Discorso del Presidente del Consiglio Mario Monti al Parlamento europeo di Strasburgo (15 febbraio 2012) - 

Signor Presidente,

Onorevoli membri del Parlamento,

E’ un grande onore per me, e per il Governo italiano, essere stato invitato dal Parlamento Europeo ad intervenire in Seduta Plenaria. Vorrei cominciare con un omaggio al Parlamento Europeo.

Per me è veramente un’emozione trovarmi in questo luogo. Ricordo la prima occasione d’incontro che ebbi con il Parlamento Europeo nel gennaio del 1995 in occasione delle audizioni per la conferma a membro della Commissione europea. Da allora e per dieci anni, il Parlamento è stato per me un interlocutore decisivo, e ho visto la vita democratica dell'Europa crescere di rappresentatività e di influenza in quest'aula, nell'aula di Bruxelles e nelle aule delle commissioni. Ho sempre trovato che per la Commissione europea di cui facevo parte, e saluto i rappresentanti della commissione oggi presenti, che il Parlamento fosse un alleato fondamentale nel portare avanti la costruzione europea. Adesso mi trovo in un banco del parlamento che non avevo mai avuto occasione di occupare, quello del Consiglio, ed è una esperienza nuova essere il responsabile della politica di uno stato membro. Vi posso assicurare che per me è indissociabile la responsabilità che sento verso il mio paese, e la responsabilità che sento come italiano verso l’Unione europea.

Come commissario, ho visto troppe volte da Bruxelles governi nazionali giocare il ruolo di accusatori delle istituzioni europee dopo che avevano partecipato e contribuito a decisioni prese presso le istituzioni europee.

Ebbene io mi sono ripromesso di non fare mai questo brutto scherzo all’unione europea, e spiego sempre ai miei concittadini in parlamento e altrove, che i sacrifici importanti, le riforme difficili, ai quali i cittadini italiani sono chiamati in questo momento, non sono imposti dall’Europa, sono necessari per il miglioramento della vita economica sociale e civile italiana, e soprattutto nell’interesse dei nostri figli. Sono anche cose che l’Europa chiede di fare e raccomanda di fare, ma non devono essere imputate all’unione europea. Io sento molto la responsabilità in questo momento di guidare un paese che ha una materia prima sempre più rara nell’Unione Europea cioè un’opinione pubblica favorevole all’integrazione e alla costruzione europea. Sento il dovere di non dissipare ma anzi di coltivare questa materia prima, e quindi mi sento in dover di praticare con cura questo compito necessario di persuadere i cittadini ad accettare le riforme facendo leva su argomenti di sostanza e non solo e non tanto sul richiamo a vincoli europei. In ogni occasione che ho invito i miei colleghi di altri governi di stati membri a usare la stessa attenzione e lo stesso riguardo verso questa nostra fondamentale costruzione comune.

Signor Presidente, onorevoli membri,

L’Italia in questo momento è impegnata in una complessa corsa all’uscita dall’emergenza. Credo che stiamo gradualmente riuscendo a togliere il nostro paese dalla zona d’ombra in cui per qualche momento è stato collocato come possibile fonte di problema di contagio, di focolaio nell’eurozona. Stiamo compiendo tutti gli sforzi necessari in termini di consolidamento di bilancio e in termini di riforme strutturali. Voglio ricordare che l’impegno preso l’estate scorsa dal mio predecessore On. Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi di portare il bilancio dello Stato italiano in pareggio già nel 2013, cioè un paio di anni prima rispetto agli altri stati dell’unione europea. Questo impegno preso in una situazione di emergenza, il mio Governo l’ha mantenuto senza chiederne modifiche, anche se si tratta di un vincolo molto severo e comporterà per l’Italia la necessità di raggiungere un avanzo primariodel 5% del prodotto interno lordo al netto del pagamento degli interessi.

