THE WHITE HOUSE

 Office of the Press Secretary

 23 Settembre 2009/ (dal quotidiano La Repubblica)

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Discorso del Presidente Barak Obama all'Assemblea dell'ONU 

Signor presidente, signor segretario generale, illustri delegati, signori e

 signore: è un onore rivolgermi a voi per la prima volta nella qualità di

 quarantaquattresimo presidente degli Stati Uniti d’America. Mi

presento di fronte a voi col peso della responsabilità che il popolo degli

Stati Uniti mi ha affidato, consapevole delle enormi sfide di questo

momento storico e determinato ad agire con ambizione e con il

concorso di tutti per il bene della giustizia e della prosperità, in patria e

all’estero.

Sono in carica da appena nove mesi, anche se certi giorni mi sembra

che siano molti di più. Sono più che cosciente delle aspettative che

accompagnano la mia presidenza in tutto il mondo. Queste aspettative

non hanno nulla a che fare con me. Esse affondano le loro radici – di

questo sono convinto – in un malcontento nei confronti di uno status

quo che ha sempre più messo l’accento sulle nostre differenze, e che è

superato dai nostri problemi. Ma affondano le loro radici anche nella

speranza, la speranza che un cambiamento vero è possibile, e la

speranza che l’America possa assumere un ruolo guida nella strada che

porta a questo cambiamento.

Sono entrato in carica in un momento in cui tanti, in tutto il mondo,

vedevano l’America con scetticismo e sfiducia, in parte per percezioni e

informazioni sbagliate sul mio Paese, in parte perché contrari a

politiche specifiche e convinti che su certe questioni di primaria

importanza l’America abbia agito unilateralmente, senza riguardo per

gli interessi altrui. Tutto questo ha alimentato un antiamericanismo

quasi istintivo, che troppo spesso è servito come scusa per la nostra

inazione collettiva.

Come tutti voi, la mia responsabilità è agire nell’interesse della mia

nazione e del mio popolo, e non chiederò mai scusa per aver difeso

questi interessi. Ma sono profondamente convinto che oggi, nel 2009,

più che in qualsiasi altro momento della storia umana, tutte le nazioni

e tutti popoli abbiano interessi comuni.

Le convinzioni religiose che nutriamo nel nostro cuore possono

forgiare nuovi legami fra le persone o dividerle aspramente. La

tecnologia che padroneggiamo può illuminare la via per la pace o può

spengerla per sempre. L’energia che usiamo può alimentare il nostro

pianeta o distruggerlo. Quel che ne sarà delle speranze di un unico

bambino, in qualunque parte del mondo, potrà arricchire il nostro

pianeta o impoverirlo.

In quest’aula veniamo da molti posti diversi, ma condividiamo un

futuro comune. Non possiamo più permetterci il lusso di mettere

l’accento sulle nostre differenze, a scapito del lavoro che dobbiamo

fare insieme. Ho portato questo messaggio da Londra ad Ankara, da

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Port of Spain a Mosca, da Accra al Cairo; ed è di questo che parlerò

oggi. Perché è venuto il momento per il mondo di muoversi in una

direzione nuova. Dobbiamo entrare in una nuova era di impegno,

basata su interessi reciproci e sul rispetto reciproco, e il nostro lavoro

deve cominciare da subito.

Sappiamo che il futuro sarà determinato dai fatti, e non semplicemente

dalle parole. I discorsi da soli non risolveranno i nostri problemi,

servirà un’azione costante. E a coloro che mettono in discussione la

natura e la causa della mia nazione, chiedo di guardare alle azioni

concrete che abbiamo compiuto in appena nove mesi.

Nel mio primo giorno da presidente ho proibito, senza eccezioni e

senza equivoci, l’uso della tortura da parte degli Stati Uniti d’America.

Ho ordinato la chiusura della prigione di Guantánamo e stiamo

lavorando con impegno per creare una struttura che consenta di

combattere l’estremismo rimanendo nei confini della legalità. Tutte le

nazioni devono saperlo: l’America saprà essere all’altezza dei suoi

valori e saprà assumere un ruolo guida attraverso l’esempio.

Abbiamo stabilito un obbiettivo chiaro e focalizzato: lavorare con tutti i

membri di questo organismo per contrastare, smantellare e

sconfiggere al-Qaida e i suoi alleati estremisti, una rete che ha ucciso

migliaia di persone, di tante fedi e nazioni diverse, e che aveva un

piano per far saltare in aria questo stesso edificio. In Afghanistan e in

Pakistan noi, e molte nazioni che sono qui, stiamo aiutando quei

Governi a sviluppare le capacità per mettersi alla testa di questi sforzi,

lavorando al tempo stesso per garantire più opportunità e sicurezza

alla propria gente.

