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Conferenza
Episcopale Italiana
CONSIGLIO
PERMANENTE
Roma, 26 - 29
settembre 2011
PROLUSIONE DEL CARDINALE PRESIDENTE
Venerati e cari
Confratelli, avvio questa riflessione facendo subito riferimento al
clima che – a giudizio di molti osservatori, ma è anche nostra
sensazione – appare emergente, ossia il senso di insicurezza diffuso
nel corpo sociale, rafforzato da un attonito sbigottimento a livello
culturale e morale.
Un’insicurezza che si va cristallizzando, e finisce per prendere una
forma apprensiva dinanzi al temuto dileguarsi di quegli ancoraggi
esistenziali per i quali ognuno si industria e fatica, essendo essi
ragione di una stabilità messa oggi in discussione, per cause in
larga misura non dipendenti da noi. Non si era capito, o forse non
avevamo voluto capire, che la crisi economica e sociale, che iniziò
a mordere tre anni or sono, era in realtà più vasta e potenzialmente
più devastante di quanto potesse di primo acchito apparire. E
avrebbe presentato un costo ineludibile per tutti i cittadini di
questo Paese. Spetta ad altri dar conto degli scenari che si
presentano sul versante economico-sociale; per parte nostra siamo
specialmente in apprensione per le pesanti conseguenze sulla vita
della gente e gli effetti interiori di questa crisi che, a tratti,
sembra produrre un oscuramento della speranza collettiva. Se ne vede
traccia in certa perplessità trascinata e stanca, in una amarezza
dichiarata, in un risentimento talora sordo, in un cinismo che
denuncia una sconfortata rassegnazione. Circola l’immagine di un
Paese disamorato, privo di slanci, quasi in attesa
dell’ineluttabile. Ebbene, in quanto Vescovi non possiamo essere
spettatori intimiditi; nostro compito è proporci come interlocutori
animati da saggezza, interessati a «rompere questo determinismo
dell’immanenza o, meglio, aprirlo alla concezione cristiana della
storia e del tempo» (Giandomenico Mucci, Il discernimento dei segni
dei tempi, “La civiltà cattolica”, 7 maggio 2011). Vorremmo cioè,
con passo lieve, accostarci al cuore di ciascuno dei nostri
connazionali, e dire la parola più grande e più cara che abbiamo, e
che raccoglie ogni buona parola umana: Gesù Cristo. Noi lo
annunciamo a tutti come discepoli e Vescovi: Egli è Dio con noi e
per noi, affinché abbiamo a non inaridirci, stanchi prigionieri del
nostro «io». No, non dobbiamo affliggerci come chi non ha speranza (cfr
1Ts 4,13): una speranza che «attira − dentro il presente − il futuro
[…]. Il fatto che questo futuro esista, cambia il presente; il
presente viene toccato dalla realtà futura» (Spe salvi n. 7).
Perché questa dinamica salvifica si esplichi non ci stanchiamo, con
l’aiuto dello Spirito, di esercitare il nostro arduo quanto
irrinunciabile ministero, «di ascoltare attentamente, discernere e
interpretare i vari modi di parlare del nostro tempo, e di saperli
giudicare alla luce della parola di Dio, perché la verità rivelata
sia capita sempre più a fondo, sia meglio compresa e possa venire
presentata in forma più adatta» (Gaudium et spes, n. 44). È ciò che
ci proponiamo umilmente di perseguire anche nell’attuale sessione
autunnale del nostro Consiglio Permanente, agli inizi del nuovo Anno
pastorale, e a congedo di una stagione estiva particolarmente densa
di eventi e segni. Vorremmo che la nostra parola, se deve echeggiare
nel cuore degli italiani e nell’opinione pubblica, riuscisse a
risvegliare la speranza, e ad un tempo quella tensione alla verità
senza la quale non c’è democrazia.
2. Com’è noto, dal 3 all’11 settembre abbiamo celebrato ad Ancona, e
nelle Diocesi di quella Metropolìa, il 25° Congresso Eucaristico
Nazionale, appuntamento che ha visto un’elevata partecipazione di
popolo proveniente da ogni parte d’Italia, e una vigorosa tensione
spirituale realmente unitiva. Nel passaggio culminante, che
coincideva con la giornata conclusiva, il congresso ha accolto il
Pellegrino più illustre e atteso. Benedetto XVI continua infatti a
riservare alla Chiesa italiana gesti di squisita attenzione ed
autentica premura apostolica. Nei giorni scorsi lo abbiamo seguito e
ammirato durante la visita che egli ha compiuto nella sua terra di
Germania, ci siamo rallegrati per il successo del non facile
viaggio, soprattutto ci siamo messi in ascolto del suo magistero
nitido e straordinario: occorrerà che su di esso ritorniamo con una
riflessione più distesa e impegnativa. Ma per restare al nostro
incontro anconetano, in nessuno dei suoi momenti abbiamo vissuto
staccati dal mondo, dal nostro Paese, dalla società di cui siamo
parte. Abbiamo, in verità, celebrato questo Congresso Eucaristico
facendo memoria del 150° anniversario dell’Unità d’Italia, ma –
prima ancora – l’avevamo voluto per rinnovare la nostra consegna
all’Eucaristia quale mistero d’amore che, unendoci intimamente a
Gesù, ci apre ai fratelli. Potremmo dire che davvero abbiamo inteso
portare là – dove pubblicamente si è posto il centro irradiante
della nostra fede – tutta l’Italia e tutti gli italiani. D’altra
parte il nostro popolo, senza sottrarsi ai doveri e alle forme
proprie della collettività, avverte costantemente che c’è una
«Presenza altra» nella storia che coincide con la forza rigenerante
dell’Eucaristia, custodita e celebrata nei grandi e nei piccoli
centri disseminati lungo la Penisola, crogiuolo benedetto da cui è
scaturita l’identità profonda della Nazione, assai prima della sua
stessa unificazione istituzionale e politica.
