Associazione Bancaria Italiana

                                                              Assemblea Ordinaria

                           Intervento del Governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco

 

Roma, 8 luglio 2015

La rottura delle trattative tra la Grecia e i suoi creditori internazionali e il

risultato del referendum di domenica scorsa hanno avuto finora riflessi nel

complesso contenuti sui mercati finanziari dell’area dell’euro. Vi ha certamente

contribuito la disponibilità di strumenti di intervento validi e credibili a livello

europeo; sono stati importanti i progressi compiuti negli scorsi anni dagli altri

paesi colpiti dalla crisi dei debiti sovrani. Tuttavia, gli sviluppi di questa vicenda

restano profondamente incerti: in questione in Grecia non è solo il debito

pubblico accumulato ma anche come riportare la finanza pubblica su un sentiero

sostenibile e, soprattutto, come rendere l’economia competitiva e capace di

crescere. Sono sfide che, su una diversa scala, riguardano l’area dell’euro nel

suo complesso.

Il Consiglio direttivo della BCE ha deciso l’altro ieri di mantenere

invariata la liquidità di emergenza che la banca centrale greca può concedere

agli intermediari del Paese. Le autorità greche hanno prolungato di due giorni,

fino a stasera, la chiusura degli sportelli bancari e i limiti ai prelievi di contante.

Sono in corso consultazioni tra la Grecia e le autorità europee. Il Consiglio

segue attentamente gli sviluppi sui mercati finanziari e le implicazioni per le

condizioni monetarie dell’area e per la stabilità dei prezzi; è pronto a usare tutti

gli strumenti a sua disposizione.

Gli effetti diretti della crisi greca, per il tramite dei legami commerciali e

finanziari, sarebbero modesti per l’Italia e per l’area anche nei peggiori scenari.

La crisi potrà però avere ripercussioni più gravi se riaccenderà negli investitori

internazionali il timore che l’euro non sia irreversibile; sarà indispensabile in

questo caso un’azione di contrasto coordinata da parte delle autorità sia

nazionali sia europee.

Le tensioni non hanno finora indebolito in misura rilevante gli effetti del

programma di acquisti di titoli da parte dell’Eurosistema. Il rialzo dei tassi di

interesse a lungo termine osservato dalla metà di aprile è in larga misura il

risultato del miglioramento delle prospettive di inflazione e di crescita, a sua

volta dovuto al programma stesso, oltre che di un possibile aggiustamento

rispetto alla forte reazione iniziale. Il Consiglio direttivo è determinato a dare

piena attuazione al programma per riportare l’inflazione in linea con l’obiettivo

di medio termine. Eventuali restrizioni indesiderate delle condizioni monetarie

andranno contrastate con forza.

La congiuntura creditizia e la qualità del credito

L’espansione monetaria si sta gradualmente trasmettendo alle condizioni

del credito. In Italia il tasso di interesse sui nuovi prestiti alle imprese e quello

sui nuovi mutui per l’acquisto di abitazioni erano pari in maggio rispettivamente

al 2,2 e al 2,7 per cento, da 3,1 e 3,3 a metà 2014. Per le imprese i differenziali

nei confronti dei corrispondenti tassi tedeschi e francesi si sono ridotti di circa

mezzo punto percentuale. Dalla metà dello scorso anno il miglioramento delle

condizioni di costo non è confinato alle aziende più grandi e a quelle con una

struttura finanziaria più solida.

La contrazione dei prestiti alle società non finanziarie si sta arrestando:

nei tre mesi terminanti in maggio il calo era di mezzo punto percentuale su base

annua, a fronte di una riduzione ben più elevata, intorno al 3 per cento, alla metà

dello scorso anno. I prestiti alle famiglie sono tornati a crescere, pur se in misura

lieve. Il recupero sta avvenendo con intensità e tempi diversi tra settori e

imprese: all’espansione dei prestiti alle aziende manifatturiere e dei servizi non

immobiliari prive di debiti deteriorati fa riscontro il calo tuttora in atto nei

comparti delle costruzioni e dei servizi immobiliari, caratterizzati da una

rischiosità complessiva ancora elevata.

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Nel primo trimestre di quest’anno il flusso di nuove sofferenze in rapporto

ai prestiti è sceso al 2,4 per cento; era del 2,6 nella media del 2014 e del 2,9 nel

2013. Il miglioramento è attribuibile ai finanziamenti alle imprese, il cui tasso di

ingresso in sofferenza è calato di sei decimi, al 3,9 per cento. La flessione ha

riguardato tutti i comparti di attività economica. La qualità del credito resta

peggiore per le imprese delle costruzioni e per le aziende del Mezzogiorno.

