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Discorso del
Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano presso il Parlamento in
seduta comune in occasione del 150° anniversario dell’Unità d’Italia
Montecitorio, 17/03/2011
sento di dover
rivolgere un riconoscente saluto ai tanti che hanno raccolto l'appello a
festeggiare e a celebrare i 150 anni dell'Italia unita : ai tanti
cittadini che ho incontrato o che mi hanno indirizzato messaggi,
esprimendo sentimenti e pensieri sinceri, e a tutti i soggetti pubblici
e privati che hanno promosso iniziative sempre più numerose in tutto il
Paese. Istituzioni rappresentative e Amministrazioni pubbliche : Regioni
e Provincie, e innanzitutto municipalità, Sindaci anche e in particolare
di piccoli Comuni, a conferma che quella è la nostra istituzione di più
antica e radicata tradizione storica, il fulcro dell'autogoverno
democratico e di ogni assetto autonomistico. Scuole, i cui insegnanti e
dirigenti hanno espresso la loro sensibilità per i valori dell'unità
nazionale, stimolando e raccogliendo un'attenzione e disponibilità
diffusa tra gli studenti. Istituzioni culturali di alto prestigio
nazionale, Università, Associazioni locali legate alla memoria della
nostra storia nei mille luoghi in cui essa si è svolta. E ancora, case
editrici, giornali, radiotelevisioni, in primo luogo quella pubblica.
Grazie a tutti. Grazie a quanti hanno dato il loro apporto nel Comitato
interministeriale e nel Comitato dei garanti, a cominciare dal suo
Presidente. Comune può essere la soddisfazione per questo dispiegamento
di iniziative e contributi, che continuerà ben oltre la ricorrenza di
oggi. E anche, aggiungo, per un rilancio, mai così vasto e diffuso, dei
nostri simboli, della bandiera tricolore, dell'Inno di Mameli, delle
melodie risorgimentali.
Si è dunque largamente compresa e condivisa la convinzione che ci
muoveva e che così formulerò : la memoria degli eventi che condussero
alla nascita dello Stato nazionale unitario e la riflessione sul lungo
percorso successivamente compiuto, possono risultare preziose nella
difficile fase che l'Italia sta attraversando, in un'epoca di profondo e
incessante cambiamento della realtà mondiale. Possono risultare preziose
per suscitare le risposte collettive di cui c'è più bisogno : orgoglio e
fiducia ; coscienza critica dei problemi rimasti irrisolti e delle nuove
sfide da affrontare ; senso della missione e dell'unità nazionale. E' in
questo spirito che abbiamo concepito le celebrazioni del
Centocinquantenario.
Orgoglio e fiducia, innanzitutto. Non temiamo di trarre questa lezione
dalle vicende risorgimentali! Non lasciamoci paralizzare dall'orrore
della retorica : per evitarla è sufficiente affidarsi alla luminosa
evidenza dei fatti. L'unificazione italiana ha rappresentato un'impresa
storica straordinaria, per le condizioni in cui si svolse, per i
caratteri e la portata che assunse, per il successo che la coronò
superando le previsioni di molti e premiando le speranze più audaci.
Come si presentò agli occhi del mondo quel risultato? Rileggiamo la
lettera che quello stesso giorno, il 17 marzo 1861, il Presidente del
Consiglio indirizzò a Emanuele Tapparelli D'Azeglio, che reggeva la
Legazione d'Italia a Londra :
"Il Parlamento Nazionale ha appena votato e il Re ha sanzionato la legge
in virtù della quale Sua Maestà Vittorio Emanuele II assume, per sé e
per i suoi successori, il titolo di Re d'Italia. La legalità
costituzionale ha così consacrato l'opera di giustizia e di riparazione
che ha restituito l'Italia a se stessa.
A partire da questo giorno, l'Italia afferma a voce alta di fronte al
mondo la propria esistenza. Il diritto che le apparteneva di essere
indipendente e libera, e che essa ha sostenuto sui campi di battaglia e
nei Consigli, l'Italia lo proclama solennemente oggi".
