Assemblea 2009 di Confindustria: Relazione della Presidente Emma Marcegaglia

Roma 21 maggio 2009

Vorrei aprire questa assemblea ricordando tutte le vittime del terremoto che ha colpito l’Abruzzo. A loro e a tutte le persone che hanno perso i loro cari e soffrono il disagio di essere rimasti senza casa, e spesso senza lavoro, va il nostro più profondo sentimento di solidarietà e di vicinanza e il nostro impegno di fare tutto ciò che sarà possibile per ridare a loro un futuro.

Autorità, Cari colleghi, signore e signori,

ci troviamo nel mezzo di una crisi violentissima che sta mettendo e metterà a dura prova le capacità di tenuta delle imprese e delle istituzioni. La reazione all’emergenza è stata vigorosa. Si nota qualche segno di lieve miglioramento, ma sarebbe un errore abbassare la guardia. Le difficoltà non sono finite. Ci attende un lungo cammino per recuperare i livelli di attività perduti e imboccare la via della crescita. La crisi sta mutando in profondità il quadro delle relazioni economiche e finanziarie internazionali. Accelera cambiamenti già in atto. Sposta equilibri geo-economici e politici. Il mondo ne uscirà trasformato. Si affermeranno nuovi motori di sviluppo. E si presenteranno opportunità per i paesi e le aziende che sapranno coglierli. Noi imprenditori italiani vogliamo essere tra essi. L’Italia ha le forze vitali e le risorse per riconquistare quel dinamismo che l’ha resa protagonista della scena globale. Non è tempo di contrapposizione tra pessimismo e ottimismo. C’è chi vede la difficoltà in ogni opportunità. Noi imprenditori vediamo l’opportunità anche nelle peggiori difficoltà. Anche oggi, anzi, oggi più che mai.

La crisi finanziaria

La crisi è insieme economica e finanziaria. Diverse le spiegazioni che ne sono state date: carenza di risparmio in alcune nazioni ed eccessiva parsimonia in altre, credito drogato, sottovalutazione del rischio, azzardo morale, meccanismi sbilanciati di remunerazione dei manager, conflitti di interesse, prodotti finanziari troppo sofisticati e poco trasparenti. La crisi coinvolge non solo gli individui ma l’intera società, collettivamente affetta da una visione corta, come sempre è avvenuto nelle storie di folli rialzi dei prezzi e successive ondate di panico. Le molte cause si sono mescolate, creando le premesse di una tempesta perfetta che nessuno è stato in grado di prevedere e prevenire. Le politiche, monetarie e regolatorie, valutarie e di supervisione e in alcuni casi di bilancio, hanno creato un ambiente che ha favorito il formarsi e il diffondersi di bolle speculative. Il crack di Lehman Brothers ha diffuso il panico all’economia reale. I danni prodotti dalla crisi sono enormi: quest’anno l’attività economica mondiale diminuirà dell’1,3%, la contrazione più forte dalla seconda guerra mondiale. In alcuni grandi paesi industriali il calo del PIL potrebbe raggiungere il 6%. Produzione industriale e commercio mondiali sono caduti negli ultimi nove mesi a ritmi superiori a quelli osservati nel medesimo periodo di tempo dopo il crash del 1929. Governi e Banche centrali hanno però risposto con determinazione, dimostrando di aver imparato la lezione della Grande Depressione. Le reazioni sono state sufficientemente coordinate. Il pericolo di un’esplicita e precipitosa corsa al protezionismo è stato finora evitato. Ma esso resta in agguato. I massicci interventi monetari e dei bilanci pubblici stanno fermando la caduta della domanda e della produzione. Qualche segno di ritorno di fiducia è apparso nei mercati finanziari e nell’economia reale. Negli Stati Uniti perfino nel settore immobiliare. Qua e là si intravede un rimbalzo della produzione. La ripresa è cominciata in Cina. Si può sperare di vedere entro la fine di quest’anno qualche segnale di miglioramento, ma non illudiamoci: il recupero sarà difficile e richiederà tempo. Dunque, il compito della politica economica non è esaurito. Il sostegno alla domanda aggregata dovrà proseguire fino al radicamento della crescita dei consumi e degli investimenti privati. Bisogna inoltre saper impostare, fin da oggi, le necessarie misure di riequilibrio dei conti pubblici a medio termine.

La finanza e le regole

Oggi il nostro dovere è uscire dalla crisi. Ciò non sarà possibile se il deleveraging del sistema finanziario e creditizio, che è già in corso, venisse accentuato dall’immediata imposizione di nuove regole troppo rigide. Comunque è importante ripensare le regole per la finanza. La crisi finanziaria non nasce nei paradisi fiscali, che vanno combattuti per ragioni di equità. Non è dovuta agli hedge fund o al private equity. La crisi è esplosa nel cuore del sistema, nelle principali piazze finanziarie e poi è dilagata nel resto del mondo. È lì che qualcosa non ha funzionato. Le regole c’erano, ma erano mal congegnate e i meccanismi di vigilanza si sono rivelati inadeguati e con gravi lacune. Nel ridisegnare le regole, occorre modificare le norme pro-cicliche come Basilea 2 e nel contempo evitare la moltiplicazione inutile di norme e controlli che finirebbero per azzoppare i mercati finanziari. La crisi ne sta già riducendo la capacità di fornire credito all’economia. Bisogna contrastare il populismo. La politica, per molto tempo debole con le grandi lobby finanziarie, sembra oggi ansiosa di punirle per mostrarsi forte con l’opinione pubblica. Non solo il Congresso americano, ma anche la Commissione e il Parlamento europei soffrono di questa sindrome. Le nuove regole devono riguardare tutto il sistema finanziario ed essere attivate attraverso la piena cooperazione tra le autorità finanziarie delle principali aree del mondo, altrimenti la concorrenza tra giurisdizioni ne vanificherà l’efficacia. Il Financial Stability Board, presieduto dal Governatore Draghi, ha questa importante funzione. Non serve un’autorità finanziaria mondiale, non serve una nuova Bretton Woods. Bastano principi condivisi di regolazione, applicati in modo uniforme, e un’efficace sorveglianza che ne assicuri il rispetto. Da imprenditori, noi pretendiamo che i banchieri tornino a fare il loro mestiere: sostenere l’economia che investe, crea posti di lavoro, prodotti veri e non castelli di carta.

