Intervento del Presidente del Consiglio dei ministri sull’Informativa urgente del Governo nel settore delle telecomunicazioni, con particolare riferimento alla vicenda Telecom)

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(Camera dei Deputati 28 settembre 2006)

(Resoconto stenografico Camera dei Deputati)

Signor Presidente, onorevoli colleghi, da oltre due settimane, l'opinione pubblica ed i cittadini italiani assistono ad un dibattito su Telecom Italia nel quale argomenti e problemi sono stati tra loro mescolati in quello che oggi è divenuto un intreccio di ormai difficile comprensione: strategie di impresa, politica industriale, assetti del capitalismo italiano ed altri temi sono stati affrontati in un contesto che si è fatto via via più confuso; all'interno di tale contesto, demagogia e strumentalizzazioni hanno preso via via il sopravvento.

Signor Presidente, altri sono gli interessi del paese, ed è ad essi che deve essere rivolta l'attenzione del Parlamento e del Governo.

Al Presidente del Consiglio sono state rivolte le accuse più disparate, talvolta persino infamanti, dall'ingerenza nei confronti delle società quotate all'intenzione di perseguire una politica economica neodirigista a quella, infine, di voler mentire e di volersi sottrarre al confronto con il Parlamento. Non è uno scenario diverso da quello architettato per Telecom .

Ebbene, non è uno scenario diverso da quella architettato per Telecom Serbia e si concluderà allo stesso modo.

L'essere oggi qui, e tra qualche giorno in Senato, dimostra quanto l'accusa di volermi sottrarre al confronto con il Parlamento sia.

E a quanti - immagino - stanno già obiettando che la mia presenza sia il risultato di un ripensamento, di un dietro front figlio di chissà quale consiglio o pressione, a questi rispondo che proprio il rispetto per il Parlamento mi ha indotto a rifiutare gli irriguardosi tentativi di utilizzare le aule parlamentari per portare il dibattito al di fuori dei temi di reale interesse per il paese.

Ribadisco innanzitutto in questa sede quanto ho già più volte dichiarato, cioè che non sono mai stato messo a conoscenza di alcun piano su Telecom Italia e non ho avuto diretta conoscenza nemmeno di altre ipotesi che sono state elaborate, in questi mesi, per aiutare una delle più importanti imprese del paese a ritrovare il sentiero della crescita. Questi piani, il Governo, non li ha mai analizzati, né tanto meno elaborati; e se sul punto qualcuno poteva nutrire dei dubbi, credo che le dimissioni e le spiegazioni di Rovati li abbiano già fugati. Queste dimissioni sono state un gesto che chiude ogni polemica e rende onore a chi le ha date .

Di fronte alle infondate e strumentali accuse di aver mentito sul fatto che fossi a conoscenza del piano di organizzazione societaria varato dal consiglio di amministrazione di Telecom Italia lo scorso 11 settembre, ho già più volte risposto. Ribadisco, tuttavia, anche in questa sede, che negli incontri che i vertici di Telecom Italia hanno richiesto non solo al Presidente del Consiglio, ma anche ad autorevoli membri del Governo non è mai stato fatto alcun accenno a tale piano, né a me né a loro.

E non è certamente un verbale di un consiglio di amministrazione di Telecom a costituire prova che il Presidente del Consiglio - e, con lui, il Governo - fosse a conoscenza del piano di riorganizzazione. Lo stupore che ho espresso risiede, quindi, nel fatto che si chieda di incontrare, con insistenza, il Presidente del Consiglio e non si faccia alcun cenno a quella che, di lì a pochissimi giorni, sarebbe stata la nuova strategia del gruppo. Vorrei che fosse chiaro, una volta per tutte, che non anticipare al Governo decisioni strategiche rilevanti è nel pieno diritto di qualsiasi azienda. Non era, quindi, nemmeno obbligo per il management di Telecom Italia informare il Governo. In particolare, voglio ribadire che il Governo, quando era stato informato dal vertice di Telecom del profilarsi di una partnership strategica con il gruppo Murdoch, si era limitato ad auspicare che il controllo della più importante azienda di telecomunicazione del paese rimanesse in mano italiana e, nel contempo, che tale alleanza strategica fornisse l'occasione per rilanciare l'industria italiana delle telecomunicazioni sui mercati esteri. Su entrambi i punti il Governo aveva ottenuto, in quel caso, ampie garanzie. Abbiamo, infatti, sempre avuto la consapevolezza che non è compito dell'Esecutivo elaborare piani e strategie aziendali. Questa è prerogativa esclusiva del management e spetta agli azionisti ed al mercato valutarne la bontà. Ciò non significa, però, che, pur nel rispetto dell'autonomia dell'impresa privata, il Governo rimanga indifferente al destino di un'azienda come Telecom, così rilevante per il paese.

