Confindustria - Assemblea pubblica 2008

Intervento del Presidente di Confindustria Emma Marcegaglia 

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 Roma 22 maggio 2008

Illustri Ospiti, care Colleghe e cari Colleghi, Signore e Signori,

grazie a tutti per aver voluto essere qui.

 Ma è soprattutto voi, imprenditrici e imprenditori italiani, che sento

il dovere di ringraziare per la fiducia che mi avete accordato,

affidandomi un incarico che mi onora e di cui sento tutta la

responsabilità.

 E, a nome di tutti, vorrei rivolgere un grazie particolare a Luca di

Montezemolo, che in questi quattro anni ha guidato Confindustria

con intelligenza e straordinaria passione.

Oggi, Confindustria è autorevole, autonoma dai partiti, capace di

portare le ragioni del fare impresa al centro dell’agenda del

Paese. Ed è soprattutto una Confindustria forte e unita. Tutto ciò è

il frutto dell’eccezionale lavoro di questi anni.

Consentitemi un ringraziamento speciale ai miei genitori, Steno e

Mira. Non sarei qui senza la forza del loro insegnamento e del

loro esempio. Fin da quando mi posso ricordare, ho respirato

impresa. Da loro ho imparato la responsabilità dell’imprenditore

nei confronti dei collaboratori e della società.

 Confindustria ha assunto un impegno di fronte al Paese:

contrastare la logica del declino, ritrovare la strada della crescita e

dello sviluppo.

 Nonostante la situazione economica difficile, l’industria italiana ha

compiuto uno straordinario cammino. Di tutto questo, noi

imprenditori dobbiamo essere giustamente orgogliosi. In sala

vedo oggi tanti protagonisti di storie italiane di lavoro e di

successo. Grazie a voi il made in Italy continua ad essere un

riferimento nel mondo. Le piccole e medie imprese hanno svolto

un ruolo fondamentale.

In un decennio sono stati creati più di 2 milioni e 700 mila nuovi

posti di lavoro dipendente, di cui oltre 2 milioni a tempo

indeterminato. Negli ultimi due anni le esportazioni italiane sono

cresciute a ritmi sostenuti, analoghi a quelli della Germania.

 Crescono anche al di fuori dell’area dell’euro, malgrado l’erosione

dei margini imposta da una rivalutazione eccessiva del tasso di

cambio.

 Ma dal terzo trimestre del 2007, e in modo assai più netto con

l’inizio di quest’anno, il quadro internazionale è peggiorato. Le

prospettive per il 2008 e il 2009 restano incerte. La crisi

finanziaria, la quasi recessione americana, il rialzo dei prezzi del

petrolio e di molte materie prime fanno rallentare fortemente la

crescita economica mondiale.

 La vitalità delle nostre imprese non è sufficiente ad assicurare lo

sviluppo e a compensare da sola la scarsa competitività del

Paese.

 La crisi internazionale mette a nudo drammaticamente tutte le

debolezze del sistema. Non possiamo più eludere o rinviare

quelle scelte, anche difficili e impopolari, che sono indispensabili

per non compromettere il nostro futuro.

A questo proposito, purtroppo, c’è poco di nuovo.

Eccesso di burocrazia, di spesa pubblica, di pressione fiscale da

una parte e scarsa produttività, insufficiente investimento in

ricerca e formazione dall’altra, sono i problemi che solleviamo da

tempo.

 Non possiamo perdere di vista le principali riforme istituzionali: più

poteri al premier, nuova legge elettorale, superamento del

bicameralismo perfetto.

Ci aspettano sfide impegnative. Ma in Italia si è creata una

situazione favorevole al cambiamento. C’è un nuovo Governo

sostenuto da una forte maggioranza parlamentare. C’è un clima di

minore contrapposizione e di rispetto reciproco fra maggioranza e

opposizione, di collaborazione sui grandi temi. C’è una

consapevolezza diffusa della gravità della situazione.

 Chi ha l’onore e l’onere di governare compia le scelte necessarie,

senza farsi condizionare dal consenso di breve periodo che porta

all’immobilismo. L’opposizione guardi con responsabilità

all’interesse generale. La situazione economica non consente

tatticismi o rinvii.

 Voglio dire con chiarezza che l’approvazione, ieri, del decreto per

la detassazione degli straordinari e dei premi variabili è un

segnale importante. È una misura che Confindustria propone da

tempo.

 È una indicazione precisa ai lavoratori e alle imprese sulla strada

da prendere per gli assetti contrattuali. Siamo soddisfatti di questo

primo intervento.

 Certo i problemi sono tanti e vanno affrontati anche alla luce dei

mutamenti in corso nello scenario internazionale.

 La globalizzazione dei mercati, le nuove tecnologie, i flussi

migratori sono realtà con le quali dobbiamo misurarci. Un’opzione

diversa non c’è. Il tema è come gestire la globalizzazione, quale

governance adottare.

 Non è un periodo esaltante. Come spiega l’economista indiano

Bhagwati, liberalizzare quando l’economia non cresce è assai

difficile, ma - aggiunge - alla fine la gente capirà che alzando

barriere non si va da nessuna parte.

 Globalizzazione non vuol dire solo bassi salari e delocalizzazione

delle produzioni. Significa anche mercati che si aprono, nuovi

prodotti e processi produttivi, opportunità di investimento. Il 40%

delle esportazioni cinesi - per 500 miliardi di dollari - è frutto di

joint venture con imprese occidentali che hanno investito in Cina.

Frenando quelle esportazioni, colpiremmo anche le imprese dei

nostri paesi.

 Ma il buon funzionamento del commercio internazionale richiede il

rispetto di regole comuni. Non sono accettabili la concorrenza

sussidiata da monopoli interni, il dumping economico o sociale, la

sistematica sottovalutazione del cambio, la contraffazione,

l’abbassamento degli standard di sicurezza dei prodotti, l’assenza

di vincoli alle emissioni nell’ambiente.