In Iraq stiamo responsabilmente mettendo fine a una guerra. Abbiamo

rimosso le unità da combattimento dalle città irachene e abbiamo

fissato una scadenza, il prossimo agosto, entro la quale rimuoveremo

tutte le nostre unità da combattimento dal territorio iracheno. E ho

affermato con chiarezza che aiuteremo gli iracheni nella transizione per

giungere ad assumersi una piena responsabilità per il proprio futuro, e

che manterremo il nostro impegno di portare via tutti i soldati

americani entro la fine del 2011.

Ho delineato un programma generale per raggiungere l’obbiettivo di un

mondo senza armi nucleari. A Mosca, gli Stati Uniti e la Russia hanno

annunciato riduzioni importanti delle testate e dei lanciamissili. Alla

Conferenza sul disarmo ci siamo accordati su un piano di lavoro per

negoziare la fine della produzione di materiali fissili a scopo nucleare. E

questa settimana il mio segretario di Stato diventerà il primo alto

rappresentante del Governo degli Stati Uniti a presenziare all’annuale

conferenza degli Stati membri del Comprehensive Test Ban Treaty [il

trattato che mette al bando gli esperimenti nucleari].

Appena sono entrato in carica ho nominato un inviato speciale per la

pace in Medio Oriente, e l’America lavora con costanza e

determinazione per l’obbiettivo di due Stati – Israele e Palestina –

dove la pace metta radici e siano rispettati i diritti sia degli israeliani

che dei palestinesi.

Per combattere i cambiamenti climatici abbiamo investito 80 miliardi di

dollari nell’energia pulita. Abbiamo reso molto più stringenti i

parametri di efficienza per i carburanti. Abbiamo fornito nuovi incentivi

per la difesa dell’ambiente, abbiamo lanciato una partnership

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energetica in tutte le Americhe e siamo passati da spettatori a

protagonisti nei negoziati internazionali sul clima.

Per sconfiggere una crisi economica che tocca ogni angolo del mondo,

abbiamo lavorato con le nazioni del G20 per dare vita a una risposta

internazionale coordinata di oltre duemila miliardi di dollari di misure di

stimolo, per salvare dal baratro l’economia mondiale. Abbiamo

mobilizzato risorse che hanno contribuito a prevenire un ulteriore

allargamento della crisi ai Paesi in via di sviluppo. E insieme ad altri

abbiamo lanciato un’iniziativa da 20 miliardi di dollari per la sicurezza

alimentare globale, che tenderà la mano a chi ne ha più bisogno e li

aiuterà a costruire una capacità produttiva propria.

E siamo tornati a impegnarci con le Nazioni Unite: abbiamo pagato

quello che dovevamo; siamo entrati nel Consiglio per i diritti umani;

abbiamo firmato la Convenzione sui diritti delle persone disabili;

abbiamo abbracciato pienamente gli Obbiettivi di sviluppo del

millennio. E affrontiamo le nostre priorità qui, in questa istituzione, ad

esempio attraverso la riunione del Consiglio di sicurezza che presiederò

domani sulla non proliferazione e il disarmo nucleare, e attraverso gli

argomenti che tratterò oggi.

Questo è quello che abbiamo fatto. Ma è soltanto un inizio. Alcune

delle nostre azioni hanno prodotto passi avanti. Alcune hanno gettato

le basi per progressi futuri. Ma una cosa va detta chiaramente: non

può essere solo uno sforzo degli Stati Uniti. Quelli che prima si

scagliavano contro l’America perché agiva in solitudine non possono

ora mettersi da una parte e aspettare che l’America risolva da sola i

problemi del mondo. Stiamo portando avanti, con le parole e con i

fatti, una nuova era di impegno con il mondo. Ora è tempo che tutti ci

prendiamo la nostra parte di responsabilità per una risposta globale a

sfide globali.

Se siamo onesti con noi stessi dobbiamo ammettere che in questo

momento non siamo all’altezza di quella responsabilità. Pensate a

quello che succederebbe se non riuscissimo a gestire lo status quo:

estremisti che seminano terrore in varie parti del mondo; conflitti

prolungati che si trascinano in eterno; genocidi e atrocità di massa;

sempre più nazioni dotate di armi nucleari; ghiacci che si sciolgono e

popolazioni devastate; miseria persistente e pandemie. Non dico

questo per seminare paura, ma per affermare un fatto: le nostre azioni

non sono ancora commisurate alla portata delle nostre sfide.

