Almo Collegio Borromeo - Pavia

                                                   L’uscita dalla crisi del debito sovrano:

                                    politiche nazionali, riforme europee, politica monetaria

                    Lectio magistralis del Governatore della Banca d’Italia

                                                Ignazio Visco

 Pavia, 25 marzo 2014

 La strada dell’integrazione europea è lunga e difficile; non è un percorso lineare, si

procede spesso a piccoli passi, a volte con strappi vigorosi. L’introduzione dell’euro è stata

uno di questi strappi, ci ha fatto compiere un passo deciso, ma non ha certo portato il

cammino a compimento. L’euro è una moneta senza Stato: di questa mancanza risente. Le

divergenze, le diffidenze a volte, che ancora caratterizzano i rapporti tra i paesi membri

indeboliscono l’Unione economica e monetaria agli occhi della comunità internazionale, a

quelli dei suoi stessi cittadini.

Questa incompletezza, insieme con le debolezze di alcuni paesi membri, ha alimentato

la crisi dei debiti sovrani dell’area dell’euro. Se le seconde hanno generato dubbi sulla

sostenibilità dei debiti pubblici nazionali, la prima ha sollevato timori sull’integrità

dell’unione, ha consentito che prendesse corpo il rischio di una ridenominazione in valute

nazionali delle attività e passività finanziarie dell’area, ha riportato il rischio di cambio

all’interno di una unione monetaria, indebolendo ulteriormente la posizione dei paesi in

difficoltà.

Senza unione politica, la governance economica europea si è fondata sulle regole di

bilancio e sul divieto di salvataggio tra paesi membri; ha fatto affidamento sulla spinta del

mercato unico per la convergenza economica. Tuttavia, in molti casi le regole di bilancio non

sono state rispettate e le condizioni macroeconomiche, anche dal punto di vista strutturale,

sono rimaste disomogenee. La convergenza dei tassi di interesse verso i bassi livelli dei paesi

più “virtuosi” ha permesso ad altri paesi di rinviare i necessari aggiustamenti. I mercati

finanziari per anni non hanno considerato la possibilità di un aumento dei rischi sovrani. Le

differenze di rendimento tra i titoli pubblici dell’area si erano sostanzialmente annullate prima

della crisi.

Le tensioni nell’area dell’euro sono maturate in un contesto già reso fragile dalla crisi

finanziaria globale e dalla conseguente recessione del 2008-9. Hanno coinvolto inizialmente

la Grecia per la situazione dei suoi conti pubblici, l’Irlanda per lo scoppio della bolla

immobiliare e per la conseguente crisi bancaria, il Portogallo per squilibri macroeconomici.

Nell’estate del 2011 l’annuncio del coinvolgimento degli investitori privati nella

ristrutturazione del debito greco ha reso chiare le implicazioni del divieto di salvataggio

3 finanziario di uno Stato imposto dal Trattato di Maastricht e dell’assenza di protocolli per la

gestione delle crisi sovrane. Le tensioni hanno assunto natura sistemica, ne hanno risentito in

maniera più accentuata la Spagna, soprattutto per l’eccessiva esposizione del sistema bancario

verso il settore immobiliare, e l’Italia, resa vulnerabile dall’elevato debito pubblico e dalla

perdita di competitività e di capacità di crescita connessa con i gravi ritardi nell’adeguamento

ai grandi cambiamenti globali di natura politica, commerciale, demografica e tecnologica

degli ultimi venti anni.

I differenziali di rendimento tra i titoli sovrani dell’area si sono ampliati

repentinamente. Per alcuni paesi, tra cui il nostro, sono saliti molto al di sopra di quanto

giustificato dalle condizioni di fondo dell’economia. Lo spread tra i BTP decennali e i

corrispondenti Bund tedeschi, ancora inferiore a 200 punti base nella prima metà del 2011,

raggiungeva i 550 alla fine dell’anno. Dopo un’iniziale riduzione nei primi mesi del 2012,

superava nuovamente i 500 punti base nel luglio di quell’anno. Stimammo allora – e ne

demmo conto con analisi tecniche e pubblici interventi – che di questi meno della metà

fossero riconducibili alle debolezze della nostra economia; il resto rifletteva i timori di rottura

della moneta unica.