Così Cavour, con parole che rispecchiavano l'emozione e la fierezza per
il traguardo raggiunto : sentimenti, questi, con cui possiamo ancor oggi
identificarci. Il plurisecolare cammino dell'idea d'Italia si era
concluso : quell'idea-guida, per lungo tempo irradiatasi grazie
all'impulso di altissimi messaggi di lingua, letteratura e cultura, si
era fatta strada sempre più largamente, nell'età della rivoluzione
francese e napoleonica e nei decenni successivi, raccogliendo adesioni e
forze combattenti, ispirando rivendicazioni di libertà e moti
rivoluzionari, e infine imponendosi negli anni decisivi per lo sviluppo
del movimento unitario, fino al suo compimento nel 1861. Non c'è
discussione, pur lecita e feconda, sulle ombre, sulle contraddizioni e
tensioni di quel movimento che possa oscurare il dato fondamentale dello
storico balzo in avanti che la nascita del nostro Stato nazionale
rappresentò per l'insieme degli italiani, per le popolazioni di ogni
parte, Nord e Sud, che in esso si unirono. Entrammo, così, insieme,
nella modernità, rimuovendo le barriere che ci precludevano quell'ingresso.
Occorre ricordare qual era la condizione degli italiani prima
dell'unificazione? Facciamolo con le parole di Giuseppe Mazzini - 1845 :
"Noi non abbiamo bandiera nostra, non nome politico, non voce tra le
nazioni d'Europa ; non abbiamo centro comune, né patto comune, né comune
mercato. Siamo smembrati in otto Stati, indipendenti l'uno dall'altro...Otto
linee doganali....dividono i nostri interessi materiali, inceppano il
nostro progresso....otto sistemi diversi di monetazione, di pesi e di
misure, di legislazione civile, commerciale e penale, di ordinamento
amministrativo, ci fanno come stranieri gli uni agli altri". E ancora,
proseguiva Mazzini, Stati governati dispoticamente, "uno dei quali -
contenente quasi il quarto della popolazione italiana - appartiene allo
straniero, all'Austria". Eppure, per Mazzini era indubitabile che una
nazione italiana esistesse, e che non vi fossero "cinque, quattro, tre
Italie" ma "una Italia".
Fu dunque la consapevolezza di basilari interessi e pressanti esigenze
comuni, e fu, insieme, una possente aspirazione alla libertà e
all'indipendenza, che condussero all'impegno di schiere di patrioti -
aristocratici, borghesi, operai e popolani, persone colte e incolte,
monarchici e repubblicani - nelle battaglie per l'unificazione
nazionale. Battaglie dure, sanguinose, affrontate con magnifico slancio
ideale ed eroica predisposizione al sacrificio da giovani e
giovanissimi, protagonisti talvolta delle imprese più audaci anche
condannate alla sconfitta. E' giusto che oggi si torni ad onorarne la
memoria, rievocando episodi e figure come stiamo facendo a partire, nel
maggio scorso, dall'anniversario della Spedizione dei Mille, fino
all'omaggio, questa mattina, ai luoghi e ai prodigiosi protagonisti
della gloriosa Repubblica romana del 1849.
Sono fonte di orgoglio vivo e attuale per l'Italia e per gli italiani le
vicende risorgimentali da molteplici punti di vista, ed è sufficiente
sottolinearne alcuni. In primo luogo, la suprema sapienza della guida
politica cavouriana, che rese possibile la convergenza verso un unico,
concreto e decisivo traguardo, di componenti soggettive e oggettive
diverse, non facilmente componibili e anche apertamente confliggenti. In
secondo luogo, l'emergere, in seno alla società e nettamente tra i ceti
urbani, nelle città italiane, di ricche, forse imprevedibili riserve -
sensibilità ideali e politiche, e risorse umane - che si espressero
nello slancio dei volontari come componente attiva essenziale al
successo del moto unitario, e in un'adesione crescente a tale moto da
parte non solo di ristrette élite intellettuali ma di strati sociali non
marginali, anche grazie al diffondersi di nuovi strumenti comunicativi e
narrativi.
E in terzo luogo vorrei sottolineare l'eccezionale levatura dei
protagonisti del Risorgimento, degli ispiratori e degli attori del moto
unitario. Una formidabile galleria di ingegni e di personalità - quelle
femminili fino a ieri non abbastanza studiate e ricordate - di uomini di
pensiero e d'azione. A cominciare, s'intende, dai maggiori : si pensi,
non solo a quale impronta fissata nella storia, ma a quale lascito cui
attingere ancora con rinnovato fervore di studi e generale interesse,
rappresentino il mito mondiale, senza eguali - che non era artificiosa
leggenda - di Giuseppe Garibaldi, e le diverse, egualmente grandi
eredità di Cavour, di Mazzini e di Cattaneo. Quei maggiori, lo sappiamo,
tra loro dissentirono e si combatterono : ma ciascuno di essi sapeva
quanto l'apporto degli altri concorresse al raggiungimento
dell'obbiettivo considerato comune, anche se ciò non valse a cancellare
contrasti di fondo e poi tenaci risentimenti. Ho detto dei principali
protagonisti, ma molti altri nomi - del campo moderato, dell'area
cattolico-liberale, e del campo democratico - potrebbero essere
richiamati a testimonianza di una straordinaria fioritura di personalità
di spicco nell'azione politica, nella società civile,
nell'amministrazione pubblica.