Il futuro del mercato

L’economia di mercato e il capitalismo sono anzitutto un meccanismo straordinariamente efficace di creazione e competizione di nuove idee alla ricerca di sbocchi commerciali. È così che nascono le opportunità e la ricchezza, degli individui e delle nazioni. Nessun pianificatore, nessuna agenzia governativa può sostituirsi alle persone in questo processo di scoperta e valorizzazione. L’affermazione del modello capitalistico ha moltiplicato il benessere della popolazione, anche delle fasce meno agiate. Questo è evidente in due dati: ci sono voluti quasi ottocento anni, dal Medio Evo alla Rivoluzione industriale, per raddoppiare il PIL pro-capite in Europa e sono bastati 200 anni per aumentarlo di 20 volte. I protagonisti sono gli imprenditori, che rischiano il proprio denaro o il proprio destino per dimostrare la validità delle proprie idee. Quando hanno successo, vincono per sé e per la comunità nella quale operano. Il capitalismo e l’economia di mercato non sono anarchia. Funzionano solo con regole buone e ben applicate. Per la concorrenza e la protezione dei risparmiatori. Per la tutela dei lavoratori e la risoluzione dei conflitti. Al fondo, dietro gli sconquassi prodotti dalla finanza senza freni, vi sono politiche sbagliate che hanno causato danni enormi. Errori gravi, che non devono porre in discussione i principi e i vantaggi dell’economia di mercato. Oggi lo Stato deve rimettere in carreggiata le economie e ridefinire le regole. Ma poi lo Stato dovrà rientrare nei suoi confini, lasciando all’impresa e al mercato il compito di guidare l’investimento, l’innovazione, la creazione di ricchezza. Sarebbe un tragico errore pensare che la crisi apra una nuova epoca, nella quale sia la politica, per riaffermare la propria supremazia, ad indicare le priorità nell’allocazione delle risorse, a condurre lo sviluppo, a scegliere le nuove tecnologie e i vincitori della competizione. Così si mettono a rischio le basi stesse dell’attività di impresa. Non devono vincere le forze che tendono sempre a statalizzare l’economia. Il pendolo tra stato e mercato deve tornare ad oscillare verso il mercato. Il mercato e il capitalismo non hanno seminato miseria e oppressione, come una certa propaganda insinua. Hanno moltiplicato gli standard di vita di miliardi di persone. Va detto forte e chiaro. Chi afferma il contrario, può anche essere convinto di volere una società più giusta. Ma riuscirebbe solo a crearne una più povera.

I nuovi motori della crescita

Per tornare a crescere bisogna già oggi rivolgere lo sguardo oltre la crisi. Prepararsi alla crescita che verrà, vuol dire individuare quali saranno i motori dello sviluppo. La spinta potrà venire dall’innovazione tecnologica, in particolare da quella dei prodotti per l’energia e per l’ambiente, e dalla maggiore integrazione nell’economia mondiale dei paesi emergenti. Dobbiamo potenziare le relazioni con le economie emergenti. Dobbiamo facilitare ed accelerare il loro ingresso nel WTO e nella governance globale. Per realizzare tutto ciò sono necessarie politiche estere e di sicurezza capaci di spegnere i focolai di tensione e politiche di stabile cooperazione a medio termine. Il mondo avanzato deve anche mobilitare ingenti capitali, pubblici e privati, da investire su base multilaterale nei paesi in via di sviluppo per l’educazione, le infrastrutture sanitarie e di gestione dell’acqua, la comunicazione, il trasporto e la valorizzazione delle risorse naturali, fornendo tecnologia e impianti. Nei prossimi due decenni il numero globale delle persone ad alto reddito salirà di 500 milioni, di cui i quattro quinti nei paesi emergenti. L’Italia è ben posizionata per offrire loro le cose nuove che piacciono al mondo. Lo scenario di nuovo sviluppo può realizzarsi solo in un sistema internazionale aperto agli scambi di beni e di capitali. Il negoziato di Doha deve essere chiuso rapidamente. La sua conclusione fornirebbe il più potente stimolo alla crescita che i governi possano varare. E senza costi per i bilanci pubblici. In campo ambientale, ci attendiamo che il vertice di Copenhagen indichi la strada per orientare investimenti e tecnologie. L’industria dei paesi avanzati è conscia dell’importanza delle sfide ambientali per il futuro dell’umanità ed è pronta a coglierle. È indispensabile un quadro di politiche chiaro, senza inutili vincoli e costi insostenibili, che favorisca lo sviluppo di nuove tecnologie, come è stato riaffermato al nostro recente G-8 Business Summit. L’ambiente è un patrimonio collettivo. Va tutelato per migliorare le condizioni di vita di tutti. L’abbattimento delle emissioni non può però ricadere solo sull’industria né solo su alcuni paesi. Serve il pieno coinvolgimento delle istituzioni pubbliche e della società intera. Impegni precisi dovranno essere assunti dalle economie emergenti asiatiche, che già oggi contribuiscono alle emissioni globali per una quota superiore a quella degli Stati Uniti. Non si chiede loro certo di rinunciare a migliorare il tenore di vita delle popolazioni, ma di puntare subito sulle fonti energetiche meno inquinanti e sulle nuove tecnologie.

