Lectio Magistralis del Sen. Giorgio Napolitano

                                                                                      in occasione del conferimento

                                                                                 della Laurea Honoris Causa in storia

                                                                                    Università di Roma "Tor Vergata"

                                                                                                  20 ottobre 2015

                                                            "IDENTITÀ NAZIONALI, AUTOCOSCIENZA EUROPEA

                                                                                E NUOVI ORIZZONTI MONDIALI"

Non posso, iniziando, tacere il particolare sentimento di gratificazione che ha suscitato in me il conferimento, da parte di questa dinamica e autorevole Università, della laurea honoris causa in storia. Non fu questa, come si sa, la strada che scelsi per la mia formazione iscrivendomi all'Università di Napoli : ed è perciò che ritiro con autentica emozione un titolo che mi onora anche per la motivazione su cui si è fondata la vostra decisione. Una motivazione, alta e generosa, come oggi la Laudatio del Professor Pons, largamente riferita alla mia "attitudine a connettere politica e storia", "a coltivare il rapporto tra agire politico e sapere storico".

Negli anni universitari avevo intrapreso gli studi di giurisprudenza senza convinzione ma con la dovuta serietà e così ne percorsi l'intero ciclo fino alla laurea. E debbo peraltro dire che furono per me davvero formativi alcuni fondamentali insegnamenti di diritto, da cui ho tratto 2

giovamento in ogni successiva fase della mia attività pubblica.

Inoltre, già in quegli anni i miei interessi più vivi si volsero dal diritto all'economia, alla conoscenza della realtà economica e sociale che mi circondava e all'impegno politico volto a incidere sulla sua evoluzione. La realtà cui mi riferisco era innanzitutto quella del Mezzogiorno, nella drammatica condizione in cui esso si presentava all'indomani della liberazione di Napoli, mentre l'Italia nel suo insieme era tagliata in due dal continuare della guerra tra la coalizione antifascista e la Germania nazista.

La condizione del Mezzogiorno, la "questione meridionale" che si riproponeva allora come tema cruciale nel nostro paese, era intrisa di storia, era espressione di una arretratezza, appunto, storica, scaturita da vicende che affondavano le loro radici ben prima anche della formazione dello Stato nazionale unitario in Italia.

Fu attorno a questi nodi che si intrecciarono il completamento dei miei studi universitari, di cui era venuto tuttavia mutando l'orientamento, e i primi passi, le prime esperienze che andavo compiendo in campo politico.

E così mi imbattei assai presto "nel rapporto tra agire politico e sapere storico". Non su basi e con pretese scientifiche, ma ricercando e coltivando quel nesso attraverso gli impulsi che mi venivano dall'esercizio di responsabilità politiche e ben presto parlamentari, nonché attraverso un qualche personale approfondimento delle mie conoscenze 3

storiche. Ma molto contò anche una felice circostanza che desidero richiamare.

Ebbi infatti, in anni successivi alla mia prima formazione politico-culturale e per un lungo periodo, occasioni preziose di amicizia e frequentazione intellettuale con un gruppo di personalità, in gran parte della mia generazione, formatesi e affermatesi assai brillantemente come storici di professione, docenti universitari, protagonisti di un'intensa produzione scientifica e attività pubblicistica. Parlo in special modo di personalità che si raccolsero come gruppo attorno alla rivista "Studi Storici" e all'Istituto Gramsci e politicamente scelsero di schierarsi e restarono impegnati con la sinistra.

