Elezioni USA 2004Elezioni USA 2004

Washington D.C.- Sono tre i giornalisti che a parere di chi cura la campagna per la rielezione di George W. Bush costituiscono la testa di ariete per spingere un certo numero di indecisi a votare a favore del candidato repubblicano. I nomi sono quelli di Robert Novak, di George Will e, un po’ in retroguardia rispetto ai primi due, di Tony Kornheiser.

L’entourage di Bush e’ in possesso dei dati di un sondaggio ufficioso condotto su un campione di cittadini (soprattutto abitanti a Washington e dintorni) che alle prossime elezioni voteranno per John Kerry e che, alla domanda su quale sia il giornalista della tv o della carta stampata che a loro parere pone gli interrogativi piu’ seri ovvero mette in luce alcune contraddizioni o punti deboli del candidato democratico, avrebbero indicato appunto i tre giornalisti suddetti.

Forse il piu’ famoso dei tre e’ Novak, se non altro perche’ e’ sulla breccia da circa mezzo secolo. Si e’ sempre occupato di politica, sin da quando da giovane collaboratore dell’Associated Press comincio’ a raccontare i fatti della politica negli Stati del Nebraska e dell’Indiana, proseguendo la carriera di cronista politico dal Congresso di Washington. Da molti anni e’ corrispondente dalla capitale per il conservatore Chicago Sun-Times, dalle cui colonne si e’ costruita la fama come uno dei principali “columnist” americani. La sua forza sta nell’essere una memoria vivente, come pochi altri, sulla storia delle elezioni americane (qualita’ che gli e’ valsa a conseguire il titolo di “visiting professor” alla facolta’ di giornalismo della Baylor university). Anche per questo la CNN non puo’ fare a meno della sua presenza in trasmissioni di punta del suo palinsesto come Crossfire, per la quale l’entourage repubblicano sta gia’ facendo “soft lobby” perche’ egli sia, da qui alle elezioni, invitato piu’ spesso.

Sul Washington Post di lunedi’ 6 settembre, in coincidenza col “Labor Day”, Novak ha scritto un pezzo durissimo contro la candidatura di Kerry, definendola “undefined” e comparando la tattica di Bush (messa a punto da Karl Rove e Ken Mehlman) con la campagna di Kerry condotta, scrive Novak, su una “retorica anti-Bush” che gli ha procurato, almeno per ora, applausi “non entusiasti” in ambienti neutri come la Legione d’Onore dei veterani.

Un punto che ha colpito sul vivo gli elettori democratici di una certa eta’ e’ quello illustrato da Novak sul Washington Post del 7 agosto. Sostiene l’anziano articolista: “Quando John Kerry ha indicato la scorsa settimana di avere un piano segreto per far ritornare le truppe Usa dall’Iraq, e’ rassomigliato troppo al Richard Nixon di trentasei anni fa (…). Nel 1968 il candidato repubblicano Nixon insinuo’ di avere un piano segreto per far cessare la Guerra in Vietnam, piano che non avrebbe rivelato”.

La definizione che gli avversari danno di Novak e’ quella di “paleoconservatore”. E’ difficile dire pero fino a che punto egli possa veramente dirsi tale, dal momento che i precursori del “paleoconservatorismo” sono considerati Joseph de Maistre e papa Pio X. Che forse non sono proprio gli ispiratori di Novak.

Se Novak e’ il piu’ famoso, George Will e’ considerato dal campione di democratici interpellati il piu’ pericoloso. Meno colto di Novak ma piu’ perspicace. Premio Pulitzer, Will e’ uno dei commentatori piu’ prestigiosi del Washington Post. Nelle prossime settimane dalle colonne sia del Washington Post che da altri giornali per cui collabora Will sviluppera’ una serie di dubbi e perplessita’ su quelle che a suo parere considera le contraddizioni e i buchi neri della proposta elettorale di Kerry.

Sulla politica sociale e pensionistica, il giornalista chiedera’ a Kerry di esplicitare le sue proposte meglio di quanto abbia finora fatto. Sul problema dell’Iran nuclearizzato, se il regime si dichiarasse restio all’azione di deterrenza internazionale condotto per vie diplomatiche, Kerry riterrebbe legittima un’azione militare a scopo dissuasivo nei confronti dell’Iran? Sulla questione dell’indipendenza di Taiwan, Kerry e’ disposto eventualmente a difenderla con l’uso della forza, anche se unilaterale? E sarebbe ancora disposto a intervenire militarmente, dopo aver appoggiato l’intervento militare in Somalia e nei Balcani, anche in Sudan? Sul matrimonio agli omosessuali, quando il Papa ha affermato che i legislatori cattolici hanno il dovere di opporsi, Kerry ha detto che Wojtyla aveva oltrepassato i confini che sono propri della politica: ha mai pensato la stessa cosa quando la Chiesa ha emesso istruzioni politiche sul problema razziale o su altre questioni che attengono alla sfera del potere temporale? Senza dimenticare un tema che sta a