Elevare le ambizioni europee

Di fronte alla crisi l’Unione europea ha nel complesso tenuto. Il piano di rilancio approntato dalla Commissione e approvato dal Consiglio europeo lo scorso novembre si è tradotto in azioni di stimolo della domanda da parte degli Stati membri. Anche se non del tutto coordinate. Hanno retto anche le politiche comuni sugli aiuti di stato e la difesa del mercato unico. Ciò nonostante, uno strisciante protezionismo è in atto, sotto forme diverse, in molti paesi. Le politiche europee devono fare un salto di qualità. Devono sapere offrire un futuro ai nostri giovani, devono aprirci al cambiamento e darci una prospettiva di crescita. L’Europa deve tornare a coltivare un progetto ambizioso ed esprimere una propria visione per il mondo globale. Tra poche settimane eleggeremo i nostri rappresentanti al Parlamento europeo. In questa campagna elettorale di tutto si parla, tranne che di Europa. Abbiamo bisogno di un’Europa forte. In un’Europa debole prevalgono le spinte nazionalistiche. Un’Europa forte sulla scena mondiale riuscirà a portare avanti con successo la politica fondata sul libero commercio e sulla concorrenza non falsata da "dumping" o da impegni sproporzionati in materia ambientale. Troppo a lungo si è pensato che l’Europa potesse fare a meno dell’industria, che il suo futuro dovesse fondarsi sui servizi, quelli finanziari in particolare. Un’Europa forte, invece che limitarlo ed ingabbiarlo, potrà riscoprire il valore del suo tessuto produttivo, del quale l’Italia rappresenta un caposaldo essenziale. Lo riaffermo con orgoglio. Per vincere la sfida, uno strumento interessante sarebbe la raccolta di risorse attraverso l’emissione di obbligazioni dell’Unione europea. L’Unione avrebbe così le risorse necessarie sia per sostenere le sue banche transnazionali e le monete dei paesi che ruotano intorno all’euro, sia per effettuare gli investimenti in programmi di alto valore comune nell’energia, nell’ambiente, nelle infrastrutture di comunicazione e trasporto di nuova generazione. Potrebbe mobilitare ingenti capitali per la ricerca industriale. Un altro strumento importante è il potenziamento del ruolo della BEI anche per favorire la realizzazione di grandi investimenti che coinvolgono imprese di diversi paesi. Con la caduta del muro di Berlino si è aperta la strada a un tumultuoso processo di sviluppo nell’Est europeo. Si potrebbe ora dar corso al progetto ambizioso di integrare i Paesi del Mediterraneo meridionale, i Balcani, la Turchia e la Russia. Dove esiste un mercato di consumatori evoluti, pronto ad accogliere i nostri investimenti e i nostri manufatti. Ciò richiede uno spazio economico comune. Uno spazio pienamente aperto agli investimenti e ai commerci sulla base delle regole europee e del WTO. Con tale impegno, l’Europa, diventerebbe protagonista e detterebbe l’agenda nelle politiche mondiali.