Alla fine di marzo la consistenza delle sofferenze sul totale dei prestiti si

attestava al 10,2 per cento per il complesso dei gruppi bancari; quella

dell’insieme dei crediti deteriorati al 17,9. Il loro elevato ammontare resta un

freno all’offerta di finanziamenti; pone le banche italiane in una condizione di

sfavore rispetto a quelle degli altri paesi europei. Risente, oltre che della lunga

recessione, dei vincoli e delle rigidità che costringono le banche italiane a

detenere in bilancio i crediti deteriorati per un periodo assai più lungo che negli

altri principali paesi.

Gli interventi varati in giugno dal Governo aumentano l’efficienza e la

rapidità delle procedure fallimentari e di quelle esecutive immobiliari; rendono

le perdite sui prestiti immediatamente deducibili a fini fiscali. Incidono pertanto

direttamente su alcune delle cause dell’elevata consistenza dei crediti deteriorati.

Valutazioni rigorose degli effetti delle misure sono ostacolate dall’assenza

di statistiche ufficiali sulla durata delle procedure. Per quelle fallimentari, fonti

di mercato indicano una durata media complessiva pari attualmente a circa sei

anni. Stime preliminari e caratterizzate da ampia incertezza indicano che in uno

scenario favorevole tale durata potrebbe anche dimezzarsi, ma vari fattori, di

natura organizzativa e gestionale, potrebbero rendere l’effetto più limitato. Per

quanto riguarda invece le procedure esecutive immobiliari, la durata potrebbe

mediamente ridursi da quattro a tre anni.

La riduzione dei tempi delle procedure avrà effetti positivi sui bilanci

bancari. Dovrebbe in primo luogo aumentare il prezzo di mercato degli attivi

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deteriorati. Alcune simulazioni mostrano che una riduzione di due anni dei

tempi di recupero potrebbe incrementare il valore dei crediti deteriorati assistiti

da garanzie immobiliari fino al 10 per cento. Stime di mercato appaiono

complessivamente in linea con questa valutazione. Inoltre, dovrebbe ridursi, fino

a dimezzarsi nel più lungo periodo, lo stock dei crediti deteriorati.

Tra le misure varate dal Governo è anche prevista la deducibilità

immediata, anziché differita, di svalutazioni e perdite su crediti; viene bloccata

la creazione di nuove attività per imposte anticipate connesse con le svalutazioni

su crediti. Con il passaggio al regime di deducibilità immediata viene rimosso

un forte svantaggio competitivo per gli intermediari italiani nell’Unione

bancaria. Diviene meno oneroso svalutare, quando necessario, i prestiti e si

riduce la prociclicità del trattamento fiscale. Le attività da svalutazioni su crediti

già nei bilanci delle banche, pari a circa 25 miliardi, andranno gradualmente a

ridursi, fino a scomparire nel corso dei prossimi anni. L’insieme degli interventi

non comporta oneri per lo Stato.

Nel complesso, queste misure possono determinare nel tempo una

importante riduzione degli attivi pesati per il rischio delle banche italiane e

creare spazio per nuovi prestiti in grado di compensare buona parte della

riduzione occorsa negli ultimi anni. Ma per alleggerire i bilanci bancari

dall’elevata consistenza dei crediti deteriorati occorrono azioni su più fronti,

essendo molteplici le cause del fenomeno. L’aumento del valore dei crediti

deteriorati indotto dalle riforme darà un impulso alla creazione di un mercato

secondario di questi attivi. Tuttavia esso potrebbe non essere sufficiente a

conferire a tale mercato dimensioni adeguate.

È in questo contesto che va considerato il progetto per la creazione di una

società specializzata per l’acquisto di crediti deteriorati. Su questo fronte il

dialogo tra le autorità italiane e la Commissione europea sta dando luogo a

opportuni, necessari approfondimenti. Come ho già chiarito in altre occasioni,

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l’iniziativa mira a riattivare meccanismi di mercato, non a porre rimedio, a

carico della collettività, alle difficoltà di singoli intermediari. Potrà anch’essa

contribuire a ristabilire un adeguato flusso di credito e, per questa via, a

sostenere la ripresa economica.

Il dialogo va finalizzato in tempi rapidi; il protrarsi dell’incertezza su

questa materia può disincentivare la finalizzazione di transazioni sul mercato. È

necessario altresì uno sforzo da parte delle banche per migliorare i dati sui

crediti deteriorati. Nel corso delle analisi condotte su questa materia sono

emerse carenze informative che possono scoraggiare eventuali acquirenti.

Queste informazioni sono peraltro necessarie per migliorare la gestione di questi

attivi da parte delle stesse banche.