 L’Unione Europea resta il nostro punto fondamentale di

riferimento. Ma talvolta sembra più interessata a porre vincoli e

limiti ai suoi cittadini e alle sue imprese, piuttosto che a svolgere

un ruolo forte nella difesa di un mercato mondiale con regole certe

e valide senza eccezioni.

 Noi non chiediamo la tutela acritica degli interessi europei. Ma

non possiamo nemmeno accettare impostazioni autolesionistiche,

come continuare con l’adozione unilaterale del protocollo di Kyoto.

 Condividiamo l’idea di interventi coordinati per i cambiamenti

climatici. Ma non accettiamo un atteggiamento che rischia di

rendere difficile e costosissimo fare impresa in Europa, lasciando

che chiunque inquini a piacimento fuori dal nostro territorio.

 L’Europa deve ritrovare leadership a livello internazionale per

guidare i cambiamenti e le sfide in maniera condivisa. Ha gli

strumenti per farlo. La sua azione deve essere rafforzata e resa

più incisiva. Così aiuterà lo sviluppo e potrà contrastare le pulsioni

protezionistiche che ciclicamente emergono come risposta ad una

globalizzazione non sufficientemente governata.

Questa esigenza diventa prioritaria in una fase di debolezza

dell’economia internazionale.

 L’esplosione del prezzo delle materie prime deprime lo sviluppo in

tutti i paesi importatori. I rialzi sono accentuati da speculazioni

finanziarie, da barriere commerciali al libero scambio di prodotti

agricoli, dai sussidi alle coltivazioni dei paesi avanzati. E’ giunto il

momento di ripensare la politica agricola europea.

 Serve più domanda interna in Europa. Bisogna aprire i mercati dei

servizi, aumentare gli investimenti nelle tecnologie digitali ed

energetiche, nelle reti infrastrutturali, nell’ambiente.

Per finanziare questi progetti servirebbe una revisione

complessiva del budget comunitario. E va approfondita la

proposta di obbligazioni europee sul mercato dei capitali, come ha

rilanciato Giulio Tremonti.

 L’Unione Europea deve anche adottare una credibile ed efficace

politica comune per la sicurezza energetica: diversificazione delle

fonti, strutture distributive cross-border, un vero mercato unico per

l’elettricità e il gas. Deve avere una voce unica nei rapporti con i

paesi produttori.

Perché l’energia potrebbe essere in futuro il terreno di scontro tra

le diverse aree del globo.

 E deve prendere piena coscienza del ruolo sempre più importante

dell’euro. Sono passati quasi dieci anni dalla nascita della moneta

unica. Ci siamo assicurati prezzi più stabili, tassi d’interesse più

bassi, disavanzi pubblici più contenuti.

 Le imprese europee hanno imparato a convivere con l’euro forte

che aiuta a contenere i costi delle importazioni, stimola gli

incrementi di produttività, favorisce l’internazionalizzazione dei

nostri investimenti. Ma un euro troppo sopravvalutato nei confronti

del dollaro penalizza in modo insostenibile le nostre esportazioni.

L’Unione Europea deve continuare a spingere il G8 a pronunciarsi

sui cambi e deve coinvolgere la Cina nelle discussioni sull’assetto

valutario.

 La BCE non dovrebbe sottovalutare il rallentamento delle

economie europee.

La crisi dei mercati finanziari sembra ancora lontana dall’essere

riassorbita e allunga le sue ombre sulle prospettive di breve e

medio termine. Deve indurre a profonde riflessioni.

Molti prodotti finanziari offerti sui mercati internazionali erano

complessi e opachi e hanno addossato ai clienti rischi molto alti.

 La fase dell’eccesso di debito e dei castelli di carta è finita.

All’azione di stabilizzazione attuata con successo dalle banche

centrali dovrà seguire un’ incisiva azione dei regolatori.

Resta una considerazione più generale. La finanza è una

straordinaria leva di sviluppo e molti strumenti innovativi hanno

giocato un ruolo importante. Ma la pura produzione di finanza a

mezzo di finanza, senza valore aggiunto per debitori e investitori,

ha mostrato tutti i suoi limiti e ha generato una profonda crisi di

fiducia.

 La favola del credito ad alto profitto e senza rischi è stata

smascherata. E’ tempo di tornare alla vecchia e solida realtà dei

finanziamenti all’attività produttiva e agli investimenti.

Le banche italiane sono quelle in assoluto con meno rischi e

responsabilità. Hanno di fronte la grande opportunità di porre

ancora di più al centro delle proprie strategie il rapporto con le

imprese. In una fase di forte rallentamento dell’economia le

banche italiane possono dare un segnale importante in questa

direzione. Così lavoreremo insieme per riprendere il cammino

della crescita puntando su investimenti, innovazione,

occupazione.

 La malattia dell’Italia si chiama crescita zero. Il ritorno alla

crescita, ad una crescita sostenuta, deve essere il nostro vero

obiettivo strategico. Chi non condivide questa priorità gioca contro

l’Italia e gli italiani. Su questo non possono più esistere posizioni

neutre.

La bassa crescita ha costi elevati. Il nostro PIL sarebbe superiore

di 150 miliardi di euro se negli ultimi dieci anni fossimo cresciuti

come la media degli altri paesi europei.

 Le istituzioni politiche, economiche e sindacali non si sono

adeguate al mondo in cambiamento. Corporazioni agguerrite

hanno impedito di sciogliere i nodi che ci soffocano.

Nei decenni passati, rinviare gli interventi necessari, distribuendo

sussidi e posti di lavoro pubblico, ha condotto ad un’espansione

della spesa, ad un fisco oppressivo, al secondo debito pubblico, in

rapporto al PIL, di tutti i paesi industrializzati.

