Breve nota per la lettura della Sintesi

del «Rapporto 2008 sulla Libertà Religiosa nel mondo»

 Il criterio seguito per la Sintesi del Rapporto 2008 è lo stesso che ha determinato la struttura della Mappa allegata al volume. Quello che abbiamo voluto mettere in evidenza sono i cinque determinanti che, a nostro avviso, caratterizzano i vari Paesi:

  1. Paesi nei quali si verificano gravi limitazioni legali alla Libertà Religiosa
  2. Paesi nei quali si verificano limitazioni legali alla Libertà Religiosa
  3. Paesi nei quali si verificano episodi di repressione legale
  4. Paesi nei quali si verificano violenze da intolleranza sociale
  5. Paesi nei quali si verificano conflitti locali
  6. Paesi nei quali si verificano gravi limitazioni legali alla Libertà Religiosa

 Anche se la legge prevede la libertà religiosa, nel Bhutan di fatto il governo limita questo diritto nei confronti delle religioni diverse dal buddismo, che è la religione di Stato. In particolare è impedito a missionari non buddisti di entrare nel Paese, è limitata o non permessa la realizzazione di edifici religiosi non buddisti e l’attività di proselitismo religioso è vietata per legge. Tutto questo nonostante il disegno di legge della nuova Costituzione, adottato nell’agosto 2005, che prevede che “ogni  cittadino bhutanese ha diritto alla libertà di pensiero, coscienza e religione”, come pure ha il diritto di riunirsi pubblicamente e pacificamente.

In base alle regole del buddismo Mahayana, è richiesto che tutti i cittadini indossino le vesti della etnia Ngalop, che è soprattutto buddista, negli uffici pubblici, nei monasteri, nelle scuole e durante le cerimonie ufficiali.

I monaci buddisti hanno una posizione privilegiata: ricevono finanziamenti dallo Stato, sono i soli competenti a decidere in materia religiosa, e hanno una rappresentanza riservata nel parlamento e nel Royal Advisory, organo che coadiuva il re.

Nel 2005 è stato stabilito che, in  materia di diritto di famiglia, a tutti i cittadini si applicano i principi del buddismo, senza riguardo alla religione degli interessati. Le principali ricorrenze buddiste sono feste nazionali, come pure lo è una della maggiori  feste sante indù. Nelle scuole è  insegnata solamente la religione buddista Drukpa Kagyupa e quella Ningmapa e nelle scuole statali è tenuta una quotidiana preghiera buddista.

Il governo finanzia la costruzione di templi e monasteri buddisti. Agli indù, presenti soprattutto nel meridione del Paese, è consentito avere propri templi e celebrare cerimonie e rituali, ma da anni non sono accolte le richieste per la costruzione di nuovi templi.

L’egemonia culturale buddista, comunque, si esplica in ogni aspetto della vita pubblica.

Per quanto riguarda la religione cattolica  nel paese  è proibito celebrare messa o pregare pubblicamente e ai sacerdoti è negato il visto d’entrata. E’ possibile celebrare la messa nelle case private, ma questo è reso in pratica impossibile per il divieto di entrata per i sacerdoti. Esiste una sola chiesa cristiana e le domande per la costruzione di altri edifici di culto sono rigettate.

 n Cina il Partito dedica sempre più attenzione alle religioni, al loro sviluppo e alla loro influenza nella società. Lo scorso 18 dicembre 2007, per la prima volta della storia della Cina popolare, in una seduta plenaria dell’intero Politburo del Partito Comunista Cinese (Pcc), è stato trattato formalmente anche il tema della religione.

Le religioni che vengono aiutate, finanziate e sostenute sono il confucianesimo (una dottrina morale, più che una religione), il buddismo, il taoismo.

Dal 2002 il governo ha stanziato ben 10 miliardi di dollari per rivitalizzare gli insegnamenti di Confucio con i cosiddetti “Istituti Confucio” in patria e nel mondo. Il desiderio è mostrare un volto noto alla cultura mondiale, rispondendo alla crisi della moralità e dei valori spirituali nel Paese. 

 Il grande timore della Cina è assistere a un’alleanza fra attivismo religioso e attivismo sociale e politico, come è avvenuto in Myanmar, e come è avvenuto tante volte nella storia dell’impero cinese.

Per frenare questa possibilità Pechino in tutte le occasioni – funerali di personalità, congressi del Partito, Assemblea nazionale del popolo – mette sotto controllo centinaia di dissidenti, fra cui vi sono anche cristiani (di cui non conosciamo la denominazione).

Il 2007 è stato caratterizzato da una Lettera pastorale del papa Benedetto XVI indirizzata a tutti i fedeli della Chiesa cattolica in Cina, resa pubblica il 30 giugno. In essa il Pontefice analizza la storia e la situazione della Chiesa cinese riaffermando che la Chiesa è una sola, perché cattolici sotterranei (non riconosciuti dal governo) e cattolici ufficiali (riconosciuti dal governo) sono uniti alla Santa Sede. Allo stesso tempo egli domanda con molto rispetto alle autorità politiche del Paese di garantire vera libertà religiosa alla Chiesa, permettendo uno spazio di testimonianza nella società cinese e lasciando alla Santa Sede l’ultima parola sulle nomine episcopali, come richiesto anche dai documenti Onu ed europei [Cfr Lettera…, nota (43)].

Tuttavia in Cina le gravi limitazioni legali alla Libertà Religiosa persistono.

Fra gli ultimi arresti di sacerdoti va segnalato quello di p. Giuseppe Lu Genjun, amministratore della diocesi di Baoding (Hebei), 47 anni. Ha già sofferto 3 anni di lager. Arrestato nell’agosto 2004, poi liberato, è stato arrestato il 18 febbraio del 2006 ed è detenuto in località sconosciuta, senza processo e senza accuse precise. È stato arrestato insieme a p. Paolo Huo Junlong, 52 anni, anch’egli amministratore della diocesi di Baoding. Attualmente  vi sono almeno 11 sacerdoti in arresto (Cfr. AsiaNews 18/10/2007).

Nel giugno 2007 le autorità dello Shandong hanno condannato ad un anno di “rieducazione tramite il lavoro” due leader di chiese domestiche evangeliche, Zhang Geming e Sun Qingwen, accusati di “usare un culto diabolico per ostacolare la legge”. Sconteranno la sentenza presso un campo di Jining. I due missionari provenivano dall’Henan. La polizia li ha arrestati il 15 giugno insieme ad altri quattro leader, rilasciati il primo luglio dopo aver pagato una multa di 10mila yuan (circa mille euro).

Anche la comunità ortodossa russa in Cina soffre di discriminazione perché non è riconosciuta fra le 5 religioni ufficiali (buddismo, taoismo, islam, cristianesimo protestante, cristianesimo cattolico). Nel 2007 in diverse riprese, il Patriarca di Mosca ha criticato il governo di Pechino per non concedere piena libertà e riconoscimento alla Chiesa ortodossa cinese (AsiaNews, 12/4/2007).

La comunità ebraica in Cina è discriminata perché non è riconosciuta fra le religioni ufficiali. Molti edifici che appartenevano ai fedeli israeliti sono stati sequestrati al tempo di Mao Ze Dong. Il rabbino capo di Israele ha chiesto al governo cinese il ritorno al culto della sinagoga di Shanghai, la Ohel Rachel, ma non ha ottenuto risposta (Cfr. South China Morning Post, 13/6/2006).

La sinagoga Ohel Rachel, completata nel 1920, può ospitare fino a 700 fedeli: nei primi anni '30, Shanghai ospitava circa mille ebrei sefarditi ed oltre 5 mila ashkenaziti ed a questi si sono aggiunti circa 30mila esuli fuggiti dalle deportazioni del periodo nazista.

Nel 2007, la tolleranza del governo cinese verso i 21 milioni di musulmani è stata solo “di immagine”: poiché il 2007 era l’anno del Maiale (secondo lo zodiaco cinese), il Comitato permanente del Politburo ha diramato l’ordine di “evitare le immagini di maiali” nelle pubblicità e nelle trasmissioni televisive, “per proteggere l’armonia fra differenti religioni e gruppi etnici”. Per comprendere la ragione del divieto, va ricordato che pochi mesi prima il mondo islamico internazionale si era infiammato per lo scandalo delle vignette su Maometto e per il discorso di Benedetto XVI a Regensburg.

Dall’invasione del Tibet nel 1950, Pechino cerca di sottomettere la popolazione e il suo capo politico e spirituale, il Dalai Lama, fuggito nel 1959 in India. Pressata dalla comunità internazionale, la Cina ha anche aperto spiragli di dialogo con emissari del Dalai Lama, per un possibile suo ritorno in Tibet, ma la conclusione è sempre stata che il leader buddista tibetano “mina alla divisione della Patria” preparando l’indipendenza della regione himalayana. In realtà da diversi anni, il Dalai Lama ha abbandonato mire indipendentiste e propone di continuo una forma di semi-autonomia per il Tibet, simile a quella goduta da Hong Kong (un Paese; due sistemi).

Le comunità religiose di Taiwan godono invece di piena libertà religiosa. Le relazioni diplomatiche con Taiwan sono spesso citate e criticate dalla Repubblica popolare cinese come uno dei due ostacoli per le relazioni diplomatiche fra Pechino e  Santa Sede.   

 La Costituzione di Cuba del 1976 proclama di fatto l'ateismo dello Stato cubano. Nonostante ciò, dieci anni fa, la visita di Giovanni Paolo II (21-25 gennaio 1998) ha rappresentato il presupposto di un'apertura e di un parziale disgelo. Nella nuova cornice si inserisce la visita che il Cardinale Renato Raffaele Martino, Presidente del Pontificio Consiglio per la Giustizia e la Pace, ha effettuato in differenti paesi dei Caraibi, tra i quali Cuba, per presentare il Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa.

Le restrizioni alla libertà religiosa contribuiscono a impoverire la presenza dei giovani tra i fedeli cattolici e a far sì che, perfino tra i  praticanti, il livello di appoggio alle misure morali come l'opposizione all'aborto e al divorzio, o il gesto di sposarsi in chiesa, non sono seguiti neanche dalla metà della popolazione.

Il pastore evangelico Carlos Lamelas è stato imprigionato per 40 giorni, accusato di aiutare l'emigrazione illegale. Nella Settimana Santa del 2006, ad alcuni vescovi è stato concesso il permesso di trasmettere radiofonicamente un messaggio della durata di 12 minuti per la Settimana Santa; era la prima volta, in 46 anni di governo comunista, che succedeva qualcosa di simile. Da parte sua, il Cardinale Jaime Ortega, Arcivescovo dell'Avana, dichiarava di chiedere che Dio illuminasse il governo di Raúl Castro, istituito in maniera provvisoria, finché suo fratello fosse stato malato, e manifestava l’intenzione di fare tutto il possibile per la pace e la convivenza di tutti i cubani. Queste iniziative ispirate a buone relazioni hanno permesso che si potessero celebrare 69 processioni pubbliche e Messe nel 2006 e 90 nel 2007 in onore della patrona di Cuba, Nuestra Señora de la Caridad del Cobre (Nostra Signora della Carità del Rame), che apparve a tre pescatori nel secolo XVII. I permessi per celebrare tale grande avvenimento erano stati ottenuti nel 1997, poco tempo prima della visita all'isola di Giovanni Paolo II.

Nel frattempo, si cerca anche di cambiare l’inquadramento giuridico del governo, approfittando delle sue lacune. La possibilità di inviare un progetto di legge all'assemblea nazionale può concretizzarsi, purché sia avallata da un sufficiente numero di firme. Il Rev. Ibrahin Piña sta portando avanti, come promotore del disegno di legge sui culti, una campagna di raccolta di firme che mira a favorire l'approvazione di questa legge sui culti e le associazioni religiose, la quale aiuterebbe a eliminare le restrizioni alla libertà religiosa. 

 Sotto il profilo politico-religioso, in Iran l'islam sciita si identifica con la stessa struttura dello Stato. Come specifica l’articolo 4 della Costituzione “Tutte le leggi civili, penali, finanziarie, economiche, amministrative, culturali, militari, politiche e di altro tipo, e tutte le normative, devono essere fondate sui precetti islamici. Il presente articolo si applica in modo assoluto e universale a tutti gli altri articoli della Costituzione come pure ad ogni altra norma e regola, e i teologi esperti in giurisprudenza islamica che compongono il Consiglio di Vigilanza sono giudici in questa materia.”

Fra le minoranze religiose presenti nel paese, solo 3 sono riconosciute dallo Stato Islamico: cristiani, ebrei e zoroastriani ( art. 13 ). Altre minoranze – sunnite, bahai, ahmadi, ecc.. – subiscono di fatto discriminazione e spesso violenze. Anche buddisti e indù non sono riconosciuti, ma essi non sono fatti oggetto di violenza. Vivono però in una totale precarietà giuridica.

Le minoranze riconosciute vivono come “protette”, i loro appartenenti come “dhimmi”, cittadini di seconda classe, soggetti a soprusi e privazione di molti diritti derivanti da una reale libertà di religione, costretti molte volte a manifestare sostegno alla politica del governo.

Nel tentativo di mostrarsi come i difensori dell’islam più puro e più profondo, la classe politico-religiosa iraniana finisce per perseguitare anche la popolazione sciita, soprattutto i giovani, che influenzati da modelli globalizzati, vorrebbero imitare i giovani di altri paesi nel vestire, nell’ascolto della musica, nell’uso dei media di informazione.

Le campagne sulla moralità nel vestire, perché il vestire sia più adeguato all’ideale islamico, portate avanti dalle “pattuglie della modestia”, sono di fatto una imposizione che si traduce nel negare la libertà religiosa personale, facendo entrare tutti (musulmani e non) in un unico modello (“il vestito nazionale islamico”), confezionato dalla leadership per reprimere e controllare la popolazione. Il gruppo che viene più bersagliato è quello delle donne (obbligo del chador, del hijab, capelli raccolti e nascosti, niente trucco), ma anche gli uomini sono soggetti a reprimende e multe se portano la cravatta, se indossano pantaloncini o t-shirt.

La minoranza perseguitata con più violenza è quella dei Bahai. Essi sono anche la più grande minoranza religiosa dell’Iran, con circa 300mila fedeli. É stata fondata intorno al 1863 dal nobiluomo persiano Baha’u’llah, autonominatosi nuovo profeta e prosecutore dell’opera di Mosè, Gesù e Maometto. In contrasto quindi con l'affermazione islamica che vede Maometto come l’ultimo profeta. Permessa ai tempi dello Scià, dalla rivoluzione islamica del ’79 essa è bollata come eretica e vietata. Dal ’79 oltre 200 seguaci sono stati giustiziati o assassinati, centinaia sono finiti in carcere, decine di migliaia sono stati privati di lavoro, pensione, attività commerciali.

Le minoranze sunnite non godono di alcun riconoscimento culturale e lamentano discriminazioni. L’odio verso di loro ha certo anche motivi etnici. Queste popolazioni vivono vicino ai confini di Paesi in stato di guerra (Iraq e Afghanistan), dove il traffico di droga alimenta violenze e povertà. In queste zone periferiche gli investimenti statali sono rari, la disoccupazione, l'analfabetismo ed altre piaghe sociali sono altissimi.

All'Est, vicino all'Afghanistan e al Pakistan, si trova la provincia Sistan-Baluchestan, dove "Jundallah", un gruppo estremista sunnita, compie regolarmente azioni terroriste e minaccia pure le autorità religiose sunnite, accusate di essere troppo cooperanti con lo Stato iraniano.

A Ovest, vicino all'Iraq, vivono i curdi iraniani (5-8 milioni, il 7 % della popolazione), sunniti anche loro. L'8 maggio, nella città di Kermanshah (a 250 km da Baghdad), due esplosioni hanno ferito 6 persone nelle sedi del Governatore e della Camera di commercio. La repressione usa anche talvolta mezzi militari, inclusa l'artiglieria, contro i villaggi vicini al confine dove il PKK (Kurdistan Workers Party, considerato organizzazione terrorista dalla Turchia, dagli USA ed altri) è accusato di avere delle basi operative. Ma c'è anche un partito curdo rivale, il PUK (Patriotic Union of Kurdistan), che talvolta attacca obiettivi iraniani, partendo dall'Iraq.

L'Iran accusa gli Stati Uniti, l'Inghilterra o Israele di sostenere questi gruppi ribelli, ma non riconosce le radici profonde di questa violenza: frustrazioni legate a discriminazioni, provenienti dalla mancanza di rispetto dei diritti umani e di uno Stato di diritto, di cui fa parte anche la libertà di professare la propria religione (sunnita).

La Chiesa cattolica, sia orientale (armena e caldea), sia latina, gode di una qualche libertà di culto. Ciò significa che essi hanno chiese dove radunarsi e riti a cui partecipare, ma non hanno alcuna possibilità di poter esprimere la propria fede fuori di tali luoghi e fuori dalle loro comunità. È  proibita dunque ogni azione missionaria – bollata come proselitismo – e ogni espressione pubblica. L’imposizione del modello culturale e sociale “islamico” nei luoghi pubblici porta i cristiani a non esporre il loro stile di vita, più libero nel rapporto uomo-donna, nell’uso di cibi e bevande, nell’ascolto della musica.

Anche se il presidente Ahmadinejad  vanta che la minoranza cristiana “gode di uguali diritti”, le comunità sono ridotte a minoranze etniche ghettizzate.

Un altro tipo di marginalizzazione è quello provocato dai numeri e dalle statistiche. Ufficialmente il governo iraniano sostiene che i cristiani del Paese sono 79mila in tutto. In realtà, i soli armeni sarebbero almeno 200mila. Le altre confessioni cristiane raccoglierebbero tra i 20 ed i 50mila fedeli.

Il problema più cocente è per i convertiti dall’Islam. Di fatto essi sono “illegali”. Sono musulmani convertiti alla fede cristiana, o dei cristiani “pentiti”, che ritornano alla fede originaria dopo essersi formalmente convertiti all’islam (nel caso di un matrimonio misto), oppure sono figli di coppie islamo-cristiane. Molto spesso – soprattutto i nuovi convertiti dall’islam – devono tenere nascosta la loro nuova fede perfino alla famiglia, oppure devono decidersi ad emigrare per poterla rendere pubblica. Alle cerimonie nelle chiese cristiane è presente sempre la polizia. Ufficialmente essa serve alla “protezione” dei luoghi di culto. Di fatto essa proibisce l’entrata a coloro che non sono “legalmente cristiani”.

Per costume, l’apostasia viene condannata con la morte, comminata spesso dagli stessi parenti del convertito.

Le comunità protestanti, in quanto appoggiate da questa o quella ambasciata straniera, sono rispettate in quanto cristiane, ma il loro statuto è fragile, soprattutto per le comunità organizzate in  “chiese domestiche locali”. Meno protette contro l’arbitrio e spesso meno prudenti delle Chiese di tradizione apostolica, queste comunità “sotterranee” sono di fatto nel mirino del regime.

In Iran ci sono circa 25 mila ebrei. Essi costituiscono la comunità ebraica più grande del Medio oriente, oltre quella in Israele. In generale, verso questa minoranza riconosciuta, non si notano asprezze e molti di loro proclamano di essere orgogliosi delle loro radici culturali iraniane ed ebraiche.

Nel dicembre 2006 il ministero degli Esteri ha organizzato una Conferenza sulla negazione dell’Olocausto, alla quale sono stati invitati molti specialisti internazionali di tale negazioni. La Conferenza è stata realizzata dopo numerosi discorsi del presidente Ahmadinejad nei quali ha asserito che l’Olocausto è un “mito” inventato per giustificare lo stato d’Israele.

 Gli ultimi due anni non si sono rilevati cambiamenti nel campo della libertà religiosa in Corea del Nord, anche se sono aumentate le aperture del regime comunista di Pyongyang nei confronti della Chiesa cattolica e dei missionari protestanti che, tramite opere umanitarie, riescono ad entrare con più facilità nel Paese. Permane tuttavia il ferreo divieto di praticare la religione.

In Corea del Nord è permesso soltanto il culto del leader Kim Jong-Il e di suo padre Kim Il-Sung. Il regime ha sempre tentato di ostacolare la presenza religiosa, in particolare di buddisti e cristiani, e impone ai fedeli la registrazione in organizzazioni controllate dal Partito. Sono frequenti le persecuzioni brutali e violente nei confronti dei fedeli non iscritti e di coloro che praticano l’attività missionaria. Da quando si è instaurato il regime comunista nel 1953, sono scomparsi circa 300 mila cristiani e non vi sono più sacerdoti e suore, forse uccisi durante le persecuzioni. Attualmente sono circa 80 mila coloro che nei campi di lavoro sono sottoposti a fame, torture e perfino alla morte. Il dato rappresenta un calo rispetto ai 100 mila dello scorso anno: nessuno è in grado di dire se questi numeri – forniti da organizzazioni non governative che operano nel Paese e che vogliono mantenere l’anonimato – siano corretti e, in caso positivo, a cosa sia dovuto il calo. Ex funzionari nord-coreani e prigionieri hanno affermato che i cristiani nei campi di rieducazione o in carcere sono trattati molto peggio degli altri detenuti.

In Corea del Nord vi sono 51 categorie sociali, decise dallo Stato: coloro che praticano una fede non controllata dal governo sono a priori negli ultimi posti, con meno opportunità per l’istruzione ed il lavoro, non ricevono sussidi alimentari e sono costantemente vittime di brutali violenze.

Pyongyang dichiara che la libertà religiosa è presente nel Paese e garantita dalla Costituzione: cifre governative ufficiali parlano di circa 10mila buddisti, 10mila protestanti e 4mila cattolici. Le stime del governo si riferiscono solo ai fedeli iscritti nelle associazioni riconosciute. A Pyongyang ci sono 3 chiese, 2 protestanti e 1 cattolica. Nelle due chiese protestanti si fa molta propaganda al regime, e all’interno operano preti che paragonano il “caro leader” Kim Jong-Il ad un semidio. Nell’unica chiesa cattolica non opera alcun prete nordcoreano: vi si svolge solo una preghiera collettiva una volta a settimana e, in casi eccezionali, una funzione religiosa condotta da sacerdoti di etnia coreana.

E’ altissimo il numero di coloro che cercano di espatriare, per fame o per motivi religiosi. Se vengono catturati sono condannati alla morte o ai lavori forzati. L’accordo fra Cina e Corea del Nord rende la situazione ancora più drammatica. La leadership della Repubblica popolare cinese ha infatti accettato di considerare i rifugiati nord coreani “profughi clandestini”, e impone il rientro forzato in patria per coloro che vengono catturati sul suolo cinese.

Benedetto XVI ha ricordato in più occasioni i “fratelli nordcoreani” ed ha invitato il mondo a pregare per loro. In occasione della visita ad Limina Apostolorum compiuta dai vescovi coreani nel dicembre del 2007, il Papa ha detto: “Sono a conoscenza delle iniziative concrete di riconciliazione assunte per il benessere di coloro che vivono in Corea del Nord. Incoraggio queste iniziative e invoco l'attenzione provvidenziale di Dio su tutti i nordcoreani”.

Il riferimento è alle numerose opere caritatevoli che la Chiesa della Corea del Sud ha messo in piedi per la popolazione del Nord. La novità, che risale allo scorso anno, è l’atteggiamento del regime: gli operatori dichiaratamente cristiani – un tempo dipinti come spie dell’occidente – sono oggi accolte e benvolute.

Tuttavia, gli sforzi della Chiesa non devono far pensare che dal regime vengono fatti troppi sconti. La situazione della Chiesa cattolica in Corea del Nord è drammatica. Dalla fine della guerra civile (1953), le tre circoscrizioni ecclesiastiche e l’intera comunità cattolica sono state decimate in maniera brutale dal regime stalinista, che non ha lasciato vivo alcun sacerdote locale ed ha cacciato quelli stranieri. Si stimano in oltre 300mila i cristiani “scomparsi” durante i primi anni della persecuzione di Kim Il-sung, l’allora dittatore del Paese. Tuttavia, il Papa ha continuato a mantenere vivo il clero assegnando le “sedi vacanti et ad nutum Sanctae Sedis” ad alcuni ordinari sudcoreani. Al momento, oltre al card. Cheong – che amministra la diocesi di Pyongyang – sono in carica mons. John Chang Yik, vescovo di Ch’unch’on ed amministratore di Hamhung, ed il p. Simon Peter Ri Hyeong-u, abate del monastero benedettino di Waegwan ed amministratore di Tokwon.

All’inizio del secolo scorso circa 10.000 coreani si erano convertiti all’ortodossia grazie all’attività di missionari russi a Seoul, a Wonsan (ora nella Corea del Nord) ed in parecchi villaggi. Il dominio giapponese e la dittatura stalinista hanno interrotto lo sviluppo dell’evangelizzazione. L’attività è ripresa nella Corea del sud dove ora ci sono quattro chiese ortodosse.

 Sebbene la Costituzione del Laos preveda la libertà religiosa, in realtà il governo restringe questo diritto, richiamandosi a una norma costituzionale che proibisce qualsiasi attività che provochi divisioni tra cittadini. Su questa linea il Decreto del primo  ministro n. 92 del 2002, sulla pratica religiosa, richiede l’approvazione del governo (e, per esso, del Lao Front for National Construction, branca del Partito rivoluzionario del popolo del Laos) per quasi ogni attività religiosa (tra l’altro: fare proselitismo, stampare materiale religioso, comprare o costruire edifici di culto, avere rapporti con gruppi religiosi esteri).

Dal ‘91 è in atto una “democrazia centralizzata”, guidata dal Partito rivoluzionario del popolo laotiano (erede del comunista Pathet Lao che perseguitò le religioni). Sebbene negli ultimi anni vi sia stata un’apertura economica, permane un grande controllo della società e delle religioni. Controllo anzitutto verso i gruppi cristiani, visti come religioni proprie di Nazioni occidentali imperialiste e non integrate nell’apparato statale, ma che non risparmia le altre religioni: nel 2007 due monaci buddisti sono stati arrestati nella provincia di Bolikhamsai per essere stati ordinati senza l’autorizzazione del governo.

E’ proibita l’attività di proselitismo di missionari esteri, ma molti svolgono attività sociali dentro gruppi privati. La distribuzione di materiale religioso può essere punita con l’arresto e l’espulsione. All’inizio del 2006 nella provincia Bokeo sono stati arrestati ed espulsi due cristiani sudcoreani per “proselitismo”.

Gravissima e sistematica la persecuzione contro i cristiani Hmong. Compass Direct riporta che 13 cristiani Hmong sono stati uccisi alla fine di luglio 2007: numerosi si erano dati alla macchia e sono stati colpiti dopo una vera caccia all’uomo da parte dei soldati laotiani insieme a circa 200 soldati venuti apposta dal Vietnam.

Il 21 febbraio 2008 nel distretto di Bokeo sono state arrestate 58 persone di 15 famiglie. Il giorno dopo un leader cristiano Hmong è stato condannato a 15 anni di carcere per avere svolto incontri non autorizzati.

 Nelle Maldive la Costituzione del 1998 definisce l’Islam religione di Stato. Inoltre, sempre a livello costituzionale, tute le cariche politiche, giudiziarie e amministrative sono riservate ai musulmani.

Il governo applica la shari’a, è vietata qualsiasi manifestazione pubblica di altre religioni ed è proibita la conversione. Le leggi civili sono subordinate a quella coranica. L’insegnamento dell’islam è parte obbligatoria dell’istruzione scolastica.

Si stima che oltre lo 0,1% della popolazione sia cristiana, ma costoro debbono praticare la loro fede di nascosto per evitare di essere detenuti e “riconvertiti” con la forza o di perdere la cittadinanza. I turisti stranieri possono praticare la loro fede in privato, a condizione che non la condividano con gli abitanti. E’ proibito portare nel Paese la bibbia o materiale cristiano, a parte una copia per uso personale.

Nel settembre 2007 un bomba al parco Sultan Male, famosa attrazione turistica, ha ferito 12 turisti stranieri. Ne sono ritenuti responsabili estremisti islamici che vogliono espellere i turisti, considerati portatori di abitudini “contrarie” all’islam. Ma la popolazione vuole mantenere la lucrosa industria turistica.

Il presidente Maumoon Abdul Gayoom ha proibito l’ingresso agli imam provenienti dall’estero senza un permesso speciale; ha vietato alle donne di coprirsi da capo a piedi; ha disposto che le madrasse (scuole islamiche) straniere e i seminari musulmani non siano riconosciuti come istituti d’istruzione.

All’inizio di ottobre 2007 la polizia ha compiuto un’incursione in un’isola, circa 100 chilometri a sud di Male, ritenuta l’epicentro dell’estremismo musulmano. Vi sono stati scontri e più di 50 arresti.

 Nel Myanmar la situazione della libertà religiosa e dei diritti umani nel 2007 ha subito un netto peggioramento. Tra agosto e settembre monaci buddisti si sono messi a capo di un movimento pacifico contro i soprusi e le politiche repressive del regime militare che dal 1962 regge il Paese con il pugno di ferro. Seguendo i monaci, sono scesi in piazza migliaia di cittadini e a fine settembre la giunta, non potendo tollerare oltre, ha dato il via ad una feroce repressione che ha colpito in modo particolare i bonzi e i monasteri buddisti.

L’attuale governo militare, il “Consiglio di Stato per la pace e lo sviluppo”, guida il Paese senza una costituzione dal 1988. La libertà religiosa non è garantita da nessuna legge e i gruppi religiosi registrati presso le autorità possono formalmente praticare la loro fede. Nei fatti, la giunta impone forti restrizioni e controlla strettamente le attività di tutte le comunità, al fine di accertarsi che non si parli di diritti umani o democrazia. Grandi gli ostacoli imposti alle minoranze per la costruzione, il restauro o l’acquisto di luoghi di culto. In alcuni casi le autorità locali arrivano anche a distruggere quelli già esistenti. Non esiste ufficialmente una religione di Stato, ma viene promosso il buddismo Theravada, soprattutto tra le minoranze etniche. Essere buddisti, in generale, è un prerequisito necessario per promozioni in impieghi statali e nei ranghi militari.

Nel 2007 si è attuata una vera e propria persecuzione contro i religiosi buddisti, dopo le marce pacifiche antigovernative, iniziate ad agosto per protestare contro il caro benzina e poi estese alla richiesta più generale di riforme, pace e democrazia. I leader buddisti - riuniti nella All-Burmese Monks Alliance - hanno chiesto a tutti i monaci di boicottare le offerte provenienti dai militari. Un gesto di protesta molto forte, equivalente a una scomunica.

I musulmani subiscono le stesse restrizioni dei cristiani sulla pubblicazione di letteratura religiosa e l’edificazione di luoghi di culto. Continuano ad essere perseguitati dai militari in particolare coloro che nello Stato di Rakhine appartengono alla minoranza rohingya. Quando le autorità lo hanno scoperto hanno distrutto le riparazioni.

 La Costituzione nigeriana riconosce la libertà di religione, inclusa la libertà di manifestare e diffondere il proprio credo religioso e quella di convertirsi ad altra religione. La sezione 10, capitolo 1 della Costituzione stabilisce che il governo "non adotterà nessuna religione come religione di Stato". Tuttavia la Nigeria fa parte della Conferenza degli Stati islamici (Oic), e a partire dal 2000 dodici dei 36 stati della federazione nigeriana (tutti settentrionali: Bauchi, Borno, Gombe, Jigawa, Kaduna, Kano, Katsina, Kebbi, Niger, Sokoto, Yobe, Zamfara) hanno cominciato ad applicare i princìpi della sharia (la legge coranica) non solo nel codice di famiglia, come praticato fino ad allora, ma anche in quello penale. Lo stato di Zamfara ha pure creato un ministero degli Affari religiosi e un Consiglio degli imam.