Il governo societario delle banche

La riforma delle banche popolari è in fase di attuazione. Dal 27 giugno

sono in vigore le disposizioni di vigilanza della Banca d’Italia che completano il

quadro della riforma e rendono possibile l’avvio delle operazioni necessarie

affinché le banche popolari con attivo superiore a 8 miliardi si conformino al

nuovo assetto legislativo. Una volta constatato il superamento della soglia, gli

organi aziendali dovranno deliberare entro tempi definiti un piano, da

trasmettere alla Vigilanza, contenente le iniziative da portare a compimento

entro il termine di 18 mesi previsto dalla legge. Nell’esercizio dei poteri di

autorizzazione attribuiti dalla legge, la Banca d’Italia verificherà che le

operazioni societarie proposte dagli intermediari non abbiano l’effetto di

perpetuare, sotto diverse spoglie, le configurazioni proprietarie e gestionali che

il legislatore ha inteso rimuovere.

Un altro importante passo da compiere è la riforma delle banche di credito

cooperativo. Se nel caso delle banche popolari si è sostanzialmente preso atto

della configurazione assunta da intermediari di grande dimensione, spesso quotati,

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che avevano perduto l’originario radicamento territoriale, nel caso delle banche di

credito cooperativo si tratta, invece, di creare le condizioni affinché esse possano

continuare a svolgere, anche nel contesto attuale, la propria specifica funzione,

mantenendo i caratteri di mutualità e territorialità. L’integrazione in gruppi è

necessaria per favorire l’accesso al mercato dei capitali a fronte degli elevati

rischi di credito, accrescere la qualità della gestione, incrementare l’efficienza

e contenere i costi. Essa non costituirebbe uno sviamento dalle finalità

originarie; rafforzerebbe, al contrario, la capacità di servire i soci e i territori di

riferimento anche attraverso un’offerta di servizi più ampia e adeguata ai

bisogni della clientela.

Per realizzare la riforma sono necessari interventi legislativi che

promuovano forme di integrazione basate sull’appartenenza a gruppi bancari,

secondo schemi già sperimentati da altri paesi europei. La Banca d’Italia sta

seguendo l’andamento delle riflessioni; si confronta sul piano tecnico con le

istituzioni competenti. L’auspicio è che si giunga a soluzioni condivise dalla

categoria, in grado di garantire la permanenza sul mercato di questi intermediari.

Vigilanza e gestione delle crisi

In questa fase il Meccanismo di vigilanza unico, operativo dall’inizio di

novembre, sta agendo per livellare quanto più possibile il terreno di gioco nel

quale si svolge l’attività degli intermediari oggetto di supervisione.

Contribuiscono, ad esempio, al raggiungimento di questo obiettivo le iniziative

sul fronte della revisione delle modalità con cui le banche che adottano modelli

interni calcolano le attività ponderate per i rischi. Le analisi svolte dalle autorità

di vigilanza a livello internazionale mostrano, infatti, che la diversa rischiosità

dei portafogli bancari non spiega del tutto la variabilità che si osserva nella

quantificazione dei requisiti patrimoniali delle diverse banche.

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Modifiche significative stanno anche interessando il quadro normativo

sulla gestione delle crisi bancarie. A livello europeo sono in corso i lavori per la

predisposizione dei piani di risoluzione di eventuali crisi bancarie. In Italia, la

scorsa settimana il Parlamento ha approvato la legge delega per il recepimento

della direttiva sul risanamento e la risoluzione delle banche (BRRD), da

completare con l’emanazione dei relativi decreti legislativi. La Banca d’Italia è

stata designata quale autorità italiana di risoluzione delle crisi. Ci apprestiamo a

introdurre le modifiche organizzative interne necessarie per svolgere al meglio

queste funzioni.

Secondo la nuova disciplina europea, nel caso in cui interventi preventivi

di vigilanza non permettano di evitare il dissesto di una banca, l’autorità di

risoluzione dovrà valutare se adoperare l’ordinaria procedura d’insolvenza –

nel nostro ordinamento, la liquidazione coatta amministrativa – o se ricorra

l’interesse pubblico ad avviare la speciale procedura di risoluzione per

preservare la stabilità sistemica, minimizzando il sostegno pubblico e tutelando i

depositanti e la clientela in generale.