 Vi è una grave sottocapitalizzazione del Paese. Dall’inizio degli

anni novanta, invece di contenere stipendi pubblici e pensioni, si

sono tagliati gli investimenti per infrastrutture, servizi di trasporto,

scuola, giustizia, forze dell’ordine, carceri.

Così paghiamo il prezzo di un isolamento strutturale dei territori e

delle persone per collegamenti stradali, ferroviari e portuali

inadeguati. Siamo in ritardo nei servizi informatici ad alto valore

aggiunto che contraddistinguono i paesi moderni.

I sistemi di gestione dei rifiuti sono vicini al collasso in molte

regioni, anche perché si dice di no ai termovalorizzatori, attivi in

tutti gli altri paesi. Paghiamo i costi più alti d’Europa per l’energia.

Manca una strategia di investimenti per la sicurezza e la

diversificazione energetica perché ci arrendiamo ai veti delle

minoranze.

Serve un ambiente più favorevole all’assunzione del rischio,

all’attività d’impresa, agli investimenti.

In un mondo globale, un paese dove la cultura d’impresa non è

condivisa è destinato ad un ruolo subalterno. E’ questo che

vogliamo? No. Ma troppo spesso si è pensato di tutelare

l’interesse pubblico limitando l’attività imprenditoriale, come se le

aziende fossero una sorta di male necessario da ingabbiare e

vincolare. L’impresa sana che rispetta le regole è protagonista

della crescita economica, ma anche dello sviluppo sociale e civile

della nazione.

 Siamo un paese anziano, viviamo di rimpianti e recriminazioni e

poco di progetti. Litighiamo spesso sul passato, non ci

confrontiamo sul futuro. E chi è troppo curioso delle cose del

passato - ci ricorda Cartesio - rischia di diventare molto ignorante

di quelle presenti.

Dobbiamo guardare avanti, alle cose da fare. La prima è

sbloccare gli investimenti che sono pronti a partire, fermi per

inesistenti problemi ambientali. Impianti energetici, rigassificatori e

termovalorizzatori, infrastrutture a rete materiali e immateriali,

insediamenti produttivi: sono centinaia le opere e gli stabilimenti

incredibilmente in attesa di autorizzazione.

Certo, ci vogliono trasparenza e dialogo con le popolazioni

interessate.

 Ma poi bisogna decidere. E bisogna dire alla gente la verità. C’è

chi manifesta contro ogni nuova centrale, ma si lamenta per

l’aumento delle bollette delle famiglie. O chi impedisce la

realizzazione di impianti e discariche preferendo lasciare la

popolazione in mezzo a montagne di rifiuti.

 Non accetteremo più che piccoli gruppi, spesso in malafede,

tengano in scacco il Paese. E’ a queste furbizie di bassa lega che

dobbiamo dire basta.

L’investimento in tecnologie può essere catalizzato da pochi

grandi progetti paese: il nucleare di nuova generazione, la

mobilità, il risparmio energetico, le tecnologie ambientali. Sono

questi i temi che devono restare al centro della politica industriale.

 Abbiamo davanti a noi sfide impegnative e progetti ambiziosi.

Non una fase da piccolo cabotaggio. Dobbiamo cambiare il Paese

nell’interesse delle imprese e dei cittadini, soprattutto dei più

giovani.

 Noi continueremo a esprimere con determinazione e forza, con

passione ed entusiasmo, la cultura d’impresa, le ragioni di chi

vuole continuare a crescere.

Vogliamo contribuire così ad un grande disegno di sviluppo

economico e sociale dell’Italia e degli italiani. Collaboreremo con il

Governo per realizzare le riforme necessarie. Continueremo sulla

strada dell’autonomia, che per noi ha un significato molto chiaro:

vogliamo essere fuori dai partiti per rappresentare ovunque le

ragioni della crescita.

 Noi riconosciamo il primato della politica. Ma la politica deve

meritarlo e giustificarlo con i risultati. Gli elettori hanno fortemente

penalizzato, fino ad escluderle dal Parlamento, quelle forze

portatrici di una cultura anti industriale. Per la prima volta, tutte le

formazioni politiche presenti nelle due Camere condividono i valori

del mercato e dell’impresa. Stiamo assistendo a una significativa

semplificazione del sistema politico.

Io sento il dovere di essere, malgrado tutto, ottimista. Mi sembra

che si stia esaurendo, nella coscienza collettiva, quel conflitto di

classe fra capitale e lavoro che ha segnato la storia degli ultimi

150 anni. Oggi si fa strada la consapevolezza che la crescita

economica è il vero bene comune.

 Possiamo chiudere una lunga stagione di antagonismo, pensare

in maniera nuova il confronto con i sindacati e il modello di

relazioni industriali. Oggi sono obsolete. Dopo quattro lunghi anni,

CGIL, CISL e UIL hanno finalmente definito una posizione unitaria

e questo rappresenta un punto di partenza importante. Non è una

piattaforma, ma una proposta per avviare una trattativa nuova,

lontana dai riti inconcludenti del passato.

Certo, molte proposte non sono per noi condivisibili, come l’idea di

indicizzare le retribuzioni ai prezzi che ci porterebbe fuori

dall’Europa. Ma finalmente ci sono le condizioni per iniziare un

confronto, cambiare le regole del gioco, modernizzare il sistema.

 Ai sindacati voglio dire: poniamoci davvero l’obiettivo comune,

forti della nostra autonomia e del nostro ruolo di parti sociali, di

raggiungere un’intesa entro pochi mesi. E’ alla nostra portata. Se

ci riusciremo, scriveremo una pagina importante nella storia delle

relazioni industriali e libereremo energie in favore dello sviluppo.