In linea di principio le norme civili e penali della sharia non si applicano ai credenti delle altre religioni, così come non si applicano le norme sull'apostasia dall'islam ad altra religione. Tuttavia la vita dei non musulmani in Nigeria è toccata in molti modi dalla vigenza legale della sharia. Nello stato di Kano sono vietati a tutti la consumazione e la distribuzione di alcol in pubblico, mentre in altri essa può avvenire solo nelle sedi di enti istituzionali federali, come le caserme o i commissariati di polizia. Nello stato di Zamfara i mezzi di trasporto pubblici, le classi nelle scuole e i presidi sanitari sono organizzati sulla base di una rigida separazione dei sessi.

I più diffusi atti di intolleranza e discriminazione religiosa sono quelli lamentati dalle varie comunità cristiane presenti negli stati più islamizzati della Nigeria settentrionale (che coincidono quasi sempre coi 12 stati che hanno introdotto nella loro legislazione la sharia). Essi comprendono: false accuse di blasfemia contro l'islam in seguito alle quali studenti o docenti cristiani sono costretti ad abbandonare la scuola che frequentano o in cui insegnano; mancata concessione di autorizzazioni per la costruzione di edifici di culto e di cimiteri cristiani, e demolizione di chiese considerate illegali; rapimenti e conversioni forzate di adolescenti, soprattutto ragazze, che si concludono con matrimoni con uomini musulmani; discriminazione ai danni dei cristiani negli impieghi pubblici e nella fornitura di servizi pubblici; intimidazioni e minacce di morte ai musulmani che si convertono al cristianesimo; processi a cristiani presso corti della sharia nonostante l'esenzione prevista per legge; imposizione del codice di abbigliamento islamico alle studentesse cristiane nelle scuole pubbliche; manipolazione dei criteri per l'iscrizione degli studenti alle scuole pubbliche e all'università per privilegiare l'iscrizione di soli musulmani.

Nello stato di Borno gli appartenenti alle etnie kanuri e shuwa, integralmente islamizzate, che si sono convertiti al cristianesimo sono perseguitati e minacciati di morte.

Fra il 18 e il 24 febbraio 2006 la Nigeria è stata percorsa da violenze interreligiose che hanno causato almeno 157 morti. La causa iniziale è stata una protesta di musulmani contro le vignette satiriche aventi per oggetto Maometto, apparse su un giornale danese. Il 18 febbraio una folla di estremisti musulmani riunita presso il palazzo dello sceicco di Borno nella città di Maiduguri per una protesta contro le vignette ha dato vita a una caccia al cristiano per le vie della città che si è conclusa con l’assassinio di 57 cristiani e la distruzione di 55 chiese.

 Nonostante nel Pakistan le ultime elezioni legislative abbiano sancito la vittoria del Partito popolare (sulla carta laico e moderato) gli ultimi due anni sono stati caratterizzati da un drammatico aumento degli attacchi contro le minoranze religiose di tutta la nazione. Quelli che vengono definiti “attacchi” hanno spesso la forma di fatwa [verdetti emessi da tribunali islamici, che hanno però il potere di condannare a morte anche i non-musulmani], ma anche di assalti armati ai luoghi di culto e di rapimenti di membri delle minoranze. Lo strumento peggiore della repressione religiosa è la legge sulla blasfemia, che continua a mietere vittime. Questa consiste nell’articolo 295 comma b e c del Codice penale pakistano. Il primo riguarda le offese al Corano, punibili con l’ergastolo, mentre il secondo stabilisce la morte o il carcere a vita per diffamazioni contro il profeta Maometto. Insieme alle Ordinanze Hudood – strette regole di diritto penale che, basate sul Corano, puniscono anche con la flagellazione e la lapidazione i comportamenti incompatibili con la legge islamica, come adulterio, gioco d'azzardo, uso di alcol, reati contro la proprietà – essa costituisce l’esempio di legislazione più settaria e fondamentalista del Paese. Secondo diversi analisti, la legge sulla blasfemia è uno degli strumenti con cui i fondamentalisti musulmani colpiscono le minoranze e procedono verso la radicale islamizzazione del Paese.

In un Paese islamico a maggioranza sunnita come il Pakistan, è feroce la persecuzione contro gli Ahmadi. La comunità Ahmadi è stata fondata nel 1889 da Mirza Ghulam Ahmad, un leader religioso indiano del 19esimo secolo che sosteneva di essere un profeta con il compito di rinnovare l'Islam. Questa comunità si dichiara musulmana, ma è ritenuta eretica in quanto non riconosce Maometto come ultimo Profeta. Per questo essa subisce persecuzioni da parte degli integralisti in molti Paesi, fra cui Indonesia e Bangladesh. In Pakistan una legge approvata negli anni '70 vieta loro di chiamarsi musulmani. In un rapporto sulla persecuzione da loro subita nel 2005, presentato dai portavoce della comunità, gli Ahmadi denunciano “le responsabilità di esponenti religiosi, quelle dei politici e quelle altrettanto gravi dei media”. Il documento presenta infatti oltre 1379 documenti e altri scritti pubblicati dalla stampa pakistana in cui si incita all'odio contro la setta di origine islamica, che viene sempre definita “eretica”. Ci sono delibere che li qualificano come assassini, accuse di cospirare contro lo Stato, richieste pressanti al governo di prendere rigidi provvedimenti contro gli Ahmadi per "ostacolare" le loro pratiche religiose.

 L’Arabia Saudita è il Paese islamico in cui la libertà religiosa viene negata con maggiore evidenza, anche da un punto di vista formale. Il regno si dichiara “integralmente” islamico, considera il Corano l'unica Costituzione del paese e la sharia la sua legge fondamentale. Nell’interpretazione teologica della scuola wahhabita avallata dallo Stato, il suolo della penisola araba è la patria del profeta Maometto, il territorio più santo, dove non è possibile neanche l’esercizio delle tollerate “religioni del Libro”, cioè l’ebraismo e il cristianesimo. Anche per questo ogni fatto che possa apparire come un “attentato” a questa sorta di verginità religiosa viene severamente perseguito, e le autorità si impegnano ad impedire la diffusione di qualsiasi messaggio di fede diverso da quello musulmano. È proibita, quindi, ogni manifestazione pubblica di fede non musulmana (avere Bibbie, portare un crocifisso, un rosario, pregare in pubblico).

La polizia religiosa (i famigerati mutawwa'in) si occupa di monitorare la pratica di altre religioni e ha grandi poteri. L'eccessivo "zelo" dei mutawwa'in è causa di arresti sommari e torture nelle carceri. Spesso la polizia religiosa incarcera membri dei gruppi di minoranza, cristiani e musulmani sciiti, che vengono liberati solo dopo aver firmato un documento in cui abiurano la loro fede. I lavoratori non musulmani sono soggetti all’arresto, alla deportazione e alla prigione, se vengono sorpresi nell’esercizio di qualsiasi pratica religiosa, oppure se vengono accusati di detenere materiale religioso o di proselitismo.

È difficile sapere con esattezza il numero dei cristiani presenti nel paese. Certamente essi costituiscono una percentuale significativa degli oltre 8 milioni di lavoratori stranieri. Si stima che siano almeno un milione e provengono soprattutto dalle Filippine, ma anche dall'Europa, gli Stati Uniti e il Medio Oriente. I cristiani sono sprovvisti di assistenza pastorale non essendo ammessi nel paese i sacerdoti. In sostanza, ai cristiani è negata la possibilità di esprimere la propria fede attraverso il culto pubblico. 

Il 6 novembre 2007 il Papa ha ricevuto “in un clima di cordialità” il re saudita Abdallah. In assenza di rapporti diplomatici, si tratta del primo colloquio tra Santa Sede e Arabia Saudita a questo livello. Il Vaticano aveva sempre indicato l’Arabia Saudita come uno dei Paesi ove la libertà religiosa è meno rispettata.

Dello “storico incontro” sono trapelate poche notizie. La tivù Al-Jazeera ha affermato che si è parlato della “situazione della minoranza cristiana in Arabia Saudita, della necessità di una maggiore collaborazione interreligiosa e delle prospettive di pace in Medio Oriente”.

Sebbene rappresentino tra il 10 e il 15 per cento della popolazione, gli sciiti continuano a denunciare discriminazioni. Nella provincia orientale dove sono concentrati, nessun govenatore di provincia, sindaco o direttore di centri ministeriali è sciita, e solo 3 dei 59 membri dei consigli municipali nominati dal governo appartengono a questa comunità. Gli sciiti sono invece ben rappresentati tra i membri eletti dei consigli municipali, come nella città di al-Qatif. Ma sui 150 membri del Majlis al-Shura (Consiglio consultivo) solo 4 sono sciiti.

 Dopo l'approvazione contestuale della Costituzione nazionale provvisoria e della Costituzione del Sudan meridionale nel 2005, nella repubblica del Sudan vigono due sistemi diversi in materia di libertà religiosa: mentre nelle dieci regioni del sud, rette dal Governo del Sudan meridionale, la libertà religiosa in via di principio è garantita su un piano di parità ai cittadini di ogni appartenenza religiosa, nelle sedici regioni del nord tutti i residenti sono sottoposti alla sharia, la legge coranica, nell'interpretazione che ne dà il National Congress Party, il principale partito musulmano del Governo di unità nazionale insediato a Khartoum. Essa prevede la pena di morte per il reato di apostasia (abbandono della fede islamica con o senza il passaggio ad un'altra fede), pene corporali che includono anche mutilazioni agli arti per alcuni reati, divieto di matrimonio con maschi non musulmani per le donne musulmane, divieto generalizzato del consumo di alcolici e altre norme ancora ispirate alla tradizione islamica. Di queste finora l’unica mai applicata è la pena di morte per apostasia, ma i musulmani convertiti ad altra religione diventano oggetto di ostracismo sociale o vengono puniti in base ad altre accuse e coloro che sono ritenuti causa della loro apostasia vengono anch’essi perseguitati. Di conseguenza le organizzazioni missionarie presenti nel nord del Sudan e le stesse Chiese sudanesi devono limitare il proprio raggio d’azione alle attività pastorali per i già cristiani e ai servizi sociali aperti a tutta la popolazione. Non esiste invece alcuna legge che limiti le conversioni all’islam.

Nel febbraio del 2007 il capo dello Stato, presidente Omar Hassan al-Bashir, ha istituito la Commissione per i diritti dei residenti non musulmani nella capitale (Khartoum si trova nel nord sotto legislazione sciaraitica) prevista dall'Accordo di pace complessivo firmato a Nairobi con i ribelli dell'Spla/m e l'opposizione politica riunita nalla Nda (National Democratic Alliance) nel gennaio 2005. Suo oggetto sono i termini di applicazione della sharia nel nord ai non musulmani. La Commissione, formata da magistrati e dirigenti del ministero della Giustizia nominati dal capo dello Stato e da esponenti delle Chiese cristiane e dell’islam, alla fine dell’anno si era riunita una sola volta e non aveva assunto alcuna decisione. Aveva però chiesto al presidente al-Bashir di liberare le donne cristiane incarcerate a Khartoum insieme ai loro bambini per aver venduto prodotti alcolici.

I soggetti religiosi non sono soggetti a restrizioni per quanto riguarda l’acquisto e la vendita di proprietà fondiarie, ma per edificare edifici di culto è necessario un apposito permesso statale. Tale disposizione non è in realtà applicata nel sud, mentre nel nord è applicata sporadicamente. Moschee in varie località del nord e centri di attività cristiani nei campi profughi attorno alla capitale sono stati costruiti senza richiedere i permessi di legge, ma solo gli edifici cristiani sono stati in parte abbattuti.

 L’evento politico che ha caratterizzato la storia recente è stata la morte per arresto cardiaco di Saparmurat Niyazov, padre padrone del Turkmenistan per 21 anni. Agli occhi della comunità internazionale Niyazov è tristemente noto per aver instaurato uno dei regimi di più grave violazione e repressione delle libertà civili e dei diritti individuali, con la soppressione di ogni opposizione politica e informazione indipendente e l’imposizione di un fortissimo culto per la personalità presidenziale. Il libro religioso da lui scritto, il Ruhnama, è divenuto testo obbligatorio in tutte le scuole, dall’asilo al liceo; ha cambiato i nomi dei mesi e delle settimane, decretando anche che il periodo della sua reggenza venisse definito «il secolo d'oro».

Alla sua morte, dopo che vari osservatori internazionali avevano paventato un possibile collasso del Paese, la situazione è stata invece caratterizzata da una calma sconcertante, con il vice Primo Ministro Kurbanguly Berdhymukhamedov che ha preso il controllo del Paese, ad interim prima, in via definitiva poi, dopo che elezioni – giudicate né libere né eque da osservatori occidentali (Asia News, 14 febbraio 2007) lo avevano consacrato presidente con l’89% dei voti. Berdhymukhamedov, ex dentista, varie volte ministro, era uno dei più antichi collaboratori di Niyazov, e aveva superato indenne i suoi frequenti rimpasti di governo.

La comunità cattolica in Turkmenistan è molto piccola, circa 64 battezzati, 50 catecumeni ed altrettanti simpatizzanti, su una popolazione di 5 milioni di abitanti. Tuttavia, padre Andrzej Madej, a capo della missione turkmena, ha dichiarato che le attività vanno avanti con entusiasmo e con forza, anche se i preti sono soltanto due e non ci sono chiese: le messe e le altre attività religiose si svolgono tutte in case private o presso la nunziatura di Ashgabad, in territorio diplomatico vaticano.

Il Santo sinodo della Chiesa ortodossa russa, tenutosi a Mosca il 12 ottobre 2007 ha deciso di separare la circoscrizione ecclesiastica del Turkmenistan dalla diocesi centro asiatica, con sede nella capitale uzbeka Tashkent e guidata dal metropolita Vladimir (Ikim) (Forum 18 News Service,19 ottobre 2007). Tale richiesta era già stata fatta con una lettera inviata nel 2005 dall’allora presidente Saparmurat Niyazov al patriarca Alessio II che aveva gentilmente declinato la proposta. 

Sebbene la Chiesa ortodossa russa sia una delle due religioni ufficialmente riconosciute, la sua vita non è certo senza difficoltà. 

Nel Paese è vietata e punita ogni attività dei gruppi religiosi non registrati, anche riunirsi per pregare.

La situazione dei gruppi religiosi, che aveva visto un lieve miglioramento nell’ultimo periodo del governo di Niyazov, è di nuovo divenuta difficile e tesa con l’avvento al potere del nuovo presidente Gurbanguly Berdhymukhamedov . Sono ricominciati i controlli e gli attacchi nei confronti delle minoranze religiose e i processi ai suoi membri.

Funzionari locali e forze di polizia continuano a minacciare membri di gruppi religiosi minoritari non registrati; d’altro canto la registrazione, quasi impossibile da ottenere, espone comunque le comunità religiose al rischio quasi peggiore di una totale intromissione e controllo delle autorità statali sulle loro attività.

Permane il divieto di uscita o di entrata nel Paese per molti esponenti attivi di comunità religiose e vari sono stati i provvedimenti di questo tipo disposti nel corso degli ultimi due anni.

Molto difficile è anche la situazione dei testimoni di Geova, soprattutto in assenza di una legge sull’obiezione di coscienza. Secondo quanto riferito dai testimoni di Geova, sono aumentate le pressioni sulle loro comunità dall’inizio del 2007, con raid nel corso dei loro incontri, materiale religioso bruciato, comminazione di sanzioni, perdita del posto di lavoro o impossibilità di trovarlo, per i membri del gruppo religioso. Nell’aprile 2007 varie incursioni da parte delle forze dell’ordine hanno interrotto, sia nella città di Turkmenabad che di Ashgabad, le celebrazioni del ricordo della Morte di Cristo, il più importante evento dell’anno per i testimoni di Geova: in entrambi casi, dopo la perquisizione degli appartamenti e il sequestro del materiale religioso, i membri della comunità - sia adulti che bambini - sono stati condotti alle locali stazioni di polizia per essere interrogati e sono poi stati costretti a firmare dichiarazioni scritte (Forum 18 News Service, 20 luglio 2007).

 Nello Yemen la Costituzione del 1991 dichiara l’islam religione di Stato. L’articolo 3 della Costituzione yemenita stabilisce che “la sharia islamica è la fonte di tutte le legislazioni”. L’apostasia è menzionata tra i hudud (le pene coraniche) all’articolo 12 del Codice penale del 1994 ed è punibile con la morte. Gli altri hudud sono ribellione, rapina, furto, adulterio, falsa accusa di adulterio e consumo di vino.

Vari articolo della stampa yemenita hanno affrontato in questo periodo la questione delle attività di proselitismo cristiano, definite “un'invasione” dello Yemen. In un reportage pubblicato da al-Haqiqa al-Dawliya il 27 agosto 2007, Majed al-Kahlani scrive che molti missionari si nascondono dietro l'etichetta umanitaria per svolgere la loro attività di proselitismo, sfruttando il bisogno economico dei giovani e la loro voglia di intrattenere rapporti con l'altro sesso. Al-Kahlani parla di 120 yemeniti convertiti al cristianesimo nella sola regione di Hadramaut e di un sito internet, “Yemen4Jesus”, creato dai neo-cristiani per diffondere le loro testimonianze.

In questo periodo è proseguita la ribellione nella provincia di Saada, nello Yemen nord-occidentale, che oppone al-Shabab al-Mumin (la Gioventù credente) guidati dal clan degli Houthi alle forze governative. Le fonti ufficiali registrano oltre 5mila uomini caduti solo nel 2007. I ribelli appartengono alla comunità sciita degli zaidi, da sempre spina nel fianco dell’esecutivo del presidente, Alì Abdullah Saleh, accusata di voler destabilizzare il paese per mantenere un controllo esclusivo sui territori del Nord.

Il governo ha disposto una nuova politica volta a contrastare l’attività dei gruppi estremistici islamici. È stata così decisa la chiusura di scuole e centri religiosi non autorizzati, il controllo sui sermoni degli imam radicali, il divieto di celebrare alcune feste, e la limitazione degli orari di apertura delle moschee. Nel fare un quadro dell’azione che il governo yemenita sta conducendo, lo Yemen Times rileva che sotto tiro sono alcuni gruppi sciiti con affiliazioni politiche, come il Partito al-Haq, chiusi perché non avevano i requisiti di legge. Dall'inizio del 2007 sono state chiuse 4.500 scuole e centri religiosi non autorizzati, sospettati di dare insegnamenti divergenti dai programmi educativi e di promuovere ideologie estremistiche.

I membri della piccola comunità ebraica, ormai ridotta a circa 500 fedeli, hanno diritto di voto ma non sono eleggibili. Le altre migliaia di ebrei yemeniti emigrati nei decenni scorsi in Israele possono visitare il Paese se provvisti di un passaporto non israeliano. Nel gennaio 2007 la piccola comunità di Saada (45 persone) è stata trasferita a Sanaa in seguito alle minacce ricevute da un seguace di al-Houthi.

  1. Paesi nei quali si verificano limitazioni legali alla Libertà Religiosa

 Nonostante i tentativi di riforma in atto nel Paese, in Afghanistan la situazione della libertà religiosa rimane ancora molto difficile. Sulla questione dei diritti umani il governo del presidente filo occidentale Hamid Karzai, ritenuto un musulmano moderato, è paralizzato tra le aspettative degli Stati Uniti e i loro alleati e quelle delle fazioni estremiste islamiche presenti nello stesso Parlamento. L’offensiva dei talebani non è solo militare - il 2007 è stato l’anno più sanguinoso dalla loro caduta nel 2001 - ma si attua anche sul piano politico e ideologico. A luglio 2006 il Consiglio afghano degli ulema ha chiesto al presidente di ripristinare il dipartimento della polizia religiosa, in uso sotto il regime degli “studenti coranici”. Karzai non ha rifiutato. Ha anzi promesso agli ulema di presentare la proposta in Parlamento suscitando la preoccupazione di attivisti per i diritti umani.

Tra il 2006 e il 2007 si sono verificati gravi episodi di violazione della libertà religiosa, che colpiscono anche la comunità musulmana di maggioranza. Fatti come la condanna capitale di un convertito al cristianesimo o le proteste sulle vignette danesi offensive di Maometto, hanno avuto una vasta e violenta eco a livello nazionale.

In un Paese per la totalità musulmano il proselitismo da parte delle altre religioni è culturalmente visto come contrario all’islam, ma non ci sono leggi che lo vietano. Stranieri scoperti a fare proselitismo vengono espulsi. La Costituzione del 2004 garantisce ai “credenti delle altre religioni la libertà di professare e praticare nei limiti previsti dalla legge”. L’art. 7 contiene l’impegno ad osservare la Dichiarazione universale dei diritti dell’Uomo. Allo stesso tempo, però, si definisce l’islam religione di Stato e viene stabilito che “nessuna legge può contraddire i fondamenti della sacra religione dell’islam” (art. 3). La sharia come fonte del diritto rende per lo più velleitario l’impegno del Paese a rispettare le libertà fondamentali dell’uomo ed erode ogni spazio di libertà religiosa. Presidente e vice presidente devono essere musulmani, anche se non è specificato se sunniti o sciiti.

Apostasia e blasfemia non sono regolamentate da leggi dello Stato e l’art. 130 della Costituzione prevede, in caso di vuoto legislativo su una materia, di attenersi alla giurisprudenza “Hanafi”, una scuola ortodossa di giurisprudenza sunnita, seguita nell’Asia centrale e del sud. La diffamazione dell'islam (blasfemia) o il suo rinnegamento (apostasia) non sono contenute nel codice penale e risultano quindi tra i reati perseguibili secondo la legge islamica, che a riguardo prevede la pena capitale. Le conversioni sono di fatto vietate e chi abbandona l’islam per abbracciare altre religioni è costretto a vivere di nascosto la propria fede.

I cristiani, senza alcuna distinzione tra le denominazioni, sono accusati di proselitismo per via dell’imprudente zelo di alcuni gruppi protestanti. Ne è esempio la drammatica vicenda di un gruppo di cristiani sudcoreani, rapito dai taleban  nella zona di Kandahar nell’estate del 2007. Il 19 luglio sull’autostrada che collega la città nel sud dell’Afghanistan a Kabul, un gruppo di guerriglieri talebani ha bloccato il bus su cui viaggiavano 23 coreani diretti alla capitale.

La libertà religiosa è ben lontana dall’essere un diritto anche per gli stessi musulmani, che rappresentano la stragrande maggioranza della popolazione. La blasfemia è un reato imputato a tutte le “voci fuori dal coro”. Nel novembre 2007  più di mille universitari hanno dimostrato a Jalalabad, est del Paese, chiedendo la pena capitale per Ghaws Zalmai, arrestato con accusa di blasfemia. L’uomo era colpevole di aver distribuito migliaia di copie di un Corano tradotto in dari (persiano), la cui versione non aveva però avuto approvazione dagli studiosi islamici. A febbraio 2006 le proteste mondiali dei musulmani contro la pubblicazione delle caricature di Maometto, ritenute “blasfeme” sono arrivate anche in Afghanistan, dove in due giorni sono morte otto persone nelle violenze scatenatesi.

A marzo 2007, Kabul ha annunciato l’istituzione delle prime scuole coraniche (madrassah) statali con nuovi curricula per gli studenti. Lo scopo è quello di contrastare la politica talebana, che fa dell’istruzione un’“arma del terrorismo”. Il progetto prevede almeno una madrassah governativa in ognuna delle 34 province del Paese. Il sistema delle nuove scuole coraniche è diretto a 50mila studenti; i curricula prevedono un 40% di materie religiose, 40% di cultura generale e 20% dell’insegnamento riguarderà l’informatica e le lingue straniere. In questo modo si auspica la formazione di ragazzi con più capacità tecniche e possibilità di impiego rispetto agli studenti delle scuole coraniche tradizionali, che di solito diventano essi stessi insegnati religiosi, mullah o talebani. Tutta l’attività di queste madrassah verrà supervisionata e monitorata dal ministero dell’Educazione, che intende incentivare anche le iscrizioni femminili.

In questi anni si sono registrati tuttavia anche segni positivi, di maggiore apertura e che fanno ben sperare. Per anni la piccola comunità cattolica è stata costituita solo da alcune suore di padre Charle de Foucauld e da 4 o 5 stranieri. Ora invece ci sono asiatici, africani, latino americani e qualche europeo. Dall’aprile 2006, quattro suore di Madre Teresa sono a Kabul e hanno aperto la loro casa dove ospitano i bambini più bisognosi raccolti dalla strada. Molti temevano che la loro presenza avrebbe creato problemi con gli integralisti islamici, ma fino ad ora hanno trovato solo l’apprezzamento della popolazione.

Un’altra presenza discreta e costante è quella delle Piccole Sorelle di Gesù, impegnate in campo medico e negli ospedali. Sono in Afghanistan da 46 anni e sono l’unica comunità cristiana rimasta anche sotto i talebani. Dal maggio 2007 il Jesuit Refugee Service (Jrs) ha aperto una seconda missione a Bamyan - nella poverissima regione dell’Hazarajat - dopo quella di Herat. Qui i gesuiti si dedicheranno all’insegnamento della lingua inglese e della biologia all’Università.

Infine esistono strutture della Caritas Internazionale, sostenute da Caritas italiana, americana, irlandese, olandese e tedesca.

in Algeria secondo la Costituzione adottata nel 1976 e revisionata nel 1996, «l'Islam è la religione dello Stato» (art. 2). Inoltre, «la libertà di coscienza e la libertà di opinione sono inviolabili” (art. 36). Da segnalare che in Algeria il reato di apostasia non esiste nell’ordinamento giuridico.  

In questo Paese di 30 milioni di abitanti, i cristiani sono molto poco numerosi: la Chiesa cattolica dichiara 4000 fedeli (il governo algerino ne conta 10.000); da parte loro, i protestanti sarebbero tra 3.000 e 20.000. La maggior parte di questi cristiani sono stranieri (europei, libanesi, studenti dell’Africa subsahariana, alcuni americani). Tuttavia, dagli anni ‘90, si assiste a un movimento di conversioni di algerini musulmani al cristianesimo, in particolare in Cabilia. La maggior parte di questi convertiti si fanno battezzare nelle comunità neo-protestanti di origine americana (battisti, metodisti, pentecostali, evangelici).

In questi due ultimi anni, la stampa, così come alcuni iman algerini o stranieri, hanno moltiplicato gli articoli e l’allarme contro ciò che chiamano l'«evangelizzazione» dell'Algeria. 

È in questo contesto che dallo Stato sono state prese diverse disposizioni miranti a restringere la libertà del culto cristiano. Il 28 febbraio 2006, il Presidente della Repubblica, Abdelaziz Bouteflika, ha firmato un'ordinanza che «fissa le condizioni e le regole dell'esercizio dei culti non musulmani». L'autorizzazione dei culti non musulmani è ora di competenza di una Commissione Nazionale dei Culti, presso il Ministero incaricato degli Affari Religiosi (art. 9). L'esercizio di questi culti è sottomesso alle seguenti condizioni: «L'assegnazione di un edificio all'esercizio del culto è sottomessa al parere preliminare della Commissione Nazionale dei Culti […], è vietata ogni attività nei luoghi destinati all'esercizio del culto che risulti contraria alla loro natura ed agli obiettivi per cui sono stati destinati» (art. 5). «L'esercizio collettivo del culto è organizzato dalle associazioni a carattere religioso, la cui creazione, approvazione e funzionamento sono sottomessi alle disposizioni della presente ordinanza e della legislazione in vigore» (art. 6). Esso potrà aver luogo «esclusivamente negli edifici destinati a questo fine» (art. 7).

  Sebbene permangano alcuni ostacoli di tipo amministrativo che talvolta danno luogo a vere e proprie forme di repressione, in Azerbaijan la libertà di coscienza è un diritto sufficientemente tutelato.

Da tempo il parlamento azero sta lavorando per predisporre una nuova legge sulla libertà di coscienza. Interrogato sulle ragioni che stanno alla base della revisione di tale normativa, Agil Hajiev, portavoce della Commissione statale incaricata dei rapporti con le organizzazioni religiose, ha dichiarato, ripreso da «Forum 18 News Service» del 14 agosto 2006: «La legge è restata in vigore immodificata per oltre nove anni. Adesso lavoriamo per una legge migliore, in grado di difendere in modo più adeguato la libertà di coscienza». Nonostante il dichiarato proposito sia quello di conformare la legislatura vigente alle necessità emerse negli ultimi anni e combattere l’insorgere dell’estremismo religioso, in molti rimangono scettici sul fatto che tale legge possa realmente migliorare la situazione della libertà religiosa nel Paese.

La piccola comunità cattolica, 130 fedeli cui si aggiungono altri 120 stranieri che lavorano nel Paese, opera senza difficoltà, mantenendo buone relazioni interreligiose. In occasione della visita del Segretario per i rapporti con gli Stati, mons. Lajolo, lo Sceicco capo della comunità islamica del Caucaso ha voluto offrire una cena in suo onore, invitando circa 200 personalità del mondo politico, accademico, economico, culturale e religioso, come informa «L’Osservatore Romano» del 25 maggio 2006.

Il 29 aprile 2007 la comunità cattolica ha consacrato l’unica chiesa esistente nel Paese, costruita grazie al sostegno della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli e di molti benefattori, tra cui – informa un’agenzia di «Fides» del 3 maggio 2007 – lo stesso sceicco, il vescovo ortodosso di Baku e il capo della comunità ebraica.

L’Azerbaijan si trova a fronteggiare una situazione caratterizzata da un rinvigorito interesse, soprattutto da parte delle giovani generazioni, verso la religione, in particolare quella islamica anche nelle sue versioni più estreme provenienti dall’estero. Varie sono le motivazioni che possono spiegare il rinato interesse verso la religione musulmana, come evidenziato in un editoriale pubblicato su «Radio Free Europe / Radio Liberty» del 10 agosto 2007: innanzitutto il vuoto ideologico lasciato dalla caduta del regime sovietico, l’assenza nel Paese di una tradizione di istruzione islamica centralizzata, la mancanza di una reale forza di opposizione politica, la forte disparità esistente nella distribuzione della ricchezza del Paese, l’alto grado di corruzione degli organi di potere e le difficoltà economiche vissute da gran parte della popolazione.

 Nella Costituzione del Bahrein è stabilito che la religione di Stato è l’islam e la shari’a fonte del diritto. Sebbene sia riconosciuta una certa libertà di religione ai non musulmani, il proselitismo è scoraggiato, gli scritti anti-islamici sono proibiti, la conversione dall’islam ad altre religioni, sebbene non punita dalla legge, è resa molto difficile dalle discriminazioni sociali. Lo Stato esercita uno stretto controllo anche sulle attività di culto delle comunità islamiche - sciita e sunnita - presenti nel Paese. Pur essendovi una maggioranza sciita, il potere politico è saldamente nelle mani di una famiglia sunnita.