Onorevoli colleghi, il Presidente del Consiglio è perciò oggi in Parlamento per esporre qual è l'orientamento del Governo nel delicato rapporto tra Stato e mercato, specificando il significato e la valenza che le politiche pubbliche assumono in una moderna economia aperta. Per questa ragione, non intendo soffermarmi su un altro e ben più triste capitolo che, in questi giorni, tocca da vicino la principale azienda di telecomunicazioni del paese: quello delle intercettazioni illegali, capitolo su cui mi auguro semplicemente che si faccia la necessaria chiarezza.

In questa sede, voglio solo esprimere solidarietà a tutti gli stakeholders, azionisti, utenti, dipendenti e manager, che soffrono nel constatare che il nome prestigioso della loro azienda venga associato a questa inquietante ed oscura vicenda. La magistratura e l'Autorità garante per la protezione dei dati personali stanno svolgendo il loro lavoro e il Governo si augura che ciò avvenga in tempi rapidi. Peraltro, al fine di evitare che l'abuso e l'illegittimo utilizzo dello strumento delle intercettazioni possano pregiudicare i diritti fondamentali dei cittadini e - lo dico senza retorica - anche la libertà e la democrazia di questo paese, siamo già tempestivamente intervenuti con uno specifico decreto-legge. Mi fa certo piacere che tutte le forze politiche, sia di maggioranza, sia di opposizione, abbiano apprezzato l'iniziativa dell'Esecutivo. Bisognerà, tuttavia, completare il lavoro con interventi successivi, organici e ben equilibrati, compreso il rafforzamento dei poteri sanzionatori e delle risorse a disposizione dell'Autorità garante per la protezione dei dati personali.

Dicevo che oggi mi trovo in quest'aula per parlare dell'orientamento del Governo nel delicato rapporto tra Stato e mercato.

Vorrei subito dire a coloro che ritengono che il Governo voglia perseguire una politica dirigista, finalizzata all'uso dell'apparato pubblico inteso quale strumento alternativo e distorsivo del mercato, che si stanno sbagliando. Questo modello il paese lo ha abbandonato a partire dai primi anni Novanta e non sarà certamente il Governo di centrosinistra, da me presieduto, a tornare indietro.

Per me, in particolare, sarebbe anche sconfessare parte della mia storia professionale.

Stavamo parlando dell'evoluzione dei rapporti tra Stato e mercato e stavo dicendo che, per me in particolare, sarebbe anche sconfessare parte della mia storia professionale, visto che da presidente dell'IRI in quegli anni ho avviato uno dei più consistenti processi di privatizzazione intrapresi in Europa.

La strada allora tracciata, fondata su privatizzazioni, liberalizzazioni ed una moderna regolamentazione, è finalizzata all'apertura del mercato, all'introduzione di maggiore efficienza, soprattutto a beneficio dei consumatori utenti, e all'allargamento e al rafforzamento del capitalismo italiano, attraverso la creazione di nuovi protagonisti.

Se in termini di apertura del mercato e riduzione delle tariffe il paese ha fatto qualche passo in avanti - e le telecomunicazioni sono un buon esempio di ciò -, non possiamo certamente essere soddisfatti dei risultati conseguiti sul versante degli assetti del capitalismo italiano. Nel paese non sono emersi infatti nuovi protagonisti, anzi qualcuno degli esistenti si è perso per strada. Il nostro capitalismo non ha saputo cogliere l'opportunità offerta dalle privatizzazioni ed ha incontrato difficoltà nella gestione di progetti strategici di ampio respiro.

Indubbiamente, ci siamo trovati di fronte ad una eccessiva finanziarizzazione, che a volte ha messo in ombra le rilevanti potenzialità sul versante industriale. Su questo tema credo sia necessario avviare una profonda riflessione ed interrogarsi su ciò che è possibile fare.

