.

Il reddito per abitante è arretrato di sette punti rispetto alla media

dell’area euro.

Uno scenario davvero poco incoraggiante.

Bisogna spezzare la spirale fatta di scarsità di investimenti.

Fuga di giovani.

Imprese che faticano a crescere e la cui dimensione media tende a

diminuire.

Un ambiente sfavorevole alle iniziative imprenditoriali.

La possiamo rompere.

Nel settore manifatturiero abbiamo un gran numero di imprese

straordinarie, vitali, che anche in questi anni di crisi investono,

esportano, hanno successo nel mondo.

Ma sono troppo poche per trainare da sole l’intera economia.

Il 70% del PIL è formato da servizi, meno esposti alla concorrenza e,

in troppi casi, ancora inefficienti.

L’Italia soffre di ritardi nelle infrastrutture, accentuati da oltre 15 anni

di tagli agli investimenti pubblici per finanziare le spese correnti.

La qualità della spesa pubblica è peggiorata.

I costi dell’energia, dei trasporti e delle comunicazioni, i ritardi nella

banda larga e l’inadeguatezza del capitale umano sono fattori che

gravano sulla competitività.

La questione irrisolta del Mezzogiorno azzoppa il potenziale di

sviluppo del Paese.

In condizioni molto difficili, il Governo ha saputo frenare il disavanzo

pubblico, prima, e avviarne la riduzione, ora.

Gli interventi della Finanziaria 2011-2012 si muovono correttamente

per rallentare la spesa e arginare l’evasione.

Su quest’ultima tornerò.

Senza entrare nel merito di ogni singolo provvedimento, sottolineo

che: non era più sopportabile la dinamica degli stipendi pubblici

nettamente più elevata di quella dei privati, sganciata dalle logiche

dell’efficienza e della responsabilità. La chiusura delle finestre

previdenziali è necessaria anche in ragione dell’equità tra generazioni.

Ma voglio ricordare due aspetti.

Il primo è che questa maggiore disciplina non è stata il frutto di una

scelta politica maturata con lungimiranza e senso di responsabilità.

Ma è stata imposta dall’andamento dei mercati.

In Parlamento maggioranza e opposizione hanno ora la possibilità di

dimostrare di voler far propria quella disciplina.

È finito per sempre il tempo in cui il bilancio pubblico era una stanza

di compensazione delle tensioni sociali.

Un uso improprio aggravato in Italia da favoritismi e clientelismi, da

sprechi e appropriazione di risorse dei contribuenti, da corruzione.

Il secondo aspetto è che mettere in ordine i conti pubblici non basta e

non è neppure duraturo senza profonde riforme strutturali.

Riforme che modificano l’operare dello Stato, il perimetro della sua

azione, la stessa concezione della sua funzione.

Perciò anche dopo questa manovra, e anzi proprio alla luce di questi

interventi, riaffermo che le riforme sono più che mai urgenti.

Finora, invece, il passo delle riforme è stato troppo lento e uno scontro

politico e sociale sulla Finanziaria potrebbe bloccarle del tutto.

Sarebbe esiziale.

Invece, bisogna accelerarle.

Di fronte a questo quadro Confindustria ha proposto a tutti un cambio

di marcia.

È il cammino sul quale abbiamo indirizzato tre diverse iniziative.

La ricerca che abbiamo presentato al convegno di Parma per fare il

punto sui problemi di lunga durata che permangono irrisolti nel tessuto

economico e sociale, civile e culturale del nostro Paese.

Le riunioni di lavoro che stanno coinvolgendo molte centinaia di

imprenditori per approfondire le trasformazioni in corso nei settori

produttivi e diffondere nel sistema associativo le migliori strategie

aziendali. Un supporto fondamentale alle imprese in questa fase di

grandi cambiamenti dell’economia mondiale.

Infine, la radiografia delle carenze strutturali del Paese e le proposte

per superarle in un’ottica di medio termine, per ridare competitività alle

imprese, generare più reddito, investimenti, occupazione.

Insomma, più crescita.