                                        Politiche nazionali e riforme europee

Per raggiungere un determinato numero di obiettivi la politica economica deve poter

disporre di un numero almeno equivalente di strumenti tra loro indipendenti. La strategia

europea di risposta alla crisi ha di fatto individuato due strumenti per perseguire due obiettivi:

le politiche nazionali per rimuovere le fragilità delle singole economie; il rafforzamento

dell’unione per fugare i timori sull’integrità della moneta unica. In questo caso tuttavia, dato

che i timori sulla reversibilità dell’euro e quelli sulla sostenibilità dei debiti dei paesi membri

si alimentano a vicenda, gli strumenti non sono indipendenti: la riforma della governance

europea ha dovuto fare perno sul rafforzamento delle regole di bilancio e sull’introduzione di

nuove procedure per il controllo degli altri squilibri macroeconomici.

I tempi lunghi connessi con la messa in atto di questa strategia si scontravano, tuttavia,

con le incertezze persistenti nei mercati e con l’assenza di uno strumento, quale un bilancio

comune, il cui utilizzo consentisse di contrastare la recessione seguita alla crisi finanziaria,

compensando con politiche unitarie gli effetti negativi di breve periodo delle inderogabili

4 correzioni di bilancio. Gli interventi di politica monetaria, convenzionali e non, che si sono

succeduti hanno contribuito a rendere più distese le condizioni di mercato e a contrastare, per

quanto possibile, la flessione della domanda.

Al tempo stesso, nei paesi più colpiti l’acuirsi delle conseguenze sociali, oltre che

economiche, della crisi ha reso più difficile attuare le necessarie riforme strutturali che, se

contribuiscono a ricostituire il potenziale di crescita di un’economia, hanno indubbi costi di

breve periodo. L’immediata visibilità dei risultati delle politiche di bilancio è stata offuscata.

In Italia, nonostante la riduzione del disavanzo dal 5,5 al 3 per cento del PIL, rispetto al 2009

il rapporto tra il debito pubblico e il prodotto è cresciuto di oltre 16 punti percentuali, al 132,6

per cento nel 2013, riflettendo soprattutto la brusca decelerazione dell’economia. Vi ha

contribuito per quasi 4 punti il sostegno, diretto e indiretto, che l’Italia ha fornito per il

riequilibrio finanziario di paesi dell’area dell’euro.

La frammentazione dei mercati finanziari indotta dall’innescarsi di un circolo vizioso

tra la situazione dei sovrani e quella dei rispettivi sistemi bancari ha interferito con la

trasmissione della politica monetaria, rendendo le condizioni di finanziamento dell’economia

fortemente disomogenee tra i paesi dell’area e frenando gli impulsi espansivi verso le

economie che più ne avevano bisogno. Il divario tra Italia e Germania nel costo dei nuovi

finanziamenti alle imprese, pressoché nullo nell’estate del 2011, si è progressivamente

ampliato, raggiungendo un punto percentuale alla fine di quell’anno. Con le operazioni di

rifinanziamento triennali decise nel dicembre del 2011, il Consiglio direttivo della Banca

centrale europea ha contrastato le conseguenze della frammentazione, impedendo una

contrazione del credito ben più grave di quella osservata.

Pur in condizioni di emergenza e con non poche incertezze, le politiche nazionali ed

europee si sono mosse nel complesso nella giusta direzione. Le condizioni delle finanze

pubbliche dei paesi più esposti alla crisi sono migliorate, anche se i costi sociali sono stati per

alcuni paesi molto elevati. Riforme a sostegno della competitività sono state definite e sono in

corso di attuazione. Soprattutto, è stata avviata la ricostruzione del rapporto di fiducia tra gli

Stati membri.

All’inizio della crisi, l’Europa non aveva strumenti per il sostegno finanziario di

emittenti sovrani: i primi interventi a favore della Grecia, e in misura minore quelli relativi

all’Irlanda, sono stati effettuati con prestiti bilaterali. Con lo European Financial Stability

Facility (EFSF), uno strumento temporaneo costituito nel maggio del 2010, e con lo European

5 Stability Mechanism (ESM), un meccanismo permanente dotato di capitale proprio

inaugurato a ottobre del 2012, l’Europa si è dotata di una capacità di intervento di quasi 700

miliardi. Tra il 2010 e il 2013 sono stati erogati finanziamenti ai paesi in difficoltà per oltre

320 miliardi. Considerando anche le quote versate per il capitale dell’ESM, il nostro paese ha

contribuito a questo sforzo con oltre 55 miliardi.