Questi fortificanti motivi di orgoglio italiano trovano d'altronde
riscontro nei riconoscimenti che vennero in quello stesso periodo e
successivamente, dall'esterno del nostro paese, da esponenti della
politica e della cultura storica d'altre nazioni ; riconoscimenti della
portata europea della nascita dell'Italia unita, dell'impatto che essa
ebbe su altre vicende di nazionalità in movimento nell'Europa degli
ultimi decenni dell'Ottocento e oltre. Né si può dimenticare l'orizzonte
europeo della visione e dell'azione politica di Cavour, e la
significativa presenza, nel bagaglio ideale risorgimentale, della
generosa utopia degli Stati Uniti d'Europa.
Nell'avvicinarsi del Centocinquantenario si è riacceso in Italia il
dibattito sia attorno ai limiti e ai condizionamenti che pesarono sul
processo unitario sia attorno alle più controverse scelte successive al
conseguimento dell'Unità. Sorvolare su tali questioni, rimuovere le
criticità e negatività del percorso seguito prima e dopo al 1860-61,
sarebbe davvero un cedere alla tentazione di racconti storici edulcorati
e alle insidie della retorica.
Sono però fuorvianti certi clamorosi semplicismi : come quello
dell'immaginare un possibile arrestarsi del movimento per l'Unità poco
oltre il limite di un Regno dell'Alta Italia : di contro a quella
visione più ampiamente inclusiva dell'Italia unita, che rispondeva
all'ideale del movimento nazionale (come Cavour ben comprese, ci ha
insegnato Rosario Romeo) - visione e scelta che l'impresa garibaldina,
la Spedizione dei Mille rese irresistibile.
L'Unità non poté compiersi che scontando limiti di fondo come l'assenza
delle masse contadine, cioè della grande maggioranza, allora, della
popolazione, dalla vita pubblica, e dunque scontando il peso di una
questione sociale potenzialmente esplosiva. L'Unità non poté compiersi
che sotto l'egida dello Stato più avanzato, già caratterizzato in senso
liberale, più aperto e accogliente verso la causa italiana e i suoi
combattenti che vi fosse nella penisola, e cioè sotto l'egida della
dinastia sabauda e della classe politica moderata del Piemonte,
impersonata da Cavour. Fu quella la condizione obbiettiva riconosciuta
con generoso realismo da Garibaldi, pur democratico e repubblicano, col
suo "Italia e Vittorio Emanuele". E se lo scontro tra garibaldini ed
Esercito Regio sull'Aspromonte è rimasto traccia dolorosa dell'aspra
dialettica di posizioni che s'intrecciò col percorso unitario, appare
singolare ogni tendenza a "scoprire" oggi con scandalo come le battaglie
sul campo per l'Unità furono ovviamente anche battaglie tra italiani,
similmente a quanto accadde dovunque vi furono movimenti nazionali per
la libertà e l'indipendenza.
Ma al di là di semplicismi e polemiche strumentali, vale piuttosto la
pena di considerare i termini della riflessione e del dibattito più
recente sulle scelte che vennero adottate subito dopo l'unificazione
dalle forze dirigenti del nuovo Stato. E a questo proposito si sono
registrati seri approfondimenti critici : che non possono tuttavia non
collocarsi nel quadro di una obbiettiva valutazione storica del quadro
dell'Italia pre-unitaria quale era stato ereditato dal nuovo governo e
Parlamento nazionale. Questi si trovarono dinanzi a ferree necessità di
sopravvivenza e sviluppo dello Stato appena nato, che non potevano non
prevalere su un pacato e lungimirante esame delle opzioni in campo,
specie quella tra accentramento, nel segno della continuità e
dell'uniformità rispetto allo Stato piemontese da un lato, e - se non
federalismo - decentramento, con forme di autonomia e autogoverno anche
al livello regionale, dall'altro lato.