La storia dei Congressi Eucaristici nazionali, del resto, è
intrecciata indissolubilmente alla vita e alle trasformazioni del
Paese e riflette fin dal primo appuntamento, quello di Napoli del
1891, le differenti stagioni civili e culturali che l’hanno
coinvolto: infatti, «L’unione con Cristo che si realizza nel
Sacramento ci abilita ad una novità di rapporti sociali: la
‘mistica’ del Sacramento ha un carattere sociale» (Benedetto XVI,
Sacramentum caritatis, n. 89), e ci spinge per ciò stesso a
raccogliere le implicanze dell’«Eucaristia per la vita quotidiana»,
come suggeriva l’argomento posto a tema del congresso. Non è un caso
che certo affievolimento della fede proceda di pari passo con il
venir meno di una autentica sensibilità per il bene comune.
«L’Eucaristia – diceva il Papa – sostiene e trasforma l’intera vita
quotidiana (…). La bimillenaria storia della Chiesa è costellata di
Santi e di Sante la cui esistenza è segno eloquente di come proprio
dalla comunione con il Signore, dall’Eucaristia, nasca una nuova e
intensa assunzione di responsabilità a tutti i livelli della vita
comunitaria» (Omelia a conclusione del Congresso Eucaristico
Nazionale, 11 settembre 2011). Lo snodarsi delle giornate,
incentrate sui cinque ambiti esistenziali su cui lavorammo già al
Convegno ecclesiale di Verona, hanno messo in risalto l’«osmosi»
possibile, ma anche esaltante, tra il mistero che celebriamo e le
dimensioni dell’esistenza quotidiana: «Non vi è nulla di
autenticamente umano – concludeva il Santo Padre – che non trovi
nell’Eucaristia la forma adeguata per essere vissuto in pienezza» (ib).
Ringraziamo commossi il Papa per aver voluto ancora una volta
spezzare il Pane con noi, e ringraziamo i Vescovi che più si sono
fatti carico di questo memorabile evento: in particolare,
l’Arcivescovo Edoardo Menichelli e la sua bella Chiesa di
Ancona-Osimo, con i Pastori delle Chiese vicine di Fabriano-Matelica,
Jesi, Senigallia e Loreto, e Mons. Adriano Caprioli, Vescovo di
Reggio Emilia-Guastalla, presidente del Comitato per i Congressi
Eucaristici nazionali, per la cura profusa lungo tutta la minuziosa
preparazione e l’impegnativa celebrazione.
3. Non possiamo, ad un tempo, non evocare la Giornata Mondiale della
Gioventù che si è svolta a Madrid dal 16 al 21 agosto. Hanno
colpito, come dato esterno, la massiccia affluenza, quasi due
milioni di giovani, provenienti da 193 Paesi, tanti quanti sono
quelli rappresentati all’Onu. Ma ha sorpreso soprattutto la qualità
della partecipazione, il fascino che questi giovani riescono a
esprimere con i loro volti sorridenti, la serietà nei momenti
giusti, i loro linguaggi, la loro buona educazione, persino la loro
saggezza. Si è ripetuto anche stavolta lo stupore che già si era
riscontrato a Sydney da parte della città ospitante, a motivo
proprio della gioia e del garbo con cui questi protagonisti si sono
presentati. Certo, hanno invaso Madrid, ma è stata ancora una volta
un’invasione non solo pacifica, ma anche pacificante rispetto ad un
contesto attraversato da varie tensioni, e ad un tempo è stata
un’invasione radiosa. C’è da dire che l’età media era di 22 anni, e
che il 70 per cento dei partecipanti era alla sua prima GMG.
Dunque, un’ondata giovanile per gran parte nuova, ma non ripetitiva
delle precedenti. Concentrata sull’evento, e fondamentalmente non
interessata ad altre questioni – diciamo – intra-ecclesiali, è
sembrata vivere ciascuno dei diversi momenti con una dedizione
specifica. Si pensi all’allegria lungo le strade, ma poi
all’attenzione in chiesa, per le catechesi, nonostante il caldo e la
scomodità di vari luoghi d’incontro. E ancora all’affluire
incessante e composto ai confessionali e all’interesse mirato su
ogni esecuzione d’arte. Si pensi allo scompiglio tipicamente
giovanile con cui hanno accolto l’inclemenza del tempo, il sabato
sera, e al silenzio intensissimo e prolungato che subito dopo sono
riusciti a realizzare per l’adorazione eucaristica. In questa
sorprendente capacità di silenzio c’è una delle connotazioni più
marcate della recente GMG, insieme ai dialoghi che seguivano le
catechesi. Difficile davvero pensare che quello fosse un popolo
inconsapevole e manovrabile.
È stato osservato che questa è la generazione giovanile scaturita
dalle GMG di Benedetto XVI. Il che risulta vero non solo per il
fattore anagrafico, ma per la corrente di simpatia che distintamente
contrassegna il suo relazionarsi a questo Papa, l’immediatezza del
loro intendersi, la finezza del loro corrispondersi… Papa Benedetto
ha ormai impresso alla formula delle GMG un’inflessione di
particolare cura nella preparazione personale e nell’esperienza
sacramentale, comprensiva dell’adorazione eucaristica a scena
aperta, quale gesto di riconoscimento plenario della signoria di Dio
realmente presente. Col suo stile gentile, premuroso ed essenziale,
mentre resisteva all’imperversare della tormenta – lui e loro,
sferzati dalla pioggia – ha dato vita al momento forse più
espressivo e memorabile del dialogo sviluppato tra il Papa e i
giovani lungo i tre giorni madrileni, intessuti di una magia – non
cercata ma effettiva – di sorrisi e gesti, preludio di un ascolto
profondo. Tale alleanza, delicata e forte, tra Pietro e i giovani
cattolici provenienti da ogni latitudine, e ad un tempo
immediatamente in grado di sintonizzarsi tra loro e con il Papa,
resta uno dei risultati più consolanti di questa iniziativa, per la
quale avvertiamo il dovere di rivolgere il grazie più affettuoso e
commosso a Giovanni Paolo II, oggi beato – osiamo crederlo – anche
in forza di quel formidabile amore per i giovani che egli ha di
fatto insegnato a tutta la Chiesa.