È stata riconosciuta la necessità di superare l’asimmetria tra l’unicità della politica

monetaria e la molteplicità delle politiche di bilancio e strutturali nazionali. Il Piano

pubblicato dalla Commissione europea nel novembre del 2012 e il Rapporto presentato dal

Presidente del Consiglio europeo a giugno dello stesso anno e aggiornato nel successivo

dicembre hanno tracciato le tappe di un ulteriore percorso di graduale rafforzamento

dell’Unione economica e monetaria. La prima, l’Unione bancaria, è in corso di attuazione.

Altre, più impegnative, dovranno seguire: la creazione di un’autonoma capacità finanziaria

per il complesso dell’area dell’euro, la costituzione di un bilancio pubblico comune e, in

prospettiva, l’unione politica.

Nell’avanzare con determinazione lungo questo percorso vi è una sfida importante da

superare, la riduzione decisa, cioè, delle diffidenze oggi esistenti tra i governi e tra le

comunità nazionali. A questo fine non ci si può limitare all’individuazione delle debolezze di

taluni, pur obiettive, e alla richiesta di correzioni, pur necessarie, con riferimento precipuo ai

risultati a breve termine. Dobbiamo guardare con responsabilità alle prospettive di più lungo

periodo, considerando anche la sostenibilità dei sacrifici e la distribuzione dei benefici.

I lavori per la creazione del meccanismo unico di supervisione nell’area dell’euro

(Single Supervisory Mechanism, SSM), costituito dalla BCE e dalle autorità nazionali,

proseguono a ritmi serrati. È un’operazione di ingegneria istituzionale complessa,

impegnativa almeno quanto quella che portò all’introduzione della moneta unica. Muovendo

dal patrimonio di conoscenze tecniche delle autorità nazionali, l’SSM dovrà assicurare una

visione sovranazionale basata sulle migliori pratiche in materia di metodologie di vigilanza,

modelli di analisi e valutazione dei rischi bancari. Il passaggio al supervisore unico consentirà

un più agevole confronto tra gli intermediari e i sistemi dei diversi paesi, contribuendo a

contrastare la tendenza alla segmentazione dei mercati finanziari lungo linee nazionali. Nella

stessa direzione va l’esercizio, propedeutico all’avvio della supervisione unica e attualmente

in corso, di valutazione complessiva delle condizioni delle maggiori banche dell’area

dell’euro.

6 Il recente accordo sul meccanismo unico di risoluzione (Single Resolution Mechanism,

SRM) raggiunto tra il Consiglio, la Commissione e il Parlamento europei, che dovrà essere

approvato da quest’ultimo in sessione plenaria in aprile, consente di procedere verso l’Unione

bancaria, uniformando oltre alle responsabilità della supervisione anche quelle della

risoluzione delle crisi. Rispetto all’accordo precedentemente raggiunto dal Consiglio europeo,

sono stati resi meno complesso il processo decisionale e meno protratta la fase di transizione

verso la piena operatività.

L’SRM si basa su un Fondo unico di risoluzione finanziato con i contributi delle banche

dei paesi partecipanti, amministrato da un Comitato composto da membri permanenti, dalle

autorità di risoluzione nazionali e da rappresentanti della BCE e della Commissione europea,

questi ultimi in qualità di osservatori. Tale Comitato, sulla base di valutazioni della BCE

riguardo all’esistenza di situazioni di dissesto di un intermediario, dovrà valutare se sia

possibile evitarne il fallimento e se vi sia un interesse pubblico che giustifichi l’applicazione

degli strumenti di risoluzione. In tal caso, il Comitato dovrà definire un piano di risoluzione

della crisi soggetto all’approvazione della Commissione e, attraverso una procedura di

silenzio-assenso, a quella del Consiglio. Le decisioni che riguardano esborsi fino a 5 miliardi

di euro saranno deliberate dalla sessione esecutiva del Comitato, ove siedono i membri

permanenti e le autorità di risoluzione dei paesi in cui opera l’intermediario; le altre saranno

adottate dalla sessione plenaria, a cui partecipano tutte le autorità di risoluzione nazionali.

Il Fondo raggiungerà la sua piena dotazione, pari a 55 miliardi, nell’arco di otto anni. I

contributi delle banche verranno versati in compartimenti nazionali, che saranno

progressivamente messi in comune, a partire da una quota del 40 per cento il primo anno e per un

ulteriore 20 per cento il secondo. Il Fondo potrà inoltre finanziarsi sul mercato in base a decisioni

della sessione plenaria del Comitato. Vanno ora rapidamente definiti tutti gli aspetti operativi per

consentire di valutarne correttamente la capacità finanziaria ed evitare che l’incertezza amplifichi

la componente nazionale dei premi per il rischio, perpetuando la frammentazione dei mercati

finanziari e il circolo vizioso tra le condizioni dei debitori sovrani e quelle delle banche.