In “Italia 2015”, il documento che abbiamo predisposto, affrontiamo

tutte le questioni cruciali: dall’energia al credito e finanza, dal fisco alla

giustizia, dalle infrastrutture all’istruzione, dal lavoro alle

liberalizzazioni, dalla pubblica amministrazione alla ricerca e

innovazione.

Qui mi limiterò a riprendere solo alcune delle proposte.

Primo: le infrastrutture. Occorre una riforma delle regole che abbia

come obiettivo di realizzare opere di qualità con tempi e costi certi.

Per recuperare l’enorme gap, è necessario elevare stabilmente al

2,5% del PIL gli investimenti in opere pubbliche.

Possiamo anche studiare forme innovative di finanziamento,

utilizzando le entrate da dismissioni patrimoniali, ampliando gli

interventi della Cassa Depositi e Prestiti, coinvolgendo capitali privati.

Su questo punto a Parma avevamo chiesto un impegno al Governo e

all’ultimo CIPE è stato dato il via libera all’utilizzo di gran parte delle

risorse programmate e approvati i progetti.

Adesso è essenziale aprire subito i cantieri.

Secondo: l’energia. In questi due anni Confindustria ha lavorato molto

e alcuni risultati sono stati raggiunti.

Ma il prezzo dell’energia elettrica all’ingrosso in Italia è di circa il 40%

superiore alla media europea.

Per ridurlo bisogna agire sul mix dei combustibili, impedire la

segmentazione del mercato interno, potenziare le infrastrutture

energetiche.

Per il nucleare serve insediare subito l’Agenzia e definire entro il 2010

le regole per la sicurezza e l’individuazione dei siti.

Occorre riportare alla competenza esclusiva dello Stato tutte le

decisioni che riguardano l’energia.

Occorre, inoltre, investire in efficienza energetica, uno straordinario

driver di crescita.

Terzo: la ricerca. Grazie alla nostra azione è stato eliminato l’odioso

meccanismo del click day e il credito d’imposta è stato rifinanziato per

400 milioni.

Ma ora, per recuperare il ritardo dell’Italia nella ricerca e

nell’innovazione, questa misura deve diventare strutturale e

automatica per i prossimi cinque anni.

In tutte le nazioni, a cominciare dagli Stati Uniti, lo Stato supporta il

progresso tecnologico; solo nel nostro Paese gli si dedica

un’attenzione tanto scarsa e discontinua.

Oltre al credito d’imposta, occorre concentrare risorse pubbliche su

grandi progetti strategici di scala europea.

Quarto: il capitale umano. La risorsa più preziosa per lo sviluppo da

noi viene formata troppo poco e male.

Non è una questione di livello della spesa ma della sua bassa qualità.

Lo evidenziano i confronti internazionali sulla preparazione degli

studenti delle scuole superiori secondarie.

Lo conferma la gestione di tante università, piene di personale docente

senza qualità e povere di ricerca.

Noi perciò chiediamo che sia data piena autonomia alle scuole e alle

università, anzitutto nell’assunzione dei docenti.

Si premino gli insegnanti migliori, competenti e appassionati.

Si raddoppino le borse di studio per gli studenti meritevoli.

Si finanzino gli atenei in base alla qualità e non ai costi storici.

La riforma in discussione, seppur timida, va nella giusta direzione.

È essenziale che in Parlamento non venga smontata.

Quinto: la riforma fiscale. La riforma fiscale rimane per noi

importantissima. Siamo disponibili a un’iniziativa condivisa con le altre

parti sociali.

Che abbia l’obiettivo di ridurre le tasse su imprese e lavoratori, i due

pilastri che sostengono questo Paese, iniziando a togliere la

componente del costo del lavoro dalla base imponibile IRAP.

Che punti a semplificare e dare certezza alle norme.

Che estenda la lotta all’evasione fiscale a tutte le attività economiche.

L’evasione è una piaga che va contrastata non per coprire i buchi del

bilancio pubblico ma per ridurre le aliquote su chi le imposte le paga.

In questo difficile momento del Paese, sul recupero del gettito evaso

si misura la rappresentanza d’impresa.

I suoi valori e, soprattutto, i suoi comportamenti concreti.