Una parola anche sugli altri partecipanti, ossia i sacerdoti che
accompagnavano i gruppi di giovani e senza i quali non potrebbe
esserci alcuna GMG. Li ringraziamo per la capacità di condivisione e
di resistenza di cui ancora una volta hanno dato prova. I giovani
hanno bisogno di trovare in loro non un ulteriore amico tra i tanti
che già hanno, ma specificatamente un educatore che punta per
ciascuno alla forma Christi. Per questi nostri presbiteri valga
l’esempio proprio di Karol Wojtyla che, nel corso della sua vita
sacerdotale, ha riservato ai giovani una cura privilegiata,
trascorrendo lungo tempo in mezzo a loro, ma riuscendo puntualmente
anche a distanziarsi per stare – egli non lo diceva, ma loro lo
intuivano – in intimità con Gesù. In questo darsi e ritrarsi è
racchiusa tutta la vita di ogni vero prete, che in tal modo può
diventare figura attrattiva. Di noi Vescovi – presenti, quanto
all’Italia, quasi per il 50% – vorrei dire che ci fa un gran bene
questa ricorrente immersione nel mondo giovanile. Ci rigenera nella
fiducia, ci medica e ci consola.
4. In un’indagine condotta durante la GMG, nove giovani su dieci
avrebbero dichiarato di attendersi un grande cambiamento nella loro
vita in seguito a quella esperienza. È interessante che da questi
giovani il cambiamento non sia temuto ma cercato, e noi adulti
abbiamo a prendere sul serio questo loro desiderio. Dobbiamo
prenderli sul serio come fa il Papa, e come altri hanno fatto lungo
la storia. Indicativa, al riguardo, la citazione papale dal
Parmenide di Platone: «Cerca la verità mentre sei giovane, perché se
non lo fai, poi ti scapperà dalle mani» (cfr. Incontro con giovani
professori universitari, 19 agosto 2011). Per il momento culmine
della GMG, la veglia del sabato, il Papa aveva scritto: «Non siamo
frutto del caso o dell’irrazionalità, ma all’origine della nostra
esistenza c’è un progetto d’amore di Dio. Rimanere nel suo amore
significa quindi vivere radicati nella fede, perché la fede non è la
semplice accettazione di alcune verità astratte, bensì una relazione
intima con Cristo» (Omelia alla veglia di preghiera, 20 agosto
2011). Dunque, la fede come radicamento in una relazione a due, tra
me e Dio! Al che, per farsi carico del potenziale stupore degli
interlocutori, subito ha aggiunto: «Cari giovani, non conformatevi
con qualcosa che sia meno della verità e dell’amore, non
conformatevi con qualcuno che sia meno di Cristo.
Precisamente oggi, in cui la cultura relativistica dominante
rinuncia alla ricerca della verità e disprezza la ricerca della
verità, che è l’aspirazione più alta dello spirito umano, dobbiamo
proporre con coraggio e umiltà il valore universale di Cristo come
salvatore di tutti gli uomini e fonte di speranza per la nostra
vita» (ib). Non ci vuole molto a rilevare come il Papa condensi qui
pagine poderose del magistero ecclesiale degli ultimi decenni, volto
a riaffermare ciò che da alcune parti viene messo in discussione: la
divinità di Cristo, unico salvatore dell’uomo e del mondo. Non ha
insomma dispensato briciole, ma ha teso con gentilezza il pane
sostanzioso della fede. Per questo aveva avvertito: «Non lasciatevi
intimorire da un ambiente nel quale si pretende di escludere Dio e
nel quale il potere, il possedere o il piacere sono spesso i
principali criteri sui quali si regge l’esistenza. Può darsi che vi
disprezzino, come si suole fare verso coloro che richiamano mete più
alte o smascherano gli idoli dinanzi ai quali oggi molti si
prostrano. Sarà allora che una vita profondamente radicata in Cristo
si rivelerà realmente come una novità attraendo con forza coloro che
veramente cercano Dio, la verità e la giustizia» (Omelia per i
seminaristi, 20 agosto 2011). Cari giovani, in nome dell’amicizia
che sentiamo per voi, e che pure abbiamo sentito da voi, vorremmo
dirvi: il più e il meglio vengono ora. Lasciate che l’esperienza di
Madrid lieviti in voi: è la fede la scelta della suprema, personale
emancipazione. Guardate ai santi: avete mai riscontrato tra loro
persone sbiadite? Insieme con Cristo, vivete in faccia al mondo
l’umile fierezza di appartenergli e per questo sperimentare la gioia
mai esaurita di servire i fratelli. Intanto, la prossima Giornata
Mondiale della pace, il 1° gennaio 2012, avrà per tema i giovani,
protagonisti della pace.
5. Quelli fino a qui evocati sono nella vita della Chiesa eventi,
per quanto ricorrenti, pur sempre eccezionali. Chi non conosce
allora l’obiezione? Nell’esperienza delle persone, è la vita
quotidiana quella che conta… Ma è esattamente questo il motivo per
il quale gli appuntamenti sopra richiamati devono concorrere alla
rigenerazione del soggetto cristiano, tanto più in una stagione in
cui la modernità s’è fatta liquida e tutto rischia di disperdersi. È
vero che le nostre comunità cristiane sono − sociologicamente
parlando − una rete di relazioni pressoché unica sul territorio, ma
la Chiesa è qualcosa di più, c’è un Oltre che si deve perseguire e
va assunto come il dato germinante. Mi ha colpito una confidenza che
il Santo Padre ha fatto parlando, in San Giovanni, alla sua diocesi
di Roma: «Mi torna alla memoria – egli ha detto – che, proprio in
questa Basilica, in un intervento durante il Sinodo Romano, citai
alcune parole che mi aveva scritto in una piccola lettera Hans Urs
von Balthasar: “La fede non deve essere presupposta ma proposta”»
(Discorso all’apertura del Convegno ecclesiale della diocesi di
Roma, 13 giugno 2011). E la fede è fede in Gesù Cristo dato a noi
per la nostra gioia. Ecco ciò che «trafigge» il cuore (cfr At 2,37;
e anche Discorso cit.), non altro. Il pensiero corre allora
nuovamente ai nostri Sacerdoti: mentre solidarizziamo cordialmente
con voi, e vi ringraziamo con grande affetto per quanto fate,
dobbiamo ricordare una cosa importante, in qualche modo ovvia ma non
scontata, e cioè che le nostre comunità sono chiamate ad un continuo
itinerario di conversione. Se Cristo è al centro, Lui è anche
l’unità di misura che costantemente ci contesta e ci spinge a
conversione. Una conversione, di cui sarà bene mostrare anche tutta
la convenienza. «Talvolta – diceva il Papa a Venezia – quando si
parla di conversione, si pensa unicamente al suo aspetto faticoso,
di distacco e di rinuncia. Invece, la conversione cristiana è anche
e soprattutto fonte di gioia, speranza e amore» (Benedetto XVI,
Omelia alla Messa al Parco di San Giuliano, Venezia 8 maggio 2011).