Noi siamo pronti.

 Negli ultimi dieci anni il costo del lavoro è salito in Italia in linea

con la media europea ma non altrettanto ha fatto la produttività.

Abbiamo perso competitività: meno 10 punti rispetto alla media

dell’area euro e meno 18 nei confronti della Germania.

La produttività è ciò che in questi anni è mancato alla nostra

economia. Solo con un forte recupero di produttività sarà possibile

conciliare crescita e occupazione, competitività e incremento dei

salari: tutti obiettivi essenziali per il Paese.

 Il sistema di contrattazione è ancora quello del 1993, approvato

quando c’era la lira e la globalizzazione muoveva solo i primi

passi.

 E’ stato per molti anni un buon sistema, ha raffreddato l’inflazione.

E’ inadeguato alle esigenze di oggi perché impone a realtà

produttive diverse retribuzioni e organizzazione del lavoro

uniformi. Non favorisce la contrattazione di secondo livello che

potrebbe coniugare meglio retribuzione e produttività.

 Occorre alleggerire il contratto nazionale per dare più spazio e

risorse alla retribuzione legata all’aumento di produttività e ai

risultati aziendali.

I sindacati italiani sono una grande organizzazione, con dodici

milioni di iscritti. Sta al coraggio dei loro leader impiegare questa

forza a favore del cambiamento, del benessere, delle opportunità

per i giovani.

 Una parte della cultura sindacale non si è adeguata ai modelli

produttivi, che si sono evoluti nelle imprese distrettuali e a rete,

nelle medie imprese radicate nei territori e che operano nei

mercati globali. E’ in queste reaItà che si sta già sperimentando

una forte convergenza di interessi tra imprese e lavoratori. E’ un

dato nuovo, un valore importante, un’opportunità che va colta.

Chiediamo ai sindacati di cambiare in profondità per non

condannarci ad una perdita forte di competitività e di benessere.

Chiediamo ai sindacati di negoziare nell’interesse vero dei

lavoratori e non di qualche superata ideologia.

La riforma della contrattazione dovrà riguardare anche il pubblico

impiego, che ha inspiegabilmente ottenuto negli ultimi anni

incrementi retributivi più che doppi rispetto al settore privato,

senza alcun aumento di efficienza.

 I tassi di assenteismo nel pubblico impiego sono uno scandalo

nazionale. Noi non accettiamo un sistema dove ci sono persone

che timbrano il cartellino e subito dopo abbandonano il posto di

lavoro. E’ un insulto nei confronti dei lavoratori onesti, pubblici e

privati.

 Non possiamo più sopportare che una parte del Paese, sottratta

ad ogni controllo, scarichi i suoi costi e le sue inefficienze sulla

parte sana. Quella parte che lavora e produce per tutti e che

ormai manda inequivocabili segni di insofferenza.

Oltre alla contrattazione, vanno riviste le regole del mercato del

lavoro e del welfare. Va aggiornato il quadro dei diritti dei

lavoratori e bisogna adottare modelli di flexicurity. Non è il posto di

lavoro che deve essere garantito, ma un reddito e una formazione

adeguati, come accade nei paesi con sistemi di sicurezza sociale

più moderni ed attivi.

 E questa è sempre stata l’idea di Marco Biagi e Massimo

D’Antona, che hanno pagato con la vita la volontà di innovare e di

guardare al futuro. A loro va il nostro ricordo e il nostro grazie.

Il welfare italiano è particolarmente inefficiente ed iniquo. Quasi il

60% della spesa sociale serve a coprire dal rischio di vecchiaia,

perché l’età media dei pensionati è bassa e il pensionamento

avviene tre anni prima che nella media dell’OCSE. Negli Stati

 Uniti la pensione viene erogata per dodici anni, in Danimarca per

undici anni, in Svezia per tredici, in Italia per diciassette.

L’età della pensione andrebbe indicizzata all’aumento della

speranza di vita.

Questa distorsione condanna l’Italia a destinare appena il 2%

della spesa sociale al sostegno del reddito di chi ha perso il posto

di lavoro, un terzo della media europea. Altrettanto scarsi sono gli

aiuti alla famiglia e ciò si riflette nella bassa natalità. Solo il 12%

della spesa sociale va al 20% più povero della popolazione.

Con questo squilibrio a favore delle pensioni, abbiamo rinunciato

a quella grande risorsa che è l’occupazione femminile. C’è uno

slogan efficace che riassume la questione: troppe donne a casa,

troppe culle vuote, troppi bimbi poveri.

Così si bruciano enormi potenzialità. Nell’ultimo decennio

l’incremento del lavoro femminile nei paesi sviluppati ha

contribuito alla crescita mondiale come l’intera economia cinese.

In Italia è attivo solo il 47% delle donne in età lavorativa. Si

scende al 31% nel Mezzogiorno. Con una occupazione femminile

allineata ai tassi medi europei, il nostro PIL sarebbe più alto di

quasi il 7%.

 Il lavoro femminile aumenta il reddito familiare e genera nuova

occupazione.

Dobbiamo avere più donne al lavoro e un welfare più a favore

della famiglia e dell’infanzia.

“Non è un paese per vecchi” è il titolo di un romanzo di McCarthy

e del recentissimo film che ne è stato tratto. Se guardo all’Italia

devo dire con rammarico che non è un paese per giovani.

Da troppi anni sono state adottate scelte e politiche contrarie

all’interesse delle nuove generazioni. Pensiamo al debito pubblico

più alto d’Europa che scarichiamo sui più giovani. O alla spesa

pubblica improduttiva che cresce a dismisura e dissipa oggi molte

risorse che dovremmo invece investire per il domani.