Confindustria darà tutto il suo sostegno politico alla lotta all’evasione,

anche avanzando proposte concrete.

Ribadisco, però, che il tema essenziale per noi rimane la riduzione

delle tasse sulle imprese e sul lavoro.

Sesto: la giustizia. Nell’ambito del disboscamento degli ostacoli

normativi e amministrativi all’attività d’impresa, un ruolo centrale ha il

funzionamento della giustizia.

Bisogna abbatterne i tempi, che in Italia sono due, tre, perfino quattro

volte più lunghi che negli altri Paesi europei.

È una situazione inaccettabile per un paese civile.

Mina la certezza del diritto, impedisce l’attuazione dei contratti, intacca

la fiducia dei cittadini, scoraggia la voglia di investire delle imprese.

Occorre rendere costose e non più convenienti, come oggi, le tattiche

di allungamento dei processi.

Vanno incentivate le soluzioni stragiudiziali e gli arbitrati.

Vanno accorpati i tribunali più piccoli, diffuse le sezioni specializzate

e l’informatizzazione.

Sono alcune delle proposte essenziali per raccogliere e vincere la

sfida che abbiamo lanciato a Parma: tornare a crescere stabilmente ad

almeno il 2%.

Questo obiettivo è alla nostra portata se agiamo insieme, se non

lasciamo prevalere timori e divisioni.

È l’obiettivo che anche il governo si pone nei suoi documenti. Perciò

sia coerente e metta in atto i grandi interventi che sono necessari per

raggiungerlo.

È una sfida ineludibile.

Perché la bassa crescita italiana si traduce in bassi salari, penalizza

il potere di acquisto delle famiglie, aggrava il problema del debito

pubblico.

Alla lunga, mina la democrazia e incattivisce la società.

La lenta crescita nasce dal cattivo andamento della produttività.

Nell’industria manifatturiera, tra l’avvio dell’euro e il 2007, il costo del

lavoro per unità di prodotto è cresciuto in Italia del 19%, mentre si è

ridotto del 7,5% in Francia e del 9,8% in Germania.

Abbiamo ceduto ai tedeschi ben 32 punti di competitività. Non ci si

deve poi stupire se l’Italia cresce poco.

Le imprese italiane sono e saranno pronte nel dare il massimo

contributo al rilancio del Paese. Nonostante il contesto poco

accogliente in cui operano.

Questo vale innanzitutto per il Mezzogiorno.

Le imprese sono in prima fila nella lotta per la legalità.

Hanno chiesto con forza l’uso corretto dei fondi pubblici, contro la

logica della distribuzione a pioggia e a favore di pochi grandi progetti

su infrastrutture, ricerca, capitale umano, sicurezza.

Bisogna creare le condizioni affinché il Mezzogiorno ritrovi al suo

interno la capacità di crescere, affinché finalmente il Sud aiuti il Sud.

La norma relativa alla fiscalità di vantaggio per il Sud, introdotta dalla

manovra, contiene un principio che va nella giusta direzione.

Continueremo a promuovere i valori della legalità, della democrazia,

della libertà, della meritocrazia.

Le nostre aziende sono il principale ambito di integrazione sociale, in

cui italiani e cittadini di altre nazioni e culture imparano a lavorare e

collaborare, condividono l’obiettivo di produrre benessere, scambiano

esperienze e guardano il mondo con gli occhi dell’altro.

Anche questa è un’impresa che si realizza dentro le nostre imprese.

Ne siamo orgogliosi perché sappiamo che da qui passa il futuro

dell’Italia.

Lavoriamo per superare anche i nostri limiti, che diventano ostacoli

allo sviluppo dell’intera economia italiana.

L’ho detto in molte occasioni e voglio ribadirlo oggi. Abbiamo un

numero significativo di medie imprese molto forti che hanno dimostrato

di essere competitive sui mercati.

Quando gli italiani girano il mondo, toccano con mano e condividono

il successo dei loro prodotti.

Queste medie imprese sono il cuore pulsante del nostro sistema e

dell’intero Paese.

È venuto il momento di valorizzarle ulteriormente, di aiutarle a

crescere, insieme a tante piccole del loro indotto, nella loro proiezione

internazionale. Non tutti i piccoli possono diventare grandi.