E allora assumiamo il portato fragrante del Congresso Eucaristico,
immettiamo nel tessuto comunitario i giovani della GMG, scuotiamo un
po’ l’ambiente, proponendoci accoglienti verso quanti sono in
ricerca o potrebbero aver voglia di ricominciare, come si diceva
nell’assemblea di maggio.
6. Nel cuore dell’estate si è esplicitato un contrasto stridente tra
ciò che avveniva per le vie di Madrid e certe turbolenze in atto nel
mondo. Si va evidentemente configurando proprio nei giovani una
grande questione mondiale. Non può essere un caso fortuito, né si
può spiegare con la semplicistica teoria del contagio sociale, il
fatto che sullo scacchiere internazionale siano scoppiate nell’arco
degli ultimi dieci mesi una serie di manifestazioni che hanno avuto
i giovani come protagonisti indiscussi. Avvertendosi tagliati fuori
dai luoghi decisionali in cui si vanno affrontando i problemi
dell’assetto economico e non solo, i giovani manifestano la loro
incomprimibile esistenza. Certo, per taluni versi esistono tante
gioventù e tanti modi di essere giovani. La terribile vicenda di
Oslo ci dice che il seme del bene e quello del male sono presenti
senza eccezioni nell’animo umano, catturabile talora da un
estremismo che corrompe ogni fibra dell’essere, fino ad esplodere in
tragedie che superano la stessa immaginazione. Situazioni altrimenti
incresciose si sono verificate nelle capitali di vari Paesi europei,
con risvolti tuttavia più complessi del passato. In particolare, la
tipologia dei saccheggi ha interrogato le rispettive società,
specialmente per quell’aspetto consumistico che fa intendere come si
sia giunti ad un’ulteriore fase di individualismo esasperato e
possessivo. «Prendo quello che voglio, perché posso»: sembra questa
la spiegazione più pertinente di quanto accaduto. Ma è proprio sul
fronte indicato da una simile espressione che bisogna condurre con
onestà la disanima meno ipocrita. Quanti oggi, nel mondo che conta,
volteggiano come avvoltoi sulle esistenze dei più deboli per cavarne
vantaggi ancora maggiori che in altre stagioni? Questo
«individualismo esasperato e possessivo» non è forse alla radice di
tanti comportamenti rapaci in chi può, o ritiene di potere, a
prescindere da ciò che è legittimo, giusto, onesto?
Né indignati, né rassegnati: questo suggeriva qualche confratello
Vescovo spagnolo ai giovani della sua nazione, ed è quello che anche
noi suggeriamo ai giovani del nostro Paese, perché si pone in questa
direzione il passo efficace per contribuire a superare la crisi che
pure ci coinvolge, e farlo in modo creativo e non distruttivo.
Crescere senza ideali e senza limiti, in balia di un falso concetto
di libertà, significa ritrovarsi insicuri, impacciati nel giudicare
secondo razionalità, affidati a mere emozioni. Non possiamo non
incoraggiare fortemente i giovani a essere protagonisti di un
cambiamento spirituale e culturale, senza il quale nessuna soluzione
tecnica può reggere. In questo senso siamo incoraggiati tutti ad
agire, sulle tracce indicate dagli Orientamenti pastorali di questo
decennio, nel quale siamo impegnati ad affrontare la sfida
educativa.
7. Più volte e da varie parti la popolazione del Nord del mondo era
stata avvertita e sensibilizzata sul fatto che l’Occidente viveva al
di sopra delle proprie possibilità. Ed era ragionevole pensare che
la crisi esplosa tra il 2008 e il 2009 avesse indotto non solo a
tamponare le falle che si erano infine aperte, ma a introdurre
elementi virtuosi per raddrizzare progressivamente il sistema
dell’economia mondiale. Ma così non è stato. E quando infine si
sperava di cominciare a vedere la luce, la crisi ha dato segnali di
inequivocabile persistenza e per alcuni aspetti di pericolosa
recrudescenza. La globalizzazione resta non governata, e sempre più
tende ad agire dispoticamente prescindendo dalla politica. La
finanza «è tornata a praticare con frenesia dei contratti di credito
che spesso consentono una speculazione senza limiti. E fenomeni di
speculazione dannosa si verificano anche con riferimento alle
derrate alimentari, all’acqua, alla terra, finendo con impoverire
ancor di più quelli che già vivono in situazione di grave
precarietà» (Benedetto XVI, Discorso per il 50° dell’enciclica
“Mater et magistra”, 16 maggio 2011). Nessuna nuova istituzione
internazionale è stata nel frattempo messa in campo col potere di
regolare appunto la funzionalità dei mercati allorché questi
risultino anomali. Le agenzie che classificano l’affidabilità dei
grandi soggetti economici hanno continuato a far valere la loro
autarchica e misteriosa influenza, imponendo ulteriori carichi alle
democrazie. Dal canto suo, l’Europa ha fatto fronte in ritardo e di
malavoglia alle emergenze, incapace di esprimere una visione
comunitaria inclusiva dei doveri propri della reciprocità e della
solidarietà, soprattutto rivelando ancor di più lo squilibrio tra
l’integrazione economica, di cui l’euro è espressione, e
un’integrazione politica, ancora inadeguata, pesantemente
burocratizzata e invasiva.
D’altronde, l’Italia non si era mai trovata tanto chiaramente
dinanzi alla verità della propria situazione. Il che significa, tra
l’altro, correggere abitudini e stili di vita. Qualcosa di facile a
dire, ma estremamente difficile ad applicare, anzitutto per sé. Ci
preoccupa come Vescovi l’assenza di un affronto serio e responsabile
del generale calo demografico, e quindi del rapporto sbilanciato tra
la popolazione giovane e quella matura e anziana. Il fenomeno va ad
interessare anche le funzioni previdenziali e pensionistiche non
solo delle generazioni a venire ma già di quanti sono oggi giovani.