Questo organismo è stato fondato nella convinzione che le nazioni del

mondo potevano risolvere i loro problemi insieme. Franklin Roosevelt,

che è morto prima di poter vedere il suo sogno di un’istituzione di

questo tipo diventare realtà, la descriveva in questi termini: «La

struttura della pace del mondo non può essere l’opera di un unico

uomo, o di un unico partito, o di un’unica nazione [...] non può essere

una pace di grandi nazioni, o di piccole nazioni. Dev’essere una pace

che poggia sullo sforzo cooperativo del mondo intero».

Lo sforzo cooperativo del mondo intero. Queste parole suonano ancora

più vere oggi, quando ad accomunarci non è semplicemente la pace,

ma la nostra stessa salute e prosperità. Ma io so anche che questo

organismo è composto da Stati sovrani. E purtroppo, ma era

prevedibile, questo organismo spesso è diventato un forum per

seminare discordia, invece che per forgiare un terreno comune: un

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luogo dove mettere in atto giochi politici e sfruttare rancori, invece che

per risolvere problemi. D’altronde, è facile salire su questo palco e

puntare il dito, fomentare le divisioni. Non c’è nulla di più facile che

dare la colpa agli altri dei propri problemi, e autoassolversi dalla

responsabilità per le proprie scelte e le proprie azioni. Questo lo può

fare chiunque.

Per esercitare responsabilità e leadership nel XXI secolo ci vuole di più.

In un’era in cui il nostro destino è comune il potere non è più un gioco

a somma zero. Nessuna nazione può o deve cercare di dominare

un’altra nazione. Nessun ordine mondiale che ponga una nazione o un

gruppo di persone al di sopra di un altro può avere successo. Nessun

equilibrio di potere fra nazioni può reggere. La tradizionale divisione

tra nazioni del Sud e nazioni del Nord non ha senso in un mondo

interconnesso. E nemmeno hanno senso schieramenti di nazioni

ancorati alle divisioni di una guerra fredda che è finita da tempo.

È tempo di rendersi conto che le vecchie consuetudini e i vecchi

argomenti sono irrilevanti per le sfide che devo affrontare le nostre

popolazioni. Essi spingono le nazioni ad agire in contrasto con gli

obbiettivi stessi che sostengono di perseguire, e a votare, spesso in

questo organismo, contro gli interessi del loro stesso popolo. Essi

costruiscono muri fra di noi e il futuro che i nostri popoli perseguono,

ed è giunto il momento di abbattere questi muri. Insieme, dobbiamo

costruire nuove coalizioni che colmino le vecchie divisioni, coalizioni di

fedi e convinzioni diverse, tra Nord e Sud, tra Oriente e Occidente, tra

neri, bianchi e marroni.

La scelta è nostra. Potremo essere ricordati come una generazione che

ha scelto di trascinare nel XXI secolo le diatribe del XX, che ha scelto

di rinviare le decisioni difficili, che ha rifiutato di guardare avanti e non

è stata all’altezza, perché abbiamo messo l’accento su quello che non

volevamo invece che su quello che volevamo. Oppure possiamo essere

una generazione che sceglie di vedere l’approdo oltre la tempesta, una

generazione che unisce le forze per gli interessi comuni degli esseri

umani e che finalmente dà un senso alla promessa insita nel nome che

è stato dato a questa istituzione: le Nazioni Unite.

Questo è il futuro che l’America vuole, un futuro di pace e prosperità

che potremo raggiungere solo riconoscendo che tutte le nazioni hanno

dei diritti, ma anche che tutte le nazioni hanno delle responsabilità.

Questo è il patto che fa funzionare tutto ciò, questo dev’essere il

principio guida della cooperazione internazionale.

Oggi io propongo quattro pilastri fondamentali per il futuro che

vogliamo costruire per i nostri figli: la non proliferazione e il disarmo;

la promozione della pace e della sicurezza; la conservazione del nostro

pianeta; e un’economia globale che dia più opportunità a tutte le

persone.

Per prima cosa dobbiamo fermare la diffusione delle armi nucleari e

perseguire l’obbiettivo di un mondo privo di bombe atomiche.

Questa istituzione è stata fondata agli albori dell’era nucleare, ed è

stata fondata anche perché era necessario mettere un freno alla

capacità dell’uomo di uccidere. Per decenni abbiamo evitato il disastro,

anche grazie allo stallo fra le due superpotenze. Ma oggi la minaccia

della proliferazione cresce di portata e di complessità. Se non

riusciremo ad agire favoriremo una corsa agli armamenti nucleari in

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tutte le regioni e la prospettiva di guerre e azioni terroristiche di

proporzioni che riusciamo a malapena a immaginare.