Alla fine di dicembre 2007 si sono verificati incidenti tra manifestanti sciiti e forze dell'ordine nel corso dei quali sono stati usati gas lacrimogeni e proiettili di gomma. In un comunicato del Centro per i diritti umani del Bahrein si afferma che “'39 persone sono state arrestate e che un'altra decina di persone sono rimaste ferite negli scontri”'. Il ministero dell'Interno, in un comunicato citato dall'agenzia ufficiale Bna, ha comunque smentito che gli arresti abbiano motivazioni politiche affermando che le persone fermate sono sospettate di furto di armi e di un'auto della polizia. La manifestazione era stata organizzata da attivisti sciiti per chiedere indennizzi per le vittime delle violazioni dei diritti dell'Uomo negli anni '80-'90. La principale componente dell'opposizione sciita, l'Associazione di intesa nazionale islamica, ha chiesto al ministero dell'Interno in un comunicato “di porre fine immediatamente a questi fatti illegali e inumani e di liberare immediatamente le persone detenute”'.

 La Costituzione del Bangladesh all’articolo 2 dichiara l’islam religione di Stato, ma proclama libertà di culto alle altre religioni. Stabilisce anche che ogni comunità e denominazione religiosa ha il diritto di istituire e mantenere in autonomia le sue istituzioni. Almeno pubblicamente il governo è impegnato a garantire libertà religiosa, ma attacchi alle minoranze come gli ahmadi continuano a verificarsi. Le autorità e le forze dell’ordine spesso falliscono nel compito di far rispettare le leggi e soccorrono con troppo ritardo le vittime di aggressioni di matrice confessionale.

Non si registrano cambiamenti per quanto riguarda lo stato della libertà religiosa nel Paese. Nel 2006 è continuata la pressione dei fondamentalisti sul potere centrale operata in diversi settori del vivere civile.

La crescita del fondamentalismo islamico, nell’indifferenza della comunità internazionale, rimane ancora tra le minacce maggiori alla piena libertà religiosa nel Paese.

Durante i mesi precedenti a quelle che dovevano essere le elezioni generali di gennaio 2007, nell’intento di guadagnare consensi, il governo si è mostrato ancora più propenso a cedere alle pressioni dell'estremismo islamico. Nell’agosto 2006 l'alleanza politica guidata dal Bangladesh Nationalist Party (BNP) dell’allora primo ministro Khaleda Zia, ha deciso di parificare le madrassah (scuole coraniche) Qawami: il diploma MA (studi islamici/letteratura araba) ha così lo stesso valore di quello 'Dawra', rilasciato appunto dalle madrassah Qawami. A quanto riferito dalla stessa premier, il passo finale dovrà essere il riconoscimento di laurea universitaria per il diploma 'Fazil' e di master per quello 'Kamil' delle madrassah Alia. Da tempo i radicali islamici chiedevano il riconoscimento ufficiale delle antiche scuole conosciute come Qawami, ma che secondo le agenzie di intelligence sono usate per reclutare e addestrare le nuove leve dell'estremismo e del terrorismo.

Continua la pressione dei fondamentalisti sul potere centrale in diversi settori del vivere civile, come quello dell'istruzione. La tendenza nasconde risvolti pericolosi. Secondo analisti locali, le Qawami esigono il riconoscimento legale, ma rifiutano qualsiasi controllo amministrativo e sui curricula impartiti agli studenti. Il governo di fatto dà carta bianca a queste scuole, perché insegnino quello che vogliono e come vogliono e poi sfornino laureati esattamente come quelli delle scuole statali o delle università private, che invece sottostanno ai controlli governativi.

Il provvedimento va nella direzione opposta a quella suggerita dagli esperti di sicurezza, che dopo la serie di bombe coordinate esplose in tutto Bangladesh il 17 agosto 2005, chiedevano un maggiore controllo delle attività e dei fondi delle madrassah Qawami.   

La Costituzione garantisce il diritto di professare e diffondere liberamente ogni religione, ma il proselitismo è fortemente scoraggiato. I missionari stranieri possono lavorare, ma spesso devono affrontare ritardi di molti mesi nell’ottenere o rinnovare i loro visti. Alcuni raccontano che le forze di sicurezza interna controllano i loro movimenti molto da vicino.

L’instabilità politica e sociale e la progressiva islamizzazione hanno continuato ad alimentare la persecuzione della minoranza ahmadi. Gli estremisti vogliono il totale sradicamento della comunità ritenuta “eretica”, perché non riconosce Maometto come ultimo Profeta. Spesso gli estremisti non aspettano iniziative ufficiali e provvedono da soli all’emarginazione di questa minoranza.

 La legge sulla libertà religiosa del 2002 in Bielorussia assicura alla Chiesa ortodossa russa il ruolo di religione ufficiale del paese, riconosce il «ruolo spirituale, culturale e storico della Chiesa cattolica nel territorio della Bielorussia», e «l’inalienabilità dalla storia della nazione della Chiesa luterana». Vengono riconosciuti anche «l’ebraismo ortodosso» e l’islam sunnita. Questa legge è tuttavia criticata per le restrizioni e i controlli applicati, contraddittori rispetto alla libertà religiosa prevista dalla Costituzione: in particolare, le riunioni di preghiera in case private vengono ritenute illegali, è possibile riunirsi per compiere atti di culto solo al termine di una complessa procedura di registrazione, e le comunità religiose devono sottostare a restrizioni rispetto alla possibilità di praticare atti di culto. Lo Stato si dichiara in dovere di difendere la Chiesa ortodossa dalle sette, considerate pericolose e severamente punite.

Nel marzo 2006 le elezioni presidenziali nel Paese hanno confermato l’elezione di Aleksandr Lukašenko, con oltre l’82% dei consensi. Lukašenko, al potere dal 1994, ha concentrato nelle sue mani tutto il potere grazie a una serie di riforme costituzionali e plebisciti, mantenendo un forte controllo su tutte le sfere della vita sociale della Bielorussia.

A Minsk i risultati delle elezioni, accusate di gravissime irregolarità, hanno suscitato massicce proteste e dimostrazioni (il 19 marzo in Piazza della Repubblica si sono radunate 30.000 persone al comizio del candidato unico dell’opposizione Aleksandr Milinkevič), represse il 25 marzo dalla polizia, che in quest’occasione ha fermato centinaia di manifestanti e arrestato alcuni leader dell’opposizione.

Se le autorità bielorusse svolgono un rigido controllo sull’attività religiosa, un atteggiamento di apertura nei confronti delle comunità religiose maggioritarie è parte integrante dello stile di Lukašenko, pragmatico e populista insieme, volto ad accrescere la propria popolarità e a raggiungere la coesione del paese

Resta invece notevole, fra le confessioni religiose, il malcontento per la legge sulla libertà religiosa, contro cui  sono state finora raccolte oltre 40.000 firme. Nella raccolta delle firme sono impegnati ortodossi, cattolici e protestanti. Gli organizzatori dell’iniziativa, che ha preso il via il 22 aprile 2007, sperano di raggiungere a breve termine le 50.000 firme necessarie – come previsto dalla Costituzione del 1994 – per far sì che la petizione venga presa in considerazione dalla Corte Costituzionale.

In Bielorussia attualmente sono registrate tutte e quattro le diocesi cattoliche. La Chiesa cattolica conta cinque vescovi, oltre 400 parrocchie, 381 sacerdoti (di cui la metà stranieri), e oltre 350 religiose. I suoi fedeli sono stimati 1.200.000, costituiscono cioè circa il 15% della popolazione.

La Chiesa ortodossa in Bielorussia, che costituisce un Esarcato del Patriarcato di Mosca, si trova in posizione privilegiata grazie alla legge del 2002. Possiede 1.265 parrocchie e rappresenta più del 70% della popolazione.

La Chiesa Evangelico-Luterana Indipendente è stata registrata il 14 dicembre 2006 («Forum 18 News Service», 17 dicembre 2006).

Fin dal 2003 il governo ha dichiarato illegale l’attività religiosa di tutte le comunità non registrate e ha preso rigide misure nei confronti delle organizzazioni cui era stata rifiutata la registrazione prevista dalla legge sulla libertà religiosa del 2002. Ogni tipo di iniziativa comune di preghiera o di attività ricreativa diviene in tal modo perseguibile a termini di legge.

Le comunità accusate di attività religiosa illegale vengono multate. Complessivamente, nell’arco del 2005-2006, pentecostali, comunità carismatiche della Nuova Vita e della Chiesa ortodossa russa all’estero hanno dovuto pagare una somma pari a circa 8.000 euro.

 La Chiesa  cattolica ha accolto il nuovo governo di Evo Morales con speranza e la sua opinione è stata espressa nel messaggio pastorale "Costruiamo una Bolivia per tutti". La Conferenza Episcopale Boliviana e i rappresentanti delle Chiese anglicana, evangelica, metodista e metodista episcopale hanno chiesto che nella nuova costituzione si contemplasse la libertà religiosa. Poco tempo dopo, Benecio Quispe, ministro dell’istruzione pubblica, firmava con i rappresentanti della Conferenza Episcopale Boliviana un documento in cui si garantiva l'insegnamento della religione nella scuola e il rispetto della libertà religiosa (Radio Giornale 18/7/2006). Tuttavia, c’è stato un conflitto nell'ambito educativo, quando il ministro dell’educazione e della cultura, Félix Patzi, ha annunciato che la materia ‘religione’ doveva essere sostituita con ‘storia delle religioni’, al fine di comprendere le credenze indigene. Inoltre, ha accusato la Chiesa di essere stata per cinque secoli al fianco dell'oligarchia dominante. La risposta dei vescovi è stata improntata al dialogo, sottolineando la necessità di vivere in un Stato di diritti.

 La Costituzione del 1959 dichiara l’islam salafita religione del Brunei. E’ riconosciuta la libertà di religione, ma le leggi impongono restrizioni alla pratica delle fedi diverse dall’islam salafita. Non è consentito fare proselitismo per le fedi non islamiche ed è vietata l’importazione di qualsiasi materiale religioso. Sulla stampa sono censurati articoli e immagini di altre fedi.

I gruppi religiosi non  salafiti devono registrarsi indicando i nomi di tutti i membri. La partecipazione a gruppi non registrati è punita anche con il carcere. Deve essere autorizzata ogni riunione pubblica di 5 o più persone, sia religiosa che di altro tipo. E’ proibito usare case private per incontri religiosi.

Sono ammesse le scuole cristiane ma non è ammesso insegnare il cristianesimo e per tutti gli studenti sono obbligatori corsi di religione islamica.

Non è permesso il matrimonio tra islamici e fedeli di altre religioni e il non islamico deve convertirsi per sposare la musulmana. Il musulmano che vuole cambiare fede deve ottenere un’autorizzazione pubblica e si trova ad affrontare pressioni sociali tali da renderlo in pratica assai difficile.

In genere il governo inibisce l’ingresso di religiosi esteri non islamici e non permette la costruzione o riparazione di edifici religiosi.

 La Costituzione delle Comoros riconosce la libertà di religione, ma il governo continua a limitare il diritto concreto. In particolare la legge punisce con il carcere e una multa qualsiasi attività di proselitismo per fedi non islamiche, mentre non risultano limitazioni alla celebrazione della liturgia in privato. Ci sono due chiese cattoliche e una protestante, ma possono frequentarle solo gli stranieri. Peraltro ci sono diffuse discriminazioni sociali contro i cristiani, praticamente ad ogni livello. L’accusa di “evangelizzazione di islamici” comporta con frequenza discriminazioni sociali, che possono giungere a minacce e persino all’espulsione dei singoli cristiani o di intere famiglie dalla scuola e dal villaggio. I cittadini convertiti sono trattati molto peggio dei cristiani stranieri e se praticano la loro fede in pubblico possono essere imprigionati. Gli stranieri sono invece espulsi. I gruppi religiosi non hanno bisogno di autorizzazione pubblica, ma per quelli non islamici può essere considerato proselitismo ogni pratica pubblica della loro fede.

Il Corano viene insegnato e spiegato nelle scuole pubbliche sin dall’età di quattro anni, ma la materia non è obbligatoria per i bambini di altre fedi. E’ proibita la distribuzione di letteratura religiosa, o di vestiti e simboli che richiamino fedi non islamiche

Nel maggio 2006 sono stati arrestati quattro uomini e una donna accusati di voler “convertire islamici” per avere organizzato un dibattito cristiano in un’abitazione privata nel villaggio di Ndruani. Sono stati denunciati dagli stessi residenti e condannati a 3 mesi di carcere, con pena sospesa per la sola donna. Infine sono stati tutti rilasciati il 6 luglio 2006 a seguito dell’amnistia decretata dal presidente Ahmed Abdallah Sambi per l’Anniversario dell’Indipendenza.

 L’islam è religione di Stato del Gibuti ma la Costituzione riconosce la libertà di professare qualsiasi fede. Comunque il proselitismo di fedi non islamiche è scoraggiato, anche se non proibito. Tutte le organizzazioni religiose devono registrarsi ogni due anni e dichiarare in modo dettagliato le finalità delle loro attività. Nelle scuole pubbliche non è insegnata la religione.

In materia di diritto di famiglia ed ereditario il tribunale islamico è stato sostituito dal tribunale della famiglia, che applica il Codice familiare, un misto di principi civili e della legge islamica. Questo giudice ha competenza solo sugli islamici, mentre le altre persone sono giudicate da tribunali civili. Le donne musulmane non possono sposare un non islamico.

Il 28 ottobre 2007 è stato arrestato don Sandro De Petris, vicario generale della diocesi di Gibuti (l’intera diocesi ha tre sacerdoti, per 7mila fedeli), dapprima senza alcuna accusa precisa, poi accusato di pedofilia. Il vescovo mons. Giorgio Bertin si è subito dichiarato “completamente certo dell’innocenza di don Sandro” e ha ipotizzato che possa avere “dato fastidio a qualcuno” (Fides). Anche perché – ha aggiunto – “chi accusa don Sandro è Port ouvert, organizzazione che nel 1995 fece lo stesso con il giudice francese Borrel” (questi aveva scoperto fatti di corruzione, riciclaggio e traffico d’armi; fu trovato morto a Gibuti e il caso fu archiviato come suicidio; ma l’Elisio ha poi riaperto il caso e parla di omicidio). 

 Tra i paesi del vicino Oriente, l'Egitto è quello che conta il più grande numero di cristiani. In grande maggioranza appartengono alla Chiesa copto-ortodossa, gli altri fanno parte delle comunità ultra-minoritarie: copto-cattolica, armena, greco-ortodossa, greco-cattolica, caldea, maronita e latina. Secondo i registri dei battesimi della Chiesa copto-ortodossa, i fedeli di questo rito sarebbero 12 milioni, ovvero il 17% di una popolazione totale di 73 milioni di abitanti. Il governo, tuttavia, minimizza queste cifre, valutando la proporzione dei copti al 2-3%. Una percentuale del 10% è generalmente ritenuta corretta.

In linea di principio, gli egiziani cristiani godono di una situazione equivalente a quella dei loro compatrioti musulmani. Una discriminazione implicita è tuttavia prevista in base alla Costituzione del 1971, emendata nel 1980, attualmente in vigore. Questa, infatti, enuncia che «l'Islam è la religione di Stato, e la lingua ufficiale è l'arabo; i principi della legge islamica costituiscono la fonte principale della legislazione» (art. 2). Lo stesso testo garantisce, tuttavia, l'uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge.

Nella realtà, le cose vanno diversamente, e questo si verifica già al livello delle istituzioni. All'epoca delle ultime elezioni legislative del 2005, per esempio, su 444 deputati, è stato eletto un solo copto. Il Presidente della Repubblica, Hosni Moubarak, a cui la legge attribuisce il diritto di nominare dieci deputati, ha scelto cinque copti, fra i quali un cattolico, ma il loro reale grado di rappresentatività è evidentemente poco attendibile. Normalmente, i cristiani possono presentarsi alle elezioni legislative, anche se nessuna quota è riservata loro nel parlamento, ma spesso si astengono dall’andare a votare (il loro tasso di partecipazione sarebbe del 12% in seno alla popolazione copta).

Bisogna aggiungere che la menzione della religione di appartenenza sulla carta d’identità, obbligatoria a partire dai 16 anni d’età, comporta delle discriminazioni nei loro confronti in numerosi campi. Così, i cristiani sono esclusi da certe funzioni o professioni: ministri in pieno esercizio, posizioni sensibili nell'esercito, presidi di facoltà, avvocati o medici in certe specialità. Rappresentano solamente l’1,5% dei funzionari. Anche nei villaggi del sud, dove vive il 90% dei cristiani, il sindaco non può essere un copto.

Per quanto riguarda il campo della giustizia, i cristiani non dispongono di propri tribunali. I responsabili di tutti i riti hanno elaborato in proposito delle regole comuni che servono di riferimento per i tribunali civili, i cui giudici possono essere musulmani. Queste regole, tuttavia, non devono contravvenire alle disposizioni della sharia. Per esempio, le donne cristiane, così come le musulmane, non possono ereditare su un piano di uguaglianza rispetto ai loro fratelli, perché il Corano non prevede l'uguaglianza in questo campo (4, 11).

I cristiani si trovano anche ad affrontare degli ostacoli nell'esercizio del culto. L'autorizzazione di costruire chiese è molto difficile da ottenere, il che non avviene nel caso delle moschee. Non è raro che, quando dei musulmani apprendono che una domanda di autorizzazione di costruire una chiesa è stata depositata, si affrettino a costruire una moschea vicino al cantiere previsto, il che rende a quel punto impossibile l'edificazione di una chiesa. Capita che i musulmani ricorrano alla violenza per impedire ai cristiani di disporre di luoghi di culto appropriati.

Un altro problema doloroso è quello del cambiamento di religione. Ogni anno, parecchie migliaia di copti diventerebbero musulmani per sfuggire alla loro condizione di inferiorità, o per sposare una musulmana, dal momento che il Corano vieta a queste ultime di sposarsi con un ebreo o con un cristiano (2, 221). Alcuni cristiani cederebbero anche all’offerta della concessione di un premio per acquistare la propria «conversione». 

 Da alcuni anni il governo eritreo opera una sistematica persecuzione contro ogni professione di fede, al punto che dal 2004 il Dipartimento di Stato Usa ha inserito l’Eritrea tra i “Paesi di particolare preoccupazione” per la libertà religiosa, dizione riservata agli Stati più violenti contro questo diritto.

In un decreto del 2002 il governo ha formalmente riconosciuto solo l’Islam, la Chiesa copta ortodossa, la Chiesa cattolica e quella evangelica affiliata alla Federazione mondiale luterana, A queste denominazioni  appartengono circa il 90% degli abitanti, gli altri gruppi devono registrarsi. Il governo richiede che questi 4 gruppi dichiarino tutte le risorse finanziarie, come pure le proprietà. Per chi non è registrato è vietata ogni attività.

Dal 2002 è iniziata una sistematica persecuzione contro qualsiasi attività religiosa non autorizzata, anche in luoghi privati, soprattutto contro le minoranze cristiane e i gruppi musulmani fondamentalisti.

Varie fonti indicano che ci sono non meno di 2mila detenuti per ragioni religiose (secondo Compass Direct per il 95% sono cristiani, soprattutto di gruppi evangelici non riconosciuti), arrestati a partire dal maggio 2002 per la loro fede, detenuti per mesi e anni senza accuse formali e senza processo (nonostante la legge proibisca detenzioni superiori a trenta giorni senza che sia contestata l’accusa), spesso in carceri militari, con condizioni di vita molto dure e senza assistenza medica.

La repressione è peggiorata dopo che il presidente dello Stato, Isaias Afewerki, il 5 marzo 2004 ha dichiarato che il governo non avrebbe più tollerato movimenti religiosi che contribuissero ad “allontanare [i cittadini] dalla unità del popolo eritreo e distorcere il vero significato della religione”.

Lo stato di emergenza, in vigore da anni, consente provvedimenti particolarmente restrittivi. A partire dal 2005, inoltre, sono diventati frequenti gli interventi della polizia, gli arresti e le ingerenze del governo anche nei confronti delle quattro fedi ufficialmente riconosciute.

I gruppi religiosi non possono pubblicare periodici, nemmeno di contenuto religioso, e devono essere autorizzati per stampare e distribuire qualsiasi documento.

Il 16 agosto 2007 le autorità hanno ordinato alla Chiesa cattolica di cedere al ministero per il Benessere sociale e il lavoro tutte le strutture sociali, quali scuole, cliniche, orfanotrofi e centri d’istruzione per le donne.

Il 16 novembre 2007 sono stati espulsi 11 missionari di diverse nazionalità, sia sacerdoti che suore, che non hanno avuto il rinnovo del visto di residenza.

Di estrema gravità sono le ingerenze del governo nella chiesa Ortodossa. Il 40% circa degli eritrei si considera copto ortodosso per nascita. Nell’agosto 2005 il governo, in aperta violazione delle leggi interne della chiesa, ha deposto il patriarca ortodosso Abune Antonios, dopo che aveva protestato contro l’arresto di tre sacerdoti, detenuti senza accusa. Il governo ha quindi nominato come amministratore reggente l’avvocato Yeftehe Dimetros (nonostante la legge della Chiesa ortodossa eritrea preveda per quella posizione un vescovo nominato dal patriarca).

Agli arresti domiciliari, per tutto il 2006 e il 2007 ad Antonios sarebbe stato addirittura impedito di ricevere la comunione. Il 20 gennaio 2007 gli sono stati portati via con la forza gli abiti e le insegne da patriarca, come denunciato da un gruppo di monaci sul sito web asmarino.com. In seguito è stato trasferito in località ignota e mancano sicure notizie, mentre fonti ufficiali negano che l’anziano presule ultraottantenne sia agli arresti e lo dicono volontariamente ritirato in un convento.

La situazione più grave è quella dei gruppi cristiani non riconosciuti.

Il gruppo Open Doors e l’agenzia Compass Direct News riportano che almeno 4 cristiani sono morti negli ultimi due anni per le torture subite in carcere per costringerli ad abiurare. Il 5 settembre 2007 è morta Nigsti Haile, 33 anni, presso il Centro di addestramento militare di Wi’a. Membro della pentecostale Chiesa Rema, era stata arrestata 18 mesi prima insieme ad altre 9 donne presso una chiesa di Keren.

Numerosissimi gli episodi di violenze e arresti contro gruppi cristiani non  riconosciuti.

Non minore è l’ingerenza del governo nelle questioni religiose interne degli islamici, che sono quasi la metà della popolazione. Da oltre 10 anni il governo ha arbitrariamente nominato Sheikh Al-Amin Osman Al-Amin quale massima autorità islamica del Paese.

Le proteste dei fedeli non si sono placate, anche per la sistematica confisca delle proprietà religiose. Il governo risponde a critiche e proteste con decine di arresti, spesso giustificati da presunti legami con gruppi islamici sovversivi.

I Testimoni di Geova sono arrestati soprattutto per il loro rifiuto di prestare il servizio militare, che nel Paese è obbligatorio sia per gli uomini che per le donne, e trattati con particolare durezza. E’ in vigore un decreto presidenziale per il quale costoro, rifiutando di prestare il servizio militare e di votare alle elezioni, “hanno rinunciato alla loro nazionalità”. 

 La Costituzione greca stabilisce all’articolo 3 che la Chiesa greco-ortodossa è la confessione religiosa prevalente nel Paese ma garantisce all’articolo 13 il diritto alla libertà religiosa per i cittadini di confessioni diverse. Tuttavia i gruppi non ortodossi spesso incontrano ostacoli di natura amministrativa o legale alla pratica religiosa.

Miglioramenti sono stati registrati nel corso del 2007 per quanto riguarda la situazione della libertà religiosa per i gruppi non cristiano-ortodossi. Il governo ha infatti approvato nel mese di giugno un emendamento a una legge già esistente, abolendo la prassi di richiedere il permesso ai vescovi greco-ortodossi locali per istituire luoghi di culto da parte di confessioni religiose diverse.

Non ci sono stati invece progressi nell’annosa controversia fra governo e comunità ebraica di Tessalonica per la restituzione del cimitero espropriato nel 1944 per costruire sulla sua area l’università pubblica Aristotele.

La rivista cattolica Il Regno (n. 6/2006) dà notizia del Sinodo greco-ortodosso tenutosi in novembre per promuovere una immagine più aggiornata della Chiesa ortodossa. Il clero di questa confessione cristiana è il più numeroso al mondo a contrarre matrimonio e ciò comporta una serie di importanti conseguenze a volte spinose, da problemi di residenza a esigenze di continue verifiche vocazionali.

Le spinte al rinnovamento non si sono però avute solo in tale senso.

L’agenzia New Anatolian del 14 luglio dà notizia della nuova condanna della Grecia da parte della Corte Europea dei Diritti Umani per aver violato il diritto di libertà religiosa di un leader musulmano di Iskece, nella Tracia occidentale, il muftì Mehmet Emin Agga, il quale non ha avuto il permesso di permanere nella sua carica dopo essere stato eletto dalla minoranza islamica della regione ed è stato processato per aver rifiutato di accettare il muftì designato dallo Stato.

Il Radiogiornale della Radio Vaticana del 30 ottobre informa delle parole rivolte da Papa Benedetto XVI ai vescovi cattolici greci in visita ad limina, con le quali li ha esortati a impegnarsi in una rinnovata pastorale di accoglienza per gli immigrati e nel dialogo costruttivo con gli ortodossi.

 L’Unione Indiana si è costituita come stato federale con la Costituzione del 1950. Attualmente è formata da 28 Stati che godono di notevole autonomia politica e amministrativa e da 7 Territori amministrati dal Governo Centrale.

Sebbene l’art. 25 della Costituzione garantisca la libertà di professare la religione scelta come pure di cambiare fede, in molti Stati sono in vigore leggi cosiddette “anticonversione”, che prevedono la reclusione anche fino a 3-5 anni e pesanti multe per chi opera “attività riconducibile alla conversione”. Secondo esperti legali queste norme sono di dubbia legittimità costituzionale, non potendo i singoli Stati adottare leggi in contrasto con la Costituzione Nazionale. Peraltro la legge è applicata soltanto a chi converte un indù ad altra fede. Mentre non vi rientrano, di fatto, le conversioni, in qualsiasi modo ottenute, da altra fede all’induismo.

Simili leggi erano già in vigore negli Stati di  Orissa, Madhya Pradesh, Chhattisgarh, Arunachal Pradesh, Gujarat e Tamil Nadu: in quest’ultimo Stato il decreto è stato annullato da un’ordinanza statale, che viene però ignorata in maniera deliberata dalle autorità locali.

Il 2006 e 2007 hanno visto l’approvazione di ulteriori leggi anticonversione, nonché, più in generale, un sostegno aperto e persino sistematico da parte di alcuni governi locali e altri poteri pubblici alle attività dei nazionalisti indù contrari alla libertà religiosa.

 Il 2007 è stato un anno drammatico per la libertà religiosa: appare grande il rischio che “l’identità dell’India come Stato secolare sia seriamente compromessa”, con un’involuzione verso un confessionalismo induista  dagli sviluppi imprevedibili.

L’emergenza è purtroppo ben descritta dalla vera caccia al cristiano scatenatasi nel Natale 2007 in alcuni distretti dell’orientale Stato dell’Orissa, con un bilancio da guerra civile. Decine di feriti e almeno 9 morti, 5 dei quali sono stati  assassinati il 27 dicembre quando un gruppo di integralisti indù ha attaccato le case dei cristiani nel villaggio di Barakhama, nel distretto di Kandhamal; 70 tra chiese e istituzioni sono state attaccate, distrutte o date alle fiamme; 600 case cristiane danneggiate o distrutte; 5mila persone colpite. Degli edifici di intere vie rimangono solo cenere e macerie. Durante le violenze anticristiane non c’è stato un intervento di polizia e altre autorità.

In tutta la regione le autorità sono intervenute in modo tardivo e insufficiente, suscitando critiche interne e internazionali. Osserva, ad esempio, Human Rights Watch già il 29.12.2007 che da anni gruppi indù estremisti, come il Vishwa Hindu Parishad (Vhp) e il Bajrang Dal (Bd),  conducono campagne di violenza contro i cristiani. Ma il governo non ha affrontato il problema ed era persino impreparato allo scoppio delle violenze, ha lasciato per più giorni la popolazione indifesa.

Negli Stati retti da forze politiche più “confessionali” indù le autorità, oltre ad approvare le leggi  anticonversione, perseguitano ogni manifestazione pubblica e sociale di altre fedi, ma soprattutto di cristiani.

Non è inferiore la violenza contro i fedeli di altre confessioni cristiane. 

 La Costituzione in Indonesia garantisce la libertà religiosa, ma negli ultimi anni questo diritto è di fatto sempre più minacciato da una intensa campagna di islamizzazione, portata avanti da movimenti e formazioni estremiste e contro le cui iniziative il governo stenta spesso ad intervenire. Le autorità tollerano la discriminazione e gli abusi di gruppi estremisti e di fanatici sulle minoranze e non si occupano di perseguire i responsabili. Aceh rimane l’unica provincia autorizzata ad applicare la sharia, ma tra il 2006 e il 2007 si è verificato un aumento delle leggi locali ispirate ai precetti islamici – sono almeno 46 finora, secondo la Indonesian Women’s Coalition, e in alcune zone le norme sono state estese anche ai non musulmani. Jakarta ha promesso di monitorare il fenomeno, salvo poi lasciare alle amministrazioni locali piena libertà.

La maggior parte della popolazione gode di libertà religiosa, ma il governo riconosce solo sei religioni: islam, cattolicesimo, protestantesimo, buddismo, induismo e - dal gennaio 2006 - il confucianesimo. Anche se riconosciute, le sei religioni devono rispettare leggi o norme ministeriali precise.

Dal 2005 si assiste ad un crescendo delle violenze fondamentaliste contro le cosiddette chiese domestiche illegali.

Dal 2004, in seguito all'entrata in vigore dell'autonomia regionale, decine di reggenze e municipalità hanno adottato leggi influenzate dalla sharia: alcune criminalizzano comportamenti proibiti dalla legge islamica come adulterio, prostituzione, gioco d'azzardo, alcolismo e restringono le libertà delle donne. Gruppi di minoranze, intellettuali musulmani e deputati di diversi partiti politici da tempo chiedono a Jakarta di cancellare tali normative, mettendo in guardia dalla "strisciante" islamizzazione dell'Indonesia, il Paese musulmano più popoloso al mondo. La legge anti-prostituzione adottata nel 2005 dalla reggenza di Tangerang ha sollevato forti proteste, dopo il caso di una donna accusata di prostituzione perché camminava da sola per strada di notte. In regioni come Sulawesi del sud e Aceh, leggi locali richiedono la conoscenza dell'arabo scritto per tutti i funzionari pubblici.

Dopo un lungo silenzio sulla questione, il ministero indonesiano della Giustizia e dei Diritti umani a metà novembre 2006 ha annunciato che avrebbe rivisto le ordinanze dei governi locali accusate di essere discriminatorie verso le minoranze e contrarie ai principi della Costituzione.   

Tra le minacce maggiori alla libertà religiosa vi è il terrorismo. Il 1 febbraio 2007 la polizia indonesiana ha arrestato i due uomini più ricercati della provincia di Sulawesi centrale, a capo di un gruppo di militanti islamici responsabile di attentati contro la comunità cristiana.

L'Indonesia è stata colpita negli ultimi anni da una serie di sanguinosi attentati rivendicati dalla JI, il braccio locale di al-Qaeda, che hanno colpito in prevalenza obiettivi "occidentali" come chiese ed ambasciate. Il presidente Susilo Bambang Yudhoyono è stato criticato con durezza nel corso del tempo per non aver mai parlato con chiarezza contro le violenze, che stanno spazzando via la tradizione di tolleranza religiosa e moderazione dell'Indonesia. Per questo ad ottobre 2006 ha chiesto a tutti i musulmani che vivono nel Paese "di rispettare la legge e non usare intimidazione o violenza". Gli Stati Uniti e diverse altre nazioni occidentali continuano a sostenere il governo locale, visto come una roccaforte di confine contro l'estremismo.