Se non si riescono a far scaturire, nel breve periodo, le condizioni
psicologiche e culturali per siglare un patto intergenerazionale
che, considerando anche l’apporto dei nuovi italiani, sia in grado
di raccordare fisco, previdenza e pensioni avendo come volano
un’efficace politica per la famiglia, l’Italia non potrà invertire
il proprio declino: potrà forse aumentare la ricchezza di alcuni,
comunque di pochi, ma si prosciugherà il destino di un popolo.
8. Conosciamo le preoccupazioni che pulsano nel corpo vivo del
Paese, e non ci sfugge certo quel che, a più riprese, si è tentato
di fare e ancora si sta facendo per fronteggiarle. L’impressione
tuttavia è che, stando a quel che s’è visto, non sia purtroppo
ancora sufficiente. Colpisce la riluttanza a riconoscere l’esatta
serietà della situazione al di là di strumentalizzazioni e
partigianerie; amareggia il metodo scombinato con cui a tratti si
procede, dando l’impressione che il regolamento dei conti personali
sia prevalente rispetto ai compiti istituzionali e al portamento
richiesto dalla scena pubblica, specialmente in tempi di austerità.
Rattrista il deterioramento del costume e del linguaggio pubblico,
nonché la reciproca, sistematica denigrazione, poiché così è il
senso civico a corrompersi, complicando ogni ipotesi di rinascimento
anche politico. Mortifica soprattutto dover prendere atto di
comportamenti non solo contrari al pubblico decoro ma
intrinsecamente tristi e vacui. Non è la prima volta che ci occorre
di annotarlo: chiunque sceglie la militanza politica, deve essere
consapevole «della misura e della sobrietà, della disciplina e
dell’onore che comporta, come anche la nostra Costituzione ricorda»
(Prolusione al Consiglio Permanente del 21-24 settembre 2009 e del
24-27 gennaio 2011). Si rincorrono, con mesta sollecitudine,
racconti che, se comprovati, a livelli diversi rilevano stili di
vita difficilmente compatibili con la dignità delle persone e il
decoro delle istituzioni e della vita pubblica. Da più parti, nelle
ultime settimane, si sono elevate voci che invocavano nostri
pronunciamenti. Forse che davvero è mancata in questi anni la voce
responsabile del Magistero ecclesiale che chiedeva e chiede
orizzonti di vita buona, libera dal pansessualismo e dal relativismo
amorale? Annotava giorni fa il professor Franco Casavola, Presidente
emerito della Corte Costituzionale: «L’unica voce che denuncia i
guasti della società della politica è quella della Chiesa cattolica»
(Corriere della sera, 20 settembre 2011). Lo citiamo non per vantare
titoli, ma per invitare tutti a non cercare alibi. Ci commuove
sentire la fiducia e la gratitudine che vengono espresse quando,
come Vescovi, ci rechiamo nei molteplici ambienti di lavoro delle
nostre città, campagne, porti. Ci commuovono soprattutto le parole
della gente più semplice, dei lavoratori più umili: noi vi siamo
grati per la vostra gratitudine che ci riconosce Pastori e amici,
riferimenti affidabili là dove, per voi e le vostre famiglie,
guadagnate un pane spesso difficile e a volte incerto. I vostri
sentimenti ci invitano all’umiltà, responsabili come siamo del
patrimonio di fiducia che ci confidate. Ci incoraggiano a esservi
sempre più vicini ovunque, per raccogliere le ansie e le gioie dei
vostri cuori, continuando a dar loro voce ed espressione. Noi nulla
chiediamo, se non di starvi accanto con il rispetto e l’amore di
Cristo e della Chiesa.
Tornando allo scenario generale, è l’esibizione talora a colpire.
Come colpisce l’ingente mole di strumenti di indagine messa in campo
su questi versanti, quando altri restano disattesi e indisturbati. E
colpisce la dovizia delle cronache a ciò dedicate. Nessun equivoco
tuttavia può qui annidarsi. La responsabilità morale ha una
gerarchia interna che si evidenzia da sé, a prescindere dalle
strumentalizzazioni che pur non mancano. I comportamenti licenziosi
e le relazioni improprie sono in se stessi negativi e producono un
danno sociale a prescindere dalla loro notorietà. Ammorbano l’aria e
appesantiscono il cammino comune. Tanto più ciò è destinato ad
accadere in una società mediatizzata, in cui lo svelamento del
torbido, oltre a essere compito di vigilanza, diventa contagioso ed
è motore di mercato. Da una situazione abnorme se ne generano altre,
e l’equilibrio generale ne risente in maniera progressiva. È nota la
difficoltà a innescare la marcia di uno sviluppo che riduca la
mancanza di lavoro, ed è noto il peso che i provvedimenti economici
hanno caricato sulle famiglie; non si può, rispetto a queste
dinamiche, assecondare scelte dissipatorie e banalizzanti. La
collettività guarda con sgomento gli attori della scena pubblica e
l’immagine del Paese all’esterno ne viene pericolosamente fiaccata.
Quando le congiunture si rivelano oggettivamente gravi, e sono rese
ancor più complicate da dinamiche e rapporti cristallizzati e
insolubili, tanto da inibire seriamente il bene generale, allora non
ci sono né vincitori né vinti: ognuno è chiamato a comportamenti
responsabili e nobili. La storia ne darà atto.
Solo comportamenti congrui ed esemplari, infatti, commisurati alla
durezza della situazione, hanno titolo per convincere a desistere
dal pericoloso gioco dei veti e degli egoismi incrociati.