La gestione dell’emergenza

Siamo consapevoli che l’Italia ha dovuto affrontare la peggiore recessione globale del dopoguerra avendo margini di azione ristrettissimi a causa dell’alto debito pubblico. Il Ministro Tremonti ha impostato una manovra triennale a giugno, e ha tenuto la barra dritta verso il risanamento, evitando l’assalto alla Finanziaria che abbiamo sempre visto in passato. Dopo il fallimento di Lehmann Brothers la crisi è esplosa in tutta la sua intensità. La mobilitazione di Confindustria è stata immediata. Ci siamo concentrati su pochi interventi di massima efficacia. Questi interventi richiedono nuove risorse che devono finanziare le opere pubbliche rapidamente cantierabili, potenziare gli ammortizzatori sociali, rafforzare le garanzie sui prestiti alle imprese, onorare i crediti della pubblica amministrazione, sostenere la patrimonializzazione delle aziende. Nuove risorse sono necessarie per realizzare questi interventi. Esse devono venire dalle urgenti e indispensabili riforme strutturali che riducono l’incidenza della spesa corrente. Le imprese sono schiacciate tra la riduzione degli ordini e la difficoltà di incasso dei pagamenti. Non bisogna far venir meno l’ossigeno del credito bancario. Questa è stata, è e sarà la nostra priorità assoluta. Se viene a mancare il credito tantissime imprese non ce la faranno ad arrivare all’appuntamento con la ripresa. Imprese sane, ma penalizzate dalla violenza con cui la crisi ha colpito i loro settori. La domanda interna è stata sostenuta da incentivi all’acquisto di alcuni beni. Per le infrastrutture abbiamo apprezzato gli sforzi del Ministro Matteoli volti ad accelerare i cantieri e a ri-programmare le risorse disponibili a favore delle opere strategiche e di quelle immediatamente realizzabili. Nonostante gli annunci, dagli stessi documenti ufficiali del Governo (RUEF), non risulta alcun aumento degli investimenti pubblici nel 2009. Per sostenere l’economia in questo difficile momento bisogna che si proceda, si stanzino e si rendano disponibili subito le risorse necessarie e, soprattutto, si aprano i cantieri. Abbiamo chiesto con forza il rifinanziamento del Fondo di garanzia per le PMI e l’introduzione della garanzia di ultima istanza dello Stato su quei crediti. Il Governo ha riconosciuto la validità delle nostre proposte. Ha assunto un preciso impegno politico: la dotazione finanziaria del Fondo sarà sufficiente a soddisfare tutte le richieste delle imprese nel 2009. È in dirittura di arrivo la prima tranche di bond emessi dalle banche e sottoscritti dal Tesoro. Ho incoraggiato le banche a ricorrere a questo strumento di lunga gestazione. La loro prudente gestione le ha rese poco esposte al contagio dai titoli tossici e quindi più solide. Ma il rafforzamento del loro stato patrimoniale è indispensabile per aumentare la capacità di fare credito. Adesso ci attendiamo che tutti i provvedimenti per la liquidità diventino operativi ed efficaci e che si traducano in maggior credito alle imprese e alle famiglie. Infatti è ancora molto diffusa la difficoltà delle aziende a ottenere prestiti e si sono anche ampliati gli spread. Troppi sono i casi di aziende cui vengono ritirati i fidi, che si vedono rifiutare le anticipazioni sulle fatture emesse e a cui vengono applicati tassi esorbitanti. Chiedo a tutte le banche, che vivono a contatto con il territorio, di non abbandonare le imprese in questi momenti così difficili. Ci stiamo giocando il futuro del paese ed è nel loro stesso interesse che l’Italia conservi un vasto tessuto produttivo. La montagna di crediti delle imprese verso le pubbliche amministrazioni è una patologia insopportabile. I ritardi nei pagamenti, già gravissimi, si sono allungati. Ci hanno spiegato che lo Stato e le altre amministrazioni non possono rimborsare subito tutti i debiti pregressi. Perché ciò innalzerebbe il debito pubblico valido per i parametri europei. Resto convinta che questa sia una vergogna e chiedo perciò quando e come saremo pagati. In ogni caso questo scandalo non può continuare. Esigiamo per i nuovi crediti il rispetto rigoroso dei termini di pagamento e l’effettiva eliminazione di deroghe contrattuali. E deve diventare presto operativo il provvedimento per poter scontare in banca o tramite la Cassa Depositi e Prestiti i crediti pregressi, sulla base di certificazioni emesse dalle amministrazioni debitrici. I ritardi nei pagamenti non devono verificarsi neppure tra imprese private. Questo malcostume è troppo frequente. Con effetti a catena che alla fine penalizzano tutte le aziende. L’incremento della patrimonializzazione delle imprese è stato facilitato con un’aliquota più vantaggiosa per la rivalutazione di beni immobili. Ma bisogna fare di più. Occorre detassare gli utili reinvestiti e gli apporti di nuovo capitale e supportare chi, nonostante la crisi, effettua investimenti. Vanno superate tutte le criticità che ancora ostacolano la possibilità di utilizzare effettivamente i fondi per la ricerca. Il piano casa, annunciato dal Premier qualche settimana fa, darebbe un contributo importante al rilancio della domanda privata senza oneri per le finanze pubbliche. Sono persuasa che il nostro patrimonio artistico e paesaggistico vada salvaguardato. Ma il fuoco di sbarramento che ha accolto il progetto mi sembra esagerato. In molti casi le opinioni contrarie esprimono quella "cultura del no" che continua a impedire utili iniziative e cambiamenti nel nostro paese. Di fronte a queste emergenze, le imprese non devono essere lasciate sole. Chiediamo risposte concrete.

Welfare e mercato del lavoro

In questa fase della crisi, il nostro sistema di sostegno al reddito per i lavoratori temporaneamente non occupati ha operato in modo soddisfacente. Sono positive le modifiche introdotte dal Governo, in particolare il nuovo metodo di conteggio delle giornate di retribuzione integrata per la Cassa ordinaria, come chiesto da Confindustria, e anche l’introduzione della Cassa integrazione in deroga. Così come le semplificazioni delle procedure per accedere a questi strumenti. La coesione sociale è un patrimonio del paese. Solo uniti sapremo superare la crisi e tornare a crescere. Se sarà necessario, insisteremo affinché si allunghi la durata della Cassa integrazione. Tanto più che, negli ultimi 18 anni, la gestione della Cassa ha accumulato un saldo attivo di oltre 40miliardi, che sono andati a finanziare i disavanzi pubblici. Il nostro sistema è funzionale, nel breve termine, a superare momentanee flessioni di attività, conservando il legame tra lavoratori e aziende in modo da essere pronti a ripartire. Raccogliamo gli stimoli che vengono dal Libro Bianco del Ministro Sacconi a valutare se il nostro welfare è anche adatto per affrontare crisi lunghe e profonde, che potrebbero richiedere ampie ristrutturazioni di interi settori. Il nostro welfare appare inadeguato nel consentire al paese di cogliere le opportunità di crescita provenienti dal sistema economico globalizzato e dalla continua evoluzione della tecnologia che impongono spostamento di risorse tra imprese e settori. Siamo il paese con la spesa sociale più squilibrata a favore delle pensioni, per le quali spendiamo quasi il 16% del Pil, contro il 9,5% dei paesi avanzati. L’unica via sostenibile per difendere le prestazioni previdenziali e per reperire le risorse per crescere è ritardare il ritiro dal lavoro. Senza maggiore crescita, anche pensioni basse non potranno essere pagate. Ciò comporta radicali cambiamenti per le imprese, in primo luogo nei modi di lavorare e nel disegno dei profili retributivi e di carriera. Sono questioni su cui aprire tutti insieme una seria riflessione. Avendo a cuore soprattutto il futuro e le speranze dei nostri giovani. La riflessione deve essere senza pregiudizi. La maggiore flessibilità introdotta negli ultimi anni nel mercato del lavoro ha aumentato l’occupazione a vantaggio soprattutto delle fasce di lavoratori più deboli. Bisogna proseguire lungo questa strada per dare maggiori opportunità ai giovani, alle donne e alle popolazioni nel Mezzogiorno. Lavorare meglio per lavorare di più: tutti, imprese e lavoratori. È questa la nostra sfida.