La JI ha tra le sue basi l’Indonesia e in particolare l’isola di Sulawesi. Qui predicatori e militanti reclutano i giovani terroristi, che si formano con istruttori addestrati in Afghanistan e nelle Filippine del sud. 

Potrebbe essere terroristica la matrice dell’omicidio del pastore protestante, reverendo Irianto Kongkoli, avvenuto il 16 ottobre 2006 a Palu, Sulawesi Centrali. Gli inquirenti ritengono responsabile del delitto un gruppo terrorista già sospettato delle decapitazioni delle tre giovani cristiane di Poso nel 2005 e legato alla rete della JI.  

 La nuova Costituzione dell’Iraq del 2005  proclama l'islam come «religione ufficiale» e stipula che «nessuna legge potrà essere approvata se è in contraddizione con la legge islamica» (art. 2.1a). Il testo enuncia anche che lo Stato difende i diritti di libertà e i diritti religiosi (artt. 2.1b e 2.2), e garantisce i diritti amministrativi, politici, culturali e all’istruzione alle differenti etnie irachene, fra cui gli assiro-caldei, citati esplicitamente (art. 125).

I cristiani non hanno svolto nessun ruolo nella redazione di questa nuova Costituzione, e invano hanno chiesto la soppressione o almeno la modifica dell'articolo 2.1a (30 Giorni n° 10-2005). La loro debolissima rappresentanza nel Parlamento eletto il 15 dicembre 2005 (3 seggi su 275) non permette loro di avere un peso nella votazione delle leggi. Peraltro, l’indicazione della confessione di appartenenza continua ad apparire sulle carte d’identità, il che rende i cristiani facilmente identificabili.

Tra i vantaggi che si sono prodotti come frutto della situazione che è seguito alla caduta del regime di Saddam Hussein (2003), si può segnalare che gli istituti per l’insegnamento, prima nazionalizzati, sono stati restituiti alle Chiese e ora vi si può insegnare il catechismo. Le Chiese dispongono anche di propri tribunali per tutto ciò che riguarda lo statuto personale.

Infine, per la prima volta nella storia dell'Iraq, i cristiani hanno potuto creare una decina di partiti confessionali. Questo però non basta a garantire la permanenza e la sicurezza dei cristiani in Iraq.

Le aggressioni islamiche sono aumentate dopo la proclamazione, a Bagdad e nelle regioni a maggioranza sunnita, nell'ottobre 2006, di uno «Stato islamico dell’Irak» per mano di un ramo iracheno di Al Qaïda, l’«Alleanza degli Imbalsamati», in reazione all'adozione da parte del Parlamento di una legge che dava vita a uno Stato federale (Le Monde, 17 ottobre 2006).

I patriarchi delle Chiese caldea e assira hanno lanciato un appello comune: «I cristiani sono vittime di ricatti, di sequestri e di trasferimenti forzati in numerose regioni dell'Iraq, in modo particolare in quelle sotto il controllo dello “Stato islamico dell'Iraq" […], mentre il governo resta in silenzio e non prende misure radicali per fermare questa espansione» (Reconquête, Parigi, n° 238, maggio 2007).

I cristiani iracheni soffrono dunque quotidianamente di violenze e di atti di intolleranza.

Il Kurdistan, provincia che gode di una grande autonomia e dove i cristiani sono presenti negli apparati statali (un ministro e cinque deputati nell'assemblea nazionale curda, che conta 111 membri eletti), ha accolto numerose famiglie cristiane, circa 100 000 persone, che erano fuggite da Bagdad e da Mossoul. Alcune di loro sono ritornate così nella provincia di origine, che avevano dovuto lasciare all'epoca della repressione dei curdi per opera del regime di Saddam Hussein. Non hanno però potuto riprendere possesso delle proprietà agricole che appartenevano loro e hanno dunque avuto molte difficoltà a trovare lavoro. Infine, a Bassora, metropoli del sud a maggioranza sciita, la pressione sui cristiani è talmente forte che l'Arcivescovo caldeo, Mons. Djibraïl Kassab, ha dovuto lasciare la città.

Bisogna segnalare anche che i cristiani si sentono minacciati dall'arrivo dei missionari neo-protestanti americani, che avevano cominciato a stabilirsi in Iraq durante l'embargo internazionale (1991-2003) sotto la copertura di organizzazioni umanitarie. A partire dall'invasione del 2003, si stanno diffondendo nel paese, affittando dovunque palazzi che trasformano in templi (cf. La Croix, 19 maggio 2006). 

La guerra civile che vede contrapposte milizie sciite e milizie sunnite ha provocato una grave condizione di insicurezza anche per quanto riguarda la vita religiosa delle due comunità. L’identificazione, tipica del mondo islamico, tra moventi religiosi e moventi politici rende estremamente difficile distinguere tra le motivazioni dei numerosi e sanguinosi attentati e attacchi a moschee, in occasione di cerimonie religiose, funerali, matrimoni.

Accanto ai cristiani, altre minoranze non musulmane sono vittime di persecuzioni e non beneficiano di alcuna protezione da parte delle autorità.

Una sorte paragonabile a questa è riservata agli Yezidi, la maggioranza dei quali è concentrata intorno a Mossoul e nel Kurdistan. Adepti di un sincretismo che mescola zoroastrismo, manicheismo, nestorianesimo e giudaismo, sono stati riconosciuti dalla Costituzione del 2005, che autorizza il loro culto. Gli yezidi dispongono peraltro di tre seggi nel parlamento nazionale e di due seggi nel parlamento autonomo curdo. Tuttavia, agli occhi dei musulmani sono dei pagani, dunque senza diritti. Dall'invasione americana del 2003, almeno 1 000 civili shabak (un ramo degli yezidi), sono stati uccisi dai sunniti nella regione di Mossoul e 4 000 di loro hanno dovuto fuggire dalle loro case.

 Gli abitanti della Terra Santa sono ripartiti tra due entità: da una parte Israele e dall’altra i territori che in linea di principio sono di competenza dell'Autorità palestinese (la Cisgiordania e la striscia di Gaza), istituiti nel 1994 in seguito agli Accordi di Oslo, firmati l'anno precedente. Tuttavia, dal giugno 2007, Gaza è sotto il controllo di Hamas (Movimento della Resistenza islamica), che si è impossessato di questo territorio al termine di una guerra che lo ha opposto a Al Fatah, il partito al quale appartiene il Presidente dell'Autorità palestinese, Mahmoud Abbas.

I cristiani della Terra Santa sono divisi in tre famiglie e tredici denominazioni. La famiglia «ortodossa» (nel senso della sua separazione rispetto a Roma), la più numerosa, comprende greci (popolazione araba, gerarchia greca), armeni, siriaci, copti, etiopi e russi. La famiglia cattolica è composta da latini, greco-melkiti (si tratta di arabi di rito bizantino), siriaci, armeni e maroniti. Infine, i protestanti presenti nel paese sono di obbedienza anglicana e luterana, collocati sotto l'autorità di un vescovado comune. Bisogna aggiungere i cristiani di espressione ebraica, apparsi più recentemente.

La situazione della libertà religiosa si presenta in modo differente tra Israele e i Territori palestinesi. Dal momento che lo Stato d'Israele non si è ancora dotato di una Costituzione, conviene fare riferimento alla Dichiarazione d’indipendenza del 1948 per ciò che riguarda la libertà religiosa. Secondo questo testo, «ogni comunità religiosa è libera, di diritto e di fatto, di praticare la propria religione, di celebrare le proprie festività, di amministrare i propri affari. Ogni comunità ha i propri tribunali religiosi, riconosciuti dalla legge, che hanno competenza per gli affari religiosi e per le questioni di statuto personale».

Il giudaismo, quindi, non è la religione di Stato in Israele. Le istituzioni pubbliche sono laiche e funzionano secondo i sistemi democratici occidentali.

Sul piano del culto, i cristiani sono tuttavia vittime di discriminazioni e di vessazioni. La domenica non è un giorno festivo in Israele, e uno studente cristiano può trovarsi a sostenere un esame il giorno di Pasqua. Capita anche che le violenze siano esercitate contro i cristiani da parte di estremisti ebrei.

La Chiesa greco-ortodossa (erede della sede patriarcale dell'epoca della Chiesa indivisa, la più antica in Terra Santa e anche la più importante numericamente), da parte sua, ha subito da parte di Israele diverse ingerenze nei suoi affari interni.

L’organizzazione e il funzionamento dell'autorità palestinese non dipendono da una Costituzione ma da una ‘Legge fondamentale’ promulgata nel 2002. Questa dichiara che l'islam è la religione ufficiale e che i principi della sharia, la legge islamica, sono le principali fonti della legislazione. Tuttavia, i cristiani dispongono delle proprie giurisdizioni per ciò che riguarda lo statuto personale. Peraltro, questa stessa Legge fondamentale riconosce la santità delle altre «religioni celesti», esorta al loro rispetto e garantisce la libertà di praticare i culti corrispondenti, nella misura in cui questa pratica non violi l'ordine pubblico o la morale pubblica. Nella pratica, questa libertà di culto è rispettata piuttosto bene nella società.

In Giordania l’islam è la religione di Stato (articolo 2 della Costituzione), ma sono proibite le discriminazioni fondate su motivi religiosi (articolo 6) ed è salvaguardato “l’esercizio di tutte le forme di culto e di riti purché siano in accordo con i costumi del Paese e tranne nei casi in cui ciò sia incompatibile con l’ordine pubblico e il decoro” (articolo 14). Ma la Costituzione stabilisce che nessuno “accede al trono se non è […] musulmano generato da una moglie legittima e di padre e di madre musulmani”. Il controllo governativo sulle istituzioni islamiche è gestito dal ministro per gli Affari religiosi, che nomina gli imam e sovvenziona le attività promosse dalle moschee.

Gli artt. 103-106 della Costituzione relegano ancora le questioni relative allo statuto personale dei musulmani all'esclusiva giurisdizione dei tribunali islamici che applicano la sharia secondo il rito hanafita.

La legge provvisoria n. 33 dell’anno 2002 (emendamento al codice penale) elenca nella sezione VI una serie di reati “contro la religione e la famiglia“, tra cui l’offesa dei profeti, la violazione del digiuno di ramadan, la distruzione o violazione di luoghi di culto, il disturbo arrecato a riunioni religiose, la profanazione dei cimiteri e l’offesa dei sentimenti religiosi altrui.

Nel giugno del 2006 il governo ha pubblicato sulla Gazzetta ufficiale dello Stato la Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo la quale riconosce all'art. 18 il diritto di “ogni persona alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione” e quella “di manifestare isolatamente o in comune, e sia in pubblico che in privato, la propria religione o il proprio credo, nell’insegnamento, nelle pratiche, nel culto e nell’osservanza dei riti”. La pubblicazione significa che la Dichiarazione diventa una fonte di legge accanto alla legge nazionale. 

Le organizzazioni religiose hanno diritto di stabilirsi e di mantenere scuole per  l'educazione dei propri fedeli, purché ottemperino alle disposizioni di legge e si sottopongano al controllo del governo sui programmi e gli scopi educativi.

La legge sui partiti politici non consente l’utilizzo di luoghi di culto per attività partitiche e ciò appare come un mezzo per prevenire che venga svolta propaganda politica nelle moschee da parte dei radicali. L’istruzione religiosa è obbligatoria per gli studenti musulmani nelle scuole pubbliche.

Sui 110 seggi del Parlamento, 9 sono riservati ai cristiani.

Il governo vieta le conversioni dall’islam come pure il proselitismo tra i musulmani. I musulmani che si convertono ad altre religioni lamentano discriminazioni sia sociali che da parte delle autorità, poiché il governo non riconosce legalmente tali conversioni e considera i convertiti ancora musulmani soggetti alla sharia, secondo la quale sono apostati e possono essere loro confiscate le proprietà e negati alcuni diritti.

I membri della piccola comunità drusa (20 mila fedeli in tutto) continuano a non godere di un riconoscimento ufficiale ma sono liberi di svolgere le loro funzioni religiose. La comunità baha'i subisce discriminazioni ufficiali e sociali.

 L’atteggiamento con cui le autorità statali in Kazakhstan si pongono nei confronti del diritto alla libertà religiosa presenta una forte ambiguità: energicamente difeso a parole, il diritto alla libera espressione religiosa viene però spesso vilipeso nei fatti.

Le autorità di governo in varie occasioni, soprattutto internazionali, si sono impegnate nei modi più solenni a diffondere nel mondo un‘immagine di tolleranza e di rispetto della libertà religiosa nel Paese, anche in considerazione dell’ambizione del Kazakhstan di essere designato alla presidenza dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE), traguardo che raggiungerà nel 2010, come informa «Voice of Freedom» del 3 gennaio 2008.

Nel 2006, il Kazakhstan ha ospitato il secondo Congresso dei leader religiosi mondiali che ha come scopo la promozione dell'armonia e del dialogo interreligioso. Intervenendo al Congresso, riferisce «Radio Free Europe / Radio Liberty» del 13 settembre 2006, il presidente Nazarbaev aveva addirittura proposto la creazione ad Astana di un centro internazionale per lo studio delle culture e delle religioni del mondo, centro che avrebbe dovuto favorire il dialogo tra le varie religioni e i leader politici mondiali.

Nonostante le incoraggianti dichiarazioni di intento governative, la situazione per i gruppi religiosi non è sempre rosea.

La legge sulla libertà di coscienza del 1992, equilibrata nella sua impostazione originale, è stata irrigidita da alcune modifiche apportate successivamente, in particolare dagli emendamenti «per la sicurezza nazionale e la lotta al terrorismo» approvati nel 2005, che, rendendo illegale l’attività religiosa di gruppi non registrati e introducendo nuovi vincoli per lo svolgimento dell’attività missionaria, hanno di fatto esposto i membri delle comunità religiose minori non registrate a varie forme di persecuzione, che si sono tradotte nella maggior parte dei casi in gravose sanzioni economiche.

Nel corso del 2007 avrebbe dovuto essere varata una nuova legge sulla libertà di coscienza, ma l’elezione di un nuovo Parlamento ne ha rallentato l’iter approvativo.

Intanto, sembra che altre limitazioni alla libertà religiosa possano essere introdotte anche da una legge per la lotta al terrorismo, predisposta dalla polizia segreta del KNB.

Il 17 dicembre 2006 – informa «Asia News» del 27 dicembre successivo - si è insediato mons. Janusz Kaleta, primo vescovo di Atyrau, circa 2mila km a ovest della capitale Astana. L’amministrazione apostolica  del Kazakistan è stata divisa in quattro giurisdizioni il 7 luglio 1999 da Papa Giovanni Paolo II, di cui Atyrau, come popolazione cattolica, è la più piccola. Il Kazakistan conta circa 300mila fedeli.

Nonostante il clima di tolleranza ed equilibrio che le massime autorità si propongono di instaurare nel Paese, alcuni gruppi religiosi continuano a soffrire persecuzioni.

Le maggiori difficoltà sono state incontrate dai gruppi protestanti aderenti al Consiglio delle chiese battiste, che conta più di cento congregazioni in Kazakhstan e che rifiuta per ragioni di principio la registrazione statale.

In Kuwait la Costituzione proclama l’islam come religione di Stato e la sharia come “fonte principale della legislazione” (articolo 2). La Costituzione del 1962 sancisce anche l’assenza di discriminazioni. L'art. 29 afferma che “tutti gli uomini sono uguali in dignità umana e nei diritti e doveri pubblici di fronte alla legge, senza distinzione di razza, origine, lingua o religione”, mentre l'art. 35 proclama che “la libertà di coscienza è assoluta. Lo Stato protegge lo svolgimento delle funzioni religiose secondo le usanze vigenti, a condizione che esse non intacchino l’ordine pubblico o si contrappongano al buon costume”. Si sono tuttavia registrate negli ultimi anni conferme e smentite a proposito del grado di tolleranza effettivo, dato che il governo pone comunque delle limitazioni all’esercizio di questi diritti, in particolare ai fedeli delle religioni non monoteistiche. Il codice penale prevede la pena di morte per l’apostata agli articoli 96 e 167-172, cosa che ha suscitato sulla stampa araba diverse polemiche, in quanto alcuni cittadini si erano proclamati cristiani.

Sono riconosciute, anche se in modo del tutto informale, sette Chiese cristiane, di cui tre — la Chiesa cattolica, quella anglicana e la Chiesa evangelica nazionale del Kuwait — godono di uno status privilegiato rispetto alle altre quattro, che hanno comunque il permesso di operare nel territorio. Negli altri casi vige una certa tolleranza anche nei confronti di denominazioni minori. Vale per tutti comunque il divieto di svolgere attività missionaria tra i musulmani, così come nelle scuole non è permesso l’insegnamento di religioni diverse dall’islam. È proibita la formazione di clero e di religiosi all’interno del Paese e anche la diffusione di materiale religioso.

Negli ultimi anni si è assistito a un miglioramento della situazione della minoranza sciita. Il governo ha autorizzato la costruzione di nuove moschee. La costruzione di nuovi luoghi di culto era la principale richiesta degli sciiti che lamentavano la presenza nell’emirato di sole 30 moschee sciite contro 1300 sunnite.

 Agli articoli 16 e 19 la Costituzione macedone del 1991 garantisce il diritto alla libertà religiosa, che viene generalmente rispettato. Le relazioni fra le diverse confessioni religiose sono amichevoli, nonostante l’esistenza di una lunga disputa fra la Chiesa ortodossa serba e quella macedone, che si è intensificata negli ultimi anni dopo che la Chiesa serba ha rifiutato di riconoscere l’indipendenza di quella macedone, e le tensioni tra la maggioranza Ortodossa e la minoranza cattolica e greco-cattolica.

Continuano a essere applicate da parte della Chiesa ortodossa serba restrizioni — peraltro previste dalla legge sulle comunità e sui gruppi religiosi — nei confronti della Chiesa Ortodossa Autocefala di Macedonia con sede a Ocrida (Ohrid). Già nel 2004 a questa chiesa è stata negata la registrazione prevista per tutti i gruppi religiosi. Zoran Vraniskovski, riconosciuto in quell’anno come arcivescovo (Jovan) della comunità ortodossa serba in Macedonia e metropolita di Skopje, è stato condannato nel 2005 alla detenzione per incitamento all’odio religioso e razziale, pena poi sospesa nel marzo 2006. L’arcivescovo Jovan è considerato da molte organizzazioni per i diritti umani come un prigioniero per motivi religiosi.

I leader della comunità ebraica macedone non hanno riferito per il 2006 di nessuna aggressione fisica o verbale verso suoi membri.

Sono continuate le cause legali da parte di alcune comunità ebraiche — e non solo ebraiche — per ottenere la restituzione di proprietà loro espropriate dal governo comunista jugoslavo.

 In Malaysia in questi due anni si è assistito a casi sempre più eclatanti che provano la profonda contraddizione interna al sistema giuridico del Paese insieme ad un’applicazione sempre maggiore della legge islamica anche a casi che vedono coinvolti non musulmani. Di fatto esistono due sistemi giuridici: quello islamico - che regola ambiti come la famiglia, l’eredità e la proprietà per i musulmani - e quello costituzionale, che entrano spesso in conflitto, erodendo i reali spazi della libertà religiosa. Se la politica non chiarirà presto gli ambiti di competenza dei giudici religiosi e quelli civili, la preoccupazione più forte è che la sharia - in alcuni ambiti - andrà gradualmente imponendosi come legge di riferimento a scapito della Costituzione federale. Questa, ereditata dalla dominazione britannica, è molto confusa: garantisce piena libertà di religione, ma sottolinea che “nessuna persona può ricevere un’istruzione o prendere parte ad alcuna cerimonia o atto di culto di una religione che non sia la sua” e che “la religione di una persona sotto l’età di 18 anni deve essere decisa dai suoi parenti o custodi”. Chi abiura perde i propri diritti civili, se la sua conversione non è stata accettata dai consigli religiosi musulmani. In pratica ai musulmani non è permesso convertirsi a un’altra religione, perché l’apostasia è considerata uno dei più gravi peccati, punibile con la morte.

Da diversi decenni si assiste ad una progressiva islamizzazione attuata dal partito Umno (Organizzazione nazionale dei malay uniti), che guida la coalizione al potere. Questo tende a sostenere l’islam per favorire l’etnia malay. Per scoraggiare le conversioni molti Stati hanno adottato una legislazione di controlli e restrizioni che punisce chi “persuade, influenza o incita un musulmano a lasciare l’islam per un’altra religione”, con ammende fino a 10 mila ringgit (2,653 dollari). È, inoltre, prevista la prigione fino ad un anno di detenzione.

Il governo pone delle restrizioni all’applicazione degli articoli a favore della libertà religiosa, soprattutto nei confronti dei non musulmani. Assicura un supporto finanziario alle associazioni religiose islamiche, mentre per le comunità religiose non musulmane mette a disposizione fondi limitati. Ha l’autorità di concedere i permessi per la costruzione dei luoghi di culto per i non musulmani e talvolta le procedure per ottenere le autorizzazioni sono molto lente.

 In questi due anni la libertà religiosa e i diritti delle minoranze hanno infiammato l’opinione pubblica e sono stati al centro di proteste di piazza e del dibattito politico. A luglio 2006 il premier Abdullah ha chiesto di fermare la discussione sui rapporti tra le religioni nel Paese, perché causa di "tensioni in una società dove convivono fedi differenti" come quella malaysiana.

Il governo scoraggia, ma non proibisce, la distribuzione di materiale stampato o audiovisivo cristiano.

Per quanto riguarda la comunità indù alle restrizioni in campo religioso si sommano forti discriminazioni sociali. In Malaysia i malay dominano la vita politica; i cinesi sono molto influenti nell’economia, mentre gli indiani, per lo più indù, svolgono di solito i lavori più umili. Tra il 2006 e il 2007 gli indiani hanno iniziato a far sentire la loro voce con manifestazioni per chiedere parità di diritti e anche il rispetto della libertà religiosa.

 Nel novembre 2006 nella Repubblica islamica della Mauritania si sono svolte le prime elezioni legislative dopo il colpo di stato militare che il 3 agosto 2005 aveva rovesciato il presidente Taya. Le grandi novità di queste prime elezioni libere sono state una quota di candidature del 20 % riservata alle donne e il libero accesso ai candidati indipendenti, tra cui anche elementi islamici moderati. Il 24 giugno un referendum popolare aveva già votato il testo della nuova Costituzione che modificava in parte alcuni articoli di quella del 1991, tra cui la formula del giuramento del presidente.

Nonostante un decreto del 1981 vieti la schiavitù, all’interno del Paese molte persone liberate dalla schiavitù, continuano di fatto a subire discriminazioni di fronte alla legge, sul posto di lavoro, nella loro vita sociale perché precedentemente erano degli schiavi.

In materia di diritto di famiglia, la legge vigente è la Sharia.

La religione islamica è insegnata all’interno delle scuole sia pubbliche che private, a luglio 2003 una nuova legge ha sostanzialmente ristretto la libertà di espressione trasformando tutte le moschee in istituzioni pubbliche sottoposte al controllo del ministro incaricato del culto islamico.

La Bibbia non può essere stampata né venduta, tuttavia il suo possesso non è ufficialmente punito dalla legge. Nessun gruppo religioso, differente dall’Islam, è stato a tutt’oggi riconosciuto ufficialmente.

 In Messico la vittoria per una manciata di voti di Jesús Calderón contro il populista di sinistra Manuel López Obrador ha dato origine a forti scontri politici. L'episcopato messicano, durante la campagna elettorale, si è pronunciato per il riconoscimento della libertà religiosa per tutte le confessioni, e per la necessità di promuovere i mezzi necessari per l'insegnamento della religione nella scuola pubblica. I vescovi hanno sottolineato la necessità di promuovere la riconciliazione e il rispetto per l'avversario e di evitare la comparsa di germi di violenza.

 Secondo la Costituzione marocchina, «l'Islam è la religione di stato che garantisce a tutti il libero esercizio dei culti» (art. 6). Davanti all'ambiguità di questa formulazione, che lascia nel vago la libertà di scegliere la propria religione, tutto è una questione di interpretazione. Quest’ultima è di competenza del re, nella sua qualità di «Guida dei credenti», con l’incarico di vegliare sul rispetto dell'Islam. Nel 1962, il re Hassan II aveva offerto la sua interpretazione di questo articolo, affermando che il culto ebraico e il culto cristiano possono essere esercitati in tutta libertà, perché sono religioni ammesse dall'Islam. Questo, però, precisava, non significa che i musulmani siano liberi di cambiare religione passando a qualsiasi altro culto. Il codice penale non prevede alcuna sanzione per apostasia volontaria e liberamente scelta, che non è dunque considerata come un reato.

Tuttavia, lo stesso Codice punisce il proselitismo, fatto salvo quello a favore dell’Islam. Prevede, all’articolo 220, il carcere da sei mesi a tre anni e una multa da 100 a 500 dirham per chiunque tenti di far vacillare la fede di un musulmano o di convertirlo ad un'altra religione.

Oltre ai musulmani, solo gli ebrei autoctoni, che attualmente non sono più di 4.000 - mentre erano circa 200.000 alla vigilia dell'indipendenza (1956) - sono considerati come cittadini marocchini a tutti gli effetti, a causa della loro presenza plurisecolare nel regno.

Quanto ai cristiani, il loro numero attuale è stimato a circa 50 000 su 30 milioni di abitanti; la maggior parte sono cattolici stranieri, ma ci sono anche neoprotestanti, soprattutto evangelici, tra i marocchini convertiti.

La Chiesa cattolica gode di un riconoscimento ufficiale sulla base di una lettera patente che il Re Hassan II inviò a Papa Giovanni Paolo II il 30 dicembre 1983. Può così esercitare pubblicamente e liberamente le sue attività pastorali e possedere dei beni per le sue opere nel campo dell’educazione. 

In Marocco è presente anche una piccola comunità hindu straniera che ha il diritto di praticare cremazioni e di organizzare funzioni religiose.

 La Costituzione del Nepal promulgata il 15 gennaio 2007 prevede la libertà religiosa, ma vieta in modo esplicito il diritto di svolgere attività di apostolato che è punita con multe, carcere o –per gli stranieri- l’espulsione. Sono però ammesse le conversioni personali.

Gli ultimi  due anni hanno visto grandi cambiamenti, con il ritorno alla democrazia, l’armistizio tra il governo e i ribelli maoisti che si sono uniti al governo provvisorio, la proclamazione dello Stato come laico e democratico e la progressiva eliminazione di ogni potere del re. Il 18 maggio 2006 il parlamento ha dichiarato il Nepal un Paese laico, togliendo al re ogni potere esecutivo, compreso quello di comandante in capo dell’esercito. Nel giugno 2007 il parlamento ha poi deciso l’abolizione della monarchia che ha regnato per 238 anni. Per gli indù il re del Nepal è la reincarnazione della divinità Vishnu.

La decisione è stata accolta con grande favore dalle minoranze religiose, anzitutto cristiane e islamiche, soprattutto perché implica piena libertà di riunirsi e praticare la propria fede, possibilità non formalmente riconosciuta sotto la monarchia indù, anche se in genere consentita. Ha causato, invece, forti proteste dei gruppi indù, non soltanto nepalesi ma anche della vicina India, anche con la richiesta di rimettere la questione a un referendum.

Da molto tempo nel Paese sono operanti istituti di istruzione condotti da cristiani, quali scuole riconosciute e una università, seppure vigeva il divieto di impartire alcun insegnamento religioso non indù.  

I cristiani denunciano frequenti casi di estorsione da parte dei maoisti contro le chiese, con minaccia di ritorsioni contro fedeli e proprietà. Nell’ottobre 2006 i maoisti hanno chiuso la chiesa Kashi Gaun nel villaggio di Kashi (Gorkha), prendendo spunto da una disputa tra questa e i residenti locali. A seguito dell’intervento del Consiglio interreligioso nepalese, i residenti sono stati convinti che non sono possibili restrizioni della libertà di religione e nel febbraio 2007 i maoisti hanno acconsentito alla riapertura della chiesa.

A seguito dell’assassinio di Mohit Khan, leader musulmano e politico ed ex presidente di un gruppo antimaoista, all’inizio di settembre 2007 nel distretto di Kapilvastu una folla infuriata ha scatenato una vera guerriglia urbana, assalendo e bruciando veicoli e più di 200 case indù. Un automobilista indù è stato trucidato in strada. La folla ha incendiato oltre 20 uffici pubblici e massacrato il poliziotto Hasan Puri. Sono stati pure saccheggiati molti negozi. Per rappresaglia gli indù hanno assalito abitazioni di islamici: hanno distrutto due moschee e incendiato molte case.

Perdurano le discriminazioni delle caste superiori indù contro le caste inferiori e gli stranieri, nonostante la Costituzione le vieti.

 La Carta fondamentale dell’Oman del 1996 sancisce che l’islam è la religione di Stato e che la sharia è la fonte della legge. La libertà di praticare riti religiosi è assicurata se sono coerenti con la tradizione e non infrangono l’ordine pubblico. L'art. 29 del Codice penale prevede una pena carceraria contro chiunque bestemmi contro Dio o i profeti, oppure offenda le religioni. Questo articolo è talvolta utilizzato per limitare l'espressione religiosa.

Il sultano ha concesso dei terreni alle comunità cristiana e indù, composte quasi esclusivamente da immigrati, per costruirvi propri luoghi di culto. Le comunità religiose non musulmane sono libere di mantenere contatti con i propri correligionari fuori del Paese. La pubblicazione di materiale religioso non islamico è vietata sebbene le autorità tollerino la sua importazione dall’estero previo un controllo delle stesse autorità.

L'apostasia non è considerata un crimine dalla legge del sultanato, ma chi si converte dall'islam a un'altra fede deve affrontare molti problemi dato che il Codice di famiglia vieta la patria podestà ai genitori apostati. 

La legge non vieta il proselitismo, ma il ministero dei Beni e Affari Religiosi reagisce contro i gruppi e gli individui che lo praticano in caso di proteste. I gruppi religiosi non musulmani devono essere registrati e le loro attività subiscono limitazioni.

 Nel Qatar la Costituzione del 1972 definisce l’islam religione di Stato e il diritto musulmano quale fonte principale della legislazione. Fino a pochi anni fa era formalmente proibita la pratica di ogni altra religione al di fuori dell’islam wahhabita, poi il governo ha consentito uno status legale a cattolici, anglicani, ortodossi, copti e chiese indiane. Il riconoscimento ufficiale richiede la presenza di almeno 1500 fedeli nel Paese. Le denominazioni evangeliche non sono legalmente riconosciute per omessa richiesta di registrazione, ma godono ugualmente della libertà di culto e le loro celebrazioni sono protette dalle forze di sicurezza, previa comunicazione alle autorità. Il governo non consente i servizi religiosi agli indù, buddisti o bahai. L’apostasia è punibile con la pena di morte ma sin dal 1971, data di indipendenza del Paese, non è mai stata registrata un'esecuzione per una simile azione. Il proselitismo da parte di non musulmani è strettamente proibito.

Nel 2006 e 2007 sono proseguiti i lavori di costruzione di un complesso che ospita edifici di culto per le comunità cattolica, anglicana e ortodossa, autorizzato dal governo nel 2000.