Ma fare perno sul successo delle medie imprese rafforza tutti.

Dobbiamo sfruttare meglio la disponibilità di tecnologie applicabili

anche ai settori tradizionali.

Dobbiamo elevare il contenuto di innovazione dei prodotti, investire

ancora di più sulla qualità e sui marchi, fornire più servizi ai clienti,

radicarci sui mercati esteri.

L’internazionalizzazione rappresenta la grande sfida dei prossimi anni

su cui Confindustria punta con decisione.

Dobbiamo superare le barriere psicologiche che troppo spesso ci

impediscono di essere abbastanza grandi per affrontare la

competizione globale. Barriere che ostacolano aggregazioni e

alleanze, deleghe ai manager, iniezioni di capitali esterni.

Il controllo e la gestione famigliari sono punti di forza finché non

costringono l’impresa a rimanere troppo piccola.

Troppo piccola per fare ricerca e innovazione.

Troppo piccola per esportare: l’80% delle vendite all’estero viene da

8.000 aziende, cioè l’1,5% del totale delle imprese manifatturiere.

Per queste ragioni le reti di impresa possono rappresentare uno

strumento utile da usare per accrescere la competitività, stimolando la

cooperazione a livello tecnologico, commerciale e produttivo.

Serve un grande impegno nostro, del Governo e del sistema bancario

per cogliere tutte le potenzialità di queste alleanze.

Chiediamo al Paese di crescere, dobbiamo noi per primi puntare sulla

nostra crescita.

 

Due questioni essenziali: il mercato e lo Stato

 

Le questioni del Paese non si affrontano pienamente se non si scioglie

il nodo irrisolto del rapporto tra Stato e mercato.

In Italia c’è bisogno di più mercato, ancora poco presente o assente

in troppi settori della vita economica.

Mercato affidato ad autorità regolatorie carenti nei poteri decisionali e le

cui nomine, in alcuni casi, ne hanno indebolito autonomia e indipendenza.

Le liberalizzazioni mancate continuano a penalizzare il Paese.

Si manifestano segni sempre più preoccupanti di una vera e propria

allergia al mercato.

Secondo la Banca d’Italia, una decisa politica di liberalizzazione nei

settori meno esposti alla concorrenza potrebbe generare un aumento

del PIL dell’11% e dei salari reali di quasi il 12% nel medio-lungo

termine.

Secondo l’OCSE, le liberalizzazioni aumenterebbero la produttività in

Italia di quasi il 14% nei prossimi dieci anni.

La miriade di società a controllo pubblico allarga la propria presenza

e tende a sottrarre spazi al mercato.

Persino nella recente riforma delle fondazioni e dei teatri lirici si toglie

ai privati la possibilità di offrire servizi di ristorazione e merchandising

che non siano organizzati in house.

Senza parlare dell’allarmante corsa in atto in Parlamento a ripristinare

barriere all’ingresso e tariffe minime per i servizi professionali.

Lo abbiamo detto a Parma, lo ripetiamo: se Governo e maggioranza

persistono in questa marcia indietro sulle liberalizzazioni nel

commercio e nelle professioni, noi ci metteremo di traverso e sarà

opposizione dura.

Nessuno di noi si è mai sognato di chiedere tariffe minime per

macchine utensili, abiti o elettrodomestici.

Se è questo che volete, ci metteremo in fila anche noi per ottenerle.

Così il Paese capirà meglio chi paga il conto dei favori della politica.

Il cattivo funzionamento del mercato dipende anche da un sistema

legale e fiscale sempre più complicato e imprevedibile, dal fiume delle

leggi mal scritte, dettate da interessi particolari, che formano una

legislazione disorganica, dal carattere vessatorio e di difficile

applicazione.

Anche nella manovra del Governo, il fine condivisibile di eliminare

disparità fiscali rischia di tradursi in norme retroattive e penalizzanti,

come nel settore immobiliare.

La semplificazione è rimasta, nel concreto, una promessa.

Veniamo allo Stato.

La sua presenza continua a crescere.