Siamo determinati ad andare avanti rapidamente verso questo riequilibrio dei conti pubblici e siamo ugualmente determinati con la particolare configurazioni di governo e di rapporto con il parlamento che esiste in questo momento in Italia, a compiere molto rapidamente le riforme strutturali che sono necessarie. Naturalmente l’Italia via via che si consolida in una posizione di sicurezza - e la strada da compiere è ancora molta, ma sono molto incoraggiato da quello che sta accadendo - sarà un’Italia che non si limiterà a recepire in modo passivo gli orientamenti politici dell’unione europea, sarà un’Italia che vorrà contribuire sempre di più a determinare questi orientamenti, e a giocare il ruolo che naturalmente spetta a un grande paese fondatore dell’Unione Europea e ad una delle più grandi economie dell’eurozona.

E’ in questo spirito che sono stato felice di accogliere l’invito ad una collaborazione stretta che è venuto all’Italia dal cancelliere tedesco e dal presidente della repubblica francese. Ho sempre sottolineato con loro fin dal primo nostro incontro triangolare che il contributo che l’Italia intende portare a quel tavolo è un contributo orientato al metodo comunitario e che riconosce la priorità delle istituzioni europee e che intende sempre coltivare tutte le possibilità per costruire dei ponti anziché delle separazioni, rispetto a quei paesi che non sono ancora nell’eurozona, e a quei paesi che avessero manifestato l’intendimento di non fare mai parte dell’eurozona. Credo che sia importante per l’Unione Europea essere inclusiva e non esclusiva.

Qualche parola signor Presidente dato il titolo specifico - crisi economica, crescita e occupazione - assegnato a questa sessione, su quello che io considero il rischio principale di questa fase della vita europea. L’euro è stato il perfezionamento più ambizioso finora della costruzione comunitaria. Tutto possiamo permettere, ma non che diventi un fattore di disgregazione e separazione tra europei. Questo rischio c’è, ed è ben visibile, credo e spero e ci impegniamo per questo alla soluzione della crisi dell’eurozona, ma dobbiamo dedicare altrettanti sforzi al recupero di uno spirito comunitario e di appartenenza ad un unico progetto. La crisi dell’eurozona ha fatto nascere troppi risentimenti, ha ricreato troppi stereotipi, ha diviso gli europei a seconda delle latitudini, ha diviso gli europei in Stati centrali e periferici. Tutte queste classificazioni sono da rifiutare decisamente.

Io sono il rappresentante di uno Stato considerato geograficamente periferico e non ho niente da obiettare a questa connotazione geografica. Allo stesso tempo, ho da osservare che stati centrali, e lo è stata anche l’Italia dal punto di vista della responsabilità se vogliamo, stati centrali per il peso delle loro economie come la Germania e la Francia, sono stati all’origine della crisi del patto di stabilità e di crescita e della sua limitata credibilità nel 2003, quando con la complicità dell’Italia che presiedeva il Consiglio Ecofin, quei due paesi hanno preferito esercitare la loro influenza politica su gli altri Stati membri, in buona sostanza rompere il meccanismo delle regole del Patto di Stabilità. Questa è una cosa riconosciuta dai governanti sia di Germania e di Francia, quindi non sto dicendo niente di sgradevole verso i miei colleghi, il cancelliere tedesco e il Presidente della Repubblica francese, ma è un fatto che la disciplina di bilancio è venuta da un punto centrale dell’eurozona che aveva con grande merito storico istituito e promosso quella disciplina di bilancio. Non possiamo dimenticare che ci sono delle responsabilità del centro così come della periferia perché è vero che diversi stati della periferia in qualche momento, anche lo stesso Stato che qui rappresento, hanno allentato la disciplina di bilancio, ma non esistono nell’Unione europea, signor Presidente e onorevoli colleghi, buoni o cattivi: dobbiamo sentirci tutti corresponsabili sia per le cose fatte in passato sia soprattutto nella costruzione dell’avvenire.