 La Costituzione del 1973 afferma che in Siria il diritto islamico è una delle fonti della legislazione e il capo dello Stato deve essere musulmano. Ma l’islam non è religione di Stato e la Costituzione assicura il riconoscimento delle altre religioni e la libertà di fede e di culto. Il partito Baath, che governa la Siria dal 1963, agisce duramente contro le opposizioni e controlla le varie comunità religiose, siano esse appartenenti alla maggioranza islamica sunnita o alle minoranze non musulmane.

Le comunità cristiane godono della libertà più totale di edificare luoghi di culto, ottenendo sovente materiali da costruzione dallo Stato, e di organizzare attività religiose. Esistono tuttavia problemi relativi alla censura sulla stampa religiosa, che colpisce peraltro anche i musulmani, e per le scuole cristiane, nazionalizzate nel 1967. Il Natale e la Pasqua sono considerate feste ufficiali e i mezzi di comunicazione trasmettono celebrazioni religiose.

Dopo anni di silenzio, i movimenti di opposizione hanno dato vita nel marzo 2006 a un “Fronte di salvezza nazionale" che comprende i Fratelli musulmani accanto ai liberali, i comunisti e i curdi. Il capo dell'organizzazione, Ali Saadeddin al-Bayanouni, si dice sicuro che "l'onda islamica" che si è evidenziata nel voto egiziano e palestinese, farebbe sentire il suo effetto anche in eventuali libere elezioni a Damasco. Bayanouni ha parlato del suo movimento come di "moderati", escludendo l'intenzione di fare della Siria uno Stato governato dalla legge islamica.

 private. Alcuni osservatori hanno interpretato l'autorizzazione come stratagemma per meglio controllare questi gruppi.

Il 14 maggio 2007 il giornalista Adel Mahfoudh è stato condannato a sei mesi di carcere. Il 7 febbraio del 2006 era stato arrestato una prima volta per aver pubblicato un articolo in cui sosteneva la necessità di un dialogo tra i musulmani e i gli autori delle vignette satiriche su Maometto pubblicate dal giornale danese Jyllands-Posten. Mahfoudh era stato rilasciato con cauzione, poi arrestato e nuovamente rilasciato nel corso dell'anno.

 Il  Tajikistan è caratterizzato da un buon livello di tolleranza verso ogni fede. Il governo ha più volte ribadito la natura secolare dello Stato, ma le tradizioni islamiche sono comunque molto forti soprattutto nei centri minori, con un fervore religioso in crescita anche nelle città.

 Tuttavia, a seguito delle aumentate preoccupazioni per il diffondersi dell’estremismo islamico, le politiche governative in materia di libertà di coscienza hanno evidenziato nell’ultimo periodo un maggiore irrigidimento. Il governo, infatti, monitora attivamente le organizzazioni religiose per evitare che acquistino una rilevanza anche politica.

Ulteriori limiti alla libera espressione religiosa potrebbero derivare dall’approvazione della nuova legge «Sulla libertà di coscienza, le associazioni religiose e le altre organizzazioni (religiose)», in discussione da oltre due anni, nel corso dei quali sono stati esaminati vari disegni di legge, tutti caratterizzati da un irrigidimento delle norme in materia di libertà religiosa.

L’ultima versione della proposta di legge è stata resa nota nel corso di una tavola rotonda tenutasi il 21 novembre presso la sede di Dushanbe dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa.

Il Tajikistan è uno Stato ad elevatissima maggioranza islamica: più del 95% si riconosce nell’islam sunnita. E’ peraltro l’unica tra le repubbliche centroasiatiche ad avere un partito islamico ufficialmente registrato, l’Islamic Rebirth Party (IRP).

Tuttavia, nell’ultimo periodo proprio l’islam è divenuto la principale sfida per le autorità di governo, a causa del crescente timore di un possibile diffondersi dell’estremismo islamico.

Varie sono state le iniziative disposte nell’ultimo anno dalle autorità di governo per limitare la radicalizzazione dell’islam più conservatore, soprattutto tra le giovani generazioni.

Il ministro della Cultura Mirzoshorukh Asrori ha revocato l’11 ottobre 2007, informa «AsiaNews» del 22 ottobre seguente, il riconoscimento ai Testimoni di Geova, rendendo illegale ogni loro attività e mettendo a rischio l’esistenza della stessa comunità nel Paese. Saidbek Mahmudolloev, dirigente del Dipartimento per gli affari religiosi presso il ministero della Cultura, ha spiegato che il principale problema sorto con tale gruppo religioso era legato al rifiuto, sancito anche dal loro Statuto, di prestare servizio militare.

Contemporaneamente alla messa al bando dei testimoni di Geova, anche ad altre due organizzazioni cristiane – la Chiesa protestante Ehya (Revival) e il gruppo battista Hayat Faravan (Full Life) – è stato ordinato di sospendere le proprie attività per tre mesi fintanto che i due gruppi non avessero apportato alcune modifiche ai loro statuti, registrati rispettivamente nel 2001 e nel 2003.

 La Turchia attuale ha ereditato il sistema istituzionale imposto nel 1923 da Moustafa Kemal (Atatürk), che si era ispirato allora ampiamente ai sistemi statali europei. Gli sviluppi politici degli ultimi anni, particolarmente la vittoria elettorale di una formazione islamica, il Partito della Giustizia e dello Sviluppo, guidato da Recep Tayyip Erdogan (2002), che è da allora Primo Ministro, e l'elezione del membro del suo stesso partito Abdullah Gül alla Presidenza della Repubblica (2007) non hanno portato alcuna modifica sostanziale alle istituzioni. La Costituzione definisce tuttora il paese dei turchi come «uno Stato di diritto democratico, laico e sociale, che rispetta i diritti umani» (art. 2), e dichiara che «tutti gli individui sono uguali davanti alla legge, senza distinzione di lingua, razza, colore, sesso, opinione politica, credenza filosofica, appartenenza a una religione o a una setta…» (art. 10), e precisa anche che «ciascuno gode di una totale libertà di coscienza, di credo e di convinzione religiosa» (art. 24).

I membri delle due minoranze che si ricollegano all'Islam, i curdi (sunniti non turchi) e gli alévis (turchi non sunniti), sebbene cittadini turchi, non beneficiano della pienezza dei diritti previsti dalla Costituzione. L'identità confessionale dei secondi, malgrado la loro importanza numerica (15 milioni di aderenti), non è, oltretutto, riconosciuta, il che li priva di ogni rappresentanza in seno al Dyanet.

Dal punto di vista istituzionale, i cristiani si dividono in due categorie. Innanzitutto le comunità riconosciute dal Trattato di Losanna del 24 luglio 1923, che contiene delle disposizioni giuridiche relative ai diritti delle minoranze qualificate come «protette», oltre alla comunità ebraica, la Chiesa greco-ortodossa e la Chiesa armena. Il trattato stipula che le «differenze di religione, di fede o di confessione non costituiranno un pregiudizio per qualunque cittadino turco per origine, tanto negli affari che si riferiscono ai diritti civili o alle funzioni e agli onori, quanto nell'esercizio di mestieri o attività professionali», ma in realtà queste religioni subiscono serie discriminazioni o spoliazioni. Vi è poi una seconda categoria di cristiani, «dimenticati» dal Trattato di Losanna. Si tratta in primo luogo dei membri delle Chiese di rito orientale (assiro-caldei, siriaci e maroniti) che sono in effetti le più antiche che siano state istituite in Anatolia. Non essendo riconosciute, non godono di alcuna esistenza legale e non hanno nessuno diritto, il che li colloca in una situazione di precarietà ancora più grande. Tali Chiese sono private del diritto di possedere e di gestire proprie istituzioni scolastiche e sociali o seminari di formazione religiosa e di costruire chiese. 

All'epoca del suo viaggio in Turchia (28 novembre - 1 dicembre 2006), nel suo discorso al corpo diplomatico, Papa Benedetto XVI ha ricordato ai turchi i loro obblighi in materia di libertà religiosa: «Il fatto che la maggioranza della popolazione di questo Paese sia musulmana costituisce un elemento significativo nella vita della società di cui lo Stato non può che tener conto, ma la Costituzione turca riconosce ad ogni cittadino i diritti alla libertà di culto e alla libertà di coscienza. È compito delle Autorità civili in ogni Paese democratico garantire la libertà effettiva di tutti i credenti e permettere loro di organizzare liberamente la vita della propria comunità religiosa. (…) Ciò implica, certo, che le religioni per parte loro non cerchino di esercitare direttamente un potere politico, poiché a questo non sono chiamate e, in particolare, che rinuncino assolutamente a giustificare il ricorso alla violenza come espressione legittima della pratica religiosa». Con queste ultime parole, il Papa faceva implicitamente allusione al clima anticristiano che si sta sviluppando in Turchia da alcuni anni. Frutto di un'alleanza tra un nazionalismo esacerbato e la reislamizzazione della società, questa evoluzione è accompagnata da una crescente diffidenza verso le minoranze, i cristiani in particolare, che sono percepiti sempre più come dei «nemici interni».

Tale clima sembra aver propiziato le aggressioni contro i cristiani che si sono verificate nel 2006 e nel 2007, prendendo di mira anche dei cristiani stranieri con permesso di soggiorno regolare.

 La Costituzione dell’Uganda riconosce la piena libertà di religione. Tutti gli enti privati, compresi i gruppi religiosi, debbono registrarsi. La procedura richiede alcune settimane e in genere non incontra ostacoli.

Le violenze contro gruppi religiosi e credenti sono soprattutto conseguenza della ultraventennale guerra tra esercito e ribelli dell’Esercito di Resistenza del Signore (Lra), che ancora non si è conclusa, sebbene negli ultimi anni si siano succeduti ripetuti armistizi e accordi parziali. Il 23 febbraio 2008 governo e ribelli hanno firmato a Juba (Sudan) il cessate-il-fuoco definitivo, che prevede, tra l’altro, che i capi dei ribelli siano giudicati da un tribunale ugandese per i crimini commessi negli ultimi anni. Ma in seguito il capo del Lra, Joseph Kony, ha lasciato la sua base della Repubblica democratica del Congo e si attende di vedere se darà esecuzione agli accordi. Dal 1986 il conflitto, di origine etnica, insanguina l’Uganda settentrionale e ha provocato più di 100mila vittime civili e oltre 2 milioni di sfollati, per la gran parte ricoverati in campi profughi in precarie condizioni igieniche e alimentari. Sono stati rapiti e resi schiavi decine di migliaia di bambini (25mila secondo dati ufficiali, ma c’è chi parla di 80mila), “arruolando” i maschi tra i combattenti e riducendo le ragazze a schiave sessuali.

Diffusa è ancora la credenza della stregoneria: nel giugno 2007 nel distretto di Kitgum la folla ha lapidato e poi bruciate vive 3 donne accusate di essere streghe e di avere causato la morte di un motociclista.

 Negli Emirati Arabi Uniti la religione ufficiale è l’islam. La Carta fondamentale dello Stato garantisce la libertà di culto ai non musulmani a patto che non vengano violate le leggi o la morale pubblica. L’articolo 75 del regolamento relativo alla Corte suprema federale precisa che “vengono applicate le prescrizioni della sharia islamica e quelle leggi federali ed altre in vigore negli emirati membri della Federazione che sono in armonia con le prescrizioni della sharia. Vigono qui, come in altri Paesi del Golfo, la proibizione del proselitismo —  che ha portato a minacce di espulsione di alcuni missionari — e il divieto di distribuire letteratura religiosa non islamica.

Secondo stime attendibili, sarebbero presenti più di un milione di cristiani, in maggioranza cattolici, appartenenti a più di cento nazionalità diverse, che contribuiscono al benessere sociale del Paese. Nelle chiese del Paese si celebra la Messa in diversi riti e lingue. Diverse Congregazioni religiose prestano la loro opera educativa nelle scuole cristiane.

 La Costituzione dell’Uzbekistan sancisce il diritto al libero esercizio dell’attività religiosa sia sul piano individuale che associato. Come spesso accade, però, la legislazione non traduce in una concreta possibilità l’esercizio libero di questi diritti.

Alla legge del 1998 sulla libertà religiosa, si sono aggiunti, nel giugno 2006, alcuni emendamenti al codice penale e al codice amministrativo che hanno introdotto nuove pene per «l’illegale produzione, conservazione, importazione e distribuzione di letteratura religiosa non approvata». Con l’entrata in vigore di questi nuovi provvedimenti, si è intensificata la censura sulla letteratura religiosa, e frequentemente i tribunali hanno stabilito la distruzione della letteratura religiosa confiscata.

Alcuni cambiamenti alla legge sui media, entrati in vigore nel gennaio 2007, hanno comportato sanzioni più aspre nei confronti di chi, anche attraverso l’uso di internet, diffonde all’estero articoli, commenti o notizie che critichino il comportamento del governo, configurando per tali atti il reato di propaganda anticostituzionale.

Nel corso degli ultimi due anni c’è stato un tentativo da parte dello Stato di accreditarsi all’estero con un’immagine più positiva e cooperativa sui temi dei diritti umani e della libertà religiosa, ma queste buone intenzioni sono rimaste poco più che parole e si sono scontrate in breve tempo con la politica di fatto autoritaria e repressiva del governo uzbeko.

Soprattutto dopo l’inserimento dell’Uzbekistan tra le nazioni «che destano particolare preoccupazione», nel rapporto 2006 sui diritti umani del dipartimento di stato statunitense, il governo uzbeko ha messo in atto una campagna di pubbliche relazioni per mostrare che il paese sostiene la tolleranza religiosa, cercando di dimostrare che la questione dei diritti umani fosse una priorità del regime.

La libertà religiosa è fortemente limitata, oltre che da disposizioni normative, dallo stretto controllo che lo Stato mantiene su tutti i gruppi religiosi e le loro attività. La polizia segreta NSS (in particolare il dipartimento incaricato di combattere il terrorismo), e le mahalla, enti amministrativi locali, sono potenti strumenti nelle mani dello stato per raggiungere tale scopo.

La piccola realtà rappresentata dalla Chiesa Cattolica non lamenta particolari difficoltà.

Soltanto le suore di Madre Teresa, le Missionarie della Carità, hanno temuto possibili azioni governative nei loro confronti, dopo che il ministero uzbeko della Giustizia ha dato il via ad un controllo "pianificato" su possibili irregolarità nella loro presenza nel Paese.

Le maggiori difficoltà alla libera pratica religiosa sono state incontrate dalle congregazioni protestanti e dai testimoni di Geova, sia perché viste come essenzialmente “occidentali”, sia perché, essendo tra le più attive, presentano maggiori rischi di proselitismo.

Lo Stato usa i propri media e istituti scolastici per educare una classe di imam a sé fedeli, che poi pone a capo delle moschee. Per la preghiera del venerdì, gli imam sono obbligati a leggere i testi approvati dal consiglio dei leader islamici (il Muftiato), di fatto sotto il controllo statale.

 Nonostante non si possa ancora parlare di pieno rispetto per la libertà di religione, nel Vietnam la situazione in questi ultimi anni sembra essere migliorata. Sul piano generale, una nuova normativa sulle religioni, emanata a febbraio 2007, continua a vedere le diverse fedi come forze sociali che possono, e devono, contribuire al progresso del Paese.

Il Dipartimento di Stato ha tolto il Vietnam dalla lista degli Stati che destano particolari preoccupazioni sul rispetto della libertà di religione. In proposito, l’ambasciatore americano John Hanford, incaricato dell'Office of International Religious Freedom, ha affermato che il Vietnam ha “compiuto significativi miglioramenti nell’ambito della libertà di religione”.

Quanto al Vaticano, in una dichiarazione diffusa il 25 gennaio, in occasione della prima visita di un primo ministro vietnamita - Nguyên Tân Dung - al Papa, afferma che i rapporti bilaterali “negli ultimi anni, hanno registrato concreti progressi, aprendo maggiori spazi di libertà religiosa per la Chiesa Cattolica in Vietnam”. Nella stessa nota si parla, però, di “problemi ancora aperti”, che non vengono indicati, auspicandone la soluzione attraverso i “canali di dialogo”.

Il governo di Hanoi ha interesse alla collaborazione dei circa 8 milioni di cattolici, circa il 10% della popolazione. Nel Paese, ad ogni congresso di partito si afferma la necessità della lotta alla corruzione per garantire il progresso, mentre lo Stato ha difficoltà nell’assistenza alle fasce emarginate. In questo quadro si capisce l’auspicio contenuto nella nota vaticana del 25 gennaio, che “i cattolici possano dare sempre più efficacemente il loro positivo contributo per il bene comune del Paese, la promozione dei valori morali, in particolare nella gioventù, la diffusione di una cultura della solidarietà e l’assistenza caritativa in favore dei ceti più deboli della popolazione”.

Una situazione particolare, in tale quadro, è quella dei montagnard (in maggioranza protestanti, cattolici e seguaci di religioni tradizionali), gli abitanti degli altipiani centrali, in gran parte schierati contro i Vietcong ai tempi della guerra del Vietnam. In un rapporto di giugno Human Rights Watch osserva che i cristiani di quelle zone continuano ad essere costretti a firmare dichiarazioni di rinuncia alla propria religione, nonostante la nuova normativa vieti tali misure. Le autorità impongono inoltre forti limitazioni alla libertà di movimento e di riunione legata a motivi religiosi. Secondo tale rapporto, sin dal 2001, più di 350 montagnard sono stati condannati alla reclusione, principalmente per attività politiche o religiose, di carattere pacifico.

La Costituzione risalente al  1979 dello Zimbabwe, con le revisioni approvate nel 2000, riconosce ampiamente la libertà religiosa. Ma nella pratica non sempre questo diritto viene rispettato. Nel periodo coperto da questo rapporto, infatti, il governo ha continuato a criticare, molestare e intimidire i leader religiosi critici nei confronti della politica del Governo o che hanno denunciato abusi nei diritti umani commessi dalle stesse autorità.

Nel luglio del 2006 è stato sostituito un emendamento al precedente Atto per la Soppressione della Stregoneria: ogni atto comunemente associato alla stregoneria è criminalizzato solo se tale prassi è destinata a creare danni. In base a questo nuovo atto le sole parole pronunciate non sono considerate stregoneria e dunque non sono illegali. Il nuovo emendamento inoltre criminalizza la caccia alle streghe, impone accuse penali contro chi accusa qualcun altro di praticare stregoneria e respinge l’uccisione di una strega come difesa per tentato omicidio. Attacchi individuali a persone che praticano la stregoneria sono perseguiti dalla legge se vengono commessi omicidi, aggressioni o altri crimini legati all’integrità della persona.

I gruppi religiosi presenti nel Paese hanno continuato a contestare le leggi del Governo restrittive in materia di libertà di riunione, di espressione e di associazione. Anche se non specificatamente destinata alla libertà di religione, la legge sulla sicurezza e l’ordine pubblico (POSA) ha continuato ad essere usata anche per interferire nelle riunioni pubbliche dei gruppi religiosi e dei gruppi della società civile.

Nel marzo 2007 i leader delle principali confessioni cristiane dal Paese hanno lanciato una dichiarazione comune ai responsabili politici nazionali. I religiosi hanno sottolineato la crisi profonda del paese, una situazione instabile di estremo pericolo, schierandosi in modo chiaro e inequivocabile a sostegno dell’autorità politica legittima, contro la conquista del potere attraverso la violenza, l’oppressione e l’intimidazione. A differenza degli anni precedenti però non sono stati segnalati casi di violenza contro i leader religiosi. Nel periodo in questione sono proseguite le divisioni tra i principali gruppi religiosi e i praticanti di religioni indigene. Il consiglio inter-religioso formato nel 2004, ha continuato tuttavia la sua attività per la creazione di legami più stretti tra i vari gruppi.

Si stima che tra il 70 e il 80 per cento della popolazione appartenga a confessioni cristiane come la cattolica, l’anglicana e la metodista. Tuttavia, nel corso di questi anni una varietà di chiese e di gruppi che praticano tradizioni indigene sono fuoriusciti da questi gruppi maggioritari.

Nonostante il Paese sia quasi totalmente cristiano, la maggioranza della popolazione continua a praticare, in gradi diversi, anche le religioni indigene. Solo l’1% della popolazione pratica l’Islam che però ha continuato a crescere, particolarmente nelle zone rurali.

  1. Paesi nei quali si verificano episodi di repressione legale

A questo gruppo appartengono numerosi Paesi che sono stati già analizzati nelle Sintesi del Rapporto n. 1 e 2. poiché presentano anche limitazioni legali, più o meno gravi, alla Libertà Religiosa.

Tra questi troviamo l’Algeria, Paese nel quale dallo Stato sono state prese diverse disposizioni miranti a restringere la libertà del culto cristiano. Il 28 febbraio 2006, il Presidente della Repubblica, Abdelaziz Bouteflika, ha firmato un'ordinanza che «fissa le condizioni e le regole dell'esercizio dei culti non musulmani». L'autorizzazione dei culti non musulmani è ora di competenza di una Commissione Nazionale dei Culti, presso il Ministero incaricato degli Affari Religiosi (art. 9). L'esercizio di questi culti è sottomesso alle seguenti condizioni: «L'assegnazione di un edificio all'esercizio del culto è sottomessa al parere preliminare della Commissione Nazionale dei Culti […], è vietata ogni attività nei luoghi destinati all'esercizio del culto che risulti contraria alla loro natura ed agli obiettivi per cui sono stati destinati» (art. 5). «L'esercizio collettivo del culto è organizzato dalle associazioni a carattere religioso, la cui creazione, approvazione e funzionamento sono sottomessi alle disposizioni della presente ordinanza e della legislazione in vigore» (art. 6). Esso potrà aver luogo «esclusivamente negli edifici destinati a questo fine» (art. 7).

 Anche in Azerbaijan la libertà di coscienza è un diritto sufficientemente tutelato. Da tempo, il parlamento azero sta lavorando per predisporre una nuova legge sulla libertà di coscienza. Interrogato sulle ragioni che stanno alla base della revisione di tale normativa, Agil Hajiev, portavoce della Commissione statale incaricata dei rapporti con le organizzazioni religiose, ha dichiarato, ripreso da «Forum 18 News Service» del 14 agosto 2006: «La legge è restata in vigore immodificata per oltre nove anni. Adesso lavoriamo per una legge migliore, in grado di difendere in modo più adeguato la libertà di coscienza».

L’agenzia di stampa «Interfax» del 14 febbraio 2007 informa che la nuova legge imporrà più rigidi controlli sull’attività missionaria. Un parlamentare intervistato dall’agenzia ha spiegato: «Le organizzazioni missionarie di movimenti religiosi non convenzionali hanno intensificato le loro attività in Azerbaijan, e alcune di queste portano avanti idee radicali. Queste organizzazioni stanno cercando di attirare i cittadini azeri nelle loro fila. In alcuni casi le attività di queste organizzazioni sono il risultato di un difetto nella legislazione vigente, e ciò spiega perché ci sia adesso il bisogno di una nuova legge in materia».

 La Costituzione cambogiana del 1993 riconosce con l’articolo 43 la libertà di religione e proibisce qualsiasi discriminazione fondata sul credo religioso, anche se nello stesso articolo si proclama il buddismo religione di Stato.

Per potere svolgere attività e costruire luoghi di culto tutti i gruppi religiosi si devono registrare, compresi quelli buddisti,  ma la mancata registrazione non è sanzionata. I missionari possono operare liberamente, anche se una direttiva del 26 giugno 2007 ha vietato il proselitismo “porta-a-porta”, la distribuzione di letteratura cristiana al di fuori delle chiese e altre modalità ritenute invasive come l’uso di altoparlanti; come pure proibisce “fare uso di denaro o cose materiali” per convincere alla conversione. Il divieto non si applica ai buddisti e, secondo l’agenzia Agence France Presse, è rivolto anzitutto ai cristiani evangelici, spesso accusati di offrire cibo, vestiti e lezioni gratis di inglese per ottenere conversioni. Inoltre, occorre una specifica autorizzazione per costruire una chiesa.

Sono proseguite la repressione e i rimpatri forzati dei montagnard, minoranza etnica degli altopiani del Vietnam, a maggioranza cristiana, emigrati in Cambogia per sfuggire alla persecuzione di Hanoi che li accusa di “secessione” e “disordine pubblico”, ne espropria le terre e li perseguita per la loro religione, ma che qui stanno trovando destino non diverso. Phnom Penh spesso li ha rispediti in Vietnam, dove rischiano ritorsioni dalla polizia. Human Rights Watch ha denunciato l’uso di violenza e di percosse con manganelli e scosse elettriche per “convincerli” al rimpatrio. Rimpatrio forzato eseguito nonostante l’accordo con le Nazioni Unite che prevede la possibilità di essere accolti da un Paese terzo o, comunque, che siano rimpatriati in modo “ordinato e sicuro” e “in conformità con la legge nazionale e internazionale”.

Il 28 aprile 2006 circa 300 buddisti del villaggio di Boeng Krum Leu, a 30  chilometri da Phnom Penh, hanno raso al suolo una chiesa protestante in costruzione. Fonti locali riferiscono che la sua costruzione ad “appena” 700 metri dalla pagoda è stata ritenuta una provocazione e che i 20-30 cristiani del villaggio non hanno presentato denuncia né chiesto risarcimento. Le  due parti sono poi giunte a un compromesso.

In vista delle elezioni comunali del 2007 e di quelle nazionali del 2008, lo Stato ha ribadito il diritto al voto dei monaci buddisti, andando contro le indicazioni di molti leader buddisti secondo cui i monaci non devono votare. Costoro vedono nel recarsi ai seggi elettorali il rischio di cadere in tentazioni. Su circa 14 milioni di abitanti, i monaci sono circa 58.000 e godono di grande influenza.

Lo Stato perseguita invece i monaci buddisti di etnia Khmer Krom, in gran parte profughi dal Vietnam per sfuggire alla persecuzione, e li rimanda nel loro Paese dove spesso subiscono soprusi e il carcere.

 In Cina il Partito dedica sempre più attenzione alle religioni, al loro sviluppo e alla loro influenza nella società. Lo scorso 18 dicembre 2007, per la prima volta della storia della Cina popolare, in una seduta plenaria dell’intero Politburo del Partito Comunista Cinese (Pcc), è stato trattato formalmente anche il tema della religione.

Le religioni che vengono aiutate, finanziate e sostenute sono il confucianesimo (una dottrina morale, più che una religione), il buddismo, il taoismo.

Dal 2002 il governo ha stanziato ben 10 miliardi di dollari per rivitalizzare gli insegnamenti di Confucio con i cosiddetti “Istituti Confucio” in patria e nel mondo. Il desiderio è mostrare un volto noto alla cultura mondiale, rispondendo alla crisi della moralità e dei valori spirituali nel Paese. 

Tuttavia in Cina le gravi limitazioni legali alla Libertà Religiosa persistono.

Fra gli ultimi arresti di sacerdoti va segnalato quello di p. Giuseppe Lu Genjun, amministratore della diocesi di Baoding (Hebei), 47 anni. Ha già sofferto 3 anni di lager. Arrestato nell’agosto 2004, poi liberato, è stato arrestato il 18 febbraio del 2006 ed è detenuto in località sconosciuta, senza processo e senza accuse precise. È stato arrestato insieme a p. Paolo Huo Junlong, 52 anni, anch’egli amministratore della diocesi di Baoding. Attualmente  vi sono almeno 11 sacerdoti in arresto (Cfr. AsiaNews 18/10/2007).

Nel giugno 2007 le autorità dello Shandong hanno condannato ad un anno di “rieducazione tramite il lavoro” due leader di chiese domestiche evangeliche, Zhang Geming e Sun Qingwen, accusati di “usare un culto diabolico per ostacolare la legge”. Sconteranno la sentenza presso un campo di Jining. I due missionari provenivano dall’Henan. La polizia li ha arrestati il 15 giugno insieme ad altri quattro leader, rilasciati il primo luglio dopo aver pagato una multa di 10mila yuan (circa mille euro).

Anche la comunità ortodossa russa in Cina soffre di discriminazione perché non è riconosciuta fra le 5 religioni ufficiali (buddismo, taoismo, islam, cristianesimo protestante, cristianesimo cattolico). Nel 2007 in diverse riprese, il Patriarca di Mosca ha criticato il governo di Pechino per non concedere piena libertà e riconoscimento alla Chiesa ortodossa cinese (AsiaNews, 12/4/2007).

La comunità ebraica in Cina è discriminata perché non è riconosciuta fra le religioni ufficiali. Molti edifici che appartenevano ai fedeli israeliti sono stati sequestrati al tempo di Mao Ze Dong. Il rabbino capo di Israele ha chiesto al governo cinese il ritorno al culto della sinagoga di Shanghai, la Ohel Rachel, ma non ha ottenuto risposta (Cfr. South China Morning Post, 13/6/2006).

Dall’invasione del Tibet nel 1950, Pechino cerca di sottomettere la popolazione e il suo capo politico e spirituale, il Dalai Lama, fuggito nel 1959 in India. Pressata dalla comunità internazionale, la Cina ha anche aperto spiragli di dialogo con emissari del Dalai Lama, per un possibile suo ritorno in Tibet, ma la conclusione è sempre stata che il leader buddista tibetano “mina alla divisione della Patria” preparando l’indipendenza della regione himalayana. In realtà da diversi anni, il Dalai Lama ha abbandonato mire indipendentiste e propone di continuo una forma di semi-autonomia per il Tibet, simile a quella goduta da Hong Kong (un Paese; due sistemi).

Le comunità religiose di Taiwan godono invece di piena libertà religiosa. Le relazioni diplomatiche con Taiwan sono spesso citate e criticate dalla Repubblica popolare cinese come uno dei due ostacoli per le relazioni diplomatiche fra Pechino e  Santa Sede.   

 La Costituzione delle Comoros riconosce la libertà di religione, ma il governo continua a limitare il diritto concreto. In particolare la legge punisce con il carcere e una multa qualsiasi attività di proselitismo per fedi non islamiche, mentre non risultano limitazioni alla celebrazione della liturgia in privato. L’accusa di “evangelizzazione di islamici” comporta con frequenza discriminazioni sociali, che possono giungere a minacce e persino all’espulsione dei singoli cristiani o di intere famiglie dalla scuola e dal villaggio. I cittadini convertiti sono trattati molto peggio dei cristiani stranieri e se praticano la loro fede in pubblico possono essere imprigionati. Gli stranieri sono invece espulsi. I gruppi religiosi non hanno bisogno di autorizzazione pubblica, ma per quelli non islamici può essere considerato proselitismo ogni pratica pubblica della loro fede.

Il Corano viene insegnato e spiegato nelle scuole pubbliche sin dall’età di quattro anni, ma la materia non è obbligatoria per i bambini di altre fedi. E’ proibita la distribuzione di letteratura religiosa, o di vestiti e simboli che richiamino fedi non islamiche

Nel maggio 2006 sono stati arrestati quattro uomini e una donna accusati di voler “convertire islamici” per avere organizzato un dibattito cristiano in un’abitazione privata nel villaggio di Ndruani. Sono stati denunciati dagli stessi residenti e condannati a 3 mesi di carcere, con pena sospesa per la sola donna. Infine sono stati tutti rilasciati il 6 luglio 2006 a seguito dell’amnistia decretata dal presidente Ahmed Abdallah Sambi per l’Anniversario dell’Indipendenza.

 La costituzione di Cuba del 1976 proclama di fatto l'ateismo dello Stato cubano. Nonostante ciò, dieci anni fa, la visita di Giovanni Paolo II ha rappresentato il presupposto di un'apertura e di un parziale disgelo. Nella nuova cornice si inserisce la visita che il Cardinale Renato Raffaele Martino, Presidente del Pontificio Consiglio per la Giustizia e la Pace, ha effettuato in differenti paesi dei Caraibi, tra i quali Cuba, per presentare il Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa.