                                             Le operazioni monetarie definitive

Come ho osservato, politiche nazionali e riforme europee introducono cambiamenti che

richiedono tempi lunghi; le distorsioni che nel frattempo permangono sui mercati finanziari

possono mettere in pericolo l’intero processo. Nel corso della crisi il Consiglio direttivo della

7 BCE ha utilizzato con decisione gli strumenti a propria disposizione: ha abbassato a più

riprese i tassi di interesse ufficiali e introdotto operazioni di rifinanziamento di lunga durata

con pieno soddisfacimento della domanda; nell’agosto del 2012 ha annunciato nuove

modalità di intervento sul mercato secondario dei titoli di Stato, le cosiddette operazioni

monetarie definitive (Outright monetary transactions, OMT).

Con le OMT la BCE, al fine di contrastare gli effetti di una valutazione non corretta del

rischio di un prenditore sovrano – in particolare per la componente legata ai timori di

disgregazione dell’Unione monetaria – può acquistare titoli sul mercato secondario senza

limiti temporali e quantitativi, rinunciando allo status di creditore privilegiato. In

conseguenza dell’interdipendenza tra i timori sulla reversibilità dell’euro e quelli sulla

sostenibilità dei debiti pubblici dei singoli paesi, le OMT sono condizionate a impegni precisi

di finanza pubblica e di riforme strutturali nell’ambito di programmi di assistenza dell’ESM.

L’annuncio ha avuto successo; anche senza effettivi interventi sui mercati, ha contributo

in misura determinante al drastico ridimensionamento della parte di premio al rischio sui titoli

sovrani connessa con i timori sulla tenuta dell’euro: i differenziali sono scesi su valori più vicini

a quelli coerenti con i fondamentali, la frammentazione dei mercati si è attenuata. In Italia il

divario di rendimento tra i BTP decennali e i corrispondenti titoli tedeschi è tornato sotto i 200

punti base. Le stime della Banca d’Italia indicano che il miglioramento riflette soprattutto

l'abbattimento del rischio di disgregazione dell’area dell’euro. Emergono rinnovati segnali di

interesse per i mercati italiani, incluso quello dei titoli di Stato, che si riflettono in un calo della

posizione debitoria della Banca d’Italia nel sistema Target2: alla fine di febbraio questa era

scesa a 190 miliardi di euro, quasi 100 in meno rispetto al picco raggiunto nell’agosto del 2012.

Questi risultati sarebbero stati impossibili senza l’avvio a soluzione degli squilibri

nazionali e la riforma della governance europea. La politica monetaria unica è in grado di

garantire la stabilità solo se i fondamentali economici e l’architettura istituzionale dell’area

sono con essa coerenti. I rischi sono ancora presenti, le tensioni sono pronte a riaccendersi. In

Italia la componente nazionale del differenziale di rendimento risente dell’alto debito

pubblico e delle basse prospettive di crescita, deve essere ulteriormente ridotta: prima della

recessione del 2008 era inferiore, sulla scadenza decennale, ai 50 punti base.

La riforma della governance europea ha comportato rinunce di sovranità, sia pure

limitate, da parte di tutti gli Stati membri, sia in materia di bilancio pubblico, sia con

riferimento alla definizione delle politiche strutturali. La politica monetaria, per fronteggiare

8 la crisi, ha fatto ricorso a strumenti non convenzionali. È legittima l’esigenza di vagliare la

conformità delle soluzioni adottate alle leggi costituzionali nazionali.

Le OMT sono state oggetto, oltre che di un acceso dibattito pubblico, di esame da parte

della Corte costituzionale tedesca, che ha rinviato alla Corte di giustizia europea il giudizio

sulla loro legittimità. La Corte tedesca ha sostenuto che le OMT non perseguono un obiettivo

di politica monetaria in senso stretto, ma essendo state utilizzate a salvaguardia dell’euro si

fanno carico di una responsabilità che spetta ai governi nazionali; le OMT eccederebbero il

mandato della BCE, violando il divieto di finanziamento monetario dei bilanci pubblici; esse

potrebbero, inoltre, portare a una redistribuzione di risorse tra i paesi dell’area, ottenendo così

gli stessi effetti di un sistema di trasferimenti non previsto dai trattati europei.