 Noi vogliamo una società aperta, che premi e promuova il merito,

dove siano date a tutti uguali opportunità di partenza e dove

l’anzianità di carriera non sia il principale criterio di remunerazione

delle capacità. Dove ci siano maggiore mobilità sociale, più

competizione e solidarietà nei confronti dei più deboli.

Compete anche a noi costruire una società più aperta,

trasparente, che non sia preda dei privilegi corporativi. Ma ai

giovani dico con altrettanta chiarezza: guardate alla competizione

e al merito come valori positivi, pretendeteli nelle scuole e nelle

università, non fatevi sedurre dai cattivi maestri dell’egualitarismo

al ribasso che toglie opportunità a chi ha talento, a chi si vuole

impegnare e vuole farsi valere.

Guardate con grande attenzione alle ragioni vere della vostra

generazione. Non lasciatevi strumentalizzare da chi vi chiede di

sostenere interessi e privilegi - dalle pensioni alle rigidità del

mercato del lavoro - che sono rivolti contro di voi.

 Non ci può essere vera solidarietà senza uno Stato efficiente. Non

c’è rispetto dei diritti e tutela dei cittadini. Non c’è libertà di

impresa, non c’è giustizia, non c’è buona istruzione, non c’è

legalità, non c’è lotta all’evasione.

Servono uno Stato leggero e rigoroso, una pubblica

amministrazione che funzioni, vicina ai cittadini e alle imprese,

inflessibile contro chi non rispetta le regole e danneggia la

comunità. Ci sono molte eccellenze anche all’interno della

macchina pubblica. Ma si tratta di generosità individuali e di

professionalità isolate.

I dipendenti pubblici in Italia sono mal distribuiti per funzione e sul

territorio. In rapporto agli abitanti, al Sud sono il 50% in più che al

Nord. Serve una grande ristrutturazione. Si devono utilizzare in

modo oculato il turnover, la mobilità geografica e ammortizzatori

sociali di durata limitata.

 “Se uno è giovane e ha talento, difficilmente si fa strada negli uffici

statali.” Lo scriveva un secolo fa il romanziere Hasek. Da noi non

molto è cambiato. E’ necessaria un’azione di medio termine per

coinvolgere e valorizzare il personale migliore e penalizzare i

furbi. Questo sarà un banco di prova anche per i sindacati.

Leggiamo che i fannulloni verranno licenziati. E’ un principio che

ci trova pienamente d’accordo, a patto che alle parole seguano i

fatti. Altrimenti sarà l’ennesima sconfitta di tutti coloro che, nel

privato come nel pubblico, lavorano con serietà.

Bisogna semplificare, ridurre il numero delle leggi, eliminare le

incertezze di interpretazione. Il nostro paese associa una

singolare diffusione dell’illegalità a una pletora di regole spesso

contraddittorie e incomprensibili, che governano minuziosamente

la vita dei cittadini. La burocrazia è uno dei principali ostacoli agli

investimenti in Italia.

 Chiediamo che venga attuato il progetto “impresa in un giorno” e

che venga riformata la giustizia civile che non funziona. Per

recuperare un credito occorrono 40 mesi, contro i 12 dei maggiori

paesi industrializzati. Ciò mina alla base la certezza del diritto, la

tutela della proprietà, il rispetto dei rapporti contrattuali.

La certezza del diritto è fondamentale. Non c’è mercato senza

legge.

Come spiega l’economista Hernando De Soto, ciò che accomuna

le aree del mondo che non riescono a svilupparsi non è la

carenza di iniziativa economica. E’ la difficoltà a rappresentare i

diritti di proprietà, cioè la mancanza di una relazione tra legge e

mercato.

Sulle piccole imprese il costo della burocrazia grava per quasi 15

miliardi di euro l’anno: un punto di PIL sottratto al loro sviluppo.

Ventisette adempimenti informativi in materia di lavoro,

previdenza e assistenza gravano sulle imprese per quasi 10

miliardi. Quindici adempimenti ambientali valgono 2 miliardi di

euro. Un miliardo e mezzo di euro è il costo di sette adempimenti

per la normativa antincendi. Una vera emergenza nazionale.

I ritardati pagamenti della pubblica amministrazione, soprattutto

nelle aree meridionali, rappresentano la causa di fallimento in un

caso su quattro.

 E’ difficile immaginare una democrazia funzionante quando è lo

Stato il primo a non rispettare le regole.

La politica ha invaso l’amministrazione, piegandola a fini impropri

di ricerca del consenso. Ne ha minato l’efficienza e l’imparzialità e

nello stesso tempo ha perso autorevolezza, capacità di controllo e

di indirizzo. La lottizzazione minuta delle cariche e degli impieghi

ha progressivamente smantellato i centri di competenza.

 La politica deve ritirarsi velocemente dai compiti che non le

appartengono. Deve tornare alla missione che le è propria:

definire gli orientamenti strategici dell’azione pubblica e comporre

gli interessi. Deve uscire dalle gestioni, rinunciare a decidere gli

appalti e a nominare i primari degli ospedali. Non deve interferire

nell’attività delle aziende.

 Si devono tagliare i costi della politica - a cominciare dal numero

dei parlamentari e dei componenti delle altre assemblee elettive -

e eliminare i privilegi. Si devono ridurre i livelli decisionali partendo

dalle province.

Bisogna affermare, nella gestione della cosa pubblica a tutti i

livelli, un costume di sobrietà. Diventerà più positivo il rapporto fra

i cittadini, lo Stato, la politica.

 Lo Stato deve assicurare buone prestazioni. Vogliamo una scuola

pensata per gli studenti e non per gli insegnanti, una sanità

organizzata sulle esigenze dei pazienti e non su quelle dei medici

o degli infermieri, uffici pubblici con orari di apertura strutturati per

favorire la popolazione più che gli impiegati.

