Pastorale e Dogma, contaminare graecitas romanitas e barbaritas

 Se c'è un teologo che almeno in area tedesca può competere, per dottrina e capacità di aperture in apparenza disinvolte, con il Papa emerito non si può che fare il nome del cardinale Walter Kasper. Ho detto Kasper, non Hans Kueng: a quest'ultimo infatti manca la dimensione giuridica della teologia, magistralmente espressa nel postconcilio da autori del livello di Eugenio Corecco e Dario Composta, autori che l'ex presidente del Pontificio consiglio per l'unità dei cristiani ha ben presente. Potrebbe bastare questo piccolo, ma niente affatto insignificante particolare, per rintuzzare la critica di chi vede nel l'importante intervento al Concistoro di Kasper (complimenti al Foglio per lo scoop mondiale nell'averlo pubblicato in esclusiva) un vulnus alla dottrina tradizionale di Sancta Romana Ecclesia.

Leggendo il testo integrale del porporato tedesco, si apprezza l'esercizio tipico dei grandi teologi che sanno conciliare il cosiddetto aspetto pastorale con il profilo dottrinale. Kasper difatti non rinnega il valore del massimario giurisprudenziale della Sacra Rota. Tuttavia, servendosi molto abilmente delle parole pronunciate di recente da papa Francesco ai giudici della Sacra Rota, implementa la ratio delle sentenze rotali in materia matrimoniale con la capacità di saper leggere il messaggio evangelico e il magistero papale alla luce di un esercizio su cui soprattutto i gesuiti sono maestri: la comparazione e la sintesi.

La comparazione serve a capire ciò che di buono può venire da altre tradizioni ed esperienze: da qui per esempio il richiamo alla tradizione ortodossa in materia di "pastorale sacramentale".

La sintesi è operazione che connota la capacità della Chiesa di saper fare i conti anche con la secolarizzazione. Questo è un punto di cruciale importanza nella relazione di Kasper, che ne conferma la sostanziale fedeltà alla Tradizione.  Nell'analisi del teologo tedesco fanno spessissimo capolino i Padri della Chiesa, a cominciare da sant'Agostino d'Ippona. Kasper non rileva in modo esplicito il fatto che Agostino nella sua visione del matrimonio e delle problematiche legate alla sfera sessuale (a cominciare dal peccato di onanismo) sia influenzato dalla visione dottrinale rabbinica, eppure appare chiaro che in materia matrimoniale san Tommaso d'Aquino possa tornarci più utile. E ci è all'uopo più utile su un tema che da qualche anno persino i giuristi cattolici (basti pensare ai saggi pubblicati sull'evoluzione del diritto naturale nelle riviste giuridiche della più importante università cattolica degli Stati Uniti, la Notre Dame University, oppure ai contributi di giuristi cattolici pubblicati dalle Edizioni Scientifiche Italiane di Napoli) sembrano ripensare: il concetto di diritto naturale come si è storicamente determinato in occidente.

Nessuno meglio dei Padri della Chiesa ha saputo implementare la graecitas, la romanitas e la barbaritas col Vangelo: è per questo che un autore come Charles Taylor nella sua monumentale opera sull'età secolare (in Italia pubblicata da Feltrinelli) dedica non poco spazio alla religione cristiana. Perciò non dico che sia priva di senso la critica a quanto, sia pure in maniera molto soft, propone il cardinale Kasper in merito al divorziati risposati e, più in generale, al rapporto fra Chiesa e mondo. Trovo però errato speculare su questioni tanto delicate come se duemila anni di storia del cristianesimo non ci raccontassero la contaminatio continua fra il cosiddetto secolare e il cosiddetto spirituale. A meno che non si prediliga la dimensione di ciò che il filosofo Pietro Prini qualche decennio fa ha definito "scisma sommerso".

Giuseppe Di Leo

(Da  Il Foglio del 4 Marzo 2014)