L’adozione delle OMT è volta a preservare la trasmissione della politica monetaria

nell’area dell’euro, messa a repentaglio dalle distorsioni nei mercati finanziari indotte dalla

crisi dei debiti sovrani. Il loro obiettivo non è quello di neutralizzare gli spread sui titoli di

Stato di specifici Stati membri dell’area così da ridurne le difficoltà finanziarie, interferendo

impropriamente con la formazione dei prezzi sul mercato. L’obiettivo è invece di ridurre la

componente dei differenziali legata a fattori indipendenti dalla sostenibilità finanziaria dei

singoli paesi; l’intervento non mira a sostenere l’acquisto di titoli rischiosi ma a correggere

l’errata percezione di tale rischio. I differenziali di rendimento tra i titoli sovrani osservati

nelle fasi di maggiore tensione riflettono infatti solo parzialmente lo scetticismo dei

partecipanti al mercato sulla capacità dei singoli Stati membri di garantire la sostenibilità

delle loro finanze pubbliche ed evitare un peggioramento del rischio di credito. Essi sono in

larga parte riconducibili ai timori degli investitori di una reversibilità dell’euro.

Le OMT non consentono, infine, alla BCE di acquistare titoli di Stato ogni volta che il

meccanismo di trasmissione della politica monetaria è interrotto, ma solo quando tale

interruzione non riflette le condizioni di sostenibilità di uno Stato membro. Le OMT non

sarebbero mai attuabili per acquistare titoli di un paese con una situazione di finanza pubblica

insostenibile. Quanto all’argomento relativo al rischio di redistribuzione di risorse dovuto alle

OMT, il rischio che si correrebbe rinunciandovi sarebbe ben peggiore.

                                                                L’uscita dalla crisi

L’uscita dalla crisi nell’area dell’euro non potrà derivare da azioni isolate di singole

autorità di politica economica. In particolare, la politica monetaria non potrà da sola garantire

9 la stabilità finanziaria dell’area se non saranno risolti, a livello nazionale così come a livello

europeo, i problemi all’origine della crisi dei debiti sovrani.

La fragilità delle finanze pubbliche di alcuni paesi è il risultato di politiche di bilancio a

lungo imprudenti, di una colpevole sottovalutazione delle conseguenze di ampie, protratte

perdite di competitività. La politica di bilancio deve garantire la sostenibilità del debito, il

pieno accesso al mercato. Le regole concordate in sede europea sono il mezzo, non il fine.

Per il nostro paese il vero vincolo di bilancio è dato dalla necessità di garantire la

sostenibilità del debito pubblico e di mantenere il pieno accesso al mercato finanziario. Ho

sottolineato più volte come il ricorso annuo del Tesoro ai mercati sia dell'ordine di 400

miliardi. In un contesto ancora carico di tensioni, basta poco a incrinare la fiducia degli

investitori. È successo tra l'estate del 2011 e la primavera del 2012, quando la quota di titoli

pubblici italiani in mani estere scese drasticamente.

Gli accordi raggiunti nel corso dell’ultimo biennio hanno reso operativi gli impegni di

bilancio presi in passato. La regola sul debito pubblico, che sarà applicata all’Italia per la

prima volta nel 2016, richiede una riduzione media annua del suo rapporto rispetto al PIL pari

a circa un ventesimo della parte che eccede il limite del 60 per cento. Per rispettarla non è

necessario ridurre il valore nominale del debito. In condizioni di crescita “normale”, vicina al

3 per cento nominale, sarebbe infatti sufficiente mantenere il pareggio strutturale del bilancio.

A differenza di quanto sostenuto da alcuni commentatori, non sarebbero necessarie manovre

correttive da 40-50 miliardi all'anno, non sarebbe richiesto mantenere un orientamento

permanentemente restrittivo alla politica di bilancio.

Anche se la regola sul debito prevede alcuni margini di flessibilità, è comunque sulla

crescita reale dell’economia, quindi sulla ripresa degli investimenti – al tempo stesso fattore

di offerta e componente fondamentale della domanda – che bisogna puntare. Quanto

all’andamento dei prezzi, l’inflazione continua a situarsi al di sotto del livello compatibile con

la definizione di stabilità dei prezzi adottata dalla BCE, che consiste in una variazione annua

dei prezzi inferiore ma prossima al 2 per cento su un orizzonte di medio periodo.

In effetti, negli ultimi mesi l’inflazione al consumo nell’area dell’euro e in Italia è scesa

in misura sistematicamente superiore alle aspettative; dallo scorso ottobre si colloca al di

sotto dell’1 per cento. Secondo le recenti previsioni della BCE, essa sarebbe pari all’1,0 per

cento nella media di quest’anno, all’1,3 nel 2015 e all’1,5 nel 2016. Le nostre previsioni

delineano un quadro simile anche per l’evoluzione dei prezzi al consumo in Italia.