Il nuovo modello contrattuale

Un anno fa ho indicato la necessità di riformare il modello contrattuale, che è stato varato con l’accordo del gennaio scorso, firmato da 34 organizzazioni d’impresa e sindacali. Questo non accadeva dal 1993. Cisl e UIL sin dall’inizio hanno condiviso l’importanza di questo percorso. Abbiamo compiuto un passo importante per uscire da un circolo vizioso di produttività stagnante e bassi incrementi delle retribuzioni reali. L’andamento asfittico della produttività che prosegue da troppi anni, con il suo strascico avvelenato di bassi redditi, ha varie cause a livello di sistema. Ma la rigidità centralistica della fissazione delle condizioni salariali vi ha notevolmente contribuito. La riforma dei meccanismi contrattuali favorisce a livello aziendale la promozione di incentivi per ottenere guadagni di produttività di cui beneficeranno anzitutto i lavoratori. Valorizza quella cultura della condivisione fra impresa e lavoro che è alla base del successo delle aziende. Ho fatto di tutto per convincere la CGIL. Ma la CGIL non ha creduto in questo cambiamento e lei sola non ha firmato l’accordo. Noi abbiamo scelto comunque di andare avanti. La modernizzazione del paese non può arrestarsi di fronte ai veti. Auspico che la CGIL torni presto a operare insieme a noi per il bene del paese, per il bene dei lavoratori. Spero che sappia riconoscere onestamente i risultati che conseguiremo per la produttività e le buste paga. I fatti ci daranno ragione.

I vantaggi della crescita

L’elevato risparmio delle famiglie, la solidità del sistema bancario e la buona reazione delle imprese ci aiutano ad affrontare la crisi. Tuttavia il PIL nel 2009 cadrà ben oltre il 4 per cento, dopo aver lasciato sul terreno l’1% nel 2008. E il recupero si annuncia lento. Senza le riforme, al passo corto che l’economia italiana ha mostrato negli ultimi dieci anni, il ritorno sui livelli produttivi pre-crisi non avverrebbe prima del 2013. Un arco di tempo troppo lungo per non avere conseguenze negative sulla vita dei lavoratori e delle imprese e sulla stessa coesione sociale. Rispetto alla media dei paesi dell’euro, il nostro PIL per abitante è sceso dal 106 per cento alla fine degli anni ‘80 al 93 per cento del 2008. Una posizione relativa che ci riporta ai primi anni ’60. Il Paese rimane poco attrattivo per gli investimenti esteri. L’economia italiana deve tornare a crescere: ne ha le capacità e un assoluto bisogno. Senza crescita non migliorano gli individui e le società si incattiviscono. Sbagliano, dunque, i profeti della rinuncia alla crescita così come gli araldi della fine della globalizzazione, dalla quale abbiamo tratto grandi benefici come imprese e come cittadini. Per tornare a crescere servono le riforme. Serve uno scatto di tutto il Paese nella capacità di fare ricerca e innovazione. Ma prima di indicare quello che devono fare gli altri, parliamo di quello che devono fare le imprese.

Gli impegni delle imprese

La principale responsabilità sociale di noi imprenditori in questa fase difficile è preparare la ripresa rafforzando le aziende nel patrimonio, nella gestione, nell’innovazione. Sottolineo con orgoglio il nostro modo di intendere e interpretare il fare impresa. Che scaturisce da una cultura aperta al nuovo e alla concorrenza, ricca di tolleranza e libertà, che sa forgiare una società multietnica, fondata sul merito e sull’assunzione di rischio, interpretato come voglia di fare, sperimentarsi, mettersi in gioco. Dove vige il rispetto della legalità a cominciare dagli obblighi nei confronti del fisco. Valori che sono cruciali per creare una società moderna e vitale, fiduciosa nel futuro. La crisi non solo ci obbliga a ridurre i costi e migliorare l’efficienza, ma ci impone anche di rafforzare il patrimonio delle nostre imprese che sono, nel confronto internazionale, poco capitalizzate. Oggi il credito è diventato scarso e costoso. Dunque tocca a noi fornire il capitale per ristrutturare e alzare la posta, mostrando che siamo i primi a credere nel nostro progetto imprenditoriale. Ma chiediamo alle banche di incoraggiare e premiare chi intraprende questa strada e studiare nuovi strumenti per aumentare il capitale delle imprese. La storia economica dell’Italia si intreccia con quella delle piccole emedie imprese. Le fortune dell’economia e della società italiana poggiano sull’attività della miriade di aziende che ne formano il tessuto produttivo. Lì c’è il cuore pulsante della nostra economia, del nostro benessere. Oggi tocchiamo tuttavia con mano anche gli svantaggi della piccola dimensione, poiché essere piccoli comporta penalizzazione nell’accesso ai mercati, meno ricerca e investimenti immateriali. So bene che non esiste una dimensione ottimale in assoluto. So anche che dietro a tante piccole imprese ci sono gruppi che le aggregano e fanno sinergie. Ma non c’è scampo. Le imprese italiane dovranno crescere dimensionalmente. Vi sono molti modi di farlo: intrecciare alleanze, unirsi in consorzi, puntare su aggregazioni e fusioni, non solo per non soccombere, ma anche per evitare di diventare facili prede. La crescita delle imprese è prima di tutto un fatto culturale, di mentalità e rapporto tra l’imprenditore e la sua famiglia, da un lato, e l’azienda dall’altro. Gli imprenditori italiani preferiscono tradizionalmente mantenere il controllo aziendale nella famiglia. Molti di noi sono l’espressione del capitalismo famigliare. Ma comprendiamo che la rinuncia agli apporti esterni di capitale e di know-how limita, in alcuni casi, la propensione alla crescita. Dobbiamo continuare a puntare sull’internazionalizzazione. La quota di imprese che hanno stipulato accordi all’estero è più che raddoppiata in meno di dieci anni e ora è un quarto del totale. Un supporto alla proiezione internazionale del Paese potrà venire da Expo 2015, se gestito all’altezza del miglior made in Italy. L’innovazione è l’arma vincente per rimanere competitivi, crescere, cogliere le opportunità offerte dall’allargamento dei mercati mondiali, attraverso il miglioramento dei prodotti, l’incremento della loro qualità, il servizio alla clientela. L’Italia rimane un paese a forte anima manifatturiera, ma l’industria che sta emergendo è densa di servizi, attraverso la personalizzazione delle produzioni, con qualità elevata e assistenza post vendita. È sempre più forte la tendenza alla smaterializzazione dei prodotti, con l’affermarsi di nuovi mercati e nuove tecnologie. Molte imprese italiane hanno cominciato a valorizzare le loro specializzazioni produttive, come dimostrano i sempre più numerosi casi di successo. Ma tutti dobbiamo fare ancora di più. La rimonta della FIAT dimostra l’importanza dell’innovazione e di un rapporto armonioso tra proprietà e management. Queste sono le carte importanti che sta giocando nella difficile partita del riassetto del settore automobilistico. Se si affermerà tra i pochi grandi gruppi mondiali sarà un ottimo risultato per tutto il paese. E noi tifiamo perché ciò accada. La FIAT è certo la storia di successo più nota, ma sarebbe un grave errore pensare che sia l’unica o che sia stata resa possibile solo dalla sua rilevanza nazionale. Al contrario, non è affatto una storia isolata. Voglio applaudire i tantissimi esempi di eccellenza tra quelle piccole e medie imprese italiane che hanno saputo darsi una governance moderna ed esprimono una cultura vincente. Molte sono rappresentate oggi in questa sala.