Sulla strada di questo esito spaventoso si frappone un fragile

consenso, l’elementare compromesso che è alla base del Trattato di

non proliferazione, che dice che tutte le nazioni hanno diritto

all’energia nucleare civile, che le nazioni dotate di armi nucleari hanno

la responsabilità di procedere verso il disarmo e che le nazioni che non

dispongono di armi nucleari hanno la responsabilità di rinunciarvi. I

prossimi dodici mesi saranno decisivi per appurare se questo patto

verrà rafforzato o se si dissolverà lentamente.

L’America terrà fede ai patti. Cercheremo un nuovo accordo con la

Russia per ridurre in modo considerevole le testate e i lanciamissili in

nostro possesso. Procederemo alla ratifica del trattato per la messa al

bando degli esperimenti nucleari, lavoreremo insieme ad altri perché

questo trattato entri in vigore, in modo da giungere a un divieto

permanente degli esperimenti nucleari. Completeremo una revisione

della situazione nucleare, che aprirà la porta a tagli più consistenti e

ridurrà il ruolo delle armi atomiche. E faremo appello alle nazioni per

avviare a gennaio negoziati su un trattato per mettere fine alla

produzione di materiale fissile a scopi militari.

Inoltre, ad aprile organizzerò un vertice per riaffermare la

responsabilità di ogni nazione di garantire la sicurezza del materiale

nucleare presente sul proprio territorio, e per aiutare quelli che non ne

sono in grado: perché non dobbiamo mai consentire che anche un solo

apparecchio nucleare cada nelle mani di un estremista violento. E

lavoreremo per rafforzare le istituzioni e le iniziative contro il

contrabbando e il furto di materiale nucleare.

Tutto questo mira a sostenere gli sforzi per rafforzare il Trattato di non

proliferazione. Quelle nazioni che rifiuteranno di ottemperare ai propri

obblighi dovranno affrontare le conseguenze. Non si tratta di additare

singole nazioni, si tratta di battersi per i diritti di tutte le nazioni che

adempiono alle loro responsabilità. Perché un mondo in cui si rifiutano

le ispezioni dell’Aiea e si ignorano le richieste delle Nazioni Unite

esporrà tutti noi a un maggiore pericolo, e renderà tutte le nazioni

meno sicure.

Con il comportamento mostrato fino a oggi, il Governo nordcoreano e

quello iraniano minacciano di trascinarci lungo questa china pericolosa.

Noi rispettiamo i loro diritti in quanto membri della comunità delle

nazioni. Io credo in una diplomazia che apra la strada a una maggiore

prosperità e a una pace più sicura per entrambe queste nazioni, se

sapranno far fronte ai loro obblighi.

Ma se i governi di Iran e Corea del Nord dovessero scegliere di

ignorare gli standard fissati a livello internazionale; se dovessero

anteporre il loro desiderio di entrare in possesso di armi nucleari alla

stabilità regionale, alla sicurezza, alle opportunità per il loro stesso

popolo; se fossero dimentichi dei pericoli di un’escalation nucleare sia

in Asia orientale sia in Medio Oriente, allora dovrebbero essere

costrette a rispondere del loro operato. Il mondo deve sentirsi unito,

coeso, e dimostrare che la legalità internazionale non è una vuota

promessa e che i trattati devono essere applicati e tradotti in realtà.

Noi dobbiamo insistere su un punto: il futuro non deve cadere preda

della paura.

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Ciò mi porta a illustrare il secondo pilastro sul quale si ergerà il

nostro futuro: il perseguimento della pace. Le Nazioni Unite nacquero

con la premessa che i popoli della Terra potessero vivere le loro vite,

mantenere e far crescere le loro famiglie, risolvere le loro divergenze

in modo pacifico. Purtroppo, però, sappiamo che in troppe aree del

mondo questo ideale resta pura astrazione. Possiamo accettare che

questo sia inevitabile, e tollerare continui conflitti destabilizzanti.

Oppure possiamo ammettere che il desiderio di pace è universale, e

riaffermare la nostra determinazione a porre fine ai conflitti nel mondo.

Questo impegno deve iniziare dall’incrollabile principio che

l’assassinio di uomini, donne e bambini innocenti non sarà mai

tollerato. Su questo punto non possono esserci polemiche e dispute.

Gli estremisti violenti che promuovono la guerra distorcendo la loro

stessa fede hanno perso di credibilità e si sono isolati da soli. Non

hanno altro da offrire che odio e devastazione. Nell’affrontarli,

l’America costituirà delle durature partnership, finalizzate a prendere di

mira i terroristi, mettere in comune le intelligence, coordinare

l’attuazione pratica della legge e proteggere il nostro popolo. Noi non

permetteremo che esista alcun rifugio sicuro e inviolabile dal quale al

Qaeda possa scagliare i suoi attacchi, dall’Afghanistan o da qualche

altra nazione. Noi ci schiereremo al fianco dei nostri amici e alleati

sulla linea del fronte, come domani faremo insieme a molte nazioni per

promuovere aiuti al popolo pachistano. E naturalmente proseguiremo

in questo impegno positivo, per costruire ponti tra le varie confessioni

religiose e creare nuove partnership per dare opportunità a tutti.