 Lo Stato italiano è inefficiente anche quando incassa imposte e

contributi. La pressione fiscale è superiore alla media europea ed

è profondamente disomogenea: l’evasione sottrae alle casse

pubbliche almeno 90 miliardi l’anno e fa salire per i cittadini onesti

la pressione fiscale sopra il 51%. Siamo oltre i livelli svedesi. Con

servizi neanche lontanamente comparabili.

Nonostante la riduzione delle aliquote varata dall’ultima

Finanziaria, il prelievo effettivo sugli utili d’impresa resta in Italia il

più alto d’Europa. E’ un chiaro invito a non investire da noi, in un

mondo dove i sistemi fiscali rappresentano un importante

elemento competitivo fra paesi.

 Si devono perciò muovere altri passi verso la riduzione delle

aliquote IRES e IRAP, guardando alla pressione effettiva e non a

quella nominale. Per l’IRAP è auspicabile una progressiva

deducibilità e va drasticamente ridimensionata la componente

costo del lavoro, una sorta di tassa sugli occupati. Tutto dovrà

avvenire in un quadro di equilibrio delle finanze pubbliche e di

riduzione del debito, basandosi sui tagli alla spesa.

In questi anni le imprese hanno contribuito molto all’incremento

generale del gettito tributario. Nel 2007, a parità di aliquote, il

gettito IRES è aumentato del 27% rispetto al 2006 e di quasi

l’80% rispetto al 2004.

 La pressione fiscale sulle imprese va abbassata. Chiediamo

stabilità e continuità normativa per consentire programmazioni di

medio periodo.

 Bisogna continuare nella lotta all’evasione e all’elusione fiscali che

danneggiano le imprese e i contribuenti onesti. Il fisco deve

essere severo con i furbi e gli evasori, costruttivo nel rapporto con

i tanti che rispettano le regole.

Abbiamo bisogno di un’amministrazione finanziaria che capisca

l’impresa e non cada nell’errore di chi pensa che l’evasione sia

ovunque. Le imprese, soprattutto le piccole, devono essere

accompagnate e aiutate nel corretto adempimento dei propri

doveri.

 Va eliminata, e presto, la piaga dei ritardi nei rimborsi d’imposta,

già condannata dalla Corte di giustizia europea.

E non è accettabile che l’amministrazione finanziaria possa

bloccare i pagamenti dovuti alle aziende in presenza di un

contenzioso anche di poche migliaia di euro. E’ un sistema per

risparmiare sulla cassa. Non è degno di un paese moderno.

Serve un nuovo rapporto di fiducia tra il fisco e le imprese.

 Uno Stato più efficiente passa anche attraverso un progetto di

federalismo che dia ad aree omogenee capacità di azione per

filtrare e affrontare le sfide della globalizzazione. Un nuovo

federalismo può valorizzare le potenzialità dei territori, attrarre

 investimenti e talenti, essere aperto alla competizione e

aumentare il livello di efficienza.

Il processo federalista è a metà del guado. Così com’è non

funziona. Negli anni 2000, quando sono state iniettate dosi più

consistenti di decentramento, le spese correnti delle

amministrazioni locali sono esplose. La spesa sanitaria è salita di

oltre il 50%. Nello stesso tempo non è stato posto alcun freno alle

spese delle amministrazioni centrali. Un percorso insostenibile.

 E’ invece possibile un federalismo virtuoso, come ci insegnano

molti paesi europei.

Per l’Italia, il prossimo passaggio è il federalismo fiscale. Deve

costituire un’assunzione di responsabilità e accompagnarsi ad un

taglio di spesa frutto della guerra alle duplicazioni, alle

sovrapposizioni, agli sprechi. Deve essere l’occasione per

rivedere la distribuzione delle competenze a cui vanno

commisurate le fonti di entrata.

 Devono tornare al centro le materie connesse alle grandi reti

nazionali di energia, trasporto e comunicazione. Può essere

largamente decentrata la gestione di molti servizi pubblici: scuole,

trasporti locali, servizi per l’immigrazione e l’integrazione.

Il decentramento delle imposte funziona se c’è la piena

percezione dei cittadini di destinare una parte del loro reddito agli

enti locali. Si innesca così il circuito positivo del “pago - controllo -

esigo”. Deve coniugare equità ed efficienza e responsabilizzare i

politici e l’apparato amministrativo.

 Federalismo non significa neostatalismo. A livello locale sono

ormai concentrati sia il patrimonio immobiliare pubblico sia

l’intervento in economia con un numero impressionante di

aziende.

 Sono 4 mila e 800 società, con oltre 250 mila addetti. Hanno fini

sempre più impropri: aumento delle entrate dei bilanci locali e

della loro capacità di spesa, aggiramento dei vincoli di finanza

pubblica, gestione del potere, distribuzione di cariche e relativi

emolumenti alla classe politica.

Si usano, male, i soldi dei contribuenti per produrre, attraverso

imprese pubbliche, i servizi di cui i comuni, le province o le regioni

hanno bisogno.

 Si sottrae mercato ai privati, si fa concorrenza sleale, si rinuncia

all’efficienza e ai risparmi di spesa che verrebbero da una

competizione fra più soggetti attraverso appalti pubblici

trasparenti. Si scaricano i costi su imprese e cittadini.

 Privatizzando aziende e immobili pubblici si possono ottenere

rilevanti flussi di cassa e enormi guadagni di efficienza.

C’è, nei confronti di questo percorso, una forte resistenza. Ma il

cammino delle privatizzazioni e delle liberalizzazioni va ripreso,

sia a livello nazionale, sia a livello locale. Condividiamo l’idea di

essere attenti ad alcuni interessi strategici che non possono

essere ceduti a monopoli stranieri o a fondi sovrani.