9. La questione morale, complessivamente intesa, non è un’invenzione
mediatica: nella dimensione politica, come in ciascun altro ambito
privato o pubblico, essa è un’evenienza grave, che ha in sé un
appello urgente. Non è una debolezza esclusiva di una parte soltanto
e non riguarda semplicemente i singoli, ma gruppi, strutture,
ordinamenti, a proposito dei quali è necessario che ciascuna
istituzione rispetti rigorosamente i propri ambiti di competenza e
di azione, anche nell’esercizio del reciproco controllo. Nessuno può
negare la generosa dedizione e la limpida rettitudine di molti che
operano nella gestione della cosa pubblica, come pure dell’economia,
della finanza e dell’impresa: a costoro vanno rinnovati stima e
convinto incoraggiamento. Si noti tuttavia che la questione morale,
quando intacca la politica, ha innegabili incidenze culturali ed
educative. Contribuisce, di fatto, a propagare la cultura di
un’esistenza facile e gaudente, quando questa dovrebbe lasciare il
passo alla cultura della serietà e del sacrificio, fondamentale per
imparare a prendere responsabilmente la vita. Ecco perché si tratta
non solo di fare in maniera diversa, ma di pensare diversamente: c’è
da purificare l’aria, perché le nuove generazioni – crescendo – non
restino avvelenate. Chi rientra oggi nella classe dirigente del
Paese deve sapere che ha doveri specifici di trasparenza ed
economicità: se non altro, per rispettare i cittadini e non umiliare
i poveri. Specie in situazioni come quella attuale, ci è d’obbligo
richiamare il principio prevalente dell’equità che va assunto con
rigore e applicato senza sconti, rendendo meno insopportabili gli
aggiustamenti più austeri. È sull’impegno a combattere la
corruzione, piovra inesausta dai tentacoli mobilissimi, che la
politica oggi è chiamata a severo esame. L’improprio sfruttamento
della funzione pubblica è grave per le scelte a cascata che esso
determina e per i legami che possono pesare anche a distanza di
tempo. Non si capisce quale legittimazione possano avere in un
consorzio democratico i comitati di affari che, non previsti
dall’ordinamento, si auto-impongono attraverso il reticolo
clientelare, andando a intasare la vita pubblica con remunerazioni –
in genere – tutt’altro che popolari. E pur tuttavia il loro maggior
costo sta nella capziosità dei condizionamenti, nell’intermediazione
appaltistica, nei suggerimenti interessati di nomine e promozioni.
Al punto in cui siamo, è essenziale drenare tutte le risorse
disponibili – intellettuali, economiche e di tempo – convogliandole
verso l’utilità comune. Solo per questa via si può salvare dal
discredito generalizzato il sistema della rappresentanza, il quale
deve dotarsi di anticorpi adeguati, cominciando a riconoscere ai
cittadini la titolarità loro dovuta.
10. L’altro fronte vitale per la nostra democrazia è l’impegno di
contrasto all’evasione fiscale. Difficile sottrarsi all’impressione
che non tutto sia stato finora messo in campo per rimuovere questo
cancro sociale, che sta soffocando l’economia e prosciugando
l’affidabilità civile delle classi più abbienti. Il grottesco
sistema delle società di comodo che consentono l’abbattimento
artificioso dei redditi appare – alla luce dei fatti – non solo
indecoroso ma anche insostenibile sotto il profilo etico. Bisogna
che gli onesti si sentano stimati, e i virtuosi siano premiati. Sono
tanti i cittadini per bene e le famiglie che adempiono positivamente
i loro compiti. A un’osservazione attenta, le ragioni per cui
guardare avanti ci sono: la strada si è fatta più impervia e il
consumismo potrebbe averci fiaccato, ma il popolo italiano odierno
sa di non essere da meno delle generazioni che l’hanno preceduto. E
sa anche che le conquiste di ieri hanno oggi bisogno di essere
riguadagnate: il «parassitismo esistenziale» infatti è solo istinto
di psicologie fragili e derelitte. Il brontolio sordo non aiuta a
vivere meglio, demotiva anzi ulteriormente. La gente di questo Paese
dà il meglio di sé nei momenti difficili: certo, le occorre per
questo un obiettivo credibile, per cui valga la pena impegnarsi.
Questo obiettivo c’è, e coincide con il portare l’Italia fuori dal
guado in cui si trova anche per un certo scoramento. Portarla fuori
perché sia all’altezza delle proprie responsabilità storiche e
culturali. Il che significa darle il futuro che merita, e che serve
al mondo intero. L’Italia ha una missione da compiere, l’ha avuta
nel passato e l’ha per il futuro. Non deve autodenigrarsi! Bisogna
dunque reagire con freschezza di visione e nuovo entusiasmo, senza
il quale è difficile rilanciare qualunque crescita, perseguire
qualunque sviluppo.
La Chiesa pellegrina in Italia non intende sottrarsi alle attese e
alle responsabilità che le competono. Negli ultimi anni, in
coincidenza col dispiegarsi della crisi, essa ha intensificato la
propria capillare presenza, a cerniera tra il territorio e i bisogni
della gente. Le iniziative molteplici e straordinarie delle diocesi
e quella stessa – «Il prestito della speranza» – promossa dalla
Conferenza Episcopale Italiana, si sono aggiunte alla fitta rete di
vicinanza e di solidarietà quotidiana; e testimoniano la
partecipazione sincera della comunità credente alle ansie comuni.
Nel frattempo, anche il moltiplicarsi di impegni a favore delle
popolazioni più colpite e quelle più derelitte del mondo documenta
la tensione che ci pervade, e ci ha indotti a operare ogni risparmio
e potare poste di bilancio consolidate per concentrarci sui fronti
oggi più esposti. Fidandoci dell’aiuto di Dio che mai manca, siamo
intensamente grati alla Caritas e alla Migrantes per quanto fanno
ogni giorno, al di fuori di qualsiasi pubblicità, canalizzando e
dando sbocchi ravvicinati e credibili alla carità della Chiesa e di
molti italiani. Quanto alla discussione, non sempre garbata e
informata, che c’è stata negli ultimi tempi circa le risorse della
Chiesa, facciamo solo notare che per noi, sacerdoti e Vescovi, e per
la nostra sussistenza, basta in realtà poco. Così come per la
gestione degli enti dipendenti dalle diocesi: essa si ispira ai
criteri della trasparenza, senza i quali non potrebbe sussistere l’estimazione
da parte di molti. Se abusi si dovessero accertare, siano perseguiti
secondo giustizia, in linea con le norme vigenti. Per il resto, ci
affidiamo all’intelligenza e all’onestà degli uomini, segnalando che
risposte a nostro avviso esaurienti, seppur non troppo considerate,
sono già state offerte all’opinione pubblica: segnalo per tutte la
pagina a firma di Patrizia Clementi, pubblicata su Avvenire lo
scorso 21 agosto.
11. Riguardo alla presenza dei cattolici nella società civile e
nella politica, siamo convinti che, anche quando non risultano sugli
spalti, essi sono per lo più là dove vita e vocazione li portano.