I nostri sforzi per promuovere la pace, tuttavia, non possono

essere limitati a sconfiggere gli estremisti violenti, e questo perché

l’arma più potente nel nostro arsenale è la speranza degli esseri

umani, la convinzione che il futuro appartiene a chi lo costruisce, non a

chi lo distrugge, e perché nutriamo la fiducia che i conflitti possono

terminare, che una nuova alba può nascere.

Ecco le ragioni per le quali rafforzeremo il nostro aiuto per

un’efficace missione di peacekeeping, pur continuando a consolidare i

nostri sforzi volti a sventare i conflitti prima ancora che esplodano.

Cercheremo di firmare una pace duratura con il Sudan concedendo

aiuti alla popolazione del Darfur, e con l’attuazione pratica del

Comprehensive Peace Agreement, così da garantire al popolo sudanese

la pace che esso merita. Nei Paesi devastati dalla violenza – da Haiti al

Congo a Timor Est – lavoreremo accanto alle Nazioni Unite e agli altri

partner per dare il massimo aiuto per una pace duratura.

Personalmente continuerò altresì ad adoperarmi per una pace

giusta e duratura tra Israele, Palestina e mondo arabo. Ieri ho avuto

un incontro molto costruttivo con il primo ministro Netanyahau e il

presidente Habbas. Abbiamo fatto qualche passo avanti. I palestinesi

hanno moltiplicato i loro sforzi miranti a tenere sotto controllo la

sicurezza. Gli israeliani hanno concesso una maggiore libertà di

movimento ai palestinesi. Di conseguenza, grazie agli sforzi di

entrambe le parti, l’economia in Cisgiordania ha iniziato a crescere. Ma

occorrono altri progressi. Dobbiamo continuare a esortare i palestinesi

a porre fine all’istigazione alla violenza contro Israele, e continueremo

a far presente a gran voce che l’America non accetta che Israele

continui a considerare legittimi gli insediamenti dei coloni nei Territori.

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È venuto il momento di rilanciare i negoziati – senza

precondizioni di sorta – che affrontino una volta per tutte le questioni

di sempre: sicurezza per gli israeliani e palestinesi; confini; profughi e

Gerusalemme. L’obiettivo è chiaro. È quello di due stati che vivono

l’uno accanto all’altro in pace e sicurezza: lo stato ebraico di Israele,

veramente sicuro per tutti gli israeliani; e lo stato palestinese

indipendente, con un territorio contiguo al primo nel quale abbia fine

l’occupazione iniziata nel 1967, e che possa consentire ai palestinesi di

raggiungere il loro pieno potenziale. Mentre ci accingiamo a perseguire

questo scopo, intendiamo promuovere anche la pace tra Israele e

Libano, tra Israele e Siria, e più in generale la pace tra Israele e i molti

Paesi con esso confinanti. Nel perseguire questo obiettivo, intendiamo

mettere a punto delle iniziative regionali con una partecipazione

multilaterale, insieme a negoziati bilaterali.

Non sono un ingenuo. So bene che tutto ciò sarà difficile da

ottenere. Ma noi tutti dobbiamo decidere se facciamo sul serio

parlando di pace o se ci limitiamo a far finta di parlare e muoviamo

soltanto le labbra. Per spezzare i vecchi parametri, per rompere il

circolo vizioso di insicurezza e disperazione, tutti noi dobbiamo

dichiarare ufficialmente ciò che ammettiamo a porte chiuse. Gli Stati

Uniti non rendono un favore a Israele quando mancano di abbinare a

un risoluto impegno alla sua sicurezza l’istanza che Israele rispetti le

legittime richieste e i legittimi diritti dei palestinesi. E tutte le nazioni di

questa Assemblea non rendono un favore ai palestinesi quando costoro

scelgono di lanciare attacchi al vetriolo invece di una costruttiva

volontà di riconoscere la legittimità di Israele, e il suo diritto a esistere,

in pace e in sicurezza.

Dobbiamo ricordarci che il prezzo più pesante di questo conflitto

non lo paghiamo noi. Lo paga quella ragazza israeliana che a Sderot ha

chiuso gli occhi temendo che un razzo le togliesse la vita nel cuore

della notte. Lo paga quel bambino palestinese di Gaza che non ha

accesso all’acqua potabile e non ha un Paese che può chiamare patria.

