SU PIO XII E' CONFLITTO DI CIVILTA' CATTOLICA

 

C’è un uso politico strumentale dei documenti storici e c’è un uso non meno strumentale di politica ecclesiastica dei documenti che riguardano alcuni capitoli controversi della storia della Chiesa, soprattutto del ventesimo secolo. Il Concilio Vaticano II e la figura di papa Pacelli costituiscono ancora capitoli non chiusi di un conflitto storiografico che non si riduce a mere questioni polverose d’archivio, bensì investe il ruolo e la funzione che Santa Romana Chiesa potrà assolvere nel nuovo secolo. In Italia i protagonisti di questo confronto a suon di documenti spesso sono i gesuiti, da una parte, e la cosiddetta Scuola di Bologna, dall’altra. Con la mediazione (quasi mai disinteressata) della stampa che conta.

Lo storico Alberto Melloni appartiene alla suddetta corrente storiografica felsinea, il cui esponente più augusto è il professor Giuseppe Alberigo. Beninteso: si tratta di storici seri, di studiosi rigorosi, di intellettuali non usi a facile cedevolezza alle lusinghe massmediologiche. Purtuttavia non per questo dotati del dono dell’infallibilità. È capitato anche a loro talvolta di interpretare un documento, una testimonianza attribuendo all’uno o all’altra un valore eccessivo a favore di una tesi, che al vaglio di analisi successive è stata smontata e confutata. Ciascuno è libero di avere le sue predilezioni, ovvio, e gli storici della Scuola bolognese hanno legittimamente le loro. Per esempio, il teologo Yves Congar è uno dei numi di questa corrente storiografica. Il diario del domenicano francese sul Concilio ha costituito una delle fonti di cui si sono serviti Alberigo e i suoi allievi per interpretare le dinamiche e gli schieramenti del Concilio. Sennonché proprio quelle testimonianze autobiografiche non sono state giudicate fededegne al cento per cento. Non lo sono per i gesuiti di Civiltà Cattolica e neanche per gli esperti dell’Osservatore Romano. E allora che cosa fare per avere un’idea più esatta dell’avvenimento conciliare? Semplice: affiancare alla lettura dei libri di Alberigo e Melloni sul Concilio i libri di altri autori (su tutti, quelli del gesuita Giovanni Caprile) o, addirittura, studiarne le fonti raccolte da Vincenzo Carbone.

La vicenda storiografica su Pio XII è più complessa ma sembra seguire un copione simile. Su papa Pacelli il Vaticano ha affidato ai gesuiti la difesa d’ufficio. Non potrebbe essere altrimenti, poiché sono solo quattro o cinque le persone – e tutti gesuiti- che hanno avuto il privilegio di accedere all’archivio riguardante il pontificato pacelliano: P. Blet, R. Graham, A. Martini, B. Schneider, G. Sale. Sono tutti studiosi di vaglia, ma anche loro ben lontani dal dono dell’infallibilità.

Quando si saranno spente le polemiche sull’ultimo documento ritrovato in Francia  e pubblicato dal Corriere della Sera -che testimonierebbe secondo alcuni l’antisemitismo di Pio XII- potremo forse capire il valore di quella prova documentale. Sta di fatto che i gesuiti (ma anche altri studiosi laici, come Andrea Riccardi) hanno subito elevato un muro a difesa di Pacelli. Talvolta è capitato però anche a loro di essere stati smentiti.

Il gesuita Pierre Blet, per esempio, ha sempre sostenuto che riguardo alla Shoah «l’esatta cognizione di ciò che era accaduto si ebbe soltanto dopo che gli Alleati entrarono nei campi tedeschi». Nel 2003, però, esce un libro dello storico (cattolico) Philippe Cheneaux (tradotto nel 2004 dalle Edizioni San Paolo) in cui, grazie a numerosi testi inediti, si documenta al contrario che Pio XII seppe delle deportazioni naziste degli ebrei almeno sin dall’autunno del 1941. Nell’ottobre di quell’anno giunsero infatti in Vaticano i primi rapporti dei nunzi apostolici, in cui si raccontavano dei disumani trattamenti inflitti agli ebrei in Europa orientale. Il gesuita Blet per molti anni ha fatto un’opera certosina, raccogliendo (in dodici grossi tomi) gli atti relativi alla Santa Sede durante la seconda guerra mondiale. Ma del rapporto datato 18 marzo 1942, trasmesso dal nunzio di Berna in Vaticano e in cui si confermavano le drammatiche notizie sulla sorte degli ebrei provenienti dalla Slovacchia, non v’è traccia nella raccolta curata da padre Blet. Naturalmente, da questo fatto a dire che Pacelli fosse antisemita ce ne corre, eccome se ce ne corre. Epperò è il segnale, piccolo ma non trascurabile, che le vicende storiografiche su Pio XII necessitano di ancora molto studio e di conseguenza di atteggiamenti scevri da giudizi definitivi. Consapevoli di quanto ebbe a sostenere una volta lo stesso gesuita Blet: «Qualsiasi archivio, anche il più completo, non rende giammai conto della realtà totale». Del resto, che Pacelli sia il papa più studiato, oltre che il più controverso, del novecento lo testimoniano i libri che sono usciti su di lui negli ultimi venti mesi: oltre a Cheneaux, C. Brage (La riforma liturgica di Pio XII, Edizioni Liturgiche), D.J. Goldhagen (A moral reckoning, Vintage Books New York), R. Harries (After the Evil. Christianity and Judaism in the shadow of the Holocaust, Oxford University Press) e poi ancora i saggi di G. Sale, A. Tornielli... (senza contare gli articoli su riviste storiche specializzate di P. Blet, W. Brandmueller, D. Dalin, K. McDonnel, G. Vedovato, G. Sale, J.M. Sanchez, J. Schmid).

 

                                                                                                                                                                     GIUSEPPE DI LEO

da Il Riformista del 7 Gennaio 2005