IL FUTURO DELLA PRESENZA IN IRAQ DELLA COALIZIONE

 «Gli Stati Uniti cercano la quadratura del cerchio –scrive Stefano Silvestri su IL SOLE 24 ORE del 16 maggio (La quadratura del cerchio, pag.1)- E’ ormai chiaro che ogni speranza di trovare una via d’uscita accettabile della crisi irachena, che non crei altri e maggiori disastri, dipende dalla fine del regime di occupazione, il più rapidamente possibile, e comunque non oltre il 30 giugno. E’ però anche chiaro che un’immediata partenza delle truppe americane dal Paese non sarebbe solo una grave sconfitta politica per il presidente Bush alla vigilia delle elezioni, ma apparirebbe come una vittoria dei terroristi e probabilmente aprirebbe una grave crisi regionale in Medio Oriente».

La dichiarazione di Paul Bremer, secondo cui «se il nuovo Governo provvisorio iracheno, che dovrà entrare in funzione entro il 30 giugno, chiederà il ritiro delle loro truppe, i soldati americani partiranno subito», in pratica significa che «per quella data, anche prima delle elezioni e della nuova Costituzione, gli iracheni, secondo gli americani, avranno recuperato la piena sovranità formale sul loro territorio. Non però necessariamente anche la sovranità sostanziale». Ciò comporta che gli americani, avendo gli iracheni ancora bisogno dell’assistenza esterna e della presenza militare statunitense, mantengano il comando delle loro truppe e, come vorrebbero gli stessi americani, «anche il comando delle forze irachene (Esercito e Polizia) che si stanno ricostituendo». Però, il Consiglio di Sicurezza è contrario, «inclusi, a quel che sembra, gli alleati britannici». C’è chi ha proposto che le Nazioni Unite affidino «un mandato in tal senso alla Nato: in tal caso il comando americano resterebbe, ma sarebbe controllato e mediato attraverso gli organismi multilaterali dell’Alleanza». Ma molti Paesi europei non sembrano entusiasti di questa soluzione «soprattutto perché questo significherebbe anche assumersi (direttamente o indirettamente) la corresponsabilità del pasticcio creato dagli americani». E’ importante allora capire quali saranno i poteri del nuovo governo provvisorio. Sostiene Silvestri: «Anche se il comando militare dovesse restare agli americani, non è difficile immaginare forti limitazioni alla loro libertà d’azione (potrebbero difendersi, ad esempio, ma per attaccare dovrebbero avere il consenso degli iracheni). Le forze irachene potrebbero dipendere da un telecomando, senza peraltro rinunciare, così come avviene nella Nato, al diritto di appellarsi al loro Governo (che avrebbe l’ultima parola) in caso di ordini non graditi»

«La missione a Mosca del consigliere per la sicurezza nazionale Condoleeza Rice, la riunione di venerdì a Washington dei ministri degli Esteri del G-8 e la presenza a Baghdad dell’inviato delle Nazioni Unite Lakhdar Brahimi fanno parte di una partita diplomatica ad alto rischio dalla quale l’amministrazione Bush punta a uscire con la nascita di un governo di transizione iracheno legittimato da una nuova risoluzione delle Nazioni Unite». Lo scrive il corrispondente dagli Usa Maurizio Molinari su LA STAMPA  del 16 maggio (La diplomazia a due voci per conquistare la pace, pag.3).

Nella capitale irachena «il tentativo è di favorire il patto fra Brahimi e Ali Sistani, maggiore autorità religiosa degli sciiti. L’ostacolo da superare è nella perdurante diffidenza del Consiglio Supremo della rivoluzione islamica in Iraq nei confronti degli americani». Citando una fonte diplomatica anonima, che indica nel 30 giugno il termine dell’occupazione americana con una presenza in Iraq delle truppe americane «solo sulla base di accordi bilaterali, come già avviene in nazioni come Germania, Giappone e Corea del Sud», Molinari sostiene che Ali Sistani «teme di apparire agli occhi degli iracheni uno strumento politico degli Stati Uniti». Ma Bush ha inviato indirettamente un messaggio ai terroristi e alla guerriglia locale ai quali si fa capire chiaramente che «sbaglierebbero a pensare che dopo la transizione dei poteri l’Iraq sarà abbandonato dagli americani come avvenne per il Vietnam del Sud dopo gli accordi di pace».

E’ importante capire, conclude Molinari, se la rinnovata intesa politica fra Bush e Powell (ai danni di Rumsfeld) sarà sufficiente a superare un percorso che «resta tuttavia irto di ostacoli».

«Qualcuno mi ha detto che l’idealismo americano è un problema nel mondo. Vedete, io penso che senza l’idealismo americano non ci sarebbe stata la sconfitta di Hitler, la Germania riunificata e una Russia libera- afferma Condoleeza Rice, consigliere del presidente Bush per la sicurezza nazionale, in un’intervista concessa a un gruppo di giornalisti europei e che può leggersi su IL CORRIERE DELLA SERA del 18 maggio (Abbiamo aiutato l’Europa nel 1942. Non abbandoneremo gli iracheni ora, pag.13). Per la Rice è appropriato il parallelismo fra l’impegno Usa durante la seconda guerra mondiale e la guerra a Saddam. «A tutti gli europei vorrei ricordare che l’Europa non venne abbandonata a se stessa quando le cose si misero male. Fu molto difficile fra il 1942 e il ’45 (…). Giovani americani attraversarono l’oceano, non perché l’America fosse stata attaccata, ma per liberare la Francia. Ora il popolo iracheno è in una situazione molto pericolosa, deve affrontare il pericolo dei terroristi, che non minacciano solo l’Iraq, e i sopravvissuti del regime di Saddam».

Lo sforzo del popolo statunitense, afferma Condoleeza Rice, è di mantenere fede agli impegni presi con la comunità internazionale: «l’unità dell’Iraq, la via democratica, la responsabilità a garantire la sicurezza, fino a quando gli iracheni non saranno in grado di garantirsela da soli».

Si può pensare di trapiantare la democrazia nei Paesi del Medio Oriente? Sostiene la Rice: «Non credo che alcun Paese sia troppo giovane per la democrazia (…). Non ci sono persone nate per vivere libere e latre nate per vivere sicure (…). Per sessant’anni abbiamo equipararto stabilità ed autoritarismo e qual è stato l’esito in Medio Oriente? Osama Bin Laden e Al-Qaeda».