E a questo proposito vale ancor oggi la vigorosa sintesi tracciata da un
grande storico, che pure fu spirito eminentemente critico, Gaetano
Salvemini.
"I governanti italiani, fra il 1860 e il 1870, si trovavano" - egli
scrisse - " alle prese con formidabili difficoltà". Quello che s'impose
era allora - a giudizio di Salvemini - "il solo ordinamento politico e
amministrativo, con cui potesse essere soddisfatto in Italia il bisogno
di indipendenza e di coesione nazionale". E così, attraverso errori non
meno gravi delle difficoltà da superare, "fu compiuta" - sono ancora
parole dello storico - "un'opera ciclopica. Fu fatto di sette eserciti
un esercito solo...Furono tracciate le prime linee della rete
ferroviaria nazionale. Fu creato un sistema spietato di imposte per
sostenere spese pubbliche crescenti e per pagare l'interesse dei
debiti....Furono rinnovati da cima a fondo i rapporti tra lo Stato e la
Chiesa".
E fu debellato il brigantaggio nell'Italia meridionale, anche se pagando
la necessità vitale di sconfiggere quel pericolo di reazione
legittimista e di disgregazione nazionale col prezzo di una repressione
talvolta feroce in risposta alla ferocia del brigantaggio e, nel lungo
periodo, col prezzo di una tendenziale estraneità e ostilità allo Stato
che si sarebbe ancor più radicata nel Mezzogiorno.
Da un quadro storico così drammaticamente condizionato, e da un'"opera
ciclopica" di unificazione, che gettò le basi di un mercato nazionale e
di un moderno sviluppo economico e civile, possiamo trarre oggi motivi
di comprensione del nostro modo di costituirci come Stato, motivi di
orgoglio per quel che 150 anni fa nacque e si iniziò a costruire, motivi
di fiducia nella tradizione di cui in quanto italiani siamo portatori ;
e possiamo in pari tempo trarre piena consapevolezza critica dei
problemi con cui l'Italia dové fare e continua a fare i conti.
Problemi e debolezze di ordine istituzionale e politico, che - nei
decenni successivi all'Unità - hanno inciso in modo determinante sulle
travagliate vicende dello Stato e della società nazionale, sfociate dopo
la prima guerra mondiale in una crisi radicale risolta con la violenza
in chiave autoritaria dal fascismo. Ed egualmente problemi e debolezze
di ordine strutturale, sociale e civile.
Sono i primi problemi quelli che oggi ci appaiono aver trovato - nello
scorso secolo - più valide risposte. Mi riferisco a quel grande fatto di
rinnovamento dello Stato in senso democratico che ha coronato il
riscatto dell'Italia dalla dittatura totalitaria e dal nuovo servaggio
in cui la nazione venne ridotta dalla guerra fascista e dalla disfatta
che la concluse. Un riscatto reso possibile dall'emergere delle forze
tempratesi nell'antifascismo, e dalla mobilitazione partigiana, cui si
affiancarono nella Resistenza le schiere dei militari rimasti fedeli al
giuramento. Un riscatto che culminò nella eccezionale temperie ideale e
culturale e nel forte clima unitario - più forte delle diversità
storiche e delle fratture ideologiche - dell'Assemblea Costituente.
Con la Costituzione approvata nel dicembre 1947 prese finalmente corpo
un nuovo disegno statuale, fondato su un sistema di principi e di
garanzie da cui l'ordinamento della Repubblica, pur nella sua
prevedibile e praticabile evoluzione, non potesse prescindere. Come
venne esplicitamente indicato nella relazione Ruini sul progetto di
Costituzione, "l'innovazione più profonda" consisteva nel poggiare
l'ordinamento dello Stato su basi di autonomia, secondo il principio
fondamentale dell'articolo 5 che legò l'unità e indivisibilità della
Repubblica al riconoscimento e alla promozione delle autonomie locali,
riferite, nella seconda parte della Carta, a Regioni, Provincie e
Comuni. E altrettanto esplicitamente, nella relazione Ruini, si presentò
tale innovazione come correttiva dell'accentramento prevalso all'atto
dell'unificazione nazionale.