Proseguendo ancora, se mi è consentito, nella ricostruzione di un filo personale di elaborazione e di impegno politico-culturale, dirò che ho continuato per molti anni, in Parlamento e nell'attività politica, a concentrarmi sulle tematiche economico-sociali e quindi sulle politiche pubbliche che regolano crescita dell'economia e rapporti - non solo conflitti - tra le parti sociali. Ma nello stesso tempo mi interessarono sempre di più i fondamenti di quelle politiche, e non soltanto su scala nazionale. Figura centrale di questo mio personale affacciarmi su testi e su dibattiti anche di teoria economica, quella di Keynes. Una figura, la cui opera, le cui posizioni erano rimaste ignorate e tenute in sospetto, vittime della vecchia ortodossìa comunista anche nel PCI. Eppure egli era stato non solo un geniale innovatore nella storia del pensiero economico, ma un grande protagonista nella storia del Novecento. Ispirando il New Deal 4

americano e le politiche di crescita e di welfare delle socialdemocrazie dell'Europa del Nord, affermandosi come architetto degli accordi di Bretton Woods e della costruzione internazionale che ne scaturì (protagonista anche se in parte sfortunato nel confronto con la rappresentanza americana e quindi nelle soluzioni finali di quello straordinario esercizio).

Questo mio protratto interesse per l'economia e per i grandi economisti fu in definitiva pur esso un canale di riconoscimento del rapporto tra politica e storia.

Quel che oggi vorrei soprattutto dirvi è che tale rapporto mi appare, nella fase attuale, una chiave fondamentale per un più valido approccio e meditato intervento che sentiamo necessario di fronte a questioni e opzioni decisive per il nostro comune futuro, innanzitutto per quello europeo, ovvero, per dirla forse meglio, italiano-europeo.

Mi soffermerò oggi qui innanzitutto sul riproporsi di questioni e tensioni serie e complesse sul tema delle identità - etniche, culturali, religiose, nazionali - nel crogiuolo di processi di integrazione (il caso europeo) e di globalizzazione.

L'attacco terroristico dell'11 settembre 2001 alle Torri Gemelle di New York non solo provocò un enorme choc emotivo in America, e non solo in America, ma amplificò come non mai nelle opinioni pubbliche occidentali la tesi già largamente in circolazione dal 1993 di un prevedibile e fatale "scontro di civiltà" : l'11 settembre sembrò quasi rappresentarne la conferma nella realtà. Il Premio Nobel Amartya Sen, nel libro dato alle stampe nel 2005, Identity and Violence, confutò energicamente quel che egli riteneva un 5

suddividere e classificare il mondo per categorie : considerate, appunto, "civiltà" su basi essenzialmente religiose e presentate come tra loro irrimediabilmente antagonistiche. Sen giudicò "riduttivo" tale approccio e vi contrappose, in quel suo densissimo libro, una visione ben più duttile e articolata del tema delle identità, riccamente argomentando la tesi che le identità debbano essere viste come "plurali" in qualsiasi soggetto.

Il compito propostosi da Sen - "comprendere la natura e le dinamiche della violenza e del terrorismo globali"- rimane attuale. Infatti, a distanza di molti anni dall'11 settembre e dai successivi interventi militari americani e internazionali in Iraq e Afghanistan, fenomeni di violenza e terrorismo globali si sono ripresentati con caratteristiche impreviste e corpose. Massima espressione ne è stata la nascita dell'ISIS, al culmine di tensioni e conflitti che hanno visto Stati come la Siria e la Libia scivolare lungo la china della dissoluzione.

E l'ISIS, nel motivare la sua strategia offensiva si è in sostanza richiamato a una identità storica di carattere islamico religioso con connotati di estremo fanatismo.

In pari tempo, anche per effetto delle vicende conflittuali e dissolutive che, come ho appena accennato, hanno investito in special modo il Medio Oriente, si è prodotta una sconvolgente ondata migratoria verso l'Europa. E qui, in una parte d'Europa (segnatamente dell'Est), abbiamo visto esplodere l'allarme per il presunto rischio di veder sommersa la propria identità nazionale, addirittura un rischio di "scomparsa etnica". 6

Ne sono venuti, come sappiamo, atteggiamenti non solo difensivi ma ciecamente xenofobi : a conferma della pericolosità di fraintendimenti e mitologie in materia di identità, materia pur da affrontare con cura e intelligenza. A rafforzare, in certi paesi europei, le tendenze alla chiusura e al rigetto verso gli stranieri, si è perfino evocato, oltre ogni misura di realtà, lo spettro delle possibili infiltrazioni del terrorismo islamico nel flusso dei richiedenti asilo e degli emigranti economici.

