Il Papa sceglie Teresa di Calcutta  non Teresa di Lisieux

D’accordo, sono lontani i tempi in cui Didimo il Cieco usava toni perentori e misogini: <Non è permesso alle donne di scrivere con arditezza libri di loro composizione né di insegnare nelle assemblee, in questo modo offendono il loro capo, l’uomo>. Eppure bisogna andarci piano con gli entusiasmi sulle aperture che Benedetto XVI ha ieri prospettato riguardo alla possibilità di dare un riconoscimento anche istituzionale e non solo carismatico alle donne nella Chiesa. E ciò malgrado che nel corso dei primi secoli della storia della Chiesa si sia ormai appurata la presenza di donne diacono. Perché papa Ratzinger distingue il metodo storico e il sensus fidei. Ossia, bisogna distinguere quello che si può riconoscere come costituente la tradizione, sin dalle origini, e le forme regionali o legate a un’epoca della stessa tradizione. Ma la possibilità di riconoscere una qualche apertura in questo senso non è nuova in Ratzinger. Il 17 ottobre 2002 l’allora prefetto della Congregazione per la dottrina della fede fece diramare una dichiarazione in merito all’ordinazione delle donne al diaconato, in cui precisava:<Lo studio della Commissione teologica internazionale non ha concluso per una possibile apertura al riguardo (...) ma si è espresso piuttosto nella linea di un’esclusione di tale possibilità>. E poi concludeva: <Alla luce di tali elementi posti in evidenza dalla ricerca storico-teologica, spetterà al ministero di discernimento che il Signore ha stabilito nella sua Chiesa pronunciarsi con autorità sulla questione>. È importante dunque la storia, ma fondamentali sono il magistero dei papi e i pronunciamenti dei concili. Ma proprio l’ultimo concilio ha evitato di esprimersi sulla questione del diaconato femminile. E quindi Benedetto XVI può gestire la questione quasi in piena libertà. Quasi in piena libertà, perchè il codice di diritto canonico, approvato nel 1983, ha stabilito la sacramentalità del diaconato, in linea con la posizione della maggioranza dei teologi dal XII secolo in poi. Ma autorevoli teologi contemporanei, alcuni dei quali divenuti cardinali di Santa Romana Chiesa (il domenicano francese Yves Congar e il tedesco Walter Kasper), mettono in risalto un aspetto non trascurabile: il conferimento del diaconato femminile sarebbe stato sin dall’inizio paragonabile all’imposizione delle mani con cui erano conferiti l’episcopato, il presbiterato e il diaconato maschile. Le costituzioni apostoliche lo lascerebbero pensare, ancorché si tratta di una testimonianza unica nel suo genere.

Vero che Benedetto XVI ha abolito per sé il titolo di “patriarca dell’occidente”, ma più volte ha insistito sul fattore fondamentale della fede cristiana per lo sviluppo della democrazia in questa parte del mondo. E questo, sostiene papa Ratzinger, anche dopo l’illuminismo. Ma l’impedimentum sexus rischia di inficiarne il ragionamento, anche nella prospettiva di quello che sarà il compito della fede nelle società secolarizzate. Sostiene la teologa Karl Elisabeth Borresen:<Il nesso fra cristianesimo ed emancipazionismo e femminismo è assai ambivalente. Gli ideali occidentali dei diritti umani, democrazia politica e autonomia femminile sono emersi dal pensiero illuminista del settecento europeo, ma trovano le proprie radici nella parità escatologica fra uomini e donne affermata dalla Chiesa antica e medievale>. Rispondendo alla domanda di un sacerdote, Benedetto XVI ha citato gli esempi di Madre Teresa, santa Caterina e di altre sante che, senza diventare sacerdotesse, hanno dato un contributo straordinario non soltanto alla Chiesa. Conclusione papale: forse qualche cambiamento che riguarda il ruolo delle donne nella Chiesa ci sarà, di sicuro non riguarderà il ministero sacerdotale. Nel 1997 Giovanni Paolo II proclama Teresa di Lisieux dottore della Chiesa. Ecco cosa scrive la santa:<Io sento in me la vocazione di imitare la sublime dignità del sacerdote>. Periodo che Claude Langlois, uno dei massimi esegeti teresiani, spiega così:<Quando Thérèse dice che vuol esser prete, questo significa che ella vuole essere-prete-per-dire-la-messa. Non c’è nessuna ambiguità nel suo spirito, è indubbiamente al “sacerdozio ordinato” che ella aspira>. E non si tratta solo di par condicio o di quote rosa.

                                                                                                                       Giuseppe Di Leo

da Il Riformista del 3 marzo 2006