La successiva pluridecennale esperienza delle lentezze, insufficienze e
distorsioni registratesi nell'attuazione di quel principio e di quelle
norme costituzionali, ha condotto dieci anni fa alla revisione del
Titolo V della Carta. E non è un caso che sia quella l'unica rilevante
riforma della Costituzione che finora il Parlamento abbia approvato, il
corpo elettorale abbia confermato e governi di diverso orientamento
politico si siano impegnati ad applicare concretamente.
E' stata in definitiva recuperata l'ispirazione federalista che si
presentò in varie forme ma non ebbe fortuna nello sviluppo e a
conclusione del moto unitario. All'indomani dell'unificazione, anche i
progetti moderatamente autonomistici che erano stati predisposti in seno
al governo, cedettero il passo ai timori e agli imperativi dominanti,
già nel breve tempo che a Cavour fu ancora dato di vivere e nonostante
la sua ribadita posizione di principio ostile all'accentramento benché
non favorevole al federalismo.
E oggi dell'unificazione celebriamo l'anniversario vedendo l'attenzione
pubblica rivolta a verificare le condizioni alle quali un'evoluzione in
senso federalistico - e non solo nel campo finanziario - potrà garantire
maggiore autonomia e responsabilità alle istituzioni regionali e locali
rinnovando e rafforzando le basi dell'unità nazionale. E' tale
rafforzamento, e non il suo contrario, l'autentico fine da perseguire.
D'altronde, nella nostra storia e nella nostra visione, la parola unità
si sposa con altre : pluralità, diversità, solidarietà, sussidiarietà.
In quanto ai problemi e alle debolezze di ordine strutturale, sociale e
civile cui ho poc'anzi fatto cenno e che abbiamo ereditato tra le
incompiutezze dell'unificazione perpetuatesi fino ai nostri giorni, è il
divario tra Nord e Sud, è la condizione del Mezzogiorno che si colloca
al centro delle nostre preoccupazioni e responsabilità nazionali. Ed è
rispetto a questa questione che più tardano a venire risposte adeguate.
Pesa certamente l'esperienza dei tentativi e degli sforzi portati avanti
a più riprese nei decenni dell'Italia repubblicana e rimasti non senza
frutti ma senza risultati risolutivi ; pesa altresì l'oscurarsi della
consapevolezza delle potenzialità che il Mezzogiorno offre per un nuovo
sviluppo complessivo del paese e che sarebbe fatale per tutti non saper
valorizzare.
Proprio guardando a questa cruciale questione, vale il richiamo a fare
del Centocinquantenario dell'Unità d'Italia l'occasione per una profonda
riflessione critica, per quello che ho chiamato "un esame di coscienza
collettivo". Un esame cui in nessuna parte del paese ci si può
sottrarre, e a cui è essenziale il contributo di una severa riflessione
sui propri comportamenti da parte delle classi dirigenti e dei cittadini
dello stesso Mezzogiorno.
E' da riferire per molti aspetti e in non lieve misura al Mezzogiorno,
ma va vista nella sua complessiva caratterizzazione e valenza nazionale,
la questione sociale, delle disuguaglianze, delle ingiustizie - delle
pesanti penalizzazioni per una parte della società - quale oggi si
presenta in Italia. Anche qui ci sono eredità storiche, debolezze
antiche con cui fare i conti, a cominciare da quella di una cronica
insufficienza di possibilità di occupazione, che nel passato, e ancora
dopo l'avvento della Repubblica, fece dell'Italia un paese di massiccia
emigrazione e oggi convive con il complesso fenomeno del flusso
immigratorio, del lavoro degli immigrati e della loro necessaria
integrazione. Senza temere di eccedere nella sommarietà di questo mio
riferimento alla questione sociale, dico che la si deve vedere
innanzitutto come drammatica carenza di prospettive di occupazione e di
valorizzazione delle proprie potenzialità per una parte rilevante delle
giovani generazioni.
E non c'è dubbio che la risposta vada in generale trovata in una nuova
qualità e in un accresciuto dinamismo del nostro sviluppo economico,
facendo leva sul ruolo di protagonisti che in ogni fase di costruzione,
ricostruzione e crescita dell'economia nazionale hanno assolto e sono
oggi egualmente chiamati ad assolvere il mondo dell'impresa e il mondo
del lavoro, passati entrambi, in oltre un secolo, attraverso profonde,
decisive trasformazioni.