Dall’ingresso nell’euro all’anno prima della crisi la spesa pubblica

corrente al netto degli interessi è cresciuta di quasi due punti di PIL.

Mentre tra il 2003 e il 2007 la Germania l’ha abbassata di quattro punti.

Dal 2000 al 2008 le retribuzioni nel pubblico impiego sono aumentate

del 16,1% più dell’inflazione, contro il 3,9% di quelle private. Gli

incrementi maggiori si sono avuti negli enti locali.

La spesa pubblica è scappata di mano.

Dal 1997 al 2008 l’attenzione si è concentrata sul contenimento della

spesa corrente primaria centrale, che è salita “solo” del 38%.

Nel frattempo, quella delle Regioni e delle Autonomie aumentava

dell’80%.

È chiaro che si tratta di dinamiche esplosive, che soffocano l’economia

e la società, che impediscono di ridurre le imposte.

Nella sanità si calcola che il debito pubblico occulto sia attualmente

nell’ordine dei 50 miliardi di euro.

E, in più, proprio le aziende sanitarie perpetuano quello scandalo

nazionale del ritardato pagamento delle imprese.

Ritardi che non sono più solo di mesi, ma di anni.

Confermo qui la richiesta che abbiamo avanzato a Parma: la spesa

pubblica italiana deve diminuire di almeno un punto di PIL all’anno per

i prossimi tre anni.

Il programma pluriennale di riduzione dovrà proseguire fino a farla

scendere ai livelli tedeschi pre-crisi.

Non è impossibile. È necessario.

Nessuna voce è intoccabile. Non è più accettabile il ritornello che la

spesa pubblica è incomprimibile.

Basta pensare a quanto sta accadendo in Spagna, Regno Unito,

Portogallo. Occorrono tagli agli stipendi pubblici, aumenti dell’età

effettiva di pensionamento, revoca delle false invalidità, tagli alla

sanità.

La manovra varata dal Governo fa propri alcuni di questi principi.

Traccia il sentiero di ridimensionamento della spesa pubblica, che

però va reso strutturale.

Nella sanità incominciamo subito ad applicare i costi standard.

Se ne imponga il rispetto in tutte le Regioni, negando ogni copertura

a chi li supera.

Solo così si riducono tutti i costi sanitari, non con l’ennesimo

inaccettabile taglio sull’industria farmaceutica, l’unica che da anni di

fatto contribuisce a ripianare i disavanzi regionali.

Condividiamo la decisione di non ripianare con i fondi FAS i deficit a

piè di lista.

La via prioritaria al risanamento deve essere il taglio delle spese.

E se il rimedio è l’aumento delle tasse nelle Regioni che sforano, una

cosa sia chiara.

Quelle tasse in più non chiedetele alle imprese, che non votano.

Chiedetele ai cittadini che manderanno a casa col voto chi non ha

saputo gestire i soldi pubblici.

È bene prevederne finalmente la loro non eleggibilità.

Non è solo la dimensione della spesa a preoccuparci.

È anche la sua inefficienza.

Il modo in cui l’amministrazione pubblica è organizzata e interviene

sistematicamente nell’ostacolare la vita delle imprese, rendendo quasi

impossibile ottenere in tempi certi autorizzazioni e licenze, gravando

le aziende di mille adempimenti inutili e costosi.

Grazie anche al nostro lavoro finalmente si è definito un

provvedimento che può mettere fine al comportamento incivile di

quelle amministrazioni pubbliche che non partecipano alle conferenze

dei servizi, che non guardano neppure le carte e bloccano così anche

per anni l’intero iter autorizzativo.

È essenziale che questo provvedimento venga al più presto tradotto

in legge e si proceda in questa direzione.

L’inefficienza pubblica non è figlia solo di logiche lontane dalla

produttività. Nasce da troppi interessi partitici, troppe rendite da

salvaguardare.

Diciamolo chiaro: la politica dà occupazione a troppa gente in Italia.

Ed è l’unico settore che non conosce né crisi, né cassa integrazione.

Per iniziare a sradicare il malcostume è fondamentale che la

trasparenza negli acquisti della pubblica amministrazione sia totale.