In fondo abbiamo impiegato otto anni faticosi nei quali gli Stati membri, la Commissione, mi fa piacere riconoscerlo e sottolinearlo quella grande istituzione che è il motore dell’integrazione europea, il parlamento che ha avuto negli ultimi anni un ruolo sempre maggiore, per ricostruire faticosamente una credibilità per il Patto di stabilità e di crescita. Voglio rendere omaggio al ruolo che questo Parlamento ha avuto in particolare nell’introdurre una credibilità della procedura di disciplina delle finanze pubbliche ancora superiore a quella che il consiglio aveva definito.

Quindi quando si pensa che i Parlamenti siano nella realtà di questa fase storica dei fattori di indisciplina rispetto agli esecutivi, questo è vero a volte sul piano nazionale, ma mi fa piacere riconoscere oggi, non è vero sul piano europeo: questo Parlamento è diventato un fattore di disciplina grazie al lavoro che ha fatto .Non è questo il momento di archiviare la dimensione della disciplina di bilancio soddisfatti perché abbiamo il fiscal compact e di passare ad un’altra pagina dell’agenda europea, quella della crescita. Io penso che dobbiamo conciliare l’una e l’altra cosa, e questo anche nella vita quotidiana dei nostri paesi. Ieri con i miei colleghi al Consiglio dei Ministri a Roma, ho dovuto prendere una decisione difficile, non popolare, quella di non dare la garanzia dello Stato italiano ad un magnifico progetto per portare a Roma le olimpiadi del 2020, Vi è stata molta delusione in Italia per questa decisione, a Roma soprattutto, ma abbiamo argomentato, e ho l’impressione che l’opinione pubblica italiana abbia capito, che l’imperativo essenziale per l’Italia oggi nel proprio interesse, nell’interesse dell’Europa, sia il rispetto degli impegni presi per il risanamento economico. La settimana scorsa a Washington ho avuto la testimonianza di quanto la stabilità dell’eurozona venga considerato un bene essenziale anche per l’economia mondiale. Ebbene in questo momento ogni gesto di rinvio al futuro di possibili oneri di quantificazione incerta non mi sembra in linea con la responsabilità che noi governanti dobbiamo avere di non scaricare oneri sulle generazioni future. Senza dubbio vi saranno altre occasioni per organizzare grandi eventi in Italia, così come è avvenuto tante volte in passato quando l’Italia ha potuto così contribuire alla cultura allo sport, agli eventi europei. Tuttavia sono queste piccole testimonianze che dobbiamo offrire per dimostrare che la disciplina di bilancio non è una recente acquisizione che vogliamo al più presto toglierci dalle spalle, ma è un nuovo modo di vivere la vita civile.

Al tavolo del Consiglio europeo - signor Presidente - l’Italia sta portando con crescente intensità la voce della crescita, proprio perché si sente con la coscienza a posto facendo al proprio interno tutto quello che è necessario per la disciplina di bilancio. Il Consiglio europeo del 30 gennaio al quale farà seguito quello del 1° marzo ha molto da dire e ancor più da fare sulla crescita; io so quanto questo Parlamento interpreti nel suo lavoro quotidiano l’imperativo della crescita. L’Italia ha chiesto e ottenuto in sede di Consiglio europeo di dare alla crescita una priorità più alta che nel recente passato tra gli obiettivi della politica economica. Questo è perfettamente possibile senza mettere in discussione la disciplina, ad esempio puntando sulla modernizzazione e il rafforzamento del mercato unico, la prima costruzione dell’integrazione europea, che ha ancora un potenziale elevato per promuovere la crescita economica europea, come ha dimostrato la proposta di Single Market Act del commissario Barnier Nel consiglio europeo l’Italia si batte perché alle parole seguano rapidamente i fatti in modo che i capi di Governo si espongano personalmente con la loro visibilità e che diano il massimo rilievo politico, per evitare che il mercato unico sembri una grigia collezione di infinite direttive e regolamenti.