Ma non è certo mia intenzione passare qui in rassegna l'insieme delle
prove che ci attendono. Vorrei solo condividessimo la convinzione che
esse costituiscono delle autentiche sfide, quanto mai impegnative e per
molti aspetti assai dure, tali da richiedere grande spirito di
sacrificio e slancio innovativo, in una rinnovata e realistica visione
dell'interesse generale. La carica di fiducia che ci è indispensabile
dobbiamo ricavarla dalla esperienza del superamento di molte ardue prove
nel corso della nostra storia nazionale e dal consolidamento di punti di
riferimento fondamentali per il nostro futuro.
Una prova di straordinaria difficoltà e importanza l'Italia unita ha
superato affrontando e via via sciogliendo il conflitto con la Chiesa
cattolica. Dopo il 1861 l'obbiettivo della piena unificazione nazionale
fu perseguito e raggiunto anche con la terza guerra d'indipendenza nel
1866 e a conclusione della guerra 1915-18 : ma irrinunciabile era
l'obbiettivo di dare in tempi non lunghi al nascente Stato italiano Roma
come capitale, la cui conquista per via militare - fallito ogni
tentativo negoziale - fece precipitare inevitabilmente il conflitto con
il Papato e la Chiesa. Ma esso fu avviato a soluzione con
un'intelligenza, moderazione e capacità di mediazione di cui già lo
Stato liberale diede il segno con la Legge delle guarentigie nel 1871 e
che - sottoscritti nel 1929 e infine recepiti in Costituzione i Patti
Lateranensi - sfociò in tempi recenti nella revisione del Concordato. Si
ebbe di mira, da parte italiana, il fine della laicità dello Stato e
della libertà religiosa e insieme il graduale superamento di ogni
separazione e contrapposizione tra laici e cattolici nella vita sociale
e nella vita pubblica.
Un fine, e un traguardo, perseguiti e pienamente garantiti dalla
Costituzione repubblicana e proiettatisi sempre di più in un rapporto
altamente costruttivo e in una "collaborazione per la promozione
dell'uomo e il bene del paese" - anche attraverso il riconoscimento del
ruolo sociale e pubblico della Chiesa cattolica e, insieme, nella
garanzia del pluralismo religioso. Questo rapporto si manifesta oggi
come uno dei punti di forza su cui possiamo far leva per il
consolidamento della coesione e unità nazionale. Ce ne ha dato la più
alta testimonianza il messaggio augurale indirizzatomi per l'odierno
anniversario - e lo ringrazio - dal Papa Benedetto XVI. Un messaggio che
sapientemente richiama il contributo fondamentale del Cristianesimo alla
formazione, nei secoli, dell'identità italiana, così come il
coinvolgimento di esponenti del mondo cattolico nella costruzione dello
Stato unitario, fino all'incancellabile apporto dei cattolici e della
loro scuola di pensiero alla elaborazione della Costituzione
repubblicana, e al loro successivo affermarsi nella vita politica,
sociale e civile nazionale.
Ma quante prove superate e quanti momenti alti vissuti nel corso della
nostra storia potremmo richiamare a sostegno della fiducia che deve
guidarci di fronte alle sfide di oggi e del futuro! Anche a voler solo
considerare il periodo successivo alla sconfitta e al crollo del 1943 e
poi alla Resistenza e alla nascita della Repubblica, è ancora
incancellabile nell'animo di quanti come me, giovanissimi,
attraversarono quel passaggio cruciale, la memoria di un abisso di
distruzione e generale arretramento da cui potevamo temere di non
riuscire a risollevarci.
Eppure l'Italia unita, dopo aver scongiurato con sapienza politica
rischi di separatismo e di amputazione del territorio nazionale, riuscì
a rimettersi in piedi. Il primo, e forse più autentico "miracolo", fu la
ricostruzione, e quindi - nonostante aspri conflitti ideologici,
politici e sociali - il balzo in avanti, oltre ogni previsione,
dell'economia italiana, le cui basi erano state gettate nel primo
cinquantennio di vita dello Stato nazionale. L'Italia entrò allora a far
parte dell'area dei paesi più industrializzati e progrediti, nella quale
poté fare ingresso e oggi resta collocata grazie alla più grande
invenzione storica di cui essa ha saputo farsi protagonista a partire
dagli anni '50 dello scorso secolo : l'integrazione europea. Quella
divenne ed è anche l'essenziale cerniera di una sempre più attiva
proiezione dell'Italia nella più vasta comunità transatlantica e
internazionale. La nostra collocazione convinta, senza riserve,
assertiva e propulsiva nell'Europa unita, resta la chance più grande di
cui disponiamo per portarci all'altezza delle sfide, delle opportunità e
delle problematicità della globalizzazione.