Questi sono tutti figli di Dio. Al di là della politica, degli atteggiamenti e

delle posizioni, qui si parla dei diritto di ogni essere umano a vivere

con dignità e sicurezza. Questa è la lezione di fondo delle tre grandi

religioni che chiamano Terrasanta quella piccola striscia di terra. Ecco

perché, malgrado io sappia che ci saranno battute d’arresto, false

partenza e giorni molto difficili, io non derogherò dal mio impegno

volto a perseguire la pace.

Terzo: dobbiamo riconoscere che nel XXI secolo, non ci potrà

essere pace nel mondo se non ci assumeremo la responsabilità di

preservare il nostro pianeta. Il pericolo costituito dal cambiamento del

clima è innegabile, e la nostra responsabilità a farvi fronte è

indifferibile. Se continueremo lungo l’attuale percorso, ogni membro di

questa Assemblea assisterà all’interno dei suoi stessi confini a

cambiamenti irreversibili. I nostri sforzi volti a porre fine ai conflitti

saranno eclissati dalle guerre per i profughi e per le risorse. Lo

sviluppo avrà fine, sarà fermato dalla siccità e dalle carestie. La terra

sulla quale gli esseri umani hanno vissuto per millenni scomparirà. Le

generazioni future si guarderanno indietro e si chiederanno per quale

ragione noi ci rifiutammo di agire, perché non riuscimmo a lasciar loro

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in eredità l’ambiente così come noi lo avevamo a nostra volta

ereditato.

Quanto ho detto spiega perché i giorni in cui l’America

tergiversava su queste questioni sono ormai alle spalle. Noi

procederemo, andremo avanti a investire per trasformare la nostra

economia energetica, fornendo incentivi per far sì che l’energia pulita

sia l’energia redditizia nella quale investire. Eserciteremo pressioni da

ora in poi, taglieremo le emissioni di gas serra per raggiungere gli

obiettivi fissati per il 2020, e in seguito per il 2050. Continueremo a

promuovere le energie rinnovabili e l’efficienza energetica,

condividendo nuove tecnologie con i Paesi di tutto il mondo. E

coglieremo ogni occasione propizia per il progresso per affrontare

questa minaccia con uno sforzo concertato con il mondo intero.

Le nazioni ricche gravemente responsabili dei danni arrecati

all’ambiente per tutto il XX secolo devono accettare il nostro dovere a

guidare questa missione. Ma la responsabilità non finisce qui.

Dobbiamo riconoscere la necessità di risposte differenziate, e ciascuno

sforzo mirante a ridurre le emissioni di diossido di carbonio deve

coinvolgere i Paesi che rilasciano CO2 nell’atmosfera a ritmo incalzante

e che possono fare di più per ridurre l’inquinamento della loro aria

senza inibire la crescita. Qualsiasi sforzo che trascuri di aiutare le

nazioni più povere ad adattarsi ai problemi che il cambiamento del

clima sta già creando e al contempo proseguire verso lo sviluppo lungo

una strada pulita non funzionerà.

È difficile cambiare qualcosa di così fondamentale come il modo

col quale noi utilizziamo l’energia. Ancora più difficile è farlo nel bel

mezzo di una recessione globale. Sicuramente starcene tranquilli ad

aspettare in attesa che siano gli altri a intervenire per primi è una bella

tentazione. Ma non possiamo affrontare questo cambiamento se non

camminando tutti insieme. Dirigendoci prossimamente a Copenhagen,

cerchiamo di essere determinati, di concentrarci su ciò che ciascuno di

noi può fare per il bene del nostro futuro comune.

Ciò mi conduce a parlare dell’ultimo pilastro sul quale si dovrà

reggere il nostro futuro: un’economia globale che migliori le

opportunità di tutti i popoli. Il mondo si sta ancora riprendendo dalla

peggiore crisi economica che sia mai intervenuta dai tempi della

Grande Depressione. In America vediamo che il motore della crescita

sta iniziando ad agitarsi, e malgrado ciò in molti ancora stentano a

trovare un posto di lavoro o pagare le loro bollette. Nel pianeta stiamo

vedendo qualche segnale promettente, ma poche sicurezze su che

cosa ci aspetta di preciso. Ancora troppe persone in troppi luoghi

vivono le crisi quotidiane che rappresentano una sfida per il comune

genere umano: la disperazione di uno stomaco vuoto, la sete

provocata da acqua sempre più carente, l’ingiustizia di un bambino

agonizzante per una malattia che sarebbe curabile, una madre che

muore mentre mette al mondo la sua creatura.