Le restrizioni alla libertà religiosa contribuiscono a impoverire la presenza dei giovani tra i fedeli cattolici e a far sì che, perfino tra i  praticanti, il livello di appoggio alle misure morali come l'opposizione all'aborto e al divorzio, o il gesto di sposarsi in chiesa, non sono seguiti neanche dalla metà della popolazione.

Il pastore evangelico Carlos Lamelas è stato imprigionato per 40 giorni, accusato di aiutare l'emigrazione illegale. Nella Settimana Santa del 2006, ad alcuni vescovi è stato concesso il permesso di trasmettere radiofonicamente un messaggio della durata di 12 minuti per la Settimana Santa; era la prima volta, in 46 anni di governo comunista, che succedeva qualcosa di simile. Nel frattempo, si cerca anche di cambiare l’inquadramento giuridico del governo, approfittando delle sue lacune. La possibilità di inviare un progetto di legge all'assemblea nazionale può concretizzarsi, purché sia avallata da un sufficiente numero di firme. Il Rev. Ibrahin Piña sta portando avanti, come promotore del disegno di legge sui culti, una campagna di raccolta di firme che mira a favorire l'approvazione di questa legge sui culti e le associazioni religiose, la quale aiuterebbe a eliminare le restrizioni alla libertà religiosa. 

Sotto il profilo politico-religioso, in Iran l'islam sciita si identifica con la stessa struttura dello Stato. Come specifica l’articolo 4 della Costituzione “Tutte le leggi civili, penali, finanziarie, economiche, amministrative, culturali, militari, politiche e di altro tipo, e tutte le normative, devono essere fondate sui precetti islamici. Il presente articolo si applica in modo assoluto e universale a tutti gli altri articoli della Costituzione come pure ad ogni altra norma e regola, e i teologi esperti in giurisprudenza islamica che compongono il Consiglio di Vigilanza sono giudici in questa materia.”

Fra le minoranze religiose presenti nel paese, solo 3 sono riconosciute dallo Stato Islamico: cristiani, ebrei e zoroastriani ( art. 13 ). Altre minoranze – sunnite, bahai, ahmadi, ecc.. – subiscono di fatto discriminazione e spesso violenze. Anche buddisti e indù non sono riconosciuti, ma essi non sono fatti oggetto di violenza. Vivono però in una totale precarietà giuridica.

Le minoranze riconosciute vivono come “protette”, i loro appartenenti come “dhimmi”, cittadini di seconda classe, soggetti a soprusi e privazione di molti diritti derivanti da una reale libertà di religione, costretti molte volte a manifestare sostegno alla politica del governo.

La minoranza perseguitata con più violenza è quella dei Bahai. Essi sono anche la più grande minoranza religiosa dell’Iran, con circa 300mila fedeli. É stata fondata intorno al 1863 dal nobiluomo persiano Baha’u’llah, autonominatosi nuovo profeta e prosecutore dell’opera di Mosè, Gesù e Maometto. In contrasto quindi con l'affermazione islamica che vede Maometto come l’ultimo profeta. Permessa ai tempi dello Scià, dalla rivoluzione islamica del ’79 essa è bollata come eretica e vietata. Dal ’79 oltre 200 seguaci sono stati giustiziati o assassinati, centinaia sono finiti in carcere, decine di migliaia sono stati privati di lavoro, pensione, attività commerciali.

Le minoranze sunnite non godono di alcun riconoscimento culturale e lamentano discriminazioni. L’odio verso di loro ha certo anche motivi etnici. Queste popolazioni vivono vicino ai confini di Paesi in stato di guerra (Iraq e Afghanistan), dove il traffico di droga alimenta violenze e povertà. In queste zone periferiche gli investimenti statali sono rari, la disoccupazione, l'analfabetismo ed altre piaghe sociali sono altissimi.

 Gli ultimi due anni non si sono rilevati cambiamenti nel campo della libertà religiosa in Corea del Nord, anche se sono aumentate le aperture del regime comunista di Pyongyang nei confronti della Chiesa cattolica e dei missionari protestanti che, tramite opere umanitarie, riescono ad entrare con più facilità nel Paese. Permane tuttavia il ferreo divieto di praticare la religione.

In Corea del Nord è permesso soltanto il culto del leader Kim Jong-Il e di suo padre Kim Il-Sung. Il regime ha sempre tentato di ostacolare la presenza religiosa, in particolare di buddisti e cristiani, e impone ai fedeli la registrazione in organizzazioni controllate dal Partito. Sono frequenti le persecuzioni brutali e violente nei confronti dei fedeli non iscritti e di coloro che praticano l’attività missionaria. Da quando si è instaurato il regime comunista nel 1953, sono scomparsi circa 300 mila cristiani e non vi sono più sacerdoti e suore, forse uccisi durante le persecuzioni. Attualmente sono circa 80 mila coloro che nei campi di lavoro sono sottoposti a fame, torture e perfino alla morte. Il dato rappresenta un calo rispetto ai 100 mila dello scorso anno: nessuno è in grado di dire se questi numeri – forniti da organizzazioni non governative che operano nel Paese e che vogliono mantenere l’anonimato – siano corretti e, in caso positivo, a cosa sia dovuto il calo. Ex funzionari nord-coreani e prigionieri hanno affermato che i cristiani nei campi di rieducazione o in carcere sono trattati molto peggio degli altri detenuti.

 Sebbene la Costituzione del Laos preveda la libertà religiosa, in realtà il governo restringe questo diritto, richiamandosi a una norma costituzionale che proibisce qualsiasi attività che provochi divisioni tra cittadini. Su questa linea il Decreto del primo  ministro n. 92 del 2002, sulla pratica religiosa, richiede l’approvazione del governo (e, per esso, del Lao Front for National Construction, branca del Partito rivoluzionario del popolo del Laos) per quasi ogni attività religiosa (tra l’altro: fare proselitismo, stampare materiale religioso, comprare o costruire edifici di culto, avere rapporti con gruppi religiosi esteri).

Gravissima e sistematica la persecuzione contro i cristiani Hmong. Compass Direct riporta che 13 cristiani Hmong sono stati uccisi alla fine di luglio 2007: numerosi si erano dati alla macchia e sono stati colpiti dopo una vera caccia all’uomo da parte dei soldati laotiani insieme a circa 200 soldati venuti apposta dal Vietnam.

Il 21 febbraio 2008 nel distretto di Bokeo sono state arrestate 58 persone di 15 famiglie. Il giorno dopo un leader cristiano Hmong è stato condannato a 15 anni di carcere per avere svolto incontri non autorizzati.

 Nelle Maldive la Costituzione del 1998 definisce l’Islam religione di Stato. Inoltre, sempre a livello costituzionale, tute le cariche politiche, giudiziarie e amministrative sono riservate ai musulmani.

Il governo applica la shari’a, è vietata qualsiasi manifestazione pubblica di altre religioni ed è proibita la conversione. Le leggi civili sono subordinate a quella coranica. L’insegnamento dell’islam è parte obbligatoria dell’istruzione scolastica.

Nel settembre 2007 un bomba al parco Sultan Male, famosa attrazione turistica, ha ferito 12 turisti stranieri. Ne sono ritenuti responsabili estremisti islamici che vogliono espellere i turisti, considerati portatori di abitudini “contrarie” all’islam. Ma la popolazione vuole mantenere la lucrosa industria turistica.

Il presidente Maumoon Abdul Gayoom ha proibito l’ingresso agli imam provenienti dall’estero senza un permesso speciale; ha vietato alle donne di coprirsi da capo a piedi; ha disposto che le madrasse (scuole islamiche) straniere e i seminari musulmani non siano riconosciuti come istituti d’istruzione.

All’inizio di ottobre 2007 la polizia ha compiuto un’incursione in un’isola, circa 100 chilometri a sud di Male, ritenuta l’epicentro dell’estremismo musulmano. Vi sono stati scontri e più di 50 arresti.

 Nel Myanmar la situazione della libertà religiosa e dei diritti umani nel 2007 ha subito un netto peggioramento. Tra agosto e settembre monaci buddisti si sono messi a capo di un movimento pacifico contro i soprusi e le politiche repressive del regime militare che dal 1962 regge il Paese con il pugno di ferro. Seguendo i monaci, sono scesi in piazza migliaia di cittadini e a fine settembre la giunta, non potendo tollerare oltre, ha dato il via ad una feroce repressione che ha colpito in modo particolare i bonzi e i monasteri buddisti.

Nel 2007 si è attuata una vera e propria persecuzione contro i religiosi buddisti, dopo le marce pacifiche antigovernative, iniziate ad agosto per protestare contro il caro benzina e poi estese alla richiesta più generale di riforme, pace e democrazia. I leader buddisti - riuniti nella All-Burmese Monks Alliance - hanno chiesto a tutti i monaci di boicottare le offerte provenienti dai militari. Un gesto di protesta molto forte, equivalente a una scomunica.

I musulmani subiscono le stesse restrizioni dei cristiani sulla pubblicazione di letteratura religiosa e l’edificazione di luoghi di culto. Continuano ad essere perseguitati dai militari in particolare coloro che nello Stato di Rakhine appartengono alla minoranza rohingya. Quando le autorità lo hanno scoperto hanno distrutto le riparazioni.

 La Costituzione nigeriana riconosce la libertà di religione, inclusa la libertà di manifestare e diffondere il proprio credo religioso e quella di convertirsi ad altra religione. La sezione 10, capitolo 1 della Costituzione stabilisce che il governo "non adotterà nessuna religione come religione di Stato". Tuttavia la Nigeria fa parte della Conferenza degli Stati islamici (Oic), e a partire dal 2000 dodici dei 36 stati della federazione nigeriana (tutti settentrionali: Bauchi, Borno, Gombe, Jigawa, Kaduna, Kano, Katsina, Kebbi, Niger, Sokoto, Yobe, Zamfara) hanno cominciato ad applicare i princìpi della sharia (la legge coranica) non solo nel codice di famiglia, come praticato fino ad allora, ma anche in quello penale. Lo stato di Zamfara ha pure creato un ministero degli Affari religiosi e un Consiglio degli imam.

 I più diffusi atti di intolleranza e discriminazione religiosa sono quelli lamentati dalle varie comunità cristiane presenti negli stati più islamizzati della Nigeria settentrionale (che coincidono quasi sempre coi 12 stati che hanno introdotto nella loro legislazione la sharia).

Nello stato di Borno gli appartenenti alle etnie kanuri e shuwa, integralmente islamizzate, che si sono convertiti al cristianesimo sono perseguitati e minacciati di morte.

Fra il 18 e il 24 febbraio 2006 la Nigeria è stata percorsa da violenze interreligiose che hanno causato almeno 157 morti. La causa iniziale è stata una protesta di musulmani contro le vignette satiriche aventi per oggetto Maometto, apparse su un giornale danese. Il 18 febbraio una folla di estremisti musulmani riunita presso il palazzo dello sceicco di Borno nella città di Maiduguri per una protesta contro le vignette ha dato vita a una caccia al cristiano per le vie della città che si è conclusa con l’assassinio di 57 cristiani e la distruzione di 55 chiese.

 Nonostante nel Pakistan le ultime elezioni legislative abbiano sancito la vittoria del Partito popolare (sulla carta laico e moderato) gli ultimi due anni sono stati caratterizzati da un drammatico aumento degli attacchi contro le minoranze religiose di tutta la nazione. Quelli che vengono definiti “attacchi” hanno spesso la forma di fatwa [verdetti emessi da tribunali islamici, che hanno però il potere di condannare a morte anche i non-musulmani], ma anche di assalti armati ai luoghi di culto e di rapimenti di membri delle minoranze. Lo strumento peggiore della repressione religiosa è la legge sulla blasfemia, che continua a mietere vittime. 

In un Paese islamico a maggioranza sunnita come il Pakistan, è feroce la persecuzione contro gli Ahmadi. La comunità Ahmadi è stata fondata nel 1889 da Mirza Ghulam Ahmad, un leader religioso indiano del 19esimo secolo che sosteneva di essere un profeta con il compito di rinnovare l'Islam. Questa comunità si dichiara musulmana, ma è ritenuta eretica in quanto non riconosce Maometto come ultimo Profeta. Per questo essa subisce persecuzioni da parte degli integralisti in molti Paesi, fra cui Indonesia e Bangladesh. In Pakistan una legge approvata negli anni '70 vieta loro di chiamarsi musulmani. 

 L’Arabia Saudita è il Paese islamico in cui la libertà religiosa viene negata con maggiore evidenza, anche da un punto di vista formale. Il regno si dichiara “integralmente” islamico, considera il Corano l'unica Costituzione del paese e la sharia la sua legge fondamentale. Nell’interpretazione teologica della scuola wahhabita avallata dallo Stato, il suolo della penisola araba è la patria del profeta Maometto, il territorio più santo, dove non è possibile neanche l’esercizio delle tollerate “religioni del Libro”, cioè l’ebraismo e il cristianesimo. Anche per questo ogni fatto che possa apparire come un “attentato” a questa sorta di verginità religiosa viene severamente perseguito, e le autorità si impegnano ad impedire la diffusione di qualsiasi messaggio di fede diverso da quello musulmano. È proibita, quindi, ogni manifestazione pubblica di fede non musulmana (avere Bibbie, portare un crocifisso, un rosario, pregare in pubblico).

La polizia religiosa (i famigerati mutawwa'in) si occupa di monitorare la pratica di altre religioni e ha grandi poteri. L'eccessivo "zelo" dei mutawwa'in è causa di arresti sommari e torture nelle carceri.  

E' difficile sapere con esattezza il numero dei cristiani presenti nel paese. Certamente essi costituiscono una percentuale significativa degli oltre 8 milioni di lavoratori stranieri. Si stima che siano almeno un milione e provengono soprattutto dalle Filippine, ma anche dall'Europa, gli Stati Uniti e il Medio Oriente. I cristiani sono sprovvisti di assistenza pastorale non essendo ammessi nel paese i sacerdoti. In sostanza, ai cristiani è negata la possibilità di esprimere la propria fede attraverso il culto pubblico. 

 Dopo l'approvazione contestuale della Costituzione nazionale provvisoria e della Costituzione del Sudan meridionale nel 2005, nella repubblica del Sudan vigono due sistemi diversi in materia di libertà religiosa: mentre nelle dieci regioni del sud, rette dal Governo del Sudan meridionale, la libertà religiosa in via di principio è garantita su un piano di parità ai cittadini di ogni appartenenza religiosa, nelle sedici regioni del nord tutti i residenti sono sottoposti alla sharia, la legge coranica, nell'interpretazione che ne dà il National Congress Party, il principale partito musulmano del Governo di unità nazionale insediato a Khartoum. Essa prevede la pena di morte per il reato di apostasia (abbandono della fede islamica con o senza il passaggio ad un'altra fede), pene corporali che includono anche mutilazioni agli arti per alcuni reati, divieto di matrimonio con maschi non musulmani per le donne musulmane, divieto generalizzato del consumo di alcolici e altre norme ancora ispirate alla tradizione islamica.   aperti a tutta la popolazione. Non esiste invece alcuna legge che limiti le conversioni all’islam.

Nel febbraio del 2007 il capo dello Stato, presidente Omar Hassan al-Bashir, ha istituito la Commissione per i diritti dei residenti non musulmani nella capitale (Khartoum si trova nel nord sotto legislazione sciaraitica) prevista dall'Accordo di pace complessivo firmato a Nairobi con i ribelli dell'Spla/m e l'opposizione politica riunita nalla Nda (National Democratic Alliance) nel gennaio 2005. Suo oggetto sono i termini di applicazione della sharia nel nord ai non musulmani. La Commissione, formata da magistrati e dirigenti del ministero della Giustizia nominati dal capo dello Stato e da esponenti delle Chiese cristiane e dell’islam, alla fine dell’anno si era riunita una sola volta e non aveva assunto alcuna decisione. Aveva però chiesto al presidente al-Bashir di liberare le donne cristiane incarcerate a Khartoum insieme ai loro bambini per aver venduto prodotti alcolici.

 L’evento politico che ha caratterizzato la storia recente è stata la morte per arresto cardiaco di Saparmurat Niyazov, padre padrone del Turkmenistan per 21 anni. Agli occhi della comunità internazionale Niyazov è tristemente noto per aver instaurato uno dei regimi di più grave violazione e repressione delle libertà civili e dei diritti individuali, con la soppressione di ogni opposizione politica e informazione indipendente e l’imposizione di un fortissimo culto per la personalità presidenziale. Il libro religioso da lui scritto, il Ruhnama, è divenuto testo obbligatorio in tutte le scuole, dall’asilo al liceo; ha cambiato i nomi dei mesi e delle settimane, decretando anche che il periodo della sua reggenza venisse definito «il secolo d'oro».

Alla sua morte, dopo che vari osservatori internazionali avevano paventato un possibile collasso del Paese, la situazione è stata invece caratterizzata da una calma sconcertante, con il vice Primo Ministro Kurbanguly Berdhymukhamedov che ha preso il controllo del Paese, ad interim prima, in via definitiva poi, dopo che elezioni – giudicate né libere né eque da osservatori occidentali (Asia News, 14 febbraio 2007) lo avevano consacrato presidente con l’89% dei voti. Berdhymukhamedov, ex dentista, varie volte ministro, era uno dei più antichi collaboratori di Niyazov, e aveva superato indenne i suoi frequenti rimpasti di governo.

Funzionari locali e forze di polizia continuano a minacciare membri di gruppi religiosi minoritari non registrati; d’altro canto la registrazione, quasi impossibile da ottenere, espone comunque le comunità religiose al rischio quasi peggiore di una totale intromissione e controllo delle autorità statali sulle loro attività.

Permane il divieto di uscita o di entrata nel Paese per molti esponenti attivi di comunità religiose e vari sono stati i provvedimenti di questo tipo disposti nel corso degli ultimi due anni.

Molto difficile è anche la situazione dei testimoni di Geova, soprattutto in assenza di una legge sull’obiezione di coscienza.

 Nonostante non si possa ancora parlare di pieno rispetto per la libertà di religione, nel Vietnam la situazione in questi ultimi anni sembra essere migliorata. Sul piano generale, una nuova normativa sulle religioni, emanata a febbraio 2007, continua a vedere le diverse fedi come forze sociali che possono, e devono, contribuire al progresso del Paese.

Il Dipartimento di Stato ha tolto il Vietnam dalla lista degli Stati che destano particolari preoccupazioni sul rispetto della libertà di religione. In proposito, l’ambasciatore americano John Hanford, incaricato dell'Office of International Religious Freedom, ha affermato che il Vietnam ha “compiuto significativi miglioramenti nell’ambito della libertà di religione”.

Una situazione particolare, in tale quadro, è quella dei montagnard (in maggioranza protestanti, cattolici e seguaci di religioni tradizionali), gli abitanti degli altipiani centrali, in gran parte schierati contro i Vietcong ai tempi della guerra del Vietnam. In un rapporto di giugno Human Rights Watch osserva che i cristiani di quelle zone continuano ad essere costretti a firmare dichiarazioni di rinuncia alla propria religione, nonostante la nuova normativa vieti tali misure. Le autorità impongono inoltre forti limitazioni alla libertà di movimento e di riunione legata a motivi religiosi. Secondo tale rapporto, sin dal 2001, più di 350 montagnard sono stati condannati alla reclusione, principalmente per attività politiche o religiose, di carattere pacifico.

 Nello Yemen la Costituzione del 1991 dichiara l’islam religione di Stato. L’articolo 3 della Costituzione yemenita stabilisce che “la sharia islamica è la fonte di tutte le legislazioni”. L’apostasia è menzionata tra i hudud (le pene coraniche) all’articolo 12 del Codice penale del 1994 ed è punibile con la morte. Gli altri hudud sono ribellione, rapina, furto, adulterio, falsa accusa di adulterio e consumo di vino.

Il governo ha disposto una nuova politica volta a contrastare l’attività dei gruppi estremistici islamici. È stata così decisa la chiusura di scuole e centri religiosi non autorizzati, il controllo sui sermoni degli imam radicali, il divieto di celebrare alcune feste, e la limitazione degli orari di apertura delle moschee. Nel fare un quadro dell’azione che il governo yemenita sta conducendo, lo Yemen Times rileva che sotto tiro sono alcuni gruppi sciiti con affiliazioni politiche, come il Partito al-Haq, chiusi perché non avevano i requisiti di legge. Dall'inizio del 2007 sono state chiuse 4.500 scuole e centri religiosi non autorizzati, sospettati di dare insegnamenti divergenti dai programmi educativi e di promuovere ideologie estremistiche.

I membri della piccola comunità ebraica, ormai ridotta a circa 500 fedeli, hanno diritto di voto ma non sono eleggibili. Le altre migliaia di ebrei yemeniti emigrati nei decenni scorsi in Israele possono visitare il Paese se provvisti di un passaporto non israeliano. Nel gennaio 2007 la piccola comunità di Saada (45 persone) è stata trasferita a Sanaa in seguito alle minacce ricevute da un seguace di al-Houthi.

 La Costituzione risalente al  1979 dello Zimbabwe, con le revisioni approvate nel 2000, riconosce ampiamente la libertà religiosa. Ma nella pratica non sempre questo diritto viene rispettato. Nel periodo coperto da questo rapporto, infatti, il governo ha continuato a criticare, molestare e intimidire i leader religiosi critici nei confronti della politica del Governo o che hanno denunciato abusi nei diritti umani commessi dalle stesse autorità.

Nel luglio del 2006 è stato sostituito un emendamento al precedente Atto per la Soppressione della Stregoneria: ogni atto comunemente associato alla stregoneria è criminalizzato solo se tale prassi è destinata a creare danni. In base a questo nuovo atto le sole parole pronunciate non sono considerate stregoneria e dunque non sono illegali. Il nuovo emendamento inoltre criminalizza la caccia alle streghe, impone accuse penali contro chi accusa qualcun altro di praticare stregoneria e respinge l’uccisione di una strega come difesa per tentato omicidio. Attacchi individuali a persone che praticano la stregoneria sono perseguiti dalla legge se vengono commessi omicidi, aggressioni o altri crimini legati all’integrità della persona.

I gruppi religiosi presenti nel Paese hanno continuato a contestare le leggi del Governo restrittive in materia di libertà di riunione, di espressione e di associazione. Anche se non specificatamente destinata alla libertà di religione, la legge sulla sicurezza e l’ordine pubblico (POSA) ha continuato ad essere usata anche per interferire nelle riunioni pubbliche dei gruppi religiosi e dei gruppi della società civile.

A differenza degli anni precedenti però non sono stati segnalati casi di violenza contro i leader religiosi. Nel periodo in questione sono proseguite le divisioni tra i principali gruppi religiosi e i praticanti di religioni indigene. Il consiglio inter-religioso formato nel 2004, ha continuato tuttavia la sua attività per la creazione di legami più stretti tra i vari gruppi.

Si stima che tra il 70 e il 80 per cento della popolazione appartenga a confessioni cristiane come la cattolica, l’anglicana e la metodista. Tuttavia, nel corso di questi anni una varietà di chiese e di gruppi che praticano tradizioni indigene sono fuoriusciti da questi gruppi maggioritari.

Nonostante il Paese sia quasi totalmente cristiano, la maggioranza della popolazione continua a praticare, in gradi diversi, anche le religioni indigene.  

Solo l’1% della popolazione pratica l’Islam che però ha continuato a crescere, particolarmente nelle zone rurali.

 

  1. Paesi nei quali si verificano violenze da intolleranza sociale

 A questo gruppo appartengono numerosi Paesi che sono stati già analizzati nelle Sintesi del Rapporto n. 1 e 2. poiché presentano anche limitazioni legali, più o meno gravi, alla Libertà Religiosa.

 Nella Costituzione del Bahrein è stabilito che la religione di Stato è l’islam e la shari’a fonte del diritto. Sebbene sia riconosciuta una certa libertà di religione ai non musulmani, il proselitismo è scoraggiato, gli scritti anti-islamici sono proibiti, la conversione dall’islam ad altre religioni, sebbene non punita dalla legge, è resa molto difficile dalle discriminazioni sociali. Lo Stato esercita uno stretto controllo anche sulle attività di culto delle comunità islamiche - sciita e sunnita - presenti nel Paese. Pur essendovi una maggioranza sciita, il potere politico è saldamente nelle mani di una famiglia sunnita.

Alla fine di dicembre 2007 si sono verificati incidenti tra manifestanti sciiti e forze dell'ordine nel corso dei quali sono stati usati gas lacrimogeni e proiettili di gomma. In un comunicato del Centro per i diritti umani del Bahrein si afferma che “'39 persone sono state arrestate e che un'altra decina di persone sono rimaste ferite negli scontri”'. Il ministero dell'Interno, in un comunicato citato dall'agenzia ufficiale Bna, ha comunque smentito che gli arresti abbiano motivazioni politiche affermando che le persone fermate sono sospettate di furto di armi e di un'auto della polizia. La manifestazione era stata organizzata da attivisti sciiti per chiedere indennizzi per le vittime delle violazioni dei diritti dell'Uomo negli anni '80-'90. La principale componente dell'opposizione sciita, l'Associazione di intesa nazionale islamica, ha chiesto al ministero dell'Interno in un comunicato “di porre fine immediatamente a questi fatti illegali e inumani e di liberare immediatamente le persone detenute”'.

 La Costituzione del Bangladesh all’articolo 2 dichiara l’islam religione di Stato, ma proclama libertà di culto alle altre religioni. Stabilisce anche che ogni comunità e denominazione religiosa ha il diritto di istituire e mantenere in autonomia le sue istituzioni. Almeno pubblicamente il governo è impegnato a garantire libertà religiosa, ma attacchi alle minoranze come gli ahmadi continuano a verificarsi. Le autorità e le forze dell’ordine spesso falliscono nel compito di far rispettare le leggi e soccorrono con troppo ritardo le vittime di aggressioni di matrice confessionale.

Non si registrano cambiamenti per quanto riguarda lo stato della libertà religiosa nel Paese. Nel 2006 è continuata la pressione dei fondamentalisti sul potere centrale operata in diversi settori del vivere civile.

La crescita del fondamentalismo islamico, nell’indifferenza della comunità internazionale, rimane ancora tra le minacce maggiori alla piena libertà religiosa nel Paese.

Durante i mesi precedenti a quelle che dovevano essere le elezioni generali di gennaio 2007, nell’intento di guadagnare consensi, il governo si è mostrato ancora più propenso a cedere alle pressioni dell'estremismo islamico.

Continua la pressione dei fondamentalisti sul potere centrale in diversi settori del vivere civile, come quello dell'istruzione. La tendenza nasconde risvolti pericolosi. Secondo analisti locali, le Qawami esigono il riconoscimento legale, ma rifiutano qualsiasi controllo amministrativo e sui curricula impartiti agli studenti. Il governo di fatto dà carta bianca a queste scuole, perché insegnino quello che vogliono e come vogliono e poi sfornino laureati esattamente come quelli delle scuole statali o delle università private, che invece sottostanno ai controlli governativi.

Il provvedimento va nella direzione opposta a quella suggerita dagli esperti di sicurezza, che dopo la serie di bombe coordinate esplose in tutto Bangladesh il 17 agosto 2005, chiedevano un maggiore controllo delle attività e dei fondi delle madrassah Qawami.   

La Costituzione garantisce il diritto di professare e diffondere liberamente ogni religione, ma il proselitismo è fortemente scoraggiato. I missionari stranieri possono lavorare, ma spesso devono affrontare ritardi di molti mesi nell’ottenere o rinnovare i loro visti. Alcuni raccontano che le forze di sicurezza interna controllano i loro movimenti molto da vicino.

L’instabilità politica e sociale e la progressiva islamizzazione hanno continuato ad alimentare la persecuzione della minoranza ahmadi. Gli estremisti vogliono il totale sradicamento della comunità ritenuta “eretica”, perché non riconosce Maometto come ultimo Profeta. Spesso gli estremisti non aspettano iniziative ufficiali e provvedono da soli all’emarginazione di questa minoranza.

 Nel Congo è riconosciuta e rispettata la libertà religiosa. Tutti gli enti hanno l’obbligo di registrarsi e chiedere l’approvazione dello Stato, compresi i gruppi religiosi.

La scuola pubblica tiene l’istruzione separata dalla religione, ma sono consentite le scuole private. La Chiesa gestisce 34 scuole materne, con 2.452 alunni; 93 scuole primarie con 22.636 scolari; 37 scuole medie inferiori e superiori con 4.010 studenti; 2 ospedali, 16 dispensari, un lebbrosario e 7 centri per malati cronici e invalidi.

Nel dicembre 2006 sono stati arrestati con le accuse di falso e abuso della buona fede Brice Mackosso, Segretario permanente della cattolica Commissione “Giustizia e Pace”, e Christian Mounzeo, Presidente dell’associazione “Rencontre pour la Paix et les Droits de l’Homme”. I due coordinavano la campagna internazionale “Pubblicate quanto pagate”, avviata nel 2002 per sollecitare le compagnie petrolifere a pubblicare quanto versano nelle casse dei Paesi dove operano in cambio del petrolio e del gas che estraggono.

 Tra i paesi del vicino Oriente, l'Egitto è quello che conta il più grande numero di cristiani. In grande maggioranza appartengono alla Chiesa copto-ortodossa, gli altri fanno parte delle comunità ultra-minoritarie: copto-cattolica, armena, greco-ortodossa, greco-cattolica, caldea, maronita e latina. Secondo i registri dei battesimi della Chiesa copto-ortodossa, i fedeli di questo rito sarebbero 12 milioni, ovvero il 17% di una popolazione totale di 73 milioni di abitanti. Il governo, tuttavia, minimizza queste cifre, valutando la proporzione dei copti al 2-3%. Una percentuale del 10% è generalmente ritenuta corretta.

In linea di principio, gli egiziani cristiani godono di una situazione equivalente a quella dei loro compatrioti musulmani. Una discriminazione implicita è tuttavia prevista in base alla Costituzione del 1971, emendata nel 1980, attualmente in vigore.  

Bisogna aggiungere che la menzione della religione di appartenenza sulla carta d’identità, obbligatoria a partire dai 16 anni d’età, comporta delle discriminazioni nei loro confronti in numerosi campi. Così, i cristiani sono esclusi da certe funzioni o professioni: ministri in pieno esercizio, posizioni sensibili nell'esercito, presidi di facoltà, avvocati o medici in certe specialità. Rappresentano solamente l’1,5% dei funzionari. Anche nei villaggi del sud, dove vive il 90% dei cristiani, il sindaco non può essere un copto.

I cristiani si trovano anche ad affrontare degli ostacoli nell'esercizio del culto. L'autorizzazione di costruire chiese è molto difficile da ottenere, il che non avviene nel caso delle moschee. Non è raro che, quando dei musulmani apprendono che una domanda di autorizzazione di costruire una chiesa è stata depositata, si affrettino a costruire una moschea vicino al cantiere previsto, il che rende a quel punto impossibile l'edificazione di una chiesa. Capita che i musulmani ricorrano alla violenza per impedire ai cristiani di disporre di luoghi di culto appropriati.

Un altro problema doloroso è quello del cambiamento di religione. Ogni anno, parecchie migliaia di copti diventerebbero musulmani per sfuggire alla loro condizione di inferiorità, o per sposare una musulmana, dal momento che il Corano vieta a queste ultime di sposarsi con un ebreo o con un cristiano (2, 221). Alcuni cristiani cederebbero anche all’offerta della concessione di un premio per acquistare la propria «conversione». 