Nella sanità il riferimento ai prezzi Consip indicato nella manovra è un

primo passo.

Inoltre, nessuna fornitura o appalto deve più avvenire senza una gara

pubblica; non servono pesanti procedure, basta la luce della piena

pubblicità delle scelte di spesa, a ogni livello di governo.

In questo modo diventerebbe impossibile assegnare lavori e

commesse ad amici e compari, pagare prezzi gonfiati.

Ciò non solo consentirebbe cospicui risparmi ma, fatto non meno

importante, darebbe una sterzata verso la moralità.

La sforbiciata data con la Finanziaria agli enti e ai costi della politica

è sacrosanta ma è solo un buon inizio.

Quando il Paese deve fare sacrifici, è del tutto impensabile che non sia

la politica per prima a ridurre energicamente i suoi privilegi.

È arrivato il momento nel quale i politici italiani, dal Parlamento giù giù

sino all’ultima comunità montana, taglino i propri stipendi e le dotazioni

per le loro segreterie e collaboratori, disboschino esenzioni e

agevolazioni.

La diminuzione del 10% delle indennità dei membri del Governo,

guardata da un’ottica internazionale, è un timido esordio.

È assolutamente opportuno che vi si adeguino gli organi costituzionali.

Le rinunce devono essere fatte da tutti.

Razionalizziamo le Province, il cui numero, secondo i programmi del

Governo, doveva diminuire. Ne è stata annunciata l’eliminazione di 10

di esse. È un inizio ma è troppo poco.

Non c’è stata crisi per il numero di consorzi e società controllate o

partecipate da enti pubblici locali: +5,2% nel 2009, a quota 7.100.

Erano cinquemila pochi anni fa.

Non è soltanto una questione di inefficienza, concorrenza sleale,

occupazione di segmenti meglio gestiti dal mercato.

È soprattutto una questione di potere, distribuzione di cariche,

elargizione di compensi, clientelismo e, a lungo andare, di vera e

propria corruzione.

Le poltrone nelle società pubbliche locali sfiorano quota

venticinquemila.

Vengo a una questione chiave: il federalismo.

Confindustria è convinta che dal federalismo possano venire soluzioni

che sostengano le imprese, riducono risorse oggi destinate a sprechi

e inefficienze.

Per questo abbiamo deciso di dare priorità a questo tema ed è a

partire dal Sud che le nostre imprese puntano a questa svolta.

Per noi l’unico federalismo utile è quello capace di sradicare l’eccesso

di spesa pubblica, la sua inefficienza, l’eccesso di occupazione di aree

del mercato.

O il federalismo fiscale farà questo, oppure non ci interessa.

La politica italiana deve averlo chiaro.

Le cronache ogni giorno accrescono il discredito della politica, delle

istituzioni e dei partiti agli occhi degli italiani.

La fiducia dei cittadini continuerà a diminuire se i politici non capiranno

che essi per primi devono non solo tirare la cinghia, ma cambiare in

profondità i comportamenti.

La politica deve tornare a essere ed essere un servizio.

Di fronte alla vera emergenza che stiamo vivendo, la politica non si

divida.

Davanti alle scelte difficili che dovremo compiere, non ricomincino i

soliti giochetti.

Dell’opposizione e di parti della maggioranza.

Eppure non è questo, l’atteggiamento che abbiamo visto sin qui

prevalere dopo le regionali.

Abbiamo assistito, nel governo e nella maggioranza, al riaffiorare di

divergenze e conflittualità aspre e radicali.

Sugli obiettivi da perseguire, su come perseguirli, sul loro ordine di priorità,

sulla condivisione stessa di un’idea e di un’identità comuni del Paese.

Di fronte a questi problemi e a queste lacerazioni, talora esplicite e

talora striscianti, che vediamo anche nell’opposizione, noi esprimiamo

un giudizio chiaro.

Il dovere primo della maggioranza e del Governo, dopo le regionali e

per i prossimi tre anni senza urne in vista, è di assumere decisioni

all’altezza dei problemi.

Se la maggioranza dovesse ridursi, per litigi e divisioni, all’impotenza,

allora non potrà esserci maggior crescita.