A Pittsburgh lavoreremo con le più grandi economie del mondo

per delineare una traiettoria per la crescita, affinché sia bilanciata e

sostenuta. Questo significa vigilare, per garantire che non rinunceremo

prima che tutti siano tornati a lavorare. Questo significa prendere

iniziative per rigenerare la domanda, così che una ripresa globale

possa essere sostenuta. Questo, infine, significa stabilire nuove regole

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per andare avanti e rafforzare i regolamenti per tutti i centri finanziari,

così da poter porre fine all’avidità, agli eccessi, agli abusi che ci hanno

sprofondato in questo disastro. Così da evitare che una crisi come

questa possa verificarsi di nuovo.

In quest’epoca di massima interdipendenza, noi abbiamo un

interesse morale e pragmatico preciso nelle questioni legate più in

generale allo sviluppo. Pertanto porteremo ancora avanti il nostro

impegno storico mirante ad aiutare tutti i popoli ad avere di che

sfamarsi. Abbiamo messo da parte circa 63 miliardi di dollari per

portare avanti la nostra battaglia contro l’Hiv e l’Aids, per evitare che si

possa ancora morire per tubercolosi e malaria, per sradicare la

poliomielite, per rafforzare i sistemi sanitari pubblici. Ci stiamo unendo

agli altri Paesi dell’Organizzazione Mondiale della Sanità per contribuire

a produrre i vaccini contro il virus dell’H1N1. Integreremo un numero

maggiore di economie in un sistema di commercio globale. Sosterremo

gli Obiettivi per lo Sviluppo del Millennio e ci recheremo al Summit

dell’anno prossimo con un piano globale finalizzato a tradurli in realtà.

Ci concentreremo sull’obiettivo di sradicare – adesso, nell’arco delle

nostre stesse vite – la povertà.

È venuto il momento per noi tutti di fare la nostra parte. La

crescita non sarà sostenuta o condivisa se tutte le nazioni non

decideranno di assumersi le proprie responsabilità. Le nazioni più

ricche devono aprire i loro mercati a un numero maggiore di prodotti e

tendere una mano a coloro che hanno meno, riformando al contempo

le istituzioni internazionali per dare a un numero maggiore di nazioni

una voce più forte. Dal canto loro le nazioni in via di sviluppo dovranno

sradicare completamente la corruzione che costituisce un ostacolo al

progresso, perché le opportunità non fioriscono là dove gli individui

sono oppressi, dove per fare affari è necessario pagare bustarelle. Per

tutto ciò noi daremo aiuto e sostegno alle polizie oneste, ai giudici

indipendenti, alla società civile, al settore privato. Il nostro obiettivo è

semplice: un’economia globale, nella quale la crescita sia sostenuta,

nella quale le opportunità siano accessibili a tutti.

I cambiamenti che vi ho illustrato oggi non saranno raggiungibili

facilmente. Non saranno raggiunti semplicemente da leader che come

noi si ritrovano in riunioni come questa, perché come in qualsiasi altra

Assemblea, il vero cambiamento potrà aver luogo soltanto grazie ai

popoli che noi qui rappresentiamo. Ecco per quale ragione dobbiamo

accollarci il duro lavoro di gettare le basi e le premesse per il progresso

nelle nostre rispettive capitali. Ecco perché dobbiamo costruire un

consenso che ponga fine ai conflitti e pieghi la tecnologia a scopi di

pace, per cambiare il modo col quale utilizziamo l’energia, per

promuovere la crescita che può essere sostenuta e condivisa.

Io credo che i popoli della Terra vogliano questo futuro per le

loro discendenze. E questo fa sì che noi si debba diventare

propugnatori e paladini di questi principi, che garantiscono che i

governi riflettono la volontà dei rispettivi popoli. Questi principi non

possono essere ripensamenti: la democrazia e i diritti umani sono di

cruciale importanza per il raggiungimento di ciascuno degli obiettivi di

cui ho parlato oggi. Perché i governi del popolo ed eletti dal popolo

hanno maggiori probabilità di operare nell’interesse generale del loro

popolo più che per i bassi interessi di coloro che sono al potere.

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La nostra leadership non sarà valutata in rapporto al grado col

quale abbiamo alimentato paure e odi tra i nostri popoli. La vera

leadership non sarà valutata dall’abilità con la quale si seminano

dissenso e zizzania, si intimidiscono o si perseguitano le opposizioni

nei nostri rispettivi Paesi. I popoli della Terra vogliono un

cambiamento. Non tollereranno a lungo coloro che si schierano dalla

parte sbagliata della Storia.