Ma già in fasi molto precedenti, e possiamo dire fin dall'inizio della costruzione europea, è apparso e riapparso problematicamente il nodo del rapporto tra nazionale e sovranazionale, sostanzialmente in tensione e contrasto con l'orientamento di fondo della Dichiarazione Schuman del 1955, sottoscritta dai 6 paesi fondatori dell'Europa comunitaria.

Quando cioè si era ben lontani da un flusso migratorio verso l'Europa come quello recente, rappresentato come un'"invasione" cui opporre argini in difesa della propria identità nazionale, la diffidenza e la resistenza verso una crescente integrazione europea avevano assunto prevalentemente tutt'altro carattere. Quello del difendere aree di sovranità statuale rispetto al graduale estendersi della sfera di sovranità condivisa da gestire in comune al livello sovranazionale.

Si è trattato, nel corso degli anni, di un nodo in cui si sono annidate diverse improprie sovrapposizioni. Innanzitutto si sovrapponevano - cose tra loro ben diverse - identità 7

nazionali e sovranità assolute degli Stati nazionali europei, in tendenziale antagonismo tra essi, anche in campi nei quali ciò aveva prodotto conseguenze catastrofiche. E sappiamo che quelle sovranità assolute furono - non a caso, negli anni della seconda guerra mondiale - assunte come fondamentale bersaglio da Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi nel Manifesto di Ventotene.

Ed egualmente troppo spesso si è finito per sovrapporre il concetto di identità nazionali, intese in modo onnicomprensivo e ambiguo, e il concetto di culture nazionali. Attraverso questa mistificazione si è drammatizzata al massimo la presunta tendenza a un appiattimento dei patrimoni storici e spirituali dei singoli paesi europei nel calderone sovranazionale.

A queste non sempre innocenti confusioni e polemiche, si è certo risposto con essenziali chiarimenti : intanto, di fatto, con equilibri sapientemente misurati tra istituzioni comunitarie e governi nazionali - fin dall'inizio e sempre, ad esempio, nella visione di Jean Monnet e nell'articolazione dei successivi trattati europei. Così come si è con vigore ribadito il valore delle diversità culturali nell'Europa unita, pur senza contrapporle a un ben riconoscibile spazio culturale europeo comune.

E François Mitterrand dinanzi al Parlamento di Strasburgo nel gennaio del 1995 con assoluta nettezza indicò come prospettiva ideale "l'Europa delle culture" quale autentica "Europa delle nazioni contro quella dei nazionalismi". 8

Eppure incomprensioni e divergenze su questi punti decisivi si ripresentano. E talvolta sembra a certuni sfuggire il perno dell'integrazione, la sua prima direttrice di marcia : il tendere cioè a una "fusione degli interessi dei popoli europei", al consolidamento di un interesse comune europeo, con l'idea di costruire e far vivere non una tradizionale alleanza ma una effettiva operante unione (in ultima istanza politica).

E ciò in quanto "le nazioni sovrane del passato non sono più il quadro in cui possano risolversi i problemi del presente". Quanto drammaticamente più attuali sono diventate queste parole di Jean Monnet del 1976, in un mondo che si è venuto globalizzando. Un mondo in seno al quale sono già intervenuti e stanno maturando radicali spostamenti nei rapporti di forza tra continenti a detrimento dell'Europa e soprattutto dei singoli, anche grandi, Stati europei.

Ciò non significa che bisogna considerare prive di ogni fondamento e semplici "vecchie macerie" tutte le sensibilità e le istanze che emergono pur ambiguamente nelle opinioni pubbliche e in diverse forze politiche o aggregazioni elettorali in non pochi paesi europei. E' vero che posizioni euro-scettiche ed euro-distruttive come quelle in larga circolazione non reggono alla forza di un'argomentazione razionale basata sui fatti.