Prove egualmente rischiose e difficili abbiamo dovuto superare,
nell'Italia repubblicana, sul terreno della difesa e del consolidamento
delle istituzioni democratiche. Mi riferisco a insidie subdole e
penetranti, così come ad attacchi violenti e diffusi - stragismo e
terrorismo - che non fu facile sventare e che si riuscì a debellare
grazie al solido ancoraggio della Costituzione e grazie alla forza di
molteplici forme di partecipazione sociale e politica democratica ;
risorse sulle quali sempre fa affidamento la lotta contro l'ancora
devastante fenomeno della criminalità organizzata.
In tutte quelle circostanze, ha operato, e ha deciso a favore del
successo, un forte cemento unitario, impensabile senza identità
nazionale condivisa. Fattori determinanti di questa nostra identità
italiana sono la lingua e la cultura, il patrimonio storico-artistico e
storico-naturale : bisognerebbe non dimenticarsene mai, è lì forse il
principale segreto dell'attrazione e simpatia che l'Italia suscita nel
mondo. E parlo di espressioni della cultura e dell'arte italiana anche
in tempi recenti : basti citare il rilancio nei diversi continenti della
nostra grande, peculiare tradizione musicale, o il contributo del
migliore cinema italiano nel rappresentare la realtà e trasmettere
l'immagine, ovunque, del nostro paese.
Ma dell'identità nazionale è innanzitutto componente primaria il senso
di patria, l'amor di patria emerso e riemerso tra gli italiani
attraverso vicende anche laceranti e fuorvianti. Aver riscoperto - dopo
il fascismo - quel valore e farsene banditori non può esser confuso con
qualsiasi cedimento al nazionalismo. Abbiamo conosciuto i guasti e
pagato i costi della boria nazionalistica, delle pretese aggressive
verso altri popoli e delle degenerazioni razzistiche. Ma ce ne siamo
liberati, così come se ne sono liberati tutti i paesi e i popoli unitisi
in un'Europa senza frontiere, in un'Europa di pace e cooperazione. E
dunque nessun impaccio è giustificabile, nessun impaccio può trattenerci
dal manifestare - lo dobbiamo anche a quanti con la bandiera tricolore
operano e rischiano la vita nelle missioni internazionali - la nostra
fierezza nazionale, il nostro attaccamento alla patria italiana, per
tutto quel che di nobile e vitale la nostra nazione ha espresso nel
corso della sua lunga storia. E potremo tanto meglio manifestare la
nostra fierezza nazionale, quanto più ciascuno di noi saprà mostrare
umiltà nell'assolvere i propri doveri pubblici, nel servire ad ogni
livello lo Stato e i cittadini.
Infine, non ha nulla di riduttivo il legare patriottismo e Costituzione,
come feci in quest'Aula in occasione del 60° anniversario della Carta
del 1948. Una Carta che rappresenta tuttora la valida base del nostro
vivere comune, offrendo - insieme con un ordinamento riformabile
attraverso sforzi condivisi - un corpo di principii e di valori in cui
tutti possono riconoscersi perché essi rendono tangibile e feconda,
aprendola al futuro, l'idea di patria e segnano il grande quadro
regolatore delle libere battaglie e competizioni politiche, sociali e
civili.
Valgano dunque le celebrazioni del Centocinquantenario a diffondere e
approfondire tra gli italiani il senso della missione e dell'unità
nazionale : come appare tanto più necessario quanto più lucidamente
guardiamo al mondo che ci circonda, con le sue promesse di futuro
migliore e più giusto e con le sue tante incognite, anche quelle
misteriose e terribili che ci riserva la natura. Reggeremo - in questo
gran mare aperto - alle prove che ci attendono, come abbiamo fatto in
momenti cruciali del passato, perché disponiamo anche oggi di grandi
riserve di risorse umane e morali. Ma ci riusciremo ad una condizione :
che operi nuovamente un forte cemento nazionale unitario, non eroso e
dissolto da cieche partigianerie, da perdite diffuse del senso del
limite e della responsabilità. Non so quando e come ciò accadrà ;
confido che accada ; convinciamoci tutti, nel profondo, che questa è
ormai la condizione della salvezza comune, del comune progresso
Fonte: sito del Quirinale
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