 Da alcuni anni il governo eritreo opera una sistematica persecuzione contro ogni professione di fede, al punto che dal 2004 il Dipartimento di Stato Usa ha inserito l’Eritrea tra i “Paesi di particolare preoccupazione” per la libertà religiosa, dizione riservata agli Stati più violenti contro questo diritto.

In un decreto del 2002 il governo ha formalmente riconosciuto solo l’Islam, la Chiesa copta ortodossa, la Chiesa cattolica e quella evangelica affiliata alla Federazione mondiale luterana, A queste denominazioni  appartengono circa il 90% degli abitanti, gli altri gruppi devono registrarsi. Il governo richiede che questi 4 gruppi dichiarino tutte le risorse finanziarie, come pure le proprietà. Per chi non è registrato è vietata ogni attività.

Varie fonti indicano che ci sono non meno di 2mila detenuti per ragioni religiose (secondo Compass Direct per il 95% sono cristiani, soprattutto di gruppi evangelici non riconosciuti), arrestati a partire dal maggio 2002 per la loro fede, detenuti per mesi e anni senza accuse formali e senza processo (nonostante la legge proibisca detenzioni superiori a trenta giorni senza che sia contestata l’accusa), spesso in carceri militari, con condizioni di vita molto dure e senza assistenza medica.

La repressione è peggiorata dopo che il presidente dello Stato, Isaias Afewerki, il 5 marzo 2004 ha dichiarato che il governo non avrebbe più tollerato movimenti religiosi che contribuissero ad “allontanare [i cittadini] dalla unità del popolo eritreo e distorcere il vero significato della religione”.

Lo stato di emergenza, in vigore da anni, consente provvedimenti particolarmente restrittivi. A partire dal 2005, inoltre, sono diventati frequenti gli interventi della polizia, gli arresti e le ingerenze del governo anche nei confronti delle quattro fedi ufficialmente riconosciute.

I gruppi religiosi non possono pubblicare periodici, nemmeno di contenuto religioso, e devono essere autorizzati per stampare e distribuire qualsiasi documento.

Il 16 agosto 2007 le autorità hanno ordinato alla Chiesa cattolica di cedere al ministero per il Benessere sociale e il lavoro tutte le strutture sociali, quali scuole, cliniche, orfanotrofi e centri d’istruzione per le donne.

Il 16 novembre 2007 sono stati espulsi 11 missionari di diverse nazionalità, sia sacerdoti che suore, che non hanno avuto il rinnovo del visto di residenza.

Di estrema gravità sono le ingerenze del governo nella chiesa Ortodossa. Il 40% circa degli eritrei si considera copto ortodosso per nascita.  

La situazione più grave è quella dei gruppi cristiani non riconosciuti.

Il gruppo Open Doors e l’agenzia Compass Direct News riportano che almeno 4 cristiani sono morti negli ultimi due anni per le torture subite in carcere per costringerli ad abiurare. Il 5 settembre 2007 è morta Nigsti Haile, 33 anni, presso il Centro di addestramento militare di Wi’a. Membro della pentecostale Chiesa Rema, era stata arrestata 18 mesi prima insieme ad altre 9 donne presso una chiesa di Keren.

I Testimoni di Geova sono arrestati soprattutto per il loro rifiuto di prestare il servizio militare, che nel Paese è obbligatorio sia per gli uomini che per le donne, e trattati con particolare durezza. E’ in vigore un decreto presidenziale per il quale costoro, rifiutando di prestare il servizio militare e di votare alle elezioni, “hanno rinunciato alla loro nazionalità”. 

 La sezione 5 dell’Articolo III della Costituzione delle Filippine del 1986 stabilisce che «non sarà promulgata alcuna legge che prescriva una religione o che ne proibisca il libero esercizio. Sarà sempre permesso il libero esercizio e il godimento della professione e del culto religioso senza discriminazione né privilegio. Non si terrà conto della religione per l’esercizio dei diritti civili e politici».

Questi principi sono nei fatti rispettati e non si conoscono violazioni da parte delle autorità degli stessi.

Questa condizione di libertà religiosa e di libero esercizio della stessa ha incontrato degli ostacoli e delle difficoltà a causa della lunga lotta, non soltanto politica, ma anche militare che ha contrapposto movimenti prima di ispirazione maoista e poi soprattutto islamistici al governo centrale, con drammatiche e sanguinose fasi tipiche di una guerra civile.

In alcuni territori, soprattutto nell’isola di Mindanao, la composizione religiosa è diversa da quella del resto delle Filippine a maggioranza assoluta cristiana.

Sono presenti infatti aree a forte concentrazione mussulmana e in alcune province  l’islam rappresenta la maggioranza della popolazione.

La situazione di incertezza e la moltiplicazione di gruppi criminali, difficilmente identificabili, produce violenze il cui obiettivo sono soprattutto missionari cristiani.

Il 2 aprile 2007, un sacerdote cattolico indonesiano è stato ucciso da quattro uomini armati di fucile mentre si preparava per celebrare la messa della domenica delle Palme a Lubuagan, città della provincia settentrionale di Kalinga.

 L’Unione Indiana si è costituita come Stato federale con la Costituzione del 1950. Attualmente è formata da 28 Stati che godono di notevole autonomia politica e amministrativa e da 7 Territori amministrati dal Governo Centrale.

Sebbene l’art. 25 della Costituzione garantisca la libertà di professare la religione scelta come pure di cambiare fede, in molti Stati sono in vigore leggi cosiddette “anticonversione”, che prevedono la reclusione anche fino a 3-5 anni e pesanti multe per chi opera “attività riconducibile alla conversione”. Secondo esperti legali queste norme sono di dubbia legittimità costituzionale, non potendo i singoli Stati adottare leggi in contrasto con la Costituzione Nazionale. Peraltro la legge è applicata soltanto a chi converte un indù ad altra fede. Mentre non vi rientrano, di fatto, le conversioni, in qualsiasi modo ottenute, da altra fede all’induismo.

Simili leggi erano già in vigore negli Stati di  Orissa, Madhya Pradesh, Chhattisgarh, Arunachal Pradesh, Gujarat e Tamil Nadu: in quest’ultimo Stato il decreto è stato annullato da un’ordinanza statale, che viene però ignorata in maniera deliberata dalle autorità locali.

Il 2006 e 2007 hanno visto l’approvazione di ulteriori leggi anticonversione, nonché, più in generale, un sostegno aperto e persino sistematico da parte di alcuni governi locali e altri poteri pubblici alle attività dei nazionalisti indù contrari alla libertà religiosa.

 Il 2007 è stato un anno drammatico per la libertà religiosa: appare grande il rischio che “l’identità dell’India come Stato secolare sia seriamente compromessa”, con un’involuzione verso un confessionalismo induista  dagli sviluppi imprevedibili.

L’emergenza è purtroppo ben descritta dalla vera caccia al cristiano scatenatasi nel Natale 2007 in alcuni distretti dell’orientale Stato dell’Orissa, con un bilancio da guerra civile. Decine di feriti e almeno 9 morti, 5 dei quali sono stati  assassinati il 27 dicembre quando un gruppo di integralisti indù ha attaccato le case dei cristiani nel villaggio di Barakhama, nel distretto di Kandhamal; 70 tra chiese e istituzioni sono state attaccate, distrutte o date alle fiamme; 600 case cristiane danneggiate o distrutte; 5mila persone colpite. Degli edifici di intere vie rimangono solo cenere e macerie. Durante le violenze anticristiane non c’è stato un intervento di polizia e altre autorità.

In tutta la regione le autorità sono intervenute in modo tardivo e insufficiente, suscitando critiche interne e internazionali. Osserva, ad esempio, Human Rights Watch già il 29.12.2007 che da anni gruppi indù estremisti, come il Vishwa Hindu Parishad (Vhp) e il Bajrang Dal (Bd),  conducono campagne di violenza contro i cristiani. Ma il governo non ha affrontato il problema ed era persino impreparato allo scoppio delle violenze, ha lasciato per più giorni la popolazione indifesa.

Negli Stati retti da forze politiche più “confessionali” indù le autorità, oltre ad approvare le leggi  anticonversione, perseguitano ogni manifestazione pubblica e sociale di altre fedi, ma soprattutto di cristiani.

Non è inferiore la violenza contro i fedeli di altre confessioni cristiane. 

 La Costituzione in Indonesia garantisce la libertà religiosa, ma negli ultimi anni questo diritto è di fatto sempre più minacciato da una intensa campagna di islamizzazione, portata avanti da movimenti e formazioni estremiste e contro le cui iniziative il governo stenta spesso ad intervenire. Le autorità tollerano la discriminazione e gli abusi di gruppi estremisti e di fanatici sulle minoranze e non si occupano di perseguire i responsabili. Aceh rimane l’unica provincia autorizzata ad applicare la sharia, ma tra il 2006 e il 2007 si è verificato un aumento delle leggi locali ispirate ai precetti islamici – sono almeno 46 finora, secondo la Indonesian Women’s Coalition, e in alcune zone le norme sono state estese anche ai non musulmani. Jakarta ha promesso di monitorare il fenomeno, salvo poi lasciare alle amministrazioni locali piena libertà.

La maggior parte della popolazione gode di libertà religiosa, ma il governo riconosce solo sei religioni: islam, cattolicesimo, protestantesimo, buddismo, induismo e - dal gennaio 2006 - il confucianesimo. Anche se riconosciute, le sei religioni devono rispettare leggi o norme ministeriali precise.

Dal 2005 si assiste ad un crescendo delle violenze fondamentaliste contro le cosiddette chiese domestiche illegali.

Dal 2004, in seguito all'entrata in vigore dell'autonomia regionale, decine di reggenze e municipalità hanno adottato leggi influenzate dalla sharia: alcune criminalizzano comportamenti proibiti dalla legge islamica come adulterio, prostituzione, gioco d'azzardo, alcolismo e restringono le libertà delle donne. Gruppi di minoranze, intellettuali musulmani e deputati di diversi partiti politici da tempo chiedono a Jakarta di cancellare tali normative, mettendo in guardia dalla "strisciante" islamizzazione dell'Indonesia, il Paese musulmano più popoloso al mondo. La legge anti-prostituzione adottata nel 2005 dalla reggenza di Tangerang ha sollevato forti proteste, dopo il caso di una donna accusata di prostituzione perché camminava da sola per strada di notte. In regioni come Sulawesi del sud e Aceh, leggi locali richiedono la conoscenza dell'arabo scritto per tutti i funzionari pubblici.

Dopo un lungo silenzio sulla questione, il ministero indonesiano della Giustizia e dei Diritti umani a metà novembre 2006 ha annunciato che avrebbe rivisto le ordinanze dei governi locali accusate di essere discriminatorie verso le minoranze e contrarie ai principi della Costituzione.   

Tra le minacce maggiori alla libertà religiosa vi è il terrorismo. Il 1 febbraio 2007 la polizia indonesiana ha arrestato i due uomini più ricercati della provincia di Sulawesi centrale, a capo di un gruppo di militanti islamici responsabile di attentati contro la comunità cristiana.

L'Indonesia è stata colpita negli ultimi anni da una serie di sanguinosi attentati rivendicati dalla JI, il braccio locale di al-Qaeda, che hanno colpito in prevalenza obiettivi "occidentali" come chiese ed ambasciate. Il presidente Susilo Bambang Yudhoyono è stato criticato con durezza nel corso del tempo per non aver mai parlato con chiarezza contro le violenze, che stanno spazzando via la tradizione di tolleranza religiosa e moderazione dell'Indonesia. Per questo ad ottobre 2006 ha chiesto a tutti i musulmani che vivono nel Paese "di rispettare la legge e non usare intimidazione o violenza". Gli Stati Uniti e diverse altre nazioni occidentali continuano a sostenere il governo locale, visto come una roccaforte di confine contro l'estremismo.

La JI ha tra le sue basi l’Indonesia e in particolare l’isola di Sulawesi. Qui predicatori e militanti reclutano i giovani terroristi, che si formano con istruttori addestrati in Afghanistan e nelle Filippine del sud. 

Potrebbe essere terroristica la matrice dell’omicidio del pastore protestante, reverendo Irianto Kongkoli, avvenuto il 16 ottobre 2006 a Palu, Sulawesi Centrali. Gli inquirenti ritengono responsabile del delitto un gruppo terrorista già sospettato delle decapitazioni delle tre giovani cristiane di Poso nel 2005 e legato alla rete della JI.   

La nuova Costituzione dell’Iraq del 2005  proclama l'islam come «religione ufficiale» e stipula che «nessuna legge potrà essere approvata se è in contraddizione con la legge islamica» (art. 2.1a). Il testo enuncia anche che lo Stato difende i diritti di libertà e i diritti religiosi (artt. 2.1b e 2.2), e garantisce i diritti amministrativi, politici, culturali e all’istruzione alle differenti etnie irachene, fra cui gli assiro-caldei, citati esplicitamente (art. 125).

I cristiani non hanno svolto nessun ruolo nella redazione di questa nuova Costituzione, e invano hanno chiesto la soppressione o almeno la modifica dell'articolo 2.1a (30 Giorni n° 10-2005). 

Il Kurdistan, provincia che gode di una grande autonomia e dove i cristiani sono presenti negli apparati statali (un ministro e cinque deputati nell'assemblea nazionale curda, che conta 111 membri eletti), ha accolto numerose famiglie cristiane, circa 100 000 persone, che erano fuggite da Bagdad e da Mossoul. Alcune di loro sono ritornate così nella provincia di origine, che avevano dovuto lasciare all'epoca della repressione dei curdi per opera del regime di Saddam Hussein. Non hanno però potuto riprendere possesso delle proprietà agricole che appartenevano loro e hanno dunque avuto molte difficoltà a trovare lavoro. Infine, a Bassora, metropoli del sud a maggioranza sciita, la pressione sui cristiani è talmente forte che l'Arcivescovo caldeo, Mons. Djibraïl Kassab, ha dovuto lasciare la città.

Accanto ai cristiani, altre minoranze non musulmane sono vittime di persecuzioni e non beneficiano di alcuna protezione da parte delle autorità.

Una sorte paragonabile a questa è riservata agli Yezidi, la maggioranza dei quali è concentrata intorno a Mossoul e nel Kurdistan. Adepti di un sincretismo che mescola zoroastrismo, manicheismo, nestorianesimo e giudaismo, sono stati riconosciuti dalla Costituzione del 2005, che autorizza il loro culto. Gli yezidi dispongono peraltro di tre seggi nel parlamento nazionale e di due seggi nel parlamento autonomo curdo. 

 Nonostante nel Pakistan le ultime elezioni legislative abbiano sancito la vittoria del Partito popolare (sulla carta laico e moderato) gli ultimi due anni sono stati caratterizzati da un drammatico aumento degli attacchi contro le minoranze religiose di tutta la nazione. Quelli che vengono definiti “attacchi” hanno spesso la forma di fatwa [verdetti emessi da tribunali islamici, che hanno però il potere di condannare a morte anche i non-musulmani], ma anche di assalti armati ai luoghi di culto e di rapimenti di membri delle minoranze. Lo strumento peggiore della repressione religiosa è la legge sulla blasfemia, che continua a mietere vittime. Questa consiste nell’articolo 295 comma b e c del Codice penale pakistano. Il primo riguarda le offese al Corano, punibili con l’ergastolo, mentre il secondo stabilisce la morte o il carcere a vita per diffamazioni contro il profeta Maometto. Insieme alle Ordinanze Hudood – strette regole di diritto penale che, basate sul Corano, puniscono anche con la flagellazione e la lapidazione i comportamenti incompatibili con la legge islamica, come adulterio, gioco d'azzardo, uso di alcol, reati contro la proprietà – essa costituisce l’esempio di legislazione più settaria e fondamentalista del Paese. Secondo diversi analisti, la legge sulla blasfemia è uno degli strumenti con cui i fondamentalisti musulmani colpiscono le minoranze e procedono verso la radicale islamizzazione del Paese.

In un Paese islamico a maggioranza sunnita come il Pakistan, è feroce la persecuzione contro gli Ahmadi. La comunità Ahmadi è stata fondata nel 1889 da Mirza Ghulam Ahmad, un leader religioso indiano del 19esimo secolo che sosteneva di essere un profeta con il compito di rinnovare l'Islam. Questa comunità si dichiara musulmana, ma è ritenuta eretica in quanto non riconosce Maometto come ultimo Profeta. Per questo essa subisce persecuzioni da parte degli integralisti in molti Paesi, fra cui Indonesia e Bangladesh. In Pakistan una legge approvata negli anni '70 vieta loro di chiamarsi musulmani.  

 Da anni l’esercizio della libertà di religione dipende dalle sorti della guerra che insanguina la Somalia e che vede prevalere ora gruppi estremisti islamici, ora forze più moderate. Nel giugno 2006 l’Unione delle Corti Islamiche ha preso il potere a Mogadiscio e il controllo del meridione del Paese. Nei mesi successivi si sono susseguiti i tentativi per un accordo tra le Corti e il governo transitorio somalo, senza esiti duraturi. Durante il loro dominio, le Corti hanno imposto un’interpretazione estremista della sharia (legge islamica), sia con l’affermazione della islamica come unica religione, sia con l’imposizione di una serie divieti, verso partite di calcio, musica e film con la chiusura di tutti i cinema, la proibizione di vedere la televisione in luoghi pubblici, il divieto di canti e danze anche per i matrimoni, a somiglianza di quanto fecero i talebani in Afghanistan nel 1996. Nel maggio 2007 a Mogadiscio il governo di transizione ha vietato alle donne di portare in pubblico il velo islamico.

Da anni le chiese sono state distrutte e i pochi cattolici rimasti si incontrano e celebrano la messa in case private con le finestre sbarrate, per non rischiare la vita.

A Mogadiscio vivono alcune suore che collaborano con l’ospedale Sos Kinderdorf International, gestito dal gruppo tedesco Sos Children.

Domenica 17 settembre 2006 a Mogadiscio davanti a questo ospedale sono stati uccisi l’italiana suor Leonella (Rosa) Sgorbati delle Missionarie della Consolazione e una guardia del corpo. Due uomini, dentro un’auto, l’hanno aspettata fuori dall’ospedale gestito dove lavorava come infermiera. Al suo arrivo sono scesi e le hanno sparato a bruciapelo almeno 5 colpi di pistola. Il 7 settembre 2006 le milizie islamiche hanno fucilato il ventiduenne Ali Mustaf Maka’il, “reo” di essersi convertito dall’islam al cristianesimo e di essersi rifiutato di cantare con loro versetti coranici.

 Il 2006 e il 2007 in Sri Lanka hanno visto un progressivo deterioramento della sicurezza e del conflitto civile nel nord e nell’est. Le tensioni e gli scontri tra i separatisti delle (Tigri per la liberazione della Patria tamil (Ltte) e le forze di sicurezza governative sono culminate nell’uscita  formale di Colombo dal cessate-il-fuoco del 2002 e in numerosi attentati e kamikaze contro civili nel sud del Paese e nella  capitale.

Dal 1983 la guerra civile ha fatto 70.000 morti, di cui circa 5.000 solo nel 2007. La drammatica situazione politica ha bloccato l’iter dei due “pericolosi” disegni di legge anti-conversione proposti nel 2004 all’esame del parlamento. Ma che comunque rimangono ancora in piedi.

La Costituzione accorda al buddismo un “posto principale”, ma riconosce la libertà di religione e culto per tutte le fedi. In pratica, però, soprattutto la minoranza cristiana è oggetto di attacchi da parte di fondamentalisti e nazionalisti buddisti.

Agli occhi dei buddisti nazionalisti i cristiani sono colpevoli di rovinare la “millenaria armonia del Paese”. Nei loro attacchi colpiscono indistintamente cattolici, protestanti e evangelici. Indù e musulmani non subiscono violenze in quanto in Sri Lanka non hanno tradizione di proselitismo, altra “colpa” di cui sono accusati i cristiani. Di fatto le posizioni intransigenti dei monaci sono riconducibili al graduale declino del buddismo nelle campagne a fronte di una crescita delle denominazioni cristiane. Alcune morti e scomparse di religiosi, poi, vanno collocati all’interno del conflitto civile, che miete vittime innocenti tra tutta la popolazione.

Il 2006 ha segnato un escalation del fenomeno delle “sparizioni”, eufemismo utilizzato per le esecuzioni extragiudiziarie. Solo in questi due anni si registrano oltre 1100 casi, di cui molti a Jaffna, isolata dal resto dell’isola da quando il governo ha chiuso l’autostrada A-9 nel 2006. Tra le vittime un sacerdote cattolico e il suo assistente.

La Chiesa cattolica continua a svolgere un’importante ruolo nella società, con opere di aiuto ai più emarginati e di educazione ai giovani, senza distinzione di fede. I leader cattolici sono poi in prima linea nella

 

 

La Turchia attuale ha ereditato il sistema istituzionale imposto nel 1923 da Moustafa Kemal (Atatürk), che si era ispirato allora ampiamente ai sistemi statali europei. Gli sviluppi politici degli ultimi anni, particolarmente la vittoria elettorale di una formazione islamica, il Partito della Giustizia e dello Sviluppo, guidato da Recep Tayyip Erdogan (2002), che è da allora Primo Ministro, e l'elezione del membro del suo stesso partito Abdullah Gül alla Presidenza della Repubblica (2007) non hanno portato alcuna modifica sostanziale alle istituzioni. La Costituzione definisce tuttora il paese dei turchi come «uno Stato di diritto democratico, laico e sociale, che rispetta i diritti umani» (art. 2), e dichiara che «tutti gli individui sono uguali davanti alla legge, senza distinzione di lingua, razza, colore, sesso, opinione politica, credenza filosofica, appartenenza a una religione o a una setta…» (art. 10), e precisa anche che «ciascuno gode di una totale libertà di coscienza, di credo e di convinzione religiosa» (art. 24).

I membri delle due minoranze che si ricollegano all'Islam, i curdi (sunniti non turchi) e gli alévis (turchi non sunniti), sebbene cittadini turchi, non beneficiano della pienezza dei diritti previsti dalla Costituzione. L'identità confessionale dei secondi, malgrado la loro importanza numerica (15 milioni di aderenti), non è, oltretutto, riconosciuta, il che li priva di ogni rappresentanza in seno al Dyanet.

All'epoca del suo viaggio in Turchia (28 novembre - 1 dicembre 2006), nel suo discorso al corpo diplomatico, Papa Benedetto XVI ha ricordato ai turchi i loro obblighi in materia di libertà religiosa: «Il fatto che la maggioranza della popolazione di questo Paese sia musulmana costituisce un elemento significativo nella vita della società di cui lo Stato non può che tener conto, ma la Costituzione turca riconosce ad ogni cittadino i diritti alla libertà di culto e alla libertà di coscienza. È compito delle Autorità civili in ogni Paese democratico garantire la libertà effettiva di tutti i credenti e permettere loro di organizzare liberamente la vita della propria comunità religiosa. (…) Ciò implica, certo, che le religioni per parte loro non cerchino di esercitare direttamente un potere politico, poiché a questo non sono chiamate e, in particolare, che rinuncino assolutamente a giustificare il ricorso alla violenza come espressione legittima della pratica religiosa». Con queste ultime parole, il Papa faceva implicitamente allusione al clima anticristiano che si sta sviluppando in Turchia da alcuni anni. Frutto di un'alleanza tra un nazionalismo esacerbato e la reislamizzazione della società, questa evoluzione è accompagnata da una crescente diffidenza verso le minoranze, i cristiani in particolare, che sono percepiti sempre più come dei «nemici interni».

Tale clima sembra aver propiziato le aggressioni contro i cristiani che si sono verificate nel 2006 e nel 2007, prendendo di mira anche dei cristiani stranieri con permesso di soggiorno regolare.

  1. Paesi nei quali si verificano conflitti locali

A questo gruppo appartengono numerosi Paesi che sono stati già analizzati nelle Sintesi del Rapporto n. 1 e 2. poiché presentano anche limitazioni legali, più o meno gravi, alla Libertà Religiosa, episodi di repressione legale e violenze da intolleranza sociale.

Nonostante i tentativi di riforma in atto nel Paese, in Afghanistan la situazione della libertà religiosa rimane ancora molto difficile. Sulla questione dei diritti umani il governo del presidente filo occidentale Hamid Karzai, ritenuto un musulmano moderato, è paralizzato tra le aspettative degli Stati Uniti e i loro alleati e quelle delle fazioni estremiste islamiche presenti nello stesso Parlamento. L’offensiva dei talebani non è solo militare - il 2007 è stato l’anno più sanguinoso dalla loro caduta nel 2001 - ma si attua anche sul piano politico e ideologico. A luglio 2006 il Consiglio afghano degli ulema ha chiesto al presidente di ripristinare il dipartimento della polizia religiosa, in uso sotto il regime degli “studenti coranici”. Karzai non ha rifiutato. Ha anzi promesso agli ulema di presentare la proposta in Parlamento suscitando la preoccupazione di attivisti per i diritti umani.

Tra il 2006 e il 2007 si sono verificati gravi episodi di violazione della libertà religiosa, che colpiscono anche la comunità musulmana di maggioranza. Fatti come la condanna capitale di un convertito al cristianesimo o le proteste sulle vignette danesi offensive di Maometto, hanno avuto una vasta e violenta eco a livello nazionale.

Apostasia e blasfemia non sono regolamentate da leggi dello Stato e l’art. 130 della Costituzione prevede, in caso di vuoto legislativo su una materia, di attenersi alla giurisprudenza “Hanafi”, una scuola ortodossa di giurisprudenza sunnita, seguita nell’Asia centrale e del sud. La diffamazione dell'islam (blasfemia) o il suo rinnegamento (apostasia) non sono contenute nel codice penale e risultano quindi tra i reati perseguibili secondo la legge islamica, che a riguardo prevede la pena capitale. Le conversioni sono di fatto vietate e chi abbandona l’islam per abbracciare altre religioni è costretto a vivere di nascosto la propria fede.

I cristiani, senza alcuna distinzione tra le denominazioni, sono accusati di proselitismo per via dell’imprudente zelo di alcuni gruppi protestanti. Ne è esempio la drammatica vicenda di un gruppo di cristiani sudcoreani, rapito dai taleban  nella zona di Kandahar nell’estate del 2007. Il 19 luglio sull’autostrada che collega la città nel sud dell’Afghanistan a Kabul, un gruppo di guerriglieri talebani ha bloccato il bus su cui viaggiavano 23 coreani diretti alla capitale.

La libertà religiosa è ben lontana dall’essere un diritto anche per gli stessi musulmani, che rappresentano la stragrande maggioranza della popolazione. La blasfemia è un reato imputato a tutte le “voci fuori dal coro”.

 In Burundi la Costituzione del 2005 conferma il diritto alla libertà religiosa, come già previsto dalla precedente costituzione. I gruppi religiosi devono registrarsi presso il ministero dell’Interno e avere la sede principale nella Nazione. Per i gruppi non registrati è prevista la chiusura di sedi e luoghi di culto e il divieto di attività e, in caso di violazione di queste disposizioni, il responsabile può essere condannato a una pena da sei mesi a cinque anni di carcere. La nuova Costituzione ha riconosciuto per la prima volta come feste nazionali non solo alcune ricorrenze cristiane ma anche le islamiche Eid al-Fitr (che celebra la fine del Ramadan) e Eid al-Adha (per la fine dell’Haji).

Non sono state esaudite appieno le speranze di pace, dopo che la Costituzione ha ripartito i posti nel parlamento in base a criteri etnici rispondendo alle richieste dei Tutsi per un maggior rilievo pubblico (ai tutsi –il 14% della popolazione- vanno il 40% dei seggi, agli Hutu –l’85% della popolazione- circa il 60%) e dopo che nel settembre 2006 l’ultimo gruppo ribelle, le Forze nazionali di liberazione (Fnl), aveva firmato con il governo un accordo provvisorio di pace. Ma nel luglio 2007 sono riprese le ostilità e il Fnl ha continuato uccisioni e saccheggi di villaggi e piccole città, come nella provincia di Burbanza nel nord ovest del Paese, costringendo migliaia di persone ad abbandonare la casa per sottrarsi alle ripetute incursioni. Il Paese sta uscendo a fatica dalla guerra civile esplosa nel 1993 tra le principali etnie Hutu e Tutsi, che ha causato oltre 300mila morti. Si sono svolte elezioni democratiche, ma sono proseguiti gli abusi di esercito e polizia con torture e apparenti esecuzioni extragiudiziarie, come pure i fatti di corruzione e gli arresti di oppositori politici.

La sera del 4 febbraio 2006 è stato ucciso il gesuita padre Elie Koma, 59 anni. Non sono state ancora chiarite le circostanze dell’omicidio del 29 dicembre 2003 del nunzio apostolico, l’arcivescovo irlandese Michael Aidan Courtney, ucciso a colpi d’arma da fuoco in un’imboscata a Minago. Il presule era un grande promotore della pace nella guerra civile che sconvolge il Paese e l’attuale accordo di pace è considerato in gran parte esito dei suoi sforzi. La sera del 31 dicembre 2007 è stata uccisa la volontaria francese di 31 anni Agnes Dury, psicologa di Action Contre la Faim. Nella regione di Ruyigi un uomo ha sparato con un fucile mitragliatore contro l’auto su cui la giovane viaggiava insieme a una collega (rimasta gravemente ferita) e a due collaboratori locali. Il gruppo ha deciso di sospendere le operazioni nel Paese.

 La Costituzione del Ciad del 1996 (art. 1) prevede la laicità dello Stato e garantisce  (art. 27 )la libertà religiosa. Il Governo, attraverso il Ministero dell’Interno con il Dipartimento degli Affari religiosi e della tradizione, ne gestisce gli aspetti pratici e interviene per gli eventuali contrasti.

Tutti i gruppi religiosi devono essere registrati ufficialmente presso il Dipartimento degli Affari religiosi.  Nel 2007 è stata vietata l’Associazione Mondiale per la Gioventù Musulmana perché considerava la violenza un precetto dell’Islam, in netto contrasto con la Costituzione del Paese che proibisce associazioni e propaganda che minaccino la convivenza civile (art. 5).

L’istruzione religiosa è proibita nelle scuole pubbliche, ma permessa in quelle private.

I rapporti tra i vari gruppi religiosi sono pacifici, i principali leader religiosi si incontrano regolarmente, solo in alcuni rari casi si sono verificate tensioni tra i vari gruppi musulmani e tra i cristiani e i musulmani.

Conflitti locali

I problemi, anche al libero esercizio della attività religiosa, sono derivati dalle condizioni di conflitto civile in cui il paese è precipitato.

Nel febbraio 2007 una nota della agenzia AGI riporta un appello dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati perché nel ciad orientale possa essere mandata una forza internazionale per fermare le violenze ai danni dei rifugiati sudanesi. A marzo 2007 i primi negoziati in Libia tra ribelli e Governo di Deby hanno portato alla definizione delle richieste delle delegazioni dei movimenti armati anti governativi del Ciad: la riforma della Costituzione, un governo d’unità nazionale e la nomina di un primo ministro di consenso, o nominato dall’opposizione, che affianchi il presidente alla guida del Paese. Solo ad agosto 2007 però si è definita l’intesa che prevede nuove elezioni nel 2009 e nel frattempo la creazione di una commissione elettorale formata da 31 membri, 15 dell’opposizione, 15 della maggioranza e un presidente nominato di comune accordo.