La sicurezza sul lavoro: una nostra priorità

Non ho certo dimenticato gli impegni assunti per la sicurezza sul lavoro. La riduzione degli infortuni e la difficile congiuntura economica non ci fanno abbassare la guardia. Siamo convinti che le sanzioni e i formalismi non siano lo strumento principale d’intervento e che bisogna puntare invece sulla cultura della sicurezza anche tra gli imprenditori. Per questo, da un lato, abbiamo sottolineato l’importanza di modifiche normative al Testo Unico e, dall’altro, abbiamo avviato azioni di sensibilizzazione verso tutto il nostro sistema associativo.

La legalità come fattore competitivo

Le imprese sono in prima linea nella lotta per la difesa della legalità. La criminalità piccola e grande, la violazione di norme ambientali, la contraffazione, l’evasione fiscale e contributiva, la corruzione inquinano la convivenza civile e disgregano la società. Generano insicurezza e sfiducia nel prossimo. Arrecano grave danno al sistema economico. Perciò ho posto tra le priorità del mio programma l’impegno totale per promuovere a tutti i livelli il rispetto delle regole e ho affidato, per la prima volta, una delega specifica su questo tema ad Antonello Montante. Questo impegno sale ulteriormente di tono nel combattere la criminalità organizzata. Ribadisco la volontà di Confindustria di stroncare ogni forma di contiguità tra le imprese e le organizzazioni mafiose. Le mafie controllano vaste aree del paese e le inchiodano all’arretratezza. Si genera così un circolo vizioso: il sottosviluppo alimenta la criminalità e questa crea un’economia parallela che offre impiego a vasti strati della popolazione, conquistandone la complicità. Occorre spezzare questo cerchio infernale. Lo Stato deve riprendere il pieno controllo di tutto il territorio del Paese. Dobbiamo ringraziare tutte le forze dell’ordine per l’impegno con cui assolvono questo compito. Non pensino i miei colleghi settentrionali che questa questione sia a loro estranea. L’attività mafiosa si sta allargando e infiltrando, attraverso il riciclaggio, anche al Nord. Il Presidente della Repubblica Napolitano ha appena denunciato come le mafie possono investire ingenti risorse in imprese "pulite", magari in difficoltà. Perciò siamo tutti coinvolti in questa lotta, in ogni atto della nostra attività di imprenditori. Lo sono soprattutto le imprese meridionali sane. Queste imprese e i loro lavoratori, voglio dirlo con un applauso, sono le teste di ponte della civiltà e dello sviluppo in quelle zone. Hanno tutto il nostro sostegno.