 Ma non possiamo nemmeno accettare di aver combattuto oltre

vent’anni fa il “panettone di Stato” per ritrovarci con un esercito di

piccole software house comunali.

L’Europa ci impone di liberalizzare il settore dei servizi.

E’ questa la strada da percorrere invece di aumentare ogni

genere di tributo come stanno facendo quasi dappertutto regioni

ed enti locali. In particolare nel Mezzogiorno dove, per effetto

delle addizionali IRAP, si è caricata sulle imprese una fiscalità più

pesante rispetto al resto del Paese.

Nelle regioni dove la spesa sanitaria è fuori controllo bisogna dire

basta alle addizionali e alla politica del “tassa e spendi”. Gli

amministratori siano chiamati a rispondere del fallimento della loro

gestione.

Non può esservi ripresa durevole della crescita dell’Italia se non si

rimette in moto il Mezzogiorno.

 La crisi del Mezzogiorno è civile e istituzionale, prima ancora che

economica.

Un fiume di denaro proveniente dal resto del Paese e dall’Europa

è stato dissipato negli ultimi tre decenni, senza miglioramenti

visibili dell’ambiente economico e del tessuto produttivo. La

corruzione e le attività malavitose impediscono il lavoro delle

imprese oneste.

 Il Mezzogiorno ha in sé anche enormi potenzialità. Il PIL per

abitante è al Sud pari al 57% di quello del Nord: portarlo allo

stesso livello delle regioni settentrionali nell’arco di quindici anni

comporterebbe una crescita annua del 6% per l’area e tre milioni

di nuovi occupati. Il Mezzogiorno diventerebbe un volano di

crescita per l’intero Paese.

 Grazie al contributo dell’Unione Europea, tra il 2007 e il 2014

sono disponibili 100 miliardi di euro per investimenti nelle zone in

ritardo di sviluppo del nostro paese. Vogliamo, insieme con le

altre forze sociali, evitare di disperderli in mille rivoli e verificare

attivamente dove saranno destinati.

Bisogna indirizzare l’intervento verso pochi e chiari obiettivi

misurabili: innanzitutto la sicurezza e poi un piano per le

infrastrutture. Occorre inoltre investire in istruzione e innalzare la

qualità delle amministrazioni e delle aziende pubbliche, vero

handicap del Mezzogiorno.

 Un paese che voglia crescere deve investire nella formazione,

nella scuola e nell’università. Innalzare l’istruzione ai livelli dei

migliori paesi aumenta nel medio periodo il reddito pro capite del

15%.

 Va cambiata la cultura che ha indebolito la scuola e l’università

per un malinteso e dannoso egualitarismo.

Invece di spingere i ragazzi a studiare di più, è prevalsa l’idea di

promuoverli più facilmente. Si è pensato che il titolo di studio, e

non la qualità dell’istruzione, fosse la chiave della promozione

sociale. Invece di valorizzare i talenti, si è appiattito tutto verso il

basso.

Il risultato è che a 15 anni un ragazzo italiano ha già perso un

anno di apprendimento rispetto a un suo coetaneo europeo.

La selezione dei docenti è spesso degenerata: autogestione

sindacale nella scuola, cooptazione baronale nell’università. Si

sono ridotti gli investimenti pubblici, ma si è anche sprecato a

piene mani. Il finanziamento pubblico non premia le università

migliori o più efficienti; quelle di bassa qualità continuano a

illudere schiere di giovani con titoli di studio senza valore.

E’ essenziale che la qualità dei docenti sia ricompensata con

incentivi di carriera e premi economici. Va promossa l’emulazione

tra le scuole.

 L’università ha moltiplicato le cattedre e marginalizzato la ricerca

scientifica. Abbiamo 94 atenei e 2700 corsi di laurea, alcuni dei

quali decisamente stravaganti, ma le imprese non trovano

abbastanza giovani con specializzazioni tecnico - scientifiche.

Vanno rivalutati gli istituti tecnici e professionali, devono

moltiplicarsi le sinergie tra aziende e atenei per la ricerca

applicata. Si può ripartire dai centri di eccellenza di alcuni

politecnici per sviluppare anche la ricerca di base.

Dobbiamo investire sulla qualità, valutando a livello nazionale

l’apprendimento nelle materie chiave. Dobbiamo ricercare e

promuovere i talenti. Mentre da noi si teorizza l’uguaglianza nella

mediocrità, in Gran Bretagna si è creato - con una selezione

oggettiva e trasparente - un gruppo di scuole capaci di valorizzare

i più bravi e preparare le classi dirigenti del futuro.

Così si costruisce il futuro sulla base del merito e non con le

promozioni di massa.

 Mi rivolgo, come mamma di una bambina di 5 anni, a tutti i

genitori. Dobbiamo assumerci la responsabilità di garantire ai

nostri figli un’educazione ed una preparazione di qualità perché

essi dovranno vedersela con un mercato dei talenti senza

frontiere, dovranno confrontarsi con la concorrenza intellettuale

degli immigrati di seconda generazione, fortemente motivati a

salire nella scala sociale.

I nostri figli rispetto a noi avranno sfide molto più difficili.

Dobbiamo dar loro una scuola esigente, selettiva, di eccellenza,

che consenta di affrontare la competizione con le carte migliori.

 In questi anni, in un sistema Paese poco competitivo, le imprese

italiane hanno fatto grandi progressi. Si sono ristrutturate e hanno

investito sulla qualità, su prodotti a più alto valore aggiunto e con

maggiore contenuto tecnologico. Hanno affrontato a viso aperto il

confronto sui mercati internazionali.

Il sistema industriale italiano oggi appare complessivamente più

forte, in molti settori di nuovo protagonista. Vogliamo fare ancora

di più. Guardiamo alla Germania, paese maturo che ha saputo

ritrovare vocazione industriale, forte competitività e capacità di

leadership.