La Carta di questa Assemblea specificatamente impegna

ciascuno di noi – cito testualmente – a “riaffermare la fede nei diritti

fondamentali dell’uomo, nel valore della persona umana e

nell’eguaglianza dei diritti degli uomini e delle donne”. Tra questi diritti

vi è la libertà di parlare e pregare come si desidera; la promessa di

eguaglianza tra le razze, e la possibilità per le donne e le bambine di

cercare di raggiungere il loro pieno potenziale; la possibilità per i

cittadini di poter dire la loro su come intendono essere governati, e di

avere fiducia nell’amministrazione della giustizia. Per lo stesso motivo

per cui nessuna nazione dovrebbe essere costretta ad accettare la

tirannia di un’altra nazione, così nessun essere umano dovrebbe essere

costretto ad accettare la tirannia del suo stesso governo.

Da afro-americano, non dimenticherò mai che non sarei qui oggi

se nel mio Paese non ci fosse stato un impegno determinato a

perseguire un’unione più perfetta. Ciò mi induce a credere fermamente

che a prescindere da quanto cupo possa essere il giorno, coloro che

hanno scelto di essere dalla parte della giustizia possono produrre un

cambiamento e una trasformazione. Io prometto che l’America sarà

sempre dalla parte di coloro che si battono per la loro dignità e i loro

diritti, dello studente che vuole imparare, dell’elettore che chiede di

essere ascoltato, dell’innocente che anela a essere liberato, e

dell’oppresso che brama l’uguaglianza.

La democrazia non può essere imposta a nessuna nazione

dall’esterno: ciascuna società deve tracciarsi il proprio cammino e

nessun cammino è perfetto. Ciascun Paese deve tracciarsi un cammino

radicato nella cultura del proprio popolo e - in passato – l’America

troppo spesso è stata selettiva nel promuovere la democrazia a suo

piacere. Ciò non indebolisce affatto il nostro impegno: al contrario, lo

rafforza. Ci sono principi di base, universali. Ci sono verità certe, che

sono palesi. E gli Stati Uniti non derogheranno mai dal proprio sforzo

volto ad affermare il diritto dei popoli, ovunque essi siano, a decidere

del loro stesso destino.

Sessantacinque anni fa, uno sfinito Franklin Roosevelt si rivolse

al popolo americano nel suo quarto e ultimo discorso inaugurale. Dopo

anni di guerra, egli cercò di trarre le lezioni che si potevano trarre dai

terribili avvenimenti vissuti, dagli enormi sacrifici compiuti, e disse:

«Abbiamo imparato a essere cittadini del mondo, membri del genere

umano».

Le Nazioni Unite furono create da uomini e donne come

Roosevelt, di ogni angolo della Terra, provenienti dall’Africa e dall’Asia,

dall’Europa e dalle Americhe. Quegli artefici della cooperazione

internazionale avevano un idealismo tutt’altro che ingenuo e utopistico,

radicato com’era nelle dure lezioni imparate dalla guerra, nella

consapevolezza che le nazioni avrebbero potuto portare avanti i loro

rispettivi interessi agendo insieme, invece che divise.

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Adesso è giunto il nostro turno, perché questa istituzione sarà

ciò che noi ne faremo. Le Nazioni Unite fanno del bene straordinario

nel mondo, sfamando gli affamati, curando i malati, ricostruendo i

luoghi distrutti. Ma è pur vero che questa istituzione fa fatica a

tradurre in realtà la propria volontà e a vivere all’altezza degli ideali dei

suoi fondatori.

Io credo che queste carenze non siano una ragione sufficiente a

staccarci da questa istituzione. Sono anzi un richiamo a raddoppiare i

nostri sforzi. Le Nazioni Unite possono essere la sede nella quale

litigare per istanze del passato, oppure la sede nella quale costruire

un terreno comune. Possono essere la sede nella quale concentrarci su

ciò che ci separa, oppure la sede nella quale concentrarci su ciò che ci

tiene insieme; la sede nella quale lasciare che i tiranni prosperino o la

fonte di un’autorità morale. In sintesi: le Nazioni Unite possono essere

un’istituzione slegata da ciò che conta davvero per la vita dei nostri

popoli o diventare indispensabili per portare avanti gli interessi dei

popoli al servizio dei quali noi siamo.

Abbiamo raggiunto una fase epocale. Gli Stati Uniti sono pronti a

dare inizio a una nuova fase di cooperazione internazionale, nella

quale si riconoscano i diritti e le responsabilità di tutte le nazioni.

Fiduciosi nella nostra causa, disposti a impegnarci per i nostri valori,

facciamo appello a tutte le nazioni affinché si uniscano a noi per

costruire il futuro che i nostri popoli meritano. Grazie.

 Traduzione di Anna Bissanti e Fabio Galimberti