E si chiuderebbe nell’insuccesso la lunga promessa di una politica del

fare, proprio nel momento in cui la crisi ci obbliga a concentrarci su

alcune scelte decisive per rilanciare l’Italia.

La lenta crescita è per noi la vera emergenza nazionale.

La crescita economica viene prima.

Prima del colore politico, prima di ogni bandiera di partito, prima di

ogni ambizione di leadership passata, presente e futura.

Il problema italiano non è il maggioritario che abbiamo voluto

tenacemente e che da 16 anni affida a chi vince un mandato chiaro.

E la risposta non è certo il ritorno al proporzionale che accentuerebbe

frammentazione e poteri di veto.

Ciò che conta è il senso di responsabilità.

Il dovere nei confronti del Paese.

Il rispetto delle regole e della legalità.

Il rispetto delle centinaia di migliaia di italiani colpiti duramente dalla

crisi.

Il rispetto di ciò che gli italiani possono fare, se solo lo Stato diventasse

meno oneroso e più efficiente.

Chi in questi tre anni decisivi non saprà garantire all’Italia più crescita,

chi alimenterà nuove delusioni, chi impedirà alle imprese italiane di

conquistare, questa volta sappia che si assume una grande

responsabilità di fronte al Paese e alle future generazioni.

E ancor prima che dagli elettori verrà punito dai mercati finanziari.

 L’Italia sopra tutto, costruire fiducia e responsabilità

 Siamo da sempre consapevoli che non possiamo limitarci ad avanzare

alla politica nuove richieste, a maggior ragione in un momento come

questo.

Non si cresce con la spesa e il debito pubblico.

Il più della crescita lo fanno le imprese, che continuano anche nella

grande crisi a investire. E i lavoratori che non si tirano indietro.

C’è un’Italia fatta di impegno, professionalità, dedizione che deve

riprendere ad avere fiducia in se stessa e che corre, invece, il rischio

di ripiegarsi sui timori e sulle paure, di chiedere più Stato e più

protezione.

È a quell’Italia che vogliamo parlare.

Per questo, abbiamo deciso di lanciare oggi una proposta nuova.

Vogliamo noi per primi dare l’esempio di quel grande senso di

responsabilità nazionale che noi chiediamo alla politica.

Non da soli.

Mi rivolgo a tutte le altre associazioni d’impresa e a tutte le

confederazioni sindacali.

Molto dipende da noi.

Una maggiore produttività unita a più salario, a occupazione

aggiuntiva, a nuovi ammortizzatori sociali che diano più flessibilità

all’impresa e tutelino il lavoratore.

Tutto ciò può nascere prima e meglio se imprese e sindacati

definiscono obiettivi e strumenti condivisi.

La produttività dipende dal capitale umano, dall’innovazione, dalla

logistica, dai servizi, dall’utilizzo degli impianti, dagli orari e dai turni.

La formazione va alternata al lavoro.

La flessibilità ha consentito tra il 1997 e il 2007 di accrescere di oltre

cinque punti il tasso di occupazione, dal 52,3% al 58,7%.

Restiamo di 8,5 punti sotto la media dei paesi OCSE, di 11,5 punti

sotto la Germania.

Gli sforzi maggiori vanno rivolti ai giovani e alle donne, specie al Sud.

Sono queste le scelte decisive per crescere tutti insieme.

È questa l’agenda sulla quale un serio confronto bilaterale, nella piena

autonomia delle parti sociali, può in poco tempo far compiere un

grande passo avanti al sistema produttivo italiano.

I negoziati in corso tra la FIAT e i sindacati per la valorizzazione dello

stabilimento di Pomigliano indicano i problemi da risolvere e il sentiero

da percorrere.

Serve una grande Assise dell’Italia delle imprese e del lavoro.

È questa la proposta che rivolgiamo a tutte le organizzazioni sindacali

e alle associazioni datoriali.

Incontriamoci subito.

Diamoci l’obiettivo di una grande intesa per la crescita.

Entro l’estate.

A differenza del passato, abbiamo lo strumento per farlo.

Il nuovo modello contrattuale, varato nel febbraio 2009, ha grandi

potenzialità che potranno essere pienamente colte proprio in questa fase.