 Noi siamo pronti a fare ogni sforzo.

 Voglio sottolineare quattro impegni, che considero strategici.

Il primo riguarda la sicurezza sul lavoro. Noi sappiamo quanto i

veri imprenditori tengano ai loro lavoratori. La sicurezza sul lavoro

è un nostro obiettivo, prima ancora che la legge ce lo imponga.

Siamo pronti a collaborare in ogni modo per combattere gli

infortuni sul lavoro, anzitutto con una campagna di

sensibilizzazione, formazione, prevenzione.

Come sapete noi non condividiamo il provvedimento approvato

negli ultimi giorni della scorsa legislatura, soprattutto perché

manca quasi del tutto una politica attiva a favore della sicurezza.

 Questo per noi è un impegno molto forte.

Il secondo è l’impegno per gli investimenti in ricerca e

innovazione. La spesa pubblica è chiaramente insufficiente ma,

pur con molte eccezioni, anche le imprese sono in ritardo.

Dobbiamo innalzare gli investimenti al livello dei concorrenti più

agguerriti: qui si gioca la nostra capacità futura di competere.

Il terzo riguarda i cambiamenti climatici, strettamente legati alla

nostra sicurezza energetica.

 L’industria italiana già oggi ha buoni livelli di efficienza energetica.

Occorre invece che il Paese nel suo insieme migliori i propri

standard. Su questa sfida vogliamo giocare un ruolo importante.

La crescente attenzione dei consumatori al risparmio energetico,

all’inquinamento, alla tutela ambientale, alla sicurezza in campo

alimentare e lo sviluppo di nuove tecnologie in questi settori

aprono nuovi mercati. Trasformano le sfide climatiche in una

occasione di crescita, in un elemento distintivo di competitività.

Le imprese italiane possono far leva sull’immagine di qualità della

vita del Paese e affermarsi come leader in questi campi. Stanno

adottando politiche lungimiranti per il risparmio energetico, le

infrastrutture energetiche, le fonti rinnovabili e il nucleare.

 E’ tempo di tornare a investire nell’energia nucleare, settore dal

quale ci hanno escluso più di vent’anni fa decisioni emotive e

poco meditate. Ciò ha accresciuto la nostra insicurezza e la

dipendenza dall’estero, ha sottratto altre risorse alla crescita, ha

gonfiato le bollette elettriche di famiglie e imprese.

Il quarto impegno è il pieno rispetto delle regole, la lotta per la

legalità e contro le mafie che avvelenano il mercato e la stessa

vita civile in molte zone del Paese. Gli imprenditori sono già in

prima linea. Mettono a rischio le loro capacità e i loro beni, e

qualche volta anche la vita.

 Voglio ringraziare coloro che fanno impresa nel Mezzogiorno.

Noi vi siamo vicini. Nella coraggiosa lotta alla criminalità avrete

sempre il nostro supporto. Non vi lasceremo soli.

Questa vostra battaglia fa onore a tutti gli imprenditori italiani.

C’è un ultimo impegno che voglio affermare: è quello di cambiare

anche come associazione delle imprese. Confindustria compirà

100 anni nel 2010. E’ una istituzione forte e credibile, ai massimi

storici per numero di associati. Ma anche noi abbiamo bisogno di

riforme per rispondere sempre meglio alle nuove istanze di

rappresentanza e di servizi che provengono dalle imprese. La

modernizzazione deve essere un obiettivo costante.

 Autorità, Colleghi, Signore e Signori,

da troppo tempo l’Italia è bloccata: non riesce ad assicurare

condizioni adeguate di benessere ai suoi cittadini e prospettive di

miglioramento ai suoi figli.

Viviamo in un tempo in cui il rischio più grande è quello di pensare

solo a noi stessi, ai nostri più diretti interessi, ciascuno alla propria

generazione, alla stretta quotidianità.

 Abbiamo il dovere di dare risposte ai problemi di oggi e di

immaginare una storia per il futuro. Dobbiamo sollevare lo

sguardo e costruire un nuovo sviluppo.

Unità, coesione, iniziativa, dedizione, amore per noi stessi:

dobbiamo ritrovare lo spirito italiano che rende raggiungibile ogni

traguardo.

Quello spirito italiano è imbattibile nelle emergenze. Deve essere

prassi anche nella quotidianità. Nelle scorse settimane ci ha

consentito di portare in Italia l’Expo 2015.

Dobbiamo rilanciare quello spirito, riscoprire l’orgoglio di essere

italiani e di ritrovare la forza ideale di un grande traguardo:

restituire al nostro paese il senso del suo ruolo nel mondo che

cambia, non da gregari ma da protagonisti.

Il “dovere” verso il futuro è nel codice genetico delle imprese e

degli imprenditori. Una tensione continua a cambiare, a inventare,

a rimodernarci: è il nostro “marchio di fabbrica” da difendere e

diffondere sui mercati e nel confronto con le istituzioni e con le

rappresentanze sociali.

 Questa è la nostra missione.

Il successo delle imprese è la ragione di Confindustria.

L’impresa è un valore centrale per la vitalità di una economia e di

una comunità. E’ un laboratorio di cittadinanza, dove collaborano

e si fondono etnie e culture diverse. L’impresa è il luogo di lavoro

in cui imprenditori e dipendenti sentono un interesse comune.

Tutti noi siamo chiamati ad una grande sfida. C’è uno scenario

nuovo e irripetibile. Abbiamo la possibilità di far rinascere il Paese.

Vorrei chiudere con una frase del filosofo Diderot. “Solo le

passioni, le grandi passioni, possono innalzare lo spirito a grandi

cose”.

Ci muove una straordinaria passione per l’Italia. Per questo sono

ottimista. Sono sicura che non sprecheremo questa occasione.