Gli orientamenti sull’applicazione della disciplina sugli aiuti di Stato

adottati nel 2013 dalla Commissione europea già prevedono di coinvolgere

azionisti e creditori subordinati prima di un eventuale supporto pubblico. Con

il recepimento della BRRD, azionisti e titolari di strumenti di capitale saranno

chiamati a contribuire alla risoluzione anche a prescindere da un eventuale

intervento pubblico; dal prossimo anno, inoltre, potranno essere coinvolti i

creditori senior della banca (il cosiddetto bail-in). I depositi inferiori a 100.000

euro continueranno a essere integralmente protetti dai sistemi di garanzia, la

cui disciplina è stata rivista in sede europea per armonizzare i livelli di

copertura e assicurare che i fondi dispongano di risorse adeguate e prontamente

disponibili. I depositi detenuti da persone fisiche e da piccole e medie imprese,

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per la parte che eccede 100.000 euro, beneficeranno comunque di un trattamento

preferenziale rispetto agli altri strumenti.

Nel collocare propri titoli, le banche dovranno applicare la disciplina a

tutela degli investitori con cura particolare, poiché i sottoscrittori potrebbero

essere chiamati a sostenere i costi della risoluzione. Andranno fornite alla

clientela informazioni esaustive sulle caratteristiche dei diversi strumenti. Quelli

più rischiosi dovrebbero essere esplicitamente riservati a investitori istituzionali.

Oggi la Banca d’Italia, nell’ambito dell’attività volta a promuovere

l’educazione finanziaria dei cittadini, ha pubblicato sul proprio sito internet un

documento sulla disciplina che presto sarà in vigore nel nostro paese.

Con l’attuazione della direttiva viene istituito, nell’ambito del

Meccanismo di risoluzione unico per la gestione delle crisi bancarie, un Fondo

di risoluzione comune in cui gli intermediari dell’area dell’euro faranno

gradualmente affluire risorse per il finanziamento di procedure di risoluzione. In

particolari circostanze, ad esempio nei casi in cui il bail-in comporti rischi per la

stabilità finanziaria o comprometta la continuità di funzioni essenziali, le

autorità possono esonerare discrezionalmente alcune categorie di creditori

dall’obbligo di contribuire ai costi della risoluzione.

Resta da definire a livello europeo una rete di sicurezza con risorse

pubbliche che possa integrare le disponibilità del Fondo per far fronte con

tempestività alle crisi degli intermediari di maggiori dimensioni. Il recente

rapporto dei cinque presidenti europei sul completamento dell’Unione

economica e monetaria indica opportunamente come prioritaria la sua

predisposizione, insieme con la creazione di un vero e proprio schema unico di

assicurazione dei depositi, che vada oltre la semplice armonizzazione degli

schemi nazionali.

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Il mercato dei capitali e il finanziamento dell’economia

La capacità delle banche di assumere rischi si è ridotta ed è aumentata la

loro selettività. Abbiamo bisogno di un sistema finanziario più articolato se

vogliamo sostenere gli investimenti e la crescita dell’economia.

Qualche segno di cambiamento c’è. Sul mercato azionario aumentano le

nuove quotazioni, cresce la raccolta obbligazionaria, anche da parte di imprese

di media dimensione, aumenta il numero di emittenti di minibond, si riduce il

volume medio delle emissioni. Nell’ultimo anno sono stati istituiti diversi fondi

dedicati all’investimento in strumenti di debito delle piccole e medie imprese:

alla fine del mese di giugno quelli facenti capo a SGR italiane erano 23, di cui

15 operativi; altri fondi sono stati promossi da gestori esteri. Ma il capitale

raccolto dai fondi italiani è ancora basso, inferiore ai 2 miliardi.

Questi cambiamenti, che originano in parte dalle difficoltà incontrate dalle

imprese nell’ottenere credito bancario, sono stati favoriti da interventi pubblici,

quali gli incentivi fiscali alla patrimonializzazione e le nuove regole sulle

emissioni di obbligazioni di società non quotate. Il finanziamento diretto al

settore privato, sotto forma di azioni, obbligazioni e prestiti, rimane

relativamente contenuto: la quota di questi strumenti sulle attività finanziarie

delle assicurazioni e dei fondi pensione è pari al 16 per cento, contro il 23 per

cento nell’area dell’euro.

Un più favorevole contesto normativo potrebbe non essere sufficiente a

indurre gli investitori a diversificare gli attivi, sebbene il calo della redditività

degli strumenti tradizionali alimenti la ricerca di rendimenti più elevati. Gli

investimenti in titoli emessi dalle imprese, tipicamente rischiosi e poco liquidi,

richiedono professionalità specifiche. Molti investitori non le possiedono e

hanno bisogno di servizi e infrastrutture per l’acquisizione e l’analisi delle

informazioni necessarie a valutare i rischi, di fondi specializzati a cui affidare la

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gestione degli attivi, di strumenti finanziari che consentano di distribuire rischi e

opportunità di guadagno in modo efficiente.

