FEDERICO CAFFE'

Dieci domande per capire Federico Caffé, l'economista maestro di Draghi

di Roberto Petrini - Fedeli ai valori della giustizia sociale, riformista, difensore del "welfare state". Ma allo Stato rimproverava di “prelevare male” e di “spendere peggio”. Molto critico nei confronti delle speculazioni di Borsa: “Spregiudicate manovre di prestigiatori interni e internazionali”. Il giallo della morte.

05 Febbraio 2021 3 minuti di lettura

Relatore della tesi di laurea di Mario Draghi ("Sul Piano Werner per l’unione monetaria", nel 1970) e suo primo maestro, Federico Caffè, è uno dei maggiori economisti del Novecento italiano, torna alla ribalta. Chi era? Cosa pensava l’autore de “La solitudine del riformista”, uno dei suoi articoli più celebri. Ecco dieci cose che è bene sapere su di lui e sulla sua grande lezione morale.

1) Chi era Federico Caffè?

Insieme a Paolo Sylos Labini e a Giorgio Fuà, è considerato uno dei più importanti economisti italiani del Novecento. Nasce e frequenta le superiori a Pescara, si laurea a Roma nel 1936; dagli Anni Cinquanta comincia ad insegnare politica economica all’Università, attività che farà per tutta la vita insieme a quella di saggista (scrisse circa 200 pubblicazioni). Un importante passaggio della sua vita fu in Banca d’Italia: vi lavorò quasi dieci anni tra il 1943 e il 1954 e vi tornò come consulente, con il governatore Guido Carli, tra gli Anni Sessanta e i Settanta.   

2) A quale scuola del pensiero economico faceva riferimento e quale era la sua area politico-culturale?

Sul piano politico Federico Caffè, che fece la Resistenza, può essere collocato tra il Partito d’Azione e il socialismo liberale; naturalmente a sinistra. “Né estremista né conservatore, Caffè restò fedele ai valori della giustizia sociale” (“Scrittori italiani di economia” R.Bocciarelli, P.Ciocca”, Laterza). Più complessa la collocazione all’interno delle scuole economiche: sicuramente fu tra i massimi esponenti del keynesismo in Italia, ma senza cedere mai alla vulgata del “tassa e spendi” e dell’eccesso di interventismo statale. Anzi, gli economisti riconoscono in lui un’altra anima: quella che fa riferimento alla cosiddetta “economia del benessere”, per cui lo Stato deve intervenire solo per correggere le mancanze del mercato e non strutturalmente. L’altra caratteristica del pensiero di Caffè, in realtà molto più attento all’economia reale che a quella teorica, era rivolta alla formazione di una buona burocrazia sulla scia dell’opera di Francesco Saverio Nitti.

3) Quale era il suo ambiente e il suo circolo di conoscenze?

E’ descritto come “solitario e schivo”, ma capace di passare giornate intere alla Facoltà di Economia a ricevere studenti e a curare la biblioteca universitaria. Stretti i rapporti con i suoi allievi: oltre a Mario Draghi, vanno annoverati Ezio Tarantelli, Fausto Vicarelli e Nicola Acocella. Tra i suoi amici molti tra i maggiori economisti italiani. Meno noto che Caffè, negli Anni Sessanta, fu scelto da Guido Carli come suo collaboratore: si dibatte quanto ci fosse di Caffè nella stretta del 1963 messa in atto dalla Banca d’Italia. E anche sugli effetti ci si divide: c’è chi  ricorda che la stretta provocò una brutta recessione e chi osserva che, successivamente, l’occupazione ebbe un recupero. Quanto ai rapporti tra Carli e Caffè su altri terreni, lo stesso Draghi, in una intervista al Foglio di Federico Carli, spiegò che Guido Carli e Federico Caffè “nutrivano entrambi un certo scetticismo a proposito di un mercato non sorvegliato e non accudito da norme adeguate”.

4) Cosa pensava della spesa pubblica?

Federico Caffè collaborò dal 1976 al 1985 al Manifesto e a quegli anni risalgono le sue prese di posizione più celebri. Allo Stato rimproverava di “prelevare male” e di “spendere peggio” (D.Archibugi e M.Ruffolo, Federico Caffè,  “Repubblica”, 2014)

5) Cosa pensava delle imprese pubbliche?

 Anche in questo caso le sue opinioni non risentivano del conformismo. Favorevole alle nazionalizzazioni degli Anni Sessanta, come quella dell’energia elettrica,  quando si trovò a giudicare la scalata dell’Eni (pubblica) alla Montedison (privata) stigmatizzò la pratica e criticò “violentemente” l’operazione.

6) Cosa pensava del Welfare?

Sia sul lavoro sia sul Welfare, Caffè non transigeva. Il suo ultimo libro si intitola “In difesa del Welfare State” e anche in anni di spesa pubblica abbondante non poteva concepire che l’assistenza non funzionasse e che i deboli e gli anziani fossero lasciati soli (M.De Cecco, “Il Welfare della dignità”, Repubblica-Affari e Finanza, 1997). Lo stesso atteggiamento aveva nei confronti dei giovani: diceva che il mancato inserimento dei giovani distruggeva le risorse umane del futuro.

7) La finanza e gli “incappucciati”

Sulla finanza l’atteggiamento di Caffè fu negativo quanto sulla speculazione di Borsa. Chiedeva forme di protezione per i risparmiatori non renderli succubi alle “spregiudicate manovre di prestigiatori interni e internazionali”, dei troppi “incappucciati” che circolano su quel mercato.  

8) La solitudine del riformista

Molta amarezza per non essere stato ascoltato emerge forse da uno dei suoi articoli più famosi, “La solitudine del riformista”. “Il riformista – sono queste le sue parole - è ben consapevole di essere costantemente deriso da chi prospetta future palingenesi”. Ed ancora: “Egli preferisce il poco al tutto, il realizzabile all’utopico, il gradualismo delle trasformazioni a una sempre rinviata trasformazione radicale del sistema” (Il Manifesto, gennaio 1982)

9) Il metodo e la morale

Forse qui tornano utili le parole usate da Mario Draghi in occasione dei cento anni dalla nascita di Caffè nel 2014 (pubblicate allora da “Repubblica”). “Conoscenza della realtà: istituzionale, sociale, comportamentale; capacità di indignarsi per ciò che in questa realtà violava principi etici fondamentali, o anche la razionalità economica, quando vedeva la stupidità prona al servizio dell’avidità; perentorio richiamo ad agire e insieme rimprovero per una accettazione passiva della realtà; cosa fare per porre rimedio alle disuguaglianze ma anche alle inefficienze: questa era la politica economica di Federico Caffè, questa è oggi la Politica Economica nella sua definizione più alta”.

 10) Il giallo della morte

La morte di Federico Caffè è rimasta avvolta in un mistero. Nella notte tra il 14 e il 15 aprile del 1987, quando aveva 73 anni, Caffè sparì senza lasciare nessuna traccia e senza che nessuno fu più in grado di ritrovarlo. Lasciò nella sua stanza tutto in ordine, gli occhiali da vista, i documenti, il libretto degli assegni. Un modo struggente di abbandonare questo mondo che cominciava a piacergli sempre meno.

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FONTE: La Repubblica - 05.02.2021