Va diffuso nel sistema produttivo e sperimentato a livello aziendale

per scambiare più produttività con maggiore salario.

È nelle aziende che si genera la crescita del reddito grazie a modelli

innovativi e nuovi processi e prodotti a cui devono contribuire i

lavoratori per creare valore aggiunto.

Questo è ciò che è mancato negli ultimi venti anni.

Abbiamo ottenuto dal Governo l’innalzamento della detassazione del

secondo livello della contrattazione. Questo è determinante per

l’aumento della produttività ed è interesse comune dei lavoratori e

delle imprese.

Il nuovo modello contrattuale funziona.

Lo dimostrano i rinnovi conclusi.

Ai sindacati voglio dirlo con sincerità, anche a quella parte che non ha

firmato l’accordo nel febbraio 2009.

In tutti i nuovi contratti che sono stati chiusi, le imprese non hanno

lesinato i riconoscimenti salariali, nonostante la crisi.

Il sindacato lo sa benissimo che è andata così.

Se qualcuno ci ha criticato, è stato perché abbiamo concesso troppo.

Ma al sindacato, a tutto il sindacato senza eccezioni, dico: ora è

venuto il momento di mettere l’interesse dell’Italia davanti a tutto e di

costruire insieme fiducia e responsabilità.

Abbiamo sempre mantenuto con tutti aperta la porta del dialogo e del

confronto.

Noi non vogliamo né divisioni né contrapposizioni: vogliamo lavorare

insieme. Ma sentirci a distanza ora non basta più.

Occorre ritrovare subito traguardi e percorsi condivisi.

Ciascuno portando visioni e proposte, per poi giungere a una sintesi.

Arroccarsi dietro i no non aiuta a risolvere i gravi problemi del Paese.

L’opinione pubblica fa sempre più fatica a capire la logica della

distinzione per principio.

Senza produttività aggiuntiva, le imprese italiane non avranno più

margini per i rinnovi contrattuali.

Vogliamo mostrare al Paese intero che noi, forze del lavoro, siamo

capaci di adottare insieme a casa nostra quell’atteggiamento di serietà

che chiediamo agli altri di far proprio.

Un Paese che torni ad avere più fiducia in se stesso può scommettere

sul merito piuttosto che sull’egualitarismo assistito.

Può sostenere riforme che spostino risorse dalla previdenza pubblica

al sostegno alle famiglie, ai figli e all’occupazione femminile.

Può accogliere meglio un sistema educativo che non abbia più il

numero di dipendenti come criterio prevalente, ma la qualità della sua

offerta e la validità dei suoi percorsi.

Può sostenere i nuovi ammortizzatori sociali per tutelare tutti i

lavoratori nel mercato e, nello stesso tempo, agevolare le

ristrutturazioni necessarie.

Cari amici, è a voi tutti imprenditori che mi rivolgo ora, a conclusione

della mia relazione a questa Assemblea.

Il mio mandato alla Presidenza di Confindustria giunge oggi

esattamente alla metà del suo tempo.

Sono stati anni difficili, anzi difficilissimi.

Per me è stata una responsabilità molto pesante. L’ho potuta

esercitare solo grazie a voi tutti, in una crisi che è la più grave del

dopoguerra.

Grazie al calore, alla passione, alla forza che tutti voi mi avete

trasmesso.

Non ho parole adeguate per esprimere ciò che mi avete dato.

C’è una buona ragione per continuare in questa nostra azione.

L’idea di Paese che ci accomuna: un’Italia capace di stare a testa alta

nel mondo.

Perché oggi il nostro interesse è quello di una grande riscossa

nazionale, per la quale servono tutte le energie, tutte le intelligenze,

tutte le passioni che vivono in ogni angolo dell’Italia.

Dalla divisione alla condivisione. Sia questo il nostro credo.

Noi lo abbiamo sempre pensato.

Possiamo farlo.

E lo faremo.

Questo ci chiedono i cento anni che compiamo: dare l’inizio a una

nuova grande storia.

E voi sarete i grandi protagonisti.

 

 

                                                    .-----------------------------------------