Il mercato unico è il corpo, e per certi aspetti l’anima d’integrazione europea, e abbiamo chiesto di svilupparlo fortemente. Ripeto qui qualcosa che ho detto al Consiglio europeo: benissimo il fiscal compact, benissimo aver rafforzato l’armamentario della disciplina di bilancio, ma non è necessario fare lo stesso per la disciplina dell’integrazione economica del mercato unico? Perché dobbiamo avere seri e incisivi meccanismi con sanzioni di disciplina di bilancio e uno Stato membro che viola le regole del mercato unico può persistere in questa violazione per quattro o cinque anni finché la Commissione non supera tutta gli stadi della procedura per arrivare alla Corte di giustizia? Sono queste limitazioni dell’integrazione europea che rendono mal funzionante l’Unione economica e la allontanano la zona euro dall’essere un’area monetaria ottimale Benissimo aver dedicato tanta attenzione all’unione monetaria e alla disciplina di bilancio che deve accompagnarla, malissimo non aver dedicato l’attenzione economica che è il piatto su cui appoggia l’unione monetaria. E’ ora che tutti insieme poniamo maggior attenzione a questo. gli stability bonds, su cui questo Parlamento con larghissima maggioranza si è pronunciato, sono uno strumento per la crescita In altre sedi io stesso mi sono pronunciato su questo tema, mai vedendoli come disciplina di bilancio, ma come strumento di maggiore integrazione dei mercati finanziari e se appositamente ben costruito, un elemento per dare un contributo più disciplinante dei mercati finanziari nei confronti dei bilanci pubblici.

Benissimo che nelle nostre costituzioni adesso a seguito del Fiscal Compact si introduca la regola del pareggio di bilancio strutturalmente corretto; un po’ meno bene averla chiamata golden rule:, una volta anche nella cultura economica tedesca la golden rule era quella che stabiliva che ci potesse essere un indebitamento dello Stato ma solo fino al limite degli investimenti pubblici, cioè si può finanziare con il debito quella che è formazione di capitale.

Un giorno l’Europa, completata la grande trasformazione che per merito soprattutto della Germania abbiamo compiuto verso la cultura della disciplina, potrà permettersi senza eluderla, senza attenuarla, di considerare in modo più freddo e pacato anche strumenti per la crescita come questi.

Signor Presidente, vorrei da ultimo accennare alla necessità di conciliare integrazione europea e democrazia, riferendomi ad un articolo che questa mattina è uscito nella stampa francese, italiana e tedesca che ho firmato con l’Onorevole Sylvie Goulard. Noi abbiamo bisogno di conciliare, e per ora non riusciamo tanto bene, integrazione economica, di cui abbiamo bisogno in dosi sempre maggiori e democrazia politica, alla quale non vogliamo certo rinunciare. Come si fa a conciliare democrazia e integrazione?

Ebbene credo che sia sicuramente possibile conciliare democrazia e integrazione, senza ritenere ingenuamente che questa integrazione significhi un super Stato,

Maggiore integrazione europea non significa affatto superstato, ma significa un continuo operare di un principio della sussidiarietà che permette di riconciliarla con la democrazia. Vediamo in questo momento cosa può accadere se le persone in certi Stati membri hanno l’impressione che l’integrazione avvenga a scapito della democrazia e io credo che anziché pretendere di inventare la ruota occorra lavorare sulle istituzioni che esistono. Esiste, un’istituzione eletta direttamente dai cittadini a suffragio universale, si chiama Parlamento Europeo; quest’istituzione condiziona molto incisivamente la vita comunitaria. Io ho fatto parte di una Commissione Europea che questo Parlamento ha invitato a tornare a casa un certo numero di anni fa. Posso assicurarvi che è rigoroso il controllo democratico che il Parlamento Europeo svolge. Credo che sviluppando sempre di più le funzioni del Parlamento Europeo sia possibile riconciliare la rappresentatività con l’efficacia propria di un organo anch’esso pienamente comunitario, ma espressione dei governi nazionali, come il Consiglio, tutto sotto il grande impulso della Commissione. E’ possibile conciliare questi organi inventati da quella straordinaria intuizione di Jean Monet perché l'integrazione e la democrazia siano, come devono essere, sempre più in armonia tra di loro.

 Fonte: il Governo