Ma se ciò non basta a piegare mistificazioni e illusioni in senso contrario, bisogna non solo riconoscere l'indubbio peso di fattori emotivi nelle reazioni individuali e collettive, ma 9

cercare le radici della contraddizione e difficoltà che stiamo vivendo nel solo luogo in cui le si possa trovare : cioè la storia dei nostri paesi. E' dai passaggi più bui, anche di lungo periodo, della storia di certi paesi che scaturiscono ora fenomeni di allontanamento dai valori e dai principi dell'integrazione europea. Ne è esempio inquietante la xenofobia dei muri e del filo spinato contro gli aspiranti rifugiati e immigrati in un paese come l'Ungheria.

Se si deve ritenere, come io credo, che le identità nazionali dei nostri paesi sono iscritte nelle rispettive storie nazionali, lì si può trovare quel che aiuti a comprendere e anche a prendere in giusta considerazione istanze altrimenti destinate soltanto a presentarsi e operare in senso regressivo.

D'altronde, chi abbia da molti anni perseguito una prospettiva decisamente europeistica, operando politicamente con senso di responsabilità e lungimiranza, non ha certamente trascurato di porsi il problema del ruolo da attribuire al senso della nazione. Specie in un paese come l'Italia, così come, si può dire per alcuni, importanti aspetti, in Germania.

In questi due grandi paesi europei, giunti tra gli ultimi al traguardo dell'unità statuale, ha dovuto, dopo la seconda guerra mondiale, essere ripensata in termini fortemente critici la propria storia nazionale, nella quale affonda - come ho già detto - l'identità nazionale, la coscienza di sé e l'immagine di ciascun popolo e paese. 10

Dopo la sconfitta di fascismo e nazismo, e ancora nel fuoco degli anni della seconda guerra mondiale, abbiamo dovuto recuperare e riabilitare il senso della nazione, "l'amor di patria" (eloquentemente evocato da Benedetto Croce in uno scritto del 1943) stravolti e compromessi dall'uso mistificatorio che ne aveva fatto il fascismo in chiave nazionalistica e bellicistica. E abbiamo dovuto tornare indietro con l'analisi storica a partire almeno dal processo che condusse alla nascita del nostro Stato nazionale : tornarci per enuclearne continuità e discontinuità, luci e ombre, ed essenzialmente per trarne "motivi di orgoglio e fiducia; coscienza critica dei problemi rimasti irrisolti e delle nuove sfide da affrontare; senso della missione e dell'unità nazionale". E' quel che da Presidente della Repubblica ritenni di dover fare con quelle celebrazioni del Centocinquantenario dell'Unità nazionale, che trovarono nel paese una rispondenza superiore a tutte le attese, a riprova della persistenza nelle coscienze degli italiani di diffuse sensibilità unitarie e ragioni di coesione nazionale.

Ma né il primo recupero e rilancio -dopo la caduta del fascismo e la fine della guerra - del senso della nazione liberato dal marchio fascista, né i successivi e più recenti sforzi di rimotivazione storica dell'unità nazionale si sono in Italia mai compiuti in antitesi a un progetto di unione sovranazionale europea e ai suoi fondamenti ideali.

Analogamente la nuova Germania democratica nacque, dopo il '45, come Germania europea, all'opposto del disegno hitleriano di Europa tedesca. 11

Certo, si può dire che il programma di Federazione europea tracciato nella Dichiarazione Schuman fu una grande operazione dall'alto : fu la scelta politica condivisa di una classe dirigente di alto livello, che in Italia abbracciò personalità del periodo prefascista, esponenti dell'anti-fascismo tempratosi nella azione clandestina o nelle carceri e al confino, e insieme le nuove energie che rapidamente si formarono nei primi anni del ritorno alla democrazia.

La lungimirante e coraggiosa scelta europeistica di questa classe dirigente può definirsi, guardando all'Italia, una grande operazione dall'alto, in quanto non venne sollecitata o sorretta da un profondo moto d'opinione, da una mobilitazione dal basso che le esili forze del nascente movimento federalista non erano certo in grado di suscitare.