Gli anni da cui proveniamo potrebbero aver indotto talora a
tentazioni e smarrimenti, ma hanno indubbiamente spinto i cattolici,
alla scuola dei Papi, a maturare una più avvertita coscienza di sé e
del proprio compito nel mondo. Un nucleo più ristretto ma sempre
significativo di credenti, sollecitati dagli eventi e sensibilizzati
nelle comunità cristiane, ha colto la rinnovata perentorietà di
rendere politicamente più operante la propria fede. Sono così nati
percorsi diversi, a livelli molteplici, per quanti intendono
concorrere alla vitalità e alla modernità della polis, percorsi che
hanno dato talora un senso anche di dispersione e scarsa incidenza.
Tuttavia, non si può non riconoscere che si è trattato di una sorta
di incubazione che, se non ha mancato di produrre qua e là dei primi
risultati, sta determinando una situazione nuova, rispetto alla
quale un osservatore della tempra di Giuseppe De Rita alcune
settimane fa annotava: «Chi fa politica non si rende conto che
milioni di fedeli vivono una vicinanza religiosa che si fa sempre
più attenta ai “fatti della vita politica”, con comuni opinioni
socio-politiche, e con ambizioni di vita comunitaria di buona
qualità» (Corriere della sera, 6 agosto 2011). Sta lievitando
infatti una partecipazione che si farebbe fatica a non registrare, e
una nuova consapevolezza che la fede cristiana non danneggia in
alcun modo la vita sociale. Anzi! A dar coscienza ai cattolici oggi
non è anzitutto un’appartenenza esterna, ma i valori
dell’umanizzazione: chi è l’uomo, qual è la sua struttura
costitutiva, il suo radicamento religioso, la via aurea
dell’autentica giustizia e della pace, del bene comune… Valori – lo
diciamo solo di passaggio – che si sta imparando a riconoscere e a
proporre con crescente coraggio, e che in realtà finiscono per far
sentire i cattolici più uniti di quanto taluno non vorrebbe credere.
Nel contempo, sempre di più richiamano anche l’interesse di chi
esplicitamente cattolico non si sente. A un tempo, c’è un patrimonio
di cultura fatto di rappresentanza sociale e di processi di
maturazione comunitaria. Dove avviene qualcosa di simile, nel
contesto italiano? Ebbene, questo giacimento valoriale ed
esistenziale rappresenta la bussola interiormente adottata dai
cattolici, e da esso si sprigionano ormai ordinariamente esperienze
che sono un vivaio di sensibilità, dedizione, intelligenza che
sempre più si metterà a disposizione della comunità e del Paese. Non
sempre tutto è così lineare, è vero. Lentezze, chiusure, intimismi
restano in continuo agguato, ma ci sembra che una tensione si vada
sviluppando grazie alle comunità cristiane, alle molteplici
aggregazioni ecclesiali o di ispirazione cristiana, e grazie anche
al lavoro realizzato dai nostri media, che sono diventati dei
concreti laboratori di idee e dei riferimenti ormai imprescindibili.
Sembra rapidamente stagliarsi all’orizzonte la possibilità di un
soggetto culturale e sociale di interlocuzione con la politica, che
– coniugando strettamente l’etica sociale con l’etica della vita –
sia promettente grembo di futuro, senza nostalgie né ingenue
illusioni.
Sarà bene anche affinare l’attitudine a cercare, sotto la scorza dei
cambiamenti di breve periodo, le trasformazioni più profonde e
durature, consci, tra l’altro, che una certa cultura radicale − al
pari di una mentalità demolitrice − tende a inquinare ogni ambito di
pensiero e di decisione. Muovendo da una concezione
individualistica, essa rinchiude la persona nell’isolamento triste
della propria libertà assoluta, slegata dalla verità del bene e da
ogni relazione sociale. Per questo, dietro una maschera irridente,
riduce l’uomo solo con se stesso, e corrode la società, intessuta
invece di relazioni interpersonali e legami virtuosi di dedizione e
sacrificio.
La transizione dei cattolici verso il nuovo inevitabilmente maturerà
all’interno della transizione più generale del Paese, e oserei dire
anche dell’Europa, secondo la linea culturale del realismo
cristiano, e secondo quegli atteggiamenti culturali di innovazione,
moderazione e sobrietà che da sempre la connotano. È forse
«pensabile – si chiedeva il Rettore magnifico dell’Università
Cattolica del Sacro Cuore, professor Lorenzo Ornaghi – che rispetto
a tale politica risultino latitanti, facilmente emarginabili,
irrilevanti, non tanto singole personalità cattoliche, quanto i
cattolici italiani come presenza vitale e immediatamente
riconoscibile, perché efficacemente organizzata?» (Intervista ad
Avvenire, 24 luglio 2011).
12. All’inizio del nuovo anno scolastico, desideriamo rivolgere un
augurio sentito ai giovani che si accingono a compiere questo
ulteriore tragitto della loro crescita. La scuola si trova spesso
coinvolta in polemiche e vicissitudini anche serie, che tuttavia
restano ai margini rispetto al bonum che, in questa istituzione
nevralgica, è rappresentato dal processo di crescita umana e dallo
sviluppo della conoscenza nei protagonisti principali che sono gli
studenti. A loro il nostro pensiero affettuoso e pieno di fiducia:
imparino a pensare in autonomia e senso critico, sappiano infatti
che è questa l’attitudine principale di libertà e responsabilità, ed
è anche l’intelaiatura su cui può proficuamente poggiare
l’esperienza comunicativa e l’esposizione mediatica. A loro
associamo gli insegnanti e tutto il personale amministrativo e
tecnico della scuola italiana. Siano consapevoli che – insieme alla
famiglia − sono garanti dell’impresa qualitativamente più importante
e sacra di ogni comunità: la cura educativa, culturale e
intellettuale delle nuove generazioni. Alla classe politica e
amministrativa chiediamo di dare ragione della centralità della
scuola, con lucidità e lungimiranza, adottando decisioni di equità e
di giustizia rispetto a tutte le esperienze proficuamente attive,
dalla scuola materna all’università, valorizzando anche il
patrimonio della scuola cattolica e sostenendo il diritto dei
genitori di scegliere l’educazione per i propri figli. Senza
considerare che ogni volta che una scuola paritaria è costretta a
chiudere, ne deriva un aggravio economico per lo Stato e una ferita
per la scuola nel suo insieme.