 Nel Congo è riconosciuta e rispettata la libertà religiosa. Tutti gli enti hanno l’obbligo di registrarsi e chiedere l’approvazione dello Stato, compresi i gruppi religiosi.

La scuola pubblica tiene l’istruzione separata dalla religione, ma sono consentite le scuole private. La Chiesa gestisce 34 scuole materne, con 2.452 alunni; 93 scuole primarie con 22.636 scolari; 37 scuole medie inferiori e superiori con 4.010 studenti; 2 ospedali, 16 dispensari, un lebbrosario e 7 centri per malati cronici e invalidi.

Nel dicembre 2006 sono stati arrestati con le accuse di falso e abuso della buona fede Brice Mackosso, Segretario permanente della cattolica Commissione “Giustizia e Pace”, e Christian Mounzeo, Presidente dell’associazione “Rencontre pour la Paix et les Droits de l’Homme”. I due coordinavano la campagna internazionale “Pubblicate quanto pagate”, avviata nel 2002 per sollecitare le compagnie petrolifere a pubblicare quanto versano nelle casse dei Paesi dove operano in cambio del petrolio e del gas che estraggono.

 La popolazione della Costa d’Avorio  è più o meno equamente suddivisa tra cristiani, musulmani (presenti soprattutto nella zona settentrionale del Paese) e praticanti di religione tradizionale indigena. Continuano tuttora fenomeni di discriminazione ai danni di chi pratica religioni tradizionali, considerati dagli altri gruppi religiosi appartenenti ad un basso “status sociale”.

Le associazioni, i gruppi religiosi devono registrarsi presso il Ministero degli Interni.  L’insegnamento della religione è permesso nelle scuole, anche pubbliche, a patto che non si svolga in orari di lezione.

Il paese, dal settembre 2002 è diviso a metà da una profonda crisi che ha visto contrapporsi la zona settentrionale in mano ai ribelli delle Forces Nouvelle a quella meridionale controllata dal governo legale, ma negli anni 2006 e 2007 ha vissuto un lento e costante miglioramento della propria stabilità.

Nel 2006 dopo numerosi dialoghi, tentativi di conciliazione, appelli al non disordine sociale anche da parte dei Vescovi Ivoriani della Chiesa Cattolica, si è svolto il primo incontro, durante il Consiglio dei Ministri, tra Guillaume Soro, leader delle Forze Nuove, e il presidente Gbagbo.

Il 29 marzo 2007 Guillaume Soro, capo delle Forze Nuove stanziate nella centro nord della Costa d’Avorio è stato nominato primo ministro, come era stato previsto dall’accordo politico firmato il 4 marzo in Burkina Faso,  per la costituzione di un nuovo governo di transizione, atto a traghettare il Paese alle elezioni presidenziale previste per il 2008.

Una nota di Fides dello stesso giorno riporta la rassicurazione del Presidente Gbagbo, ai Vescovi, a prendere immediati provvedimenti per garantire la sicurezza delle strutture della Chiesa cattolica e di tutte le confessioni religiose presenti in Costa d’avorio. Come ha raccontato don Blaise Amia, segretario della Conferenza Episcopale della Costa d’Avorio, solo nell’arco di 4 mesi sono stati registrati 10 assalti a parrocchie, case missionarie e altre strutture della Chiesa Cattolica, tutti con un movente economico.

Da alcuni anni il governo eritreo opera una sistematica persecuzione contro ogni professione di fede, al punto che dal 2004 il Dipartimento di Stato Usa ha inserito l’Eritrea tra i “Paesi di particolare preoccupazione” per la libertà religiosa, dizione riservata agli Stati più violenti contro questo diritto.

In un decreto del 2002 il governo ha formalmente riconosciuto solo l’Islam, la Chiesa copta ortodossa, la Chiesa cattolica e quella evangelica affiliata alla Federazione mondiale luterana, A queste denominazioni  appartengono circa il 90% degli abitanti, gli altri gruppi devono registrarsi. Il governo richiede che questi 4 gruppi dichiarino tutte le risorse finanziarie, come pure le proprietà. Per chi non è registrato è vietata ogni attività.

Varie fonti indicano che ci sono non meno di 2mila detenuti per ragioni religiose (secondo Compass Direct per il 95% sono cristiani, soprattutto di gruppi evangelici non riconosciuti), arrestati a partire dal maggio 2002 per la loro fede, detenuti per mesi e anni senza accuse formali e senza processo (nonostante la legge proibisca detenzioni superiori a trenta giorni senza che sia contestata l’accusa), spesso in carceri militari, con condizioni di vita molto dure e senza assistenza medica.

La repressione è peggiorata dopo che il presidente dello Stato, Isaias Afewerki, il 5 marzo 2004 ha dichiarato che il governo non avrebbe più tollerato movimenti religiosi che contribuissero ad “allontanare [i cittadini] dalla unità del popolo eritreo e distorcere il vero significato della religione”.

Lo stato di emergenza, in vigore da anni, consente provvedimenti particolarmente restrittivi. A partire dal 2005, inoltre, sono diventati frequenti gli interventi della polizia, gli arresti e le ingerenze del governo anche nei confronti delle quattro fedi ufficialmente riconosciute.

I gruppi religiosi non possono pubblicare periodici, nemmeno di contenuto religioso, e devono essere autorizzati per stampare e distribuire qualsiasi documento.

Il 16 agosto 2007 le autorità hanno ordinato alla Chiesa cattolica di cedere al ministero per il Benessere sociale e il lavoro tutte le strutture sociali, quali scuole, cliniche, orfanotrofi e centri d’istruzione per le donne.

Il 16 novembre 2007 sono stati espulsi 11 missionari di diverse nazionalità, sia sacerdoti che suore, che non hanno avuto il rinnovo del visto di residenza.

Di estrema gravità sono le ingerenze del governo nella chiesa Ortodossa. Il 40% circa degli eritrei si considera copto ortodosso per nascita.  

La situazione più grave è quella dei gruppi cristiani non riconosciuti.

Il gruppo Open Doors e l’agenzia Compass Direct News riportano che almeno 4 cristiani sono morti negli ultimi due anni per le torture subite in carcere per costringerli ad abiurare. Il 5 settembre 2007 è morta Nigsti Haile, 33 anni, presso il Centro di addestramento militare di Wi’a. Membro della pentecostale Chiesa Rema, era stata arrestata 18 mesi prima insieme ad altre 9 donne presso una chiesa di Keren.

I Testimoni di Geova sono arrestati soprattutto per il loro rifiuto di prestare il servizio militare, che nel Paese è obbligatorio sia per gli uomini che per le donne, e trattati con particolare durezza. E’ in vigore un decreto presidenziale per il quale costoro, rifiutando di prestare il servizio militare e di votare alle elezioni, “hanno rinunciato alla loro nazionalità”. 

 La sezione 5 dell’Articolo III della Costituzione delle Filippine del 1986 stabilisce che «non sarà promulgata alcuna legge che prescriva una religione o che ne proibisca il libero esercizio. Sarà sempre permesso il libero esercizio e il godimento della professione e del culto religioso senza discriminazione né privilegio. Non si terrà conto della religione per l’esercizio dei diritti civili e politici».

Questi principi sono nei fatti rispettati e non si conoscono violazioni da parte delle autorità degli stessi.

Questa condizione di libertà religiosa e di libero esercizio della stessa ha incontrato degli ostacoli e delle difficoltà a causa della lunga lotta, non soltanto politica, ma anche militare che ha contrapposto movimenti prima di ispirazione maoista e poi soprattutto islamistici al governo centrale, con drammatiche e sanguinose fasi tipiche di una guerra civile.

In alcuni territori, soprattutto nell’isola di Mindanao, la composizione religiosa è diversa da quella del resto delle Filippine a maggioranza assoluta cristiana.

Sono presenti infatti aree a forte concentrazione mussulmana e in alcune province  l’islam rappresenta la maggioranza della popolazione.

La situazione di incertezza e la moltiplicazione di gruppi criminali, difficilmente identificabili, produce violenze il cui obiettivo sono soprattutto missionari cristiani.

Il 2 aprile 2007, un sacerdote cattolico indonesiano è stato ucciso da quattro uomini armati di fucile mentre si preparava per celebrare la messa della domenica delle Palme a Lubuagan, città della provincia settentrionale di Kalinga.

 La nuova Costituzione dell’Iraq del 2005  proclama l'islam come «religione ufficiale» e stipula che «nessuna legge potrà essere approvata se è in contraddizione con la legge islamica» (art. 2.1a). Il testo enuncia anche che lo Stato difende i diritti di libertà e i diritti religiosi (artt. 2.1b e 2.2), e garantisce i diritti amministrativi, politici, culturali e all’istruzione alle differenti etnie irachene, fra cui gli assiro-caldei, citati esplicitamente (art. 125).

I cristiani non hanno svolto nessun ruolo nella redazione di questa nuova Costituzione, e invano hanno chiesto la soppressione o almeno la modifica dell'articolo 2.1a (30 Giorni n° 10-2005). La loro debolissima rappresentanza nel Parlamento eletto il 15 dicembre 2005 (3 seggi su 275) non permette loro di avere un peso nella votazione delle leggi. Peraltro, l’indicazione della confessione di appartenenza continua ad apparire sulle carte d’identità, il che rende i cristiani facilmente identificabili.

Tra i vantaggi che si sono prodotti come frutto della situazione che è seguito alla caduta del regime di Saddam Hussein (2003), si può segnalare che gli istituti per l’insegnamento, prima nazionalizzati, sono stati restituiti alle Chiese e ora vi si può insegnare il catechismo. Le Chiese dispongono anche di propri tribunali per tutto ciò che riguarda lo statuto personale.

Infine, per la prima volta nella storia dell'Iraq, i cristiani hanno potuto creare una decina di partiti confessionali. Questo però non basta a garantire la permanenza e la sicurezza dei cristiani in Iraq.

Le aggressioni islamiche sono aumentate dopo la proclamazione, a Bagdad e nelle regioni a maggioranza sunnita, nell'ottobre 2006, di uno «Stato islamico dell’Irak» per mano di un ramo iracheno di Al Qaïda, l’«Alleanza degli Imbalsamati», in reazione all'adozione da parte del Parlamento di una legge che dava vita a uno Stato federale (Le Monde, 17 ottobre 2006).

I patriarchi delle Chiese caldea e assira hanno lanciato un appello comune: «I cristiani sono vittime di ricatti, di sequestri e di trasferimenti forzati in numerose regioni dell'Iraq, in modo particolare in quelle sotto il controllo dello “Stato islamico dell'Iraq" […], mentre il governo resta in silenzio e non prende misure radicali per fermare questa espansione» (Reconquête, Parigi, n° 238, maggio 2007).

I cristiani iracheni soffrono dunque quotidianamente di violenze e di atti di intolleranza.

Il Kurdistan, provincia che gode di una grande autonomia e dove i cristiani sono presenti negli apparati statali (un ministro e cinque deputati nell'assemblea nazionale curda, che conta 111 membri eletti), ha accolto numerose famiglie cristiane, circa 100 000 persone, che erano fuggite da Bagdad e da Mossoul. Alcune di loro sono ritornate così nella provincia di origine, che avevano dovuto lasciare all'epoca della repressione dei curdi per opera del regime di Saddam Hussein. Non hanno però potuto riprendere possesso delle proprietà agricole che appartenevano loro e hanno dunque avuto molte difficoltà a trovare lavoro. Infine, a Bassora, metropoli del sud a maggioranza sciita, la pressione sui cristiani è talmente forte che l'Arcivescovo caldeo, Mons. Djibraïl Kassab, ha dovuto lasciare la città.

Bisogna segnalare anche che i cristiani si sentono minacciati dall'arrivo dei missionari neo-protestanti americani, che avevano cominciato a stabilirsi in Iraq durante l'embargo internazionale (1991-2003) sotto la copertura di organizzazioni umanitarie. A partire dall'invasione del 2003, si stanno diffondendo nel paese, affittando dovunque palazzi che trasformano in templi (cf. La Croix, 19 maggio 2006). 

La guerra civile che vede contrapposte milizie sciite e milizie sunnite ha provocato una grave condizione di insicurezza anche per quanto riguarda la vita religiosa delle due comunità. L’identificazione, tipica del mondo islamico, tra moventi religiosi e moventi politici rende estremamente difficile distinguere tra le motivazioni dei numerosi e sanguinosi attentati e attacchi a moschee, in occasione di cerimonie religiose, funerali, matrimoni.

Accanto ai cristiani, altre minoranze non musulmane sono vittime di persecuzioni e non beneficiano di alcuna protezione da parte delle autorità.

Una sorte paragonabile a questa è riservata agli Yezidi, la maggioranza dei quali è concentrata intorno a Mossoul e nel Kurdistan. Adepti di un sincretismo che mescola zoroastrismo, manicheismo, nestorianesimo e giudaismo, sono stati riconosciuti dalla Costituzione del 2005, che autorizza il loro culto. Gli yezidi dispongono peraltro di tre seggi nel parlamento nazionale e di due seggi nel parlamento autonomo curdo. Tuttavia, agli occhi dei musulmani sono dei pagani, dunque senza diritti. Dall'invasione americana del 2003, almeno 1 000 civili shabak (un ramo degli yezidi), sono stati uccisi dai sunniti nella regione di Mossoul e 4 000 di loro hanno dovuto fuggire dalle loro case.

 In Libano non esiste nessuna religione di Stato. L’art. 9 della Costituzione stabilisce il rispetto dello Stato per tutte le religioni e la garanzia della loro autonomia legislativa e giudiziaria in materia di matrimonio e famiglia, oltre che di successione. Le discriminazioni religiose in vigore nel Paese sono riconducibili al sistema politico confessionale che assegna le massime cariche pubbliche alle differenti comunità secondo criteri ben definiti: la presidenza della Repubblica ai cattolici maroniti, la presidenza del Consiglio dei ministri ai musulmani sunniti, la presidenza della Camera agli sciiti. Le comunità religiose vengono inoltre rappresentate al Parlamento secondo quote fisse.

Il “Comitato per l’abolizione del confessionalismo” previsto dagli Accordi di Taif (1989) e volto a considerare la competenza piuttosto che la religione dei candidati non ha ancora visto la luce. Il Libano rimane tuttavia all’avanguardia nel campo del rispetto delle libertà religiose nel Medio Oriente, con i vari gruppi religiosi che possono disporre di propri istituti educativi, associazioni e tribunali religiosi. L’unico matrimonio legale è quello religioso, ma lo Stato riconosce i matrimoni civili contratti all’estero.

Accanto alle 18 comunità religiose ufficialmente riconosciute, le comunità non riconosciute dei bahai, buddisti e indù godono della libertà di praticare la loro fede senza alcuna interferenza da parte del governo.

Il Libano ha attraversato nel periodo esaminato in questo Rapporto una vera e propria fase di tensione. Nel luglio 2006 il rapimento di due soldati israeliani e l’uccisione di altri otto da parte dei guerriglieri hezbollah ha scatenato una terribile guerra tra Israele e il movimento sciita libanese durata 33 giorni. Il conflitto ha provocato la morte di circa 1200 libanesi, in maggioranza civili. Nel conflitto molti luoghi di culto (moschee sciite e chiese cristiane) hanno subito ingenti danni materiali.

Il 5 febbraio 2006 una folla furiosa di oltre 20 mila persone ha dato fuoco all'edificio che ospita il consolato danese a Beirut, per protestare contro le vignette su Maometto. Le forze della sicurezza libanese hanno lanciato gas lacrimogeni per disperderla, lasciando quasi 30 feriti.

La crisi politica tra opposizione e maggioranza ha talvolta assunto il carattere di un conflitto latente tra sciiti e sunniti.

Un dramma nel dramma è quello rappresentato dalla situazione dei profughi iracheni (tra 40 e 50 mila) approdati in Libano ai quali le autorità libanesi rifiutano di concedere uno status legale, anche solo temporaneo. Ai profughi iracheni, molti dei quali di fede cristiana, si prospettano così solo due scelte: o la prigione o il rientro in Iraq.

Il 18 dicembre 2007 le autorità giudiziarie ha accusato 31 persone legate ad al-Qaeda di pianificare un attacco contro un chiesa e altri luoghi cristiani nella città di Zahle, nella Beqaa, e di possedere armi. Il pubblico ministero ha chiesto la condanna a morte per 14 di loro. Diciotto dei sospetti (che sono di nazionalità libanese, siriana e saudita) erano stati arrestati nei mesi precedenti, mentre nel nord del Libano erano in corso gli scontri tra esercito libanese e Fatah al-islam.

 La Liberia è uno stato laico, la Costituzione del 1985 sancisce con l’articolo 14 la libertà religiosa. Tutti i gruppi religiosi sono tenuti a registrarsi e a rilasciare una dichiarazione circa gli scopi della loro organizzazione. Il Governo consente l’istruzione religiosa nelle scuole. In particolare quella cristiana viene impartita nelle scuole pubbliche ma non è obbligatoria. 

La religione cristiana è professata da circa il 40% della popolazione, a seguire i credenti di religioni tradizionali indigene e i musulmani (circa il 20%)

Durante il periodo coperto da questo rapporto la Liberia ha visto avvicendarsi due Governi: il Governo Nazionale di transizione della Liberia (NTGL) in carica da ottobre 2003 a dicembre 2006 e il Governo democraticamente eletto instauratosi il 16 gennaio 2006 con l’elezione a Presidente di Ellen Johnson Sirleaf, prima donna eletta a questo incarico in Africa. Alla cerimonia del giuramento a Monrovia erano presenti anche massime personalità internazionali.

Nel 2006 l’ex dittatore Charles Taylor, dal 2003 in esilio in Nigeria, è stato arrestato e consegnato al Tribunale Internazionale per i crimini contro l’umanità per rispondere di massacri, mutilazioni e riduzioni di schiavitù di decine di migliaia di civili, crimini perpetrati dai miliziani del Fronte Rivoluzionario Unito durante la guerra civile durata 14 anni e che ha causato la morte di circa 250mila persone.

La Polizia, per motivi di sicurezza e come misura anti-terrorismo, a luglio 2006 ha chiesto alle donne musulmane di non indossare il velo in pubblico, ma non ne ha vietato l'uso del velo, provocando però l’obiezione dei  leader religiosi musulmani che hanno considerato la richiesta discriminatoria.

Il Governo punisce le uccisioni rituali che, soprattutto nelle zone rurali, sono ancora diffuse.

 La Costituzione nigeriana riconosce la libertà di religione, inclusa la libertà di manifestare e diffondere il proprio credo religioso e quella di convertirsi ad altra religione. La sezione 10, capitolo 1 della Costituzione stabilisce che il governo "non adotterà nessuna religione come religione di Stato". Tuttavia la Nigeria fa parte della Conferenza degli Stati islamici (Oic), e a partire dal 2000 dodici dei 36 stati della federazione nigeriana (tutti settentrionali: Bauchi, Borno, Gombe, Jigawa, Kaduna, Kano, Katsina, Kebbi, Niger, Sokoto, Yobe, Zamfara) hanno cominciato ad applicare i princìpi della sharia (la legge coranica) non solo nel codice di famiglia, come praticato fino ad allora, ma anche in quello penale. Lo stato di Zamfara ha pure creato un ministero degli Affari religiosi e un Consiglio degli imam.

In linea di principio le norme civili e penali della sharia non si applicano ai credenti delle altre religioni, così come non si applicano le norme sull'apostasia dall'islam ad altra religione. Tuttavia la vita dei non musulmani in Nigeria è toccata in molti modi dalla vigenza legale della sharia. Nello stato di Kano sono vietati a tutti la consumazione e la distribuzione di alcol in pubblico, mentre in altri essa può avvenire solo nelle sedi di ent istituzionali federali, come le caserme o i commissariati di polizia. Nello stato di Zamfara i mezzi di trasporto pubblici, le classi nelle scuole e i presidi sanitari sono organizzati sulla base di una rigida separazione dei sessi.

I più diffusi atti di intolleranza e discriminazione religiosa sono quelli lamentati dalle varie comunità cristiane presenti negli stati più islamizzati della Nigeria settentrionale (che coincidono quasi sempre coi 12 stati che hanno introdotto nella loro legislazione la sharia). Nello stato di Borno gli appartenenti alle etnie kanuri e shuwa, integralmente islamizzate, che si sono convertiti al cristianesimo sono perseguitati e minacciati di morte.

Fra il 18 e il 24 febbraio 2006 la Nigeria è stata percorsa da violenze interreligiose che hanno causato almeno 157 morti. La causa iniziale è stata una protesta di musulmani contro le vignette satiriche aventi per oggetto Maometto, apparse su un giornale danese. Il 18 febbraio una folla di estremisti musulmani riunita presso il palazzo dello sceicco di Borno nella città di Maiduguri per una protesta contro le vignette ha dato vita a una caccia al cristiano per le vie della città che si è conclusa con l’assassinio di 57 cristiani e la distruzione di 55 chiese.

 Da anni l’esercizio della libertà di religione dipende dalle sorti della guerra che insanguina la Somalia e che vede prevalere ora gruppi estremisti islamici, ora forze più moderate. Nel giugno 2006 l’Unione delle Corti Islamiche ha preso il potere a Mogadiscio e il controllo del meridione del Paese. Nei mesi successivi si sono susseguiti i tentativi per un accordo tra le Corti e il governo transitorio somalo, senza esiti duraturi. Durante il loro dominio, le Corti hanno imposto un’interpretazione estremista della sharia (legge islamica), sia con l’affermazione della islamica come unica religione, sia con l’imposizione di una serie divieti, verso partite di calcio, musica e film con la chiusura di tutti i cinema, la proibizione di vedere la televisione in luoghi pubblici, il divieto di canti e danze anche per i matrimoni, a somiglianza di quanto fecero i talebani in Afghanistan nel 1996.

Nel maggio 2007 a Mogadiscio il governo di transizione ha vietato alle donne di portare in pubblico il velo islamico.

Da anni le chiese sono state distrutte e i pochi cattolici rimasti si incontrano e celebrano la messa in case private con le finestre sbarrate, per non rischiare la vita.

A Mogadiscio vivono alcune suore che collaborano con l’ospedale Sos Kinderdorf International, gestito dal gruppo tedesco Sos Children.

Domenica 17 settembre 2006 a Mogadiscio davanti a questo ospedale sono stati uccisi l’italiana suor Leonella (Rosa) Sgorbati delle Missionarie della Consolazione e una guardia del corpo. Due uomini, dentro un’auto, l’hanno aspettata fuori dall’ospedale gestito dove lavorava come infermiera. Al suo arrivo sono scesi e le hanno sparato a bruciapelo almeno 5 colpi di pistola. 

Il 7 settembre 2006 le milizie islamiche hanno fucilato il ventiduenne Ali Mustaf Maka’il, “reo” di essersi convertito dall’islam al cristianesimo e di essersi rifiutato di cantare con loro versetti coranici.

 Il 2006 e il 2007 in Sri Lanka hanno visto un progressivo deterioramento della sicurezza e del conflitto civile nel nord e nell’est. Le tensioni e gli scontri tra i separatisti delle (Tigri per la liberazione della Patria tamil (Ltte) e le forze di sicurezza governative sono culminate nell’uscita  formale di Colombo dal cessate-il-fuoco del 2002 e in numerosi attentati e kamikaze contro civili nel sud del Paese e nella capitale.

Dal 1983 la guerra civile ha fatto 70.000 morti, di cui circa 5.000 solo nel 2007. La drammatica situazione politica ha bloccato l’iter dei due “pericolosi” disegni di legge anti-conversione proposti nel 2004 all’esame del parlamento. Ma che comunque rimangono ancora in piedi.

La Costituzione accorda al buddismo un “posto principale”, ma riconosce la libertà di religione e culto per tutte le fedi. In pratica, però, soprattutto la minoranza cristiana è oggetto di attacchi da parte di fondamentalisti e nazionalisti buddisti.

Agli occhi dei buddisti nazionalisti i cristiani sono colpevoli di rovinare la “millenaria armonia del Paese”. Nei loro attacchi colpiscono indistintamente cattolici, protestanti e evangelici. Indù e musulmani non subiscono violenze in quanto in Sri Lanka non hanno tradizione di proselitismo, altra “colpa” di cui sono accusati i cristiani. Di fatto le posizioni intransigenti dei monaci sono riconducibili al graduale declino del buddismo nelle campagne a fronte di una crescita delle denominazioni cristiane. Alcune morti e scomparse di religiosi, poi, vanno collocati all’interno del conflitto civile, che miete vittime innocenti tra tutta la popolazione.

Il 2006 ha segnato un escalation del fenomeno delle “sparizioni”, eufemismo utilizzato per le esecuzioni extragiudiziarie. Solo in questi due anni si registrano oltre 1100 casi, di cui molti a Jaffna, isolata dal resto dell’isola da quando il governo ha chiuso l’autostrada A-9 nel 2006. Tra le vittime un sacerdote cattolico e il suo assistente.

La Chiesa cattolica continua a svolgere un’importante ruolo nella società, con opere di aiuto ai più emarginati e di educazione ai giovani, senza distinzione di fede. I leader cattolici sono poi in prima linea nella

 Dopo l'approvazione contestuale della Costituzione nazionale provvisoria e della Costituzione del Sudan meridionale nel 2005, nella repubblica del Sudan vigono due sistemi diversi in materia di libertà religiosa: mentre nelle dieci regioni del sud, rette dal Governo del Sudan meridionale, la libertà religiosa in via di principio è garantita su un piano di parità ai cittadini di ogni appartenenza religiosa, nelle sedici regioni del nord tutti i residenti sono sottoposti alla sharia, la legge coranica, nell'interpretazione che ne dà il National Congress Party, il principale partito musulmano del Governo di unità nazionale insediato a Khartoum. Essa prevede la pena di morte per il reato di apostasia (abbandono della fede islamica con o senza il passaggio ad un'altra fede), pene corporali che includono anche mutilazioni agli arti per alcuni reati, divieto di matrimonio con maschi non musulmani per le donne musulmane, divieto generalizzato del consumo di alcolici e altre norme ancora ispirate alla tradizione islamica.   aperti a tutta la popolazione. Non esiste invece alcuna legge che limiti le conversioni all’islam.

Nel febbraio del 2007 il capo dello Stato, presidente Omar Hassan al-Bashir, ha istituito la Commissione per i diritti dei residenti non musulmani nella capitale (Khartoum si trova nel nord sotto legislazione sciaraitica) prevista dall'Accordo di pace complessivo firmato a Nairobi con i ribelli dell'Spla/m e l'opposizione politica riunita nalla Nda (National Democratic Alliance) nel gennaio 2005. Suo oggetto sono i termini di applicazione della sharia nel nord ai non musulmani. La Commissione, formata da magistrati e dirigenti del ministero della Giustizia nominati dal capo dello Stato e da esponenti delle Chiese cristiane e dell’islam, alla fine dell’anno si era riunita una sola volta e non aveva assunto alcuna decisione. Aveva però chiesto al presidente al-Bashir di liberare le donne cristiane incarcerate a Khartoum insieme ai loro bambini per aver venduto prodotti alcolici.

 La Costituzione dell’Uganda riconosce la piena libertà di religione. Tutti gli enti privati, compresi i gruppi religiosi, debbono registrarsi. La procedura richiede alcune settimane e in genere non incontra ostacoli.

Le violenze contro gruppi religiosi e credenti sono soprattutto conseguenza della ultraventennale guerra tra esercito e ribelli dell’Esercito di Resistenza del Signore (Lra), che ancora non si è conclusa, sebbene negli ultimi anni si siano succeduti ripetuti armistizi e accordi parziali. Il 23 febbraio 2008 governo e ribelli hanno firmato a Juba (Sudan) il cessate-il-fuoco definitivo, che prevede, tra l’altro, che i capi dei ribelli siano giudicati da un tribunale ugandese per i crimini commessi negli ultimi anni. Ma in seguito il capo del Lra, Joseph Kony, ha lasciato la sua base della Repubblica democratica del Congo e si attende di vedere se darà esecuzione agli accordi. Dal 1986 il conflitto, di origine etnica, insanguina l’Uganda settentrionale e ha provocato più di 100mila vittime civili e oltre 2 milioni di sfollati, per la gran parte ricoverati in campi profughi in precarie condizioni igieniche e alimentari. Sono stati rapiti e resi schiavi decine di migliaia di bambini (25mila secondo dati ufficiali, ma c’è chi parla di 80mila), “arruolando” i maschi tra i combattenti e riducendo le ragazze a schiave sessuali.

Diffusa è ancora la credenza della stregoneria: nel giugno 2007 nel distretto di Kitgum la folla ha lapidato e poi bruciate vive 3 donne accusate di essere streghe e di avere causato la morte di un motociclista.

 La Costituzione risalente al  1979 dello Zimbabwe, con le revisioni approvate nel 2000, riconosce ampiamente la libertà religiosa. Ma nella pratica non sempre questo diritto viene rispettato. Nel periodo coperto da questo rapporto, infatti, il governo ha continuato a criticare, molestare e intimidire i leader religiosi critici nei confronti della politica del Governo o che hanno denunciato abusi nei diritti umani commessi dalle stesse autorità.

Nel luglio del 2006 è stato sostituito un emendamento al precedente Atto per la Soppressione della Stregoneria: ogni atto comunemente associato alla stregoneria è criminalizzato solo se tale prassi è destinata a creare danni. In base a questo nuovo atto le sole parole pronunciate non sono considerate stregoneria e dunque non sono illegali. Il nuovo emendamento inoltre criminalizza la caccia alle streghe, impone accuse penali contro chi accusa qualcun altro di praticare stregoneria e respinge l’uccisione di una strega come difesa per tentato omicidio. Attacchi individuali a persone che praticano la stregoneria sono perseguiti dalla legge se vengono commessi omicidi, aggressioni o altri crimini legati all’integrità della persona.

I gruppi religiosi presenti nel Paese hanno continuato a contestare le leggi del Governo restrittive in materia di libertà di riunione, di espressione e di associazione. Anche se non specificatamente destinata alla libertà di religione, la legge sulla sicurezza e l’ordine pubblico (POSA) ha continuato ad essere usata anche per interferire nelle riunioni pubbliche dei gruppi religiosi e dei gruppi della società civile.

Nel marzo 2007 i leader delle principali confessioni cristiane dal Paese hanno lanciato una dichiarazione comune ai responsabili politici nazionali. I religiosi hanno sottolineato la crisi profonda del paese, una situazione instabile di estremo pericolo, schierandosi in modo chiaro e inequivocabile a sostegno dell’autorità politica legittima, contro la conquista del potere attraverso la violenza, l’oppressione e l’intimidazione.

A differenza degli anni precedenti però non sono stati segnalati casi di violenza contro i leader religiosi. Nel periodo in questione sono proseguite le divisioni tra i principali gruppi religiosi e i praticanti di religioni indigene. Il consiglio inter-religioso formato nel 2004, ha continuato tuttavia la sua attività per la creazione di legami più stretti tra i vari gruppi.

Si stima che tra il 70 e il 80 per cento della popolazione appartenga a confessioni cristiane come la cattolica, l’anglicana e la metodista. Tuttavia, nel corso di questi anni una varietà di chiese e di gruppi che praticano tradizioni indigene sono fuoriusciti da questi gruppi maggioritari.

Nonostante il Paese sia quasi totalmente cristiano, la maggioranza della popolazione continua a praticare, in gradi diversi, anche le religioni indigene.  

Solo l’1% della popolazione pratica l’Islam che però ha continuato a crescere, particolarmente nelle zone rurali.

 

Fonte:  Associazione Aiuto Alla Chiesa Che Soffre