Ma ciò non significa che nello scegliere la prospettiva dell'Europa unita come la sola capace di ridare all'Italia un posto e un peso nel concerto delle nazioni, non si contasse su un humus potenzialmente disponibile a garantire il necessario consenso.

In effetti, non si può pensare che non si fosse venuto diffondendo anche in Italia, tra gli italiani, come altrove nel continente, il senso dell'Europa come "individualità storica e morale". La definizione è di Federico Chabod, nel suo illuminante corso di lezioni del 1943-44 all'Università di Milano su "L'idea d'Europa" (coevo e per molti aspetti convergente fu il corso di lezioni di Lucien Fèbvre nel 1944-45 al Collège de France su "Genèse d'une civilisation"). 12

Si trattò di un processo secolare, avviatosi nell'età moderna, di maturazione di una coscienza o auto-coscienza europea in paesi che si riconoscevano, "negli stessi principi di diritto pubblico e di politica". E' dunque qui, nell'evoluzione storica, nella cultura, nella politica, che va imperniato il discorso sull'identità europea, come d'altronde quello sulle identità nazionali, anziché riferirlo a elementi astratti, mitici o puramente strumentali.

Nell'estrema varietà degli approcci a questa tematica, ho voluto sommariamente richiamare quello che a me da tempo è apparso il punto-chiave da ritenere. Esso emerge anche dalla trattazione sistematica e ricca di quei molteplici approcci e della vastissima letteratura scaturitane, che ci ha di recente offerto il bel libro dello storico Pietro Rossi su "L'identità dell'Europa".

Nessuna frizione, così, si può cogliere tra un rinnovato senso della nazione e una graduale crescita storica dell'autocoscienza europea.

Può apparire bonario o letterario quel passaggio della "Storia d'Europa" di Croce, dove egli parla di "francesi e tedeschi e italiani che s'innalzeranno a europei e i loro pensieri indirizzeranno all'Europa e i loro cuori batteranno per lei come prima per le patrie più piccole, non dimenticate ma meglio amate". Ma quel passaggio è dentro la sorprendente profezia (dicembre 1931) di un "processo di unione europea" (si noti la puntualità precorritrice di quella definizione). Un processo - si dice ancora - "direttamente 13

opposto alle competizioni dei nazionalismi e che già sta contro di essi e un giorno potrà liberarne affatto l'Europa".

Un nostro studioso molto impegnato anche scientificamente sui temi europei, Biagio De Giovanni, sempre attento nel richiamare la consistenza e persistenza storica degli Stati nazionali, e alquanto riservato nei confronti della categoria del "sovranazionale", ha peraltro nel suo ultimo libro riconosciuto che "il 'sovranazionale' è stato e può ancora essere un'ancora di salvezza dalle entropie nazionali" ; e che non si devono "svalutare decenni di costruzione integrata, ma coglierne l'intima necessità e i risultati". Egli tuttavia ritiene si sia giunti a un momento nel quale "bisogna sciogliere le categorie vincolate da troppi vincoli e andare in mare aperto ... riaprire la dialettica tra le sovranità originarie e quelle derivate, tra nazionale e sovranazionale".

Si tratta di un approccio stimolante anche se non ben determinato, che trova certamente i suoi appigli nelle tendenze a una eccessiva uniformità, nelle infiltrazioni di potere burocratico e nei difetti di legittimazione democratica che hanno accompagnato la costruzione europea. E si può convenire sull'esigenza di una "ripresa critica del costituzionalismo europeo ... non per tornare rozzamente indietro, ma per ripensarlo". Segue l'invito da parte dell'autore a "ridare senso alle identità", e a riconsiderare le basi di un'operante sovranità su scala europea.