Continuiamo a prestare l’attenzione necessaria al comparto
comunicativo e televisivo, affinché le innovazioni avvengano nel
rispetto del pluralismo e della vocazione culturale del nostro
popolo, a partire dalle esigenze dei singoli territori.
Ai quindici ostaggi italiani che si trovano «prigionieri» in Africa
per opera di estremisti o criminali va la nostra viva solidarietà,
la nostra premura e l’auspicio che quanto prima, grazie
all’iniziativa accorta e vigorosa delle autorità, possano essere
restituiti sani all’affetto e alle necessità delle loro famiglie. Ai
parenti delle vittime del terrorismo caduti in patria o all’estero
diciamo la nostra continua vicinanza, ammirando quel coraggio della
quotidianità che testimoniano agli occhi di chi non vuol essere un
cittadino svagato né immemore.
Il nostro esplicito appoggio va ai sacerdoti che sono sotto il tiro
della malavita e a quanti, laici o religiosi, sono impegnati sul
territorio in nome della giustizia e del rispetto della legge. Chi
attacca loro, lo sappia, attacca noi tutti.
Conosciamo di persona, e tramite i nostri cappellani, le condizioni
in cui si trovano molti dei carcerati e di coloro che li
custodiscono. Disagi che troppo spesso arrivano a livelli
intollerabili – e a scelte tristemente estreme – a motivo del
sovraffollamento registrabile in diversi penitenziari del nostro
Paese. Si sappia che tutto ciò che non viene fatto per la giusta
pena e l’intelligente recupero dei carcerati, la comunità nazionale
lo nega a se stessa e alle prospettive del proprio benessere.
La situazione del lavoro, la disoccupazione, il precariato,
l’inattività di molti giovani: sono un nostro assillo costante.
Conosciamo da vicino l’angoscia e i drammi, l’inquietudine e la
rabbia di molti. Vorremmo avere una speciale capacità taumaturgica
per risolvere in particolare questi problemi, tanto siamo convinti
che la dignità della persona passa per il lavoro riconosciuto nella
sua valenza sociale, così come matura nel grembo della famiglia che
però deve essere posta al centro di politiche di sostegno dirette,
concrete, efficaci. Non si tratta di una degnazione del mercato: il
lavoro è un diritto-dovere iscritto nell’ordine creaturale, e dunque
la società ha l’obbligo di porre le condizioni perché esso possa
esplicarsi per tutti.
Infine, esprimiamo l’auspicio che la legge sulle dichiarazioni
anticipate di trattamento possa giungere quanto prima in porto: dopo
l’approvazione della Camera dei Deputati, essa attende il secondo
passaggio al Senato. La sollecitiamo con rispetto, nella persuasione
che si tratta di un provvedimento oggi necessario per salvaguardare
il diritto di tutti alla vita.
13. L’articolazione dell’intervento mi induce a procedere
decisamente verso la conclusione, assicurando la nostra quotidiana
preghiera per le situazioni di angustia che affliggono il mondo.
Innanzitutto nel Corno d’Africa dove una carestia, la peggiore degli
ultimi sessant’anni, affligge almeno undici milioni di persone.
Bisogna far di tutto per portare aiuto a queste persone nei loro
villaggi e nelle loro città, per questo si va allertando la
solidarietà del mondo, e insieme la nostra. La colletta nazionale
speciale, svoltasi il 18 settembre, voleva essere un gesto corale,
nella cornice indicata dal Papa con l’accorato Discorso alla 37a
Assemblea della Fao, il 1° luglio 2011. Si tratta pur sempre di una
piccola goccia nel mare delle urgenze. Non abbandoniamo questi
fratelli, non carichiamo sulla nostra coscienza una nuova ecatombe.
Più in generale, facciamo sì che il nostro modo di vivere cessi di
far parte del problema, per concorrere invece alle sue soluzioni. In
Africa, com’è noto, è nata la cinquantaquattresima nazione, il Sud
Sudan, a cui va la nostra simpatia e la nostra amicizia.
Protagonista primario di questa indipendenza è stato un nostro
missionario e confratello, S.E. Monsignor Cesare Mazzolari: la sua
improvvisa morte ha finito per dare ancor più rilievo all’opera di
questo straordinario servitore del Vangelo che, per intelligenza e
dedizione, è degno di figurare tra i più grandi missionari di ogni
tempo. Purtroppo, l’amato Continente africano è sottoposto a tali
pressioni e condizionamenti – interni ed esterni – da far temere per
un suo realistico futuro di libertà e progresso. Ma guai ad
arrendersi, e guai a non dare a tanti gesti di novità positiva – che
pur non mancano – il loro giusto valore. Strategie di
condizionamento stanno progressivamente intaccando anche gli esiti
di quelle che sono state chiamate le primavere del Nordafrica,
ciascuna delle quali – già lo sapevamo – va marcando un profilo
proprio. Auguriamoci che si confermi l’evoluzione pacifica in atto
nel Marocco e in Giordania; che la situazione della Siria non
degeneri oltre e che si arrivi ad un nuovo equilibrio interno, di
garanzia per tutti; che dalla tormentata vicenda bellica che ha
interessato la Libia, segnata dall’ombra degli affari, si possa
almeno trarre a livello internazionale la consapevolezza che la
sovranità di un Paese non può andare contro il diritto alla vita dei
suoi cittadini. Queste rivoluzioni hanno comunque assegnato alla
ricorrenza decennale dell’11 settembre 2011 un carattere di
movimento e di speranza. Auspichiamo che il raduno interreligioso di
Assisi, indetto da Benedetto XVI per il 27 ottobre prossimo, a
venticinque anni dal primo incontro voluto da Papa Wojtyla,
sprigioni per intero le sua potenzialità di bene. A tale scopo noi e
le nostre comunità ci sentiamo impegnati a pregare. È il modo più
significativo per solidarizzare con i cristiani perseguitati in vari
Paesi, dall’Iraq al Pakistan, dal Vietnam alla Cina.
Vi ringrazio, Confratelli cari, per la Vostra amabile attenzione che
diviene subito, ne sono certo, occasione per approfondimenti e
contributi importanti. Maria che, nell’Atto di affidamento in
occasione del 150° dell’Unità d’Italia, il Papa ha invocato con noi
e per noi quale Mater unitatis (cfr Discorso, 26 maggio 2011),
indirizzi i nostri cuore e sostenga i nostri passi. Grazie.
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