Le riforme per il Paese

Lo sforzo di trasformazione che le imprese stanno realizzando, sferzate dalla concorrenza globale, non basta da solo a riportare l’Italia su un sentiero di rapida crescita. L’Italia è una nazione bloccata dalle contrapposizioni di troppi interessi locali, corporativi, perfino personali. Non riusciamo a coagulare le nostre forze attorno all’interesse generale, che è poi quello dei nostri figli. Non riusciamo a premiare il merito. Tutto questo ha un costo enorme per i cittadini. La crisi non può essere l’alibi per non fare le riforme di cui abbiamo bisogno, ma anzi in questo momento dobbiamo mobilitare tutte le nostre energie, chiamare a raccolta tutte le forze per una grande azione di ammodernamento delle nostre istituzioni. La politica ha già portato avanti un inizio di autoriforma. È diventata meno frammentata nella sua rappresentanza istituzionale. Sta anche provando a diventare meno litigiosa. Alterna delegittimazioni reciproche ancora troppo aspre a occasioni nelle quali i toni e il confronto diventano più adeguati alla serietà dei problemi. Sono nel complesso segnali positivi, che Confindustria apprezza e incoraggia. Una politica che litighi meno serve a tutti. L’opposizione nel suo complesso ha saputo mantenere un atteggiamento misurato, ha evitato di incoraggiare forme di protesta estrema, che in altri paesi europei ha avuto invece numerose manifestazioni. C’è bisogno di un’opposizione seria e responsabile, nell’interesse del Paese. Il governo gode di un ampio consenso, ottenuto dalle urne, che si è consolidato nell’opinione pubblica e che gli conferisce un forte mandato. Mi rivolgo allora a Lei, Presidente Berlusconi. Il consenso che Lei ha saputo conquistarsi è un patrimonio politico straordinario. Lo metta a frutto. Usi quel patrimonio per le riforme che sono necessarie. Lo faccia adesso. Perché questa è l’ora di fare le riforme. Apprezziamo le azioni che sono state avviate. Ma occorrono maggiori incisività, rapidità, verifica dei risultati. Il Ministro Gelmini ha adottato alcuni coraggiosi interventi di razionalizzazione delle risorse, di selettività nella loro distribuzione e di valutazione dei docenti, per premiare i più meritevoli. Ma una vera svolta arriverà solo con il cambiamento radicale delle modalità di finanziamento e della governance delle università, in modo che vengano sempre selezionati e premiati i migliori. Oggi, invece, prevalgono i meccanismi autoreferenziali e i criteri di finanziamento basati sulla spesa storica che paradossalmente sovra-finanziano gli atenei peggiori. L’investimento in sapere e conoscenza costituisce il fattore decisivo della crescita sociale ed economica del paese. Ma nelle università continuiamo a investire troppo poco rispetto ai nostri partner europei. Una volta che la quota meritocratica darà una migliore garanzia sull’impiego dei soldi pubblici, i fondi universitari andranno aumentati. La giustizia permane drammaticamente inefficiente. Da troppi anni inutili divisioni ideologiche impediscono di affrontare in concreto i nodi dell’organizzazione degli uffici. La lunghezza dei processi e le carenze della giustizia sono ormai intollerabili e minano la certezza del diritto in questo paese. Il Ministro Alfano ha presentato un provvedimento puntuale e ambizioso, che chiediamo possa diventare operativo in tempi brevi. Al Ministro Brunetta va riconosciuto il coraggio e la determinazione di aver avviato un processo di miglioramento della Pubblica amministrazione, impegnandosi per aumentare la trasparenza sui servizi, premiare il merito e sconfiggere l’inaccettabile assenteismo. Questa è una battaglia di civiltà e di equità. Anche nel pubblico impiego sono molti i capaci e i meritevoli. Questa volta devono vincere loro: non possiamo tornare indietro in questo processo. Le imprese si devono districare in una giungla di leggi, regolamenti, circolari che non ha eguali negli altri paesi europei e che per giunta è spesso soggetta a differenti interpretazioni applicative. A fine 2007 le leggi in vigore in Italia erano stimate in quasi 22mila, contro meno di 10mila in Francia e 5mila in Germania. Il fiume delle nuove norme non accenna a inaridirsi. L’unità della legge e dell’amministrazione è sempre più intaccata dalla moltiplicazione degli interventi a livello regionale e locale. Il Ministro Calderoli sta adottando iniziative per la semplificazione e per l’eliminazione degli enti inutili. Questi enti costituiscono un vero scandalo nazionale. Il loro numero è vastissimo e neppure pienamente conosciuto: circoscrizioni, comunità montane, enti parco ed enti vari. Ciascuno governato da consigli di amministrazione pletorici e onerosi, che restano in carica spesso anche decenni. Tutto ciò grava in modo inaccettabile sulle tasche dei contribuenti. L’onere maggiore è tuttavia costituito dal fatto che questi enti, per giustificare la loro esistenza, impongono burocrazia dannosa su cittadini e imprese. Se non sradichiamo adesso, in piena crisi, questa vergogna, quando mai lo faremo? E penso anche alle province. Vogliamo impegnarci in questa battaglia, pur sapendo che quando si tratta di intaccare interessi si alzano insidiose barricate. Vogliamo lavorare affinché i provvedimenti promossi dal Ministro Calderoli non rimangano lettera morta, come spesso è avvenuto nel nostro paese.

Il federalismo fiscale

La legge delega per il federalismo fiscale appena approvata dal Parlamento muterà in profondità il nostro ordinamento. Un buon federalismo fiscale può migliorare l’efficienza e l’efficacia della pubblica amministrazione e aumentare la responsabilità di chi governa. La nuova legge lascia in buona parte indefinite le modalità di attuazione e le rimanda a successivi atti del Governo. Quando, come e se saremo in presenza dei decreti attuativi, potremo esprimere un giudizio e valuteremo se sarà un federalismo buono o cattivo. Ribadisco subito alcune nostre linee guida essenziali. Il federalismo non deve essere in alcun modo una giustificazione per aumentare la spesa pubblica e di conseguenza la pressione fiscale. Già oggi soffochiamo di troppa spesa pubblica. Le risorse vanno assegnate in base non più al criterio della spesa storica ma a quello dei costi standard, che devono essere finalmente definiti, con grande rigore. Laddove essi già esistono, come nella sanità, devono essere fatti rispettare. È indispensabile il riequilibrio tra regioni a statuto speciale e regioni a statuto ordinario. È fondamentale che le decisioni sulle opere infrastrutturali e le reti di interesse nazionale non siano sottoposte ai veti locali. Anche un buon federalismo non basta, se non si mette freno all’occupazione politica.