Per rendere più competitive le nostre imprese, dobbiamo riformare il capitalismo italiano. Occorrono assetti di governo delle imprese più stabili e più trasparenti e il tema riguarda anche la crescita della contendibilità degli assetti proprietari su base europea, perché i processi di integrazione devono avvenire entro un quadro di riferimento comune.

In questa prospettiva, è nostro interesse che l'Unione europea definisca regole chiare in tema di liberalizzazione dei mercati, evitando che, pur in un'ottica di pura reciprocità, sia il paese più chiuso ad imporre le proprie scelte ai paesi più aperti.

Il Governo continuerà a ripercorrere la strada dell'apertura del mercato, con determinazione e coerenza, salvaguardando ovviamente i principi di equità e di giustizia sociale. Non mi convince, piuttosto, chi oggi si appassiona alla dottrina liberale e alle privatizzazioni, stando all'opposizione, quando, nella scorsa legislatura, avendo responsabilità di Governo, ha assunto comportamenti non coerenti con gli ideali professati.

E non ci vengano a raccontare che la strategia di utilizzo della Cassa depositi e prestiti per l'acquisto di partecipazioni di imprese pubbliche rappresenti un brillante esempio di privatizzazione. È a tutti chiaro che dietro a questa iniziativa si è nascosta una operazione contabile finalizzata ad una riduzione artificiale del debito pubblico, debito che peraltro ha continuato a crescere.

Il Governo, dicevo, intende proseguire l'opera di apertura del mercato, di riduzione delle posizioni di rendita e, laddove possibile, di ulteriore privatizzazione, in linea con gli obiettivi originari. In questo senso, un tangibile esempio è stato già dato con il decreto Bersani del luglio scorso.

Siamo altresì consapevoli che, affinché il paese possa in pieno beneficiare degli effetti associati all'apertura dei mercati, si debba ribadire la centralità di una efficace regolazione, esaltando e valorizzando, in primo luogo, le funzioni ed il ruolo delle Autorità indipendenti.

Proprio chi oggi pretende di impartire lezioni di liberismo ha fortemente ridimensionato l'azione di quei nuovi organismi. Nella scorsa legislatura, i poteri delle Autorità di regolazione (ivi compresi quelli dell'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni) sono stati progressivamente erosi e la loro indipendenza costantemente minacciata.

Vi è stato un significativo trasferimento di poteri dalle Autorità all'amministrazione centrale dello Stato, spesso con sovrapposizioni e duplicazioni funzionali: e questo è dirigismo.

Il Governo intende, perciò, restituire alle Autorità la centralità prevista nel disegno originario, assegnando loro funzioni, poteri e strumenti adatti per svolgere efficacemente la missione loro affidata.

In tal senso, è già allo studio un disegno di riordino organico del sistema di regolazione, nonché la rivisitazione dei codici delle comunicazioni elettroniche e delle radiotelevisioni, su cui il Parlamento sarà presto chiamato a pronunciarsi.

Sempre nella prospettiva di rilanciare la funzione regolatoria dello Stato, il Governo sta inoltre lavorando al riordino della materia dei beni pubblici e, in particolare, del sistema delle concessioni, per meglio regolarne l'utilizzo e la valorizzazione.

Alla domanda, quindi, di quale sia il rapporto tra Stato e mercato e, più in particolare, di quale sia l'ambito di intervento del Governo, la mia risposta è chiara e semplice. È nostro dovere evidenziare l'interesse pubblico, ma lo vogliamo promuovere attraverso un sistema efficace di regole.

È mia convinzione che la politica sia, prima di tutto, determinazione di regole; ma per assicurare la crescita e la prosperità del paese, queste regole debbono anche essere rispettate.

Questo è il modello che il Governo intende affermare anche nelle telecomunicazioni, e non ci sfugge certo la specificità del settore e la sua rilevanza nell'economia del paese.

Noi stiamo parlando di un settore che, compreso l'indotto, rappresenta il 4,2 per cento del prodotto interno lordo. Non ci sfugge, altresì, il peso e l'importanza di Telecom Italia. Si tratta di uno dei principali gruppi industriali italiani, con ricavi superiori ai 30 miliardi di euro, con più di 80 mila dipendenti e, soprattutto, con un potenziale innovativo cruciale per la competitività dell'intero sistema economico del paese.