10 Non siamo in una situazione di generalizzata riduzione dei prezzi, di deflazione. Ma

anche un lungo periodo di variazioni dei prezzi troppo contenute può comportare

conseguenze indesiderabili: ostacolando la correzione degli squilibri macroeconomici

attraverso l’aggiustamento dei prezzi relativi; spingendo i consumatori a rimandare gli

acquisti, soprattutto di beni durevoli; riflettendosi sul costo d’uso del capitale e

scoraggiandone quindi l’accumulazione; rendendo più oneroso il servizio del debito. Esso,

inoltre, se eccessivamente prolungato, può indurre un pericoloso distacco delle aspettative di

inflazione dall’obiettivo delle autorità di politica monetaria.

Il rischio che le aspettative di inflazione a lungo termine perdano il riferimento alla

stabilità dei prezzi va contrastato con determinazione. È un rischio per ora contenuto, ma vi

sono segnali che non vanno sottovalutati. La tendenza alla diminuzione delle aspettative di

inflazione si è rafforzata nei mesi recenti, estendendosi anche a orizzonti meno vicini: i

rendimenti sui contratti swap sul tasso d’inflazione segnalano che l’attesa sull’inflazione a un

anno tra tre anni è pari all’1,2 per cento; all’1,6 tra cinque anni. Nell’indagine condotta dalla

BCE i previsori professionali valutano in quasi il 20 per cento la probabilità che tra due anni

l’inflazione si collochi su un livello pari o inferiore allo 0,9 per cento.

La formazione delle aspettative segue processi non lineari; cambiamenti rilevanti

possono materializzarsi rapidamente, senza quasi preavviso, rendendo a quel punto più

difficile riacquistarne il controllo. In questo contesto, il Consiglio direttivo della BCE ha

riaffermato l’intenzione di mantenere condizioni monetarie accomodanti per tutto il tempo

necessario e ha ribadito con fermezza che i tassi ufficiali rimarranno su livelli pari o inferiori

a quelli attuali per un periodo prolungato. In linea con il proprio mandato, il Consiglio

utilizzerà tutti gli strumenti necessari per mantenere la stabilità dei prezzi.

Per accompagnare gli sforzi di riforma dei singoli paesi, all’impegno della politica

monetaria nel suo ambito di competenza deve corrispondere quello degli altri attori

istituzionali. Il dibattito sulla “capacità fiscale” dell’area avviato dal Rapporto del Presidente

del Consiglio Europeo e dal Piano della Commissione si è bruscamente interrotto dopo che la

Commissione ha presentato le sue proposte per il coordinamento delle “grandi riforme” e per

il sostegno finanziario alle riforme strutturali nel marzo dello scorso anno. I ritardi

nell’attuazione di riforme strutturali in diversi paesi sono all’origine dell’accumulo degli

squilibri macroeconomici che hanno alimentato la crisi attuale. Le proposte della

Commissione, dichiaratamente aperte alla discussione per individuare ogni margine di

11 miglioramento, vanno nella giusta direzione, quella di individuare meccanismi atti a sostenere

il processo di convergenza necessario a rafforzare l’Unione economica e monetaria.

L’Italia dovrà essere in grado di sfruttare appieno tutte le opportunità offerte

dall’Unione. In passato, ad esempio, non siamo stati capaci di trarre pieno vantaggio dai fondi

strutturali europei. La realizzazione di riforme strutturali che consentano un recupero di

competitività è un passaggio essenziale per il rilancio del Paese. Gli interventi da attuare sono

stati da tempo individuati. Il processo di coordinamento europeo potrebbe contribuire a

definirne meglio i dettagli, ma la responsabilità ultima delle riforme resta nazionale.

È importante proseguire con decisione nel cammino che porta a un’Unione più piena.

L’adozione di meccanismi unici per la supervisione e la risoluzione delle crisi bancarie è un

passo fondamentale. I benefici di un rafforzamento dell’integrazione europea eccedono di

gran lunga i costi che deriverebbero da un suo indebolimento. Le scelte devono essere

compiute con responsabilità: non si possono temere solo i rischi connessi con l’azione,

trascurando quelli che possono derivare dall’inerzia.

 

Stampato presso la Divisione Editoria e stampa

della Banca d’Italia

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 Fonte: sito della Banca d’Italia