Ma a mio avviso non dovrebbero esservi equivoci su quel "dare senso alle identità", alla luce del discorso che ho già 14

svolto sul tema. Né tantomeno aggirare la scelta irrinunciabile di una sovranità condivisa, compiere passi non verso il suo rafforzamento ma in direzione opposta. Perché dobbiamo ben sapere quel che la realtà europea e internazionale ci chiede oggi : più e non meno decisioni comuni, più e non meno politiche comuni, più e non meno Europa come soggetto che parli con una voce sola - da troppo tempo lo ripetiamo invano - nel contesto mondiale.

E perché il traguardo di una unione politica sovranazionale corrisponde pienamente all'affermazione dell'identità europea che abbiamo visto, all'indomani della seconda guerra mondiale, prendere forza nelle coscienze degli italiani e degli europei. E perché non c'è altra strada che l'Europa possa battere in vista dei nuovi orizzonti internazionali.

Orizzonti ben lontani ancora dal delinearsi compiutamente, e oscurati da sconvolgimenti, conflitti, tensioni di crescente gravità e novità, da minacce e sfide senza precedenti. Quel che si può certamente dire è che nel nuovo mondo globale, in un auspicabile nuovo ordine mondiale, peseranno grandi Stati-continente e non ormai piccoli Stati-nazione. Conteranno vaste aggregazioni regionali come quella portata significativamente avanti in Europa e peraltro ancora largamente da assestare, rinnovare, approfondire.

Avremo, in quanto Unione Europea, da dialogare, competere, cooperare con molti interlocutori nel mondo di domani, innanzitutto salvaguardando la tradizione, i valori, i 15

benefici delle relazioni transatlantiche - oggi avviate a arricchirsi di un partenariato per il commercio e gli investimenti - e più in generale del rapporto con gli Stati Uniti. Da questi è venuto già in anni lontani, in tempi di pace - direi già con il Piano Marshall, con l'European Recovery Program - un incitamento e un embrionale modello di integrazione regionale. E questo favore per il progetto dell'unità europea non è mai venuto meno nelle componenti più illuminate della leadership americana ; vi si è piuttosto accompagnato un certo grado di scetticismo, anche per l'incertezza nel confrontarsi con qualcosa che non si sapeva se fosse una collection of Nation-States o un'autentica entità politica unitaria europea. E' un'incertezza che spetta a noi sciogliere.

Sappiamo anche per certo che i nuovi orizzonti internazionali esigeranno scelte e politiche di lungo periodo da parte dell'Europa, e non l'attuale appiattimento sulle emergenze e sul breve termine. Ne è un esempio, tra i più probanti, il tema delle migrazioni, che sono mosse - come ha sottolineato Massimo Livi Bacci in un bel Convegno dell'Accademia dei Lincei - da "forze di fondo, che esplicano la loro azione nel lungo periodo".

E dinanzi a simili prospettive, occorrerebbe un balzo in avanti nella capacità di visione e nell'autorevolezza delle leadership politiche europee. Ne è condizione anche la comprensione, che è venuta deperendo, del rapporto tra agire politico e consapevolezza storica. Nell'assenza o debolezza di conoscenza, almeno nell'essenziale, della storia delle 16

migrazioni come si può reagire alle campagne rozzamente allarmistiche e concepire una lungimirante politica europea per l'immigrazione e l'asilo ? Come si può da europei contribuire alla costruzione di un nuovo ordine mondiale che abbracci anche questa sfera così sensibile e delicata ?

Purtroppo si può dire che sia scemato lo stesso gusto per la conoscenza storica : un fenomeno di certo non solo generazionale e non solo italiano. Se mi consentite questa conclusiva notazione personale, mi sento anch'io investito del compito di reagirvi, essendo venuto più che mai per me il tempo della testimonianza e riflessione storica, anche come verifica della coerenza, attraverso revisioni critiche e tenaci evoluzioni, della mia lunga esperienza politica. E risultando invece abbastanza ingrato il provarsi a fare ancora in qualche modo politica, non partigiana, nell'interesse del paese, mi metto a disposizione, confortato da questa laurea, come storico di complemento.

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Fonte: sito http://web.uniroma2.it/