Solo nel settore della telefonia mobile, il gruppo vanta più di 30 milioni di clienti. Del resto, proprio in questo settore il paese ha dato grandi segni di vitalità e di capacità. In Italia sono state inventate le carte prepagate e siamo stati i primi nei cellulari di terza generazione, i primi nella televisione mobile con standard avanzati.

Oggi il settore, nel suo complesso, affronta non solo la sfida tecnologica legata all'innovazione delle reti, ma anche quella della convergenza tra i tradizionali servizi di telecomunicazione e quelli legati al mondo della televisione.

Tali sfide, allo stesso tempo, ampliano la dimensione del mercato ben oltre i confini nazionali e offrono importanti opportunità per far fronte alla redditività decrescente che caratterizza i tradizionali servizi di telecomunicazione.

Di fronte a queste sfide - sostiene qualcuno -, Telecom Italia si presenta indebolita a causa della severità che ha caratterizzato l'attività del regolatore. Non è certo compito del Governo valutare la severità o meno del regolatore: sarà piuttosto il Parlamento che dovrà affrontare questo tipo di verifica e, nel caso, intervenire per rimediare a eventuali lacune ed imperfezioni del sistema, tenendo conto dell'evoluzione del quadro normativo comunitario.

È certo invece che a limitare la capacità di investire e quindi di competere sul mercato è stato l'ingente indebitamento finanziario del gruppo Telecom, debito che è cresciuto per effetto sia dell'accorciamento della catena di controllo, cioè la fusione Olivetti-Telecom, che per il successivo acquisto delle quote di minoranza di TIM e la successiva fusione per incorporazione di Telecom Italia; operazione fortemente motivata e sostenuta dalla necessità di avviare un progetto di integrazione tecnologica e commerciale delle due società. Su queste operazioni non emetto certamente giudizi perché li ha già espressi il mercato.

Certo, è da lungo tempo noto che il debito elevato delle società sottoposte a regolamentazione è spesso uno strumento per spingere il regolatore a concedere all'azienda tariffe più elevate; ed è questo l'ulteriore motivo per cui le privatizzazioni devono essere sostenute da capitali appropriati, in modo da evitare che il peso del debito possa in parte ricadere sugli utenti finali.

A rendere ancora più complessa la sfida per Telecom Italia è la progressiva riduzione della sua presenza internazionale, riduzione avvenuta con ogni probabilità per reperire le risorse finanziarie necessarie per fronteggiare l'indebitamento. Negli ultimi anni il gruppo ha infatti dismesso quasi per intero l'attività europea e parte di quella sudamericana.

Nonostante queste oggettive difficoltà, l'azienda dispone delle risorse umane e delle capacità tecniche per cogliere in pieno la sfida, e poiché è interesse del paese essere il protagonista vincente all'interno del nuovo scenario competitivo è necessario creare le condizioni affinché il gruppo Telecom possa crescere e svilupparsi.

Vorrei nuovamente precisare, onde evitare che tale affermazione venga fraintesa o strumentalizzata, che il Governo non intende interferire in alcun modo con le strategie aziendali né tantomeno dare indicazione e porre veti sulle scelte che la società porterà avanti.

Vorrei ancora una volta affermarlo con chiarezza: non ho mai espresso un giudizio di valore sul piano della riorganizzazione societaria del gruppo Telecom; ho solo espresso la preoccupazione perché tale piano rappresenta una virata strategica a 180 gradi rispetto a quanto fortemente proposto dal gruppo non più tardi di un anno e mezzo fa.

In particolare, per quanto riguarda l'implementazione dell'eventuale piano di scorporo della rete, sarà l'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni a definire con il gruppo Telecom i contorni dell'operazione, a stabilire le regole del nuovo contesto competitivo e i criteri di governance della nuova società. Non sarà un lavoro né semplice né breve, ed è per questo che tutti noi, Governo e Parlamento, dovremo mettere l'Autorità nelle condizioni di lavorare bene.

È certo, comunque, che al termine di questo processo non avremo uno Stato proprietario della rete, ma piuttosto uno Stato che ne garantisce l'accesso a condizioni eque e non discriminatorie. Anche in questo caso l'interesse pubblico sarà assicurato non dalla proprietà, ma piuttosto da un insieme certo di regole chiare e trasparenti.

L'interesse pubblico, come dimostra con chiarezza il caso Telecom, va però oltre la semplice determinazione delle regole.