La maggiore integrazione dei mercati finanziari a livello europeo è una

delle condizioni per lo sviluppo dei nuovi strumenti finanziari. È questo

l’obiettivo della proposta della Commissione europea, che nel febbraio scorso ha

presentato un libro verde per la realizzazione di una Unione dei mercati dei

capitali nella UE entro il 2019. Le riforme prospettate mirano a rimuovere gli

ostacoli alla raccolta di capitale di rischio e di debito, in particolare per le

imprese di piccole e medie dimensioni; potranno anche contribuire a sostenere il

processo di diversificazione degli attivi degli investitori istituzionali. La

Commissione è stata invitata dai ministri finanziari a presentare un dettagliato

piano d’azione entro il settembre di quest’anno.

Nel breve termine le priorità riguardano: la semplificazione della direttiva

sui prospetti informativi, per facilitare la quotazione delle imprese, soprattutto

quelle piccole e medie; la standardizzazione delle informazioni sulla qualità del

credito; lo sviluppo di un mercato delle cartolarizzazioni semplici e trasparenti,

con la possibilità di un trattamento prudenziale favorevole; la creazione di un

mercato europeo del private placement, una forma di finanziamento che

consente alle imprese di collocare le proprie obbligazioni presso uno o più

investitori istituzionali con oneri minori rispetto a quelli dell’emissione di titoli

presso il pubblico.

Su un orizzonte temporale più ampio la completa unione dei mercati dei

capitali richiederà un’armonizzazione del diritto societario e fallimentare dei

diversi paesi, nonché la riduzione delle differenze tra i regimi di tassazione dei

redditi di capitale, specie nella determinazione della base imponibile.

L’armonizzazione delle legislazioni sarà un processo graduale; sarà perciò

opportuno procedere con un approccio modulare, iniziando con le riforme più

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facilmente realizzabili e valutando poi i possibili spazi per progredire verso

obiettivi più ambiziosi.

Per l’Italia il progetto è di grande rilievo. La creazione di mercati ampi

ed efficienti offrirebbe alle imprese, anche a quelle di minori dimensioni,

nuove possibilità di finanziamento e di crescita; agli investitori, maggiori

alternative per l’impiego delle risorse. Assumono particolare importanza i

temi della valutazione del merito di credito e della standardizzazione

dell’informazione sulle imprese. Il ricorso al private placement sarebbe da noi

particolarmente utile, soprattutto per le imprese piccole e medie che oggi

hanno accesso assai limitato al mercato obbligazionario. Lo sviluppo anche in

Italia di questo mercato beneficerà dell’omogeneizzazione delle prassi e delle

regole a livello europeo.

° ° °

La lunga, ancora irrisolta, crisi greca ha gettato nuova luce sui limiti

tuttora presenti nella governance dell’Unione economica e monetaria,

nonostante gli sforzi compiuti negli ultimi anni. La stabilità dell’Unione non può

essere messa in discussione dalla difficoltà di un singolo paese. Se uno Stato

membro si trova in una posizione finanziariamente insostenibile deve essere

possibile arrivare a una soluzione in modo rapido e ordinato.

Nel rafforzamento dell’integrazione europea, non solo economica, vanno

ricercate e introdotte modalità efficaci di gestione dell’emergenza. Per

assorbire shock sia ciclici sia strutturali è necessario, in ultima analisi, che

l’area disponga di un bilancio comune, basato su un’autonoma capacità

impositiva e sul ricorso diretto ai mercati finanziari. La resistenza delle

economie dei paesi membri può essere accresciuta dall’introduzione di istituti

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che facilitino la mobilità del lavoro, da progressi rapidi nell’unificazione dei

mercati dei capitali. Va anche preservata la capacità dei bilanci pubblici

nazionali di contrastare sviluppi ciclici sfavorevoli.

I singoli paesi devono continuare a impegnarsi per rendere le proprie

economie più solide e capaci di crescere. In Italia sono state compiute scelte di

rilievo; se ne cominciano a vedere i frutti. Senza quelle scelte avremmo subito

gravi ripercussioni dalla crisi greca. Il compito non è esaurito, le riforme devono

proseguire in tutti i settori dell’economia, nelle amministrazioni pubbliche.

Il nostro sistema finanziario deve divenire più competitivo e riacquisire la

capacità di sostenere pienamente l’attività economica. Gli interventi sulla qualità

del credito e sul governo societario delle banche sono un passo, importante, in

questa direzione.

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Fonte: sito della Banca d'Italia

 

Grafica e stampa a cura

della Divisione Editoria e stampa della Banca d’Italia