L’invadenza della politica e le liberalizzazioni

La questione dell’efficienza delle amministrazioni pubbliche si interseca con quella dell’occupazione politica e partitica di ambiti che non gli competono. Dalla sanità alle infrastrutture, dalle forniture alle autorizzazioni, le imprese non devono più assistere ad atteggiamenti discriminatori dettati da logiche politiche, che favoriscono i sodali a scapito degli altri. Compete alla politica di scegliere per conto della collettività i livelli di tutela e le risorse da impiegare. Ma senza un passo indietro della politica dalla gestione, i nostri apparati pubblici non potranno migliorare. La politica deve tornare a essere un alto impegno in nome e a favore della collettività. C’è una parola che nel dibattito della politica economica in Italia è sparita: liberalizzazioni. È urgente riprendere il cammino interrotto delle liberalizzazioni nei trasporti, nelle comunicazioni, nell’energia, nelle professioni e soprattutto nelle società pubbliche a livello locale, dove stiamo assistendo all’avanzata impressionante del neostatalismo. Gli enti locali continuano, in molti casi, a creare nuove improbabili aziende che occupano un esercito di persone e a interferire nella loro gestione, frenandone le aggregazioni e ostacolandone la sana e corretta amministrazione, facendo concorrenza sleale alle aziende private e scaricando gli extra costi su imprese e cittadini. Per gli enti pubblici locali il Governo ha addirittura ridotto, in alcuni ambiti, il grado di concorrenza faticosamente raggiunto in passato. Serie riforme in questi settori darebbero una spinta forte alla produttività italiana, a vantaggio dei cittadini e in primo luogo dei lavoratori. Uno studio della Banca d’Italia calcola che, aumentando il grado di competizione nei servizi italiani al livello della media dell’area euro, il PIL crescerebbe dell’11%, con metà dell’incremento nei primi tre anni. È una riforma che non costerebbe nulla alle casse pubbliche, le quali anzi beneficerebbero di cospicue entrate aggiuntive. Cosa aspettiamo a vararla?

Mezzogiorno, una questione civile

Non può esserci crescita duratura se non si rimette in moto il Mezzogiorno. Un terzo del paese che non riesce a rompere le storiche arretratezze, sociali e culturali prima ancora che economiche, che ne inibiscono le potenzialità. La distanza tra Mezzogiorno e resto d’Italia in termini di PILpro capite supera oggi i 42 punti percentuali. Il valore che si riscontrava mezzo secolo fa. Dobbiamo prendere atto che le politiche per lo sviluppo meridionale hanno mancato l’obiettivo di innalzare la qualità dell’amministrazione pubblica, adeguare le infrastrutture, sconfiggere l’illegalità. Gli ingenti trasferimenti pubblici si sono dispersi in mille rivoli, con effetti inutili e spesso dannosi. I benefici delle riforme sarebbero particolarmente grandi per il nostro Meridione. Sono fermamente convinta che solo un impegno comune di tutte le forze politiche e sociali farà uscire il Sud dal ristagno economico ed eleverà stabilmente il tasso di crescita dell’intera economia italiana. Sottolineo però, con orgoglio e speranza, un fenomeno molto positivo: si moltiplicano nel Mezzogiorno i segnali di un significativo cambiamento di mentalità. Tanti giovani e ampi strati della società civile, guidati proprio da noi imprenditori, hanno detto basta alla cultura del sussidio e vogliono affrancarsi dall’isolamento, talvolta anche morale, causato dai lunghi anni di intervento pubblico assistenzialista e clientelare. Il Mezzogiorno non deve più essere un "corpo separato" da puntellare. Deve essere parte integrante e vitale del paese, unito al resto dell’Italia da filiere produttive, infrastrutture moderne di trasporto e comunicazione, progetti di ricerca, partnership commerciali, reti scientifiche e universitarie. È lungo questa direttrice che dobbiamo concentrare la nostra azione e gli investimenti. Chi investe e rischia nel Mezzogiorno ha bisogno di uno Stato che faccia lo Stato e deve godere anche al Sud di un vero e proprio diritto di cittadinanza: quello di fare impresa senza svantaggi. Prima di ogni altra cosa gli imprenditori meridionali hanno bisogno di una classe politica e amministrativa che garantisca i servizi essenziali e li difenda dall’illegalità e dalla criminalità.Oggi ciò non avviene e prevalgono logiche di intermediazione e di intromissione nel mondo degli affari. Ogni diritto non può essere fatto passare per favore. Dobbiamo anzitutto liberare il Mezzogiorno da questa morsa che lo soffoca e il cui prezzo viene pagato dai cittadini onesti e dalle aziende sane.

L’Italia nel mondo nuovo

Cari colleghi imprenditori, è a voi che mi rivolgo, a conclusione del mio primo anno di mandato. In questi mesi difficili, durante gli innumerevoli incontri territoriali a cui ho partecipato in tutta Italia ho attinto dallo straordinario patrimonio che tutti voi rappresentate, con le vostre aziende e le persone alle quali date lavoro e con le quali condividete sforzi e passione anche nel fronteggiare la crisi. La crisi non ci deve far dimenticare che siamo una forza vera, il motore di questo paese. Noi amiamo i nostri prodotti, i nostri stabilimenti. Noi amiamo l’Italia. Vogliamo portare, con ancora più vigore, l’emblema del Made in Italy sui mercati del mondo. Sarà un mondo diverso quello che sta prendendo forma sotto i nostri occhi. Nessuno è in grado di dirci ancora quali saranno le linee di discontinuità rispetto al passato. Cari colleghi, sono tante le incognite con cui dobbiamo fare i conti. Sono convinta: lo faremo con successo. Nel mondo nuovo l’Italia e il suo sistema produttivo potranno avere un ruolo più forte di prima. Ciò avverrà se la politica "saprà scioglierci le mani". Se la politica saprà svecchiare il paese ed eliminare le incrostazioni corporative che penalizzano il rischio, il merito e il futuro dei giovani.

Presidente Berlusconi, sta innanzitutto a Lei e al suo Governo non deludere questa aspettativa. Un’Italia più capace di crescere sarà un’Italia migliore. Viaggiando in ogni angolo del paese ho ricevuto il vostro sostegno, ho sentito il calore e la coesione crescenti di quella parte essenziale del paese che fa impresa. Nelle nostre scelte vive quella leadership che pretendiamo dagli altri protagonisti della società italiana. Quella leadership che sconfigge paura e rassegnazione. Nella crisi, la politica si è data il compito di rassicurare gli italiani e ha assunto l’impegno di non lasciare nessuno indietro. Il nostro compito è un altro. Noi porteremo tutti più avanti. Questo è il nostro impegno.