Con l'inasprirsi della concorrenza sul mercato mondiale assume, infatti, particolare rilevanza il supporto che l'attività di Governo può fornire a tutte le imprese che su tale mercato operano. Questo è il nuovo orientamento che deve assumere l'intervento pubblico nell'economia.

Alla luce delle nuove sfide, sta crescendo in Europa da parte di tutti i sistemi industriali la domanda per nuove politiche di sostegno. Ciascun Governo risponde a tale domanda in maniera differente, in linea con la propria storia e con la propria.

Alcuni stanno puntando sul rafforzamento del campione nazionale, altri mirano a ridefinire i rapporti tra banche ed impresa. Altri ancora sostengono, nel pieno rispetto del mercato, il sistema produttivo sui temi della ricerca e sull'innovazione tecnologica.

Anche noi abbiamo fatto la nostra scelta. È una scelta che, come ho già detto, abbandona il modello della proprietà pubblica delle imprese e conferma l'importanza della concorrenza e delle regole, ma, nello stesso tempo, è anche una scelta che riorganizza e riqualifica le politiche pubbliche a supporto del sistema industriale. Essa supera, quindi, la tradizionale dicotomia tra Stato e mercato per ricercare soluzioni efficaci attraverso un'azione congiunta di strumenti diversi, di regolazione, concorrenza e politica industriale, al fine di promuovere un sistema economico forte e competitivo. Il Governo ha già cominciato a lavorare in questa direzione e in questa direzione proseguirà.

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Comunicazioni del Presidente del Consiglio dei ministri sulla vicenda Telecom e conseguente discussione (Senato – 5 ottobre 2006)

 

Signor Presidente, onorevoli senatori, l'opinione pubblica e i cittadini italiani assistono, da ormai quasi un mese, ad un dibattito su Telecom Italia in cui demagogia e strumentalizzazione hanno preso via via il sopravvento.

PRODI, presidente del Consiglio dei ministri. Si è cercato di trascinare il Presidente del Consiglio ed il Governo in una polemica tanto inutile quanto priva di fondamento. (Commenti dai Gruppi FI e AN). Sono stato accusato di ingerenza nei confronti delle società quotate, di perseguire una politica economica neodirigista... (Commenti dal Gruppo AN).. ...e persino di mentire e di volermi sottrarre al confronto con il Parlamento.

Sono stato qualche giorno fa alla Camera ed oggi sono qui. Questo dimostra bene ogni cosa.

Ribadisco in questa sede quanto ho già più volte dichiarato: sia chiaro, non sono stato mai messo a conoscenza di alcun piano su Telecom Italia; non ho avuto conoscenza diretta nemmeno di altre ipotesi che sono state elaborate per aiutare una delle più importanti imprese del Paese a ritrovare il sentiero della crescita. E se in merito a quest'ultimo punto qualcuno poteva nutrire dubbi, credo che le dimissioni e le spiegazioni di Rovati li abbiano già ampiamente fugati. (Applausi ironici dal Gruppo AN). Queste dimissioni sono state un gesto che chiude ogni polemica e rende semplicemente onore a chi le ha date.

Ribadisco, inoltre, che negli incontri che i vertici di Telecom Italia hanno richiesto al Presidente del Consiglio, ma non solo al Presidente del Consiglio, anche ad autorevoli altri membri del Governo, si è parlato unicamente del profilarsi di una possibile partnership con il gruppo Murdoch. Niente di più. Per questo il Governo si era limitato ad auspicare che il controllo della più importante azienda di telecomunicazione del Paese rimanesse in mano italiana e, nel contempo, che tale alleanza strategica fornisse l'occasione per rilanciare l'industria italiana delle telecomunicazioni sui mercati esteri; cosa di cui abbiamo veramente bisogno. Su entrambi i punti il Governo aveva ottenuto ampie e precise garanzie.

Ribadisco, quindi, che negli incontri con i vertici di Telecom Italia non si è mai fatto alcun cenno al piano di organizzazione societaria che il Consiglio di amministrazione di lì a pochissimi giorni avrebbe varato.

Allora, se si chiama a colloquio il Presidente del Consiglio e non si dice quello che si fa, vedete voi! E non è certo un verbale del Consiglio d'amministrazione di Telecom Italia né un'intervista del suo ex presidente a costituire prova che il Presidente del Consiglio e, con lui, il Governo fossero a conoscenza di tale piano.

Ripeto: i colloqui sono avvenuti non solo con il Presidente del Consiglio, ma anche con altri autorevoli membri di Governo....

... e nemmeno a loro è mai stato detto nulla. Chiudo, quindi, ogni polemica perché altri sono gli interessi del Paese.

Sono qui, perciò, per esporre oggi in Parlamento l'orientamento del Governo nel delicato rapporto tra Stato e mercato, specificando i significati e la valenza che le politiche pubbliche assumono in una moderna economia aperta.

Per questa ragione, non intendo nemmeno soffermarmi su un altro ben più triste, ben più complesso capitolo che in questi giorni tocca da vicino la principale azienda di telecomunicazioni, cioè quello delle intercettazioni illegali. La magistratura e l'Autorità garante per la protezione dei dati personali stanno svolgendo il loro lavoro. Il Governo non interviene. Si augura semplicemente che questo avvenga in tempi rapidi perché questo è necessario.

Dicevo poco fa che oggi voglio solo parlare dell'orientamento del Governo nel delicato rapporto tra Stato e mercato e voglio subito chiarire che il Governo non intende perseguire alcuna politica dirigistica né tanto meno utilizzare l'apparato pubblico come strumento alternativo o distorsivo del mercato. Questo modello il Paese lo ha abbandonato a partire dagli anni Novanta e non sarà certamente il Governo di centro-sinistra, da me presieduto, a tornare indietro.

Il Governo, quindi, continuerà a percorrere, con determinazione e coerenza, la strada dell'apertura del mercato, della riduzione delle posizioni di rendita, salvaguardando, ovviamente, i principi di equità e di giustizia sociale.

   Non ne ho mica bisogno! 

  Ciò non significa, però, che non si debba riflettere sull'esperienza maturata in questi anni e sui  risultati conseguiti perché vi sono certamente molte luci, ma anche qualche ombra e ognuno di noi deve riflettere sulle soluzioni che possono essere capaci di migliorare e perfezionare questo sistema. Sono stati fatti passi in avanti in termini di apertura di mercato, qualcuno anche in termini di    riduzione delle tariffe.

Le telecomunicazioni sono in alcuni aspetti un buon esempio di questo, ma il capitalismo italiano si è dimostrato molto spesso fragile ed immaturo. Nel Paese non sono emersi nuovi protagonisti; anzi, molti si sono persi per strada e il nostro capitalismo non ha saputo cogliere l'opportunità offerta dalle privatizzazioni e ha incontrato difficoltà nella gestione di progetti strategici di ampio respiro.

Indubbiamente - questa è una riflessione credo importante per tutti noi - ci siamo trovati di fronte ad un'eccessiva finanziarizzazione che, a volte, ha messo in ombra le rilevanti potenzialità sul piano industriale. Su questo tema credo sia necessario avviare una profonda riflessione ed interrogarsi su quello che è possibile fare.

Intanto, sul piano dell'apertura al mercato, che ha costituito uno dei capitoli principali di questo dibattito di approfondimento, il Governo ha già avviato un forte processo di riforma, di cui è certamente prova il decreto Bersani del luglio scorso, che io ritengo essere soltanto il primo passo di un cammino di cui però la direzione è già precisa.

Noi dobbiamo anche essere consapevoli che, affinché il Paese possa in pieno beneficiare degli effetti associati all'apertura dei mercati, si debba ribadire la centralità di un'efficace regolazione dei mercati stessi, esaltando e valorizzando, in primo luogo, le funzioni e il ruolo delle Autorità indipendenti.

Nella scorsa legislatura, i poteri delle Autorità di regolazione, ivi compresi quelli dell'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, sono stati progressivamente erosi e la loro indipendenza è stata progressivamente minacciata.

Il nostro Governo intende restituire alle Autorità la centralità prevista nel disegno originario che le aveva istituite, assegnando loro funzioni, poteri e strumenti per svolgere efficacemente la missione a loro affidata.

Alla domanda quindi - che è la domanda principale che mi è stata posta - di quale sia il rapporto fra Stato e mercato e, più in particolare, di quale sia l'ambito di intervento del Governo, la mia risposta è semplice: il nostro dovere è di evidenziare l'interesse pubblico, ma lo vogliamo fare attraverso un sistema efficace di regole e quindi con un potenziamento di coloro che hanno il compito di sorvegliare sulle regole. Questo è il modello che il Governo intende affermare, anche nelle telecomunicazioni.

Il Governo è pienamente consapevole della rilevanza del settore, così come è consapevole dell'importanza di Telecom Italia e delle sfide che si trova dinanzi. Oggi il settore nel suo complesso affronta non solo la sfida tecnologica, legata all'innovazione delle reti, ma anche quella della convergenza tra i tradizionali servizi di telecomunicazione e quelli legati al mondo della televisione. Tali sfide, nello stesso tempo, ampliano la dimensione del mercato ben oltre i confini nazionali e qui è il problema di utilizzare delle opportunità.

Di fronte a queste sfide - questo è un parere molto diffuso - Telecom Italia si presenta indebolita a causa della severità che ha caratterizzato - si dice - l'attività del regolatore. Non è certo compito del Governo valutare questa severità e dare un giudizio sul regolatore; su questo tema si dovrà pronunciare il Parlamento.

È certo invece - e qui il Governo può dare il suo giudizio - che a limitare la capacità di investire, e quindi di competere sul mercato, è stato un ingente indebitamento finanziario del gruppo Telecom, debito che è cresciuto per effetto sia dell'accorciamento della catena di controllo (fusione Olivetti-Telecom) che per il successivo acquisto delle quote di minoranza di TIM e la successiva fusione, per incorporazione, in Telecom Italia.

Su queste operazioni non emetto certamente giudizi, perché li ha già espressi il mercato. È evidente, però, che il forte debito dell'azienda pone problemi di carattere pubblico, dal momento che potrebbe spingere il regolatore a concedere all'azienda tariffe più elevate, come succede in tutta la storia delle aziende regolate quando l'indebitamento dell'azienda è troppo forte.  

PRODI, presidente del Consiglio dei ministri. Anche per questo è necessario che le privatizzazioni siano sostenute da capitali appropriati.

A rendere ancora più complessa la sfida per Telecom Italia concorre la progressiva riduzione della sua presenza internazionale. Negli ultimi tempi, il gruppo ha infatti dismesso quasi per intero le attività europee e una buona parte di quelle sudamericane; ciò in controtendenza rispetto agli altri maggiori concorrenti, soprattutto Telefonica, che invece hanno rafforzato la propria posizione sul mercato mondiale.

Nonostante queste oggettive difficoltà, l'azienda dispone delle risorse umane e delle capacità tecniche per cogliere la sfida e, poiché è interesse del Paese essere protagonista vincente all'interno del nuovo scenario competitivo, è necessario creare le condizioni affinché il gruppo Telecom possa crescere e svilupparsi. 

PRODI, presidente del Consiglio dei ministri. Vorrei nuovamente precisare, onde evitare che questa affermazione venga fraintesa o strumentalizzata, che il Governo non intende in alcun modo interferire con le strategie aziendali, né tantomeno dare indicazioni e porre veti sulle scelte che la società porterà avanti.

In particolare, per quanto riguarda l'implementazione dell'eventuale piano di scorporo della rete, sarà l'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni a definire con il gruppo Telecom i contorni dell'eventuale operazione. Certamente, al termine di questo processo non avremo uno Stato proprietario della rete, ma piuttosto uno Stato che ne garantisce l'accesso a condizioni eque e non discriminatorie.

L'interesse pubblico, come dimostra con chiarezza il caso Telecom, va però oltre la semplice determinazione delle regole. Alla luce delle nuove sfide sta crescendo in Europa, da parte di tutti i sistemi industriali, la domanda per nuove politiche di sostegno. Ciascun Governo risponde a tale domanda in maniera differente, in linea con la propria storia e la propria tradizione. Anche noi in questo campo abbiamo fatto la nostra scelta. È una scelta che abbandona il modello della proprietà pubblica delle imprese, conferma l'importanza della concorrenza e delle regole e, allo stesso tempo, riorganizza e riqualifica le politiche pubbliche nella direzione di incoraggiare e supportare il sistema industriale.

  È una scelta, quindi, che supera la tradizionale dicotomia tra Stato e mercato per ricercare       soluzioni efficaci attraverso un'azione congiunta di strumenti diversi, di regolazione, di concorrenza e di politica industriale, al fine di promuovere un sistema economico forte e competitivo.

Il Governo ha già cominciato a lavorare in questa direzione e in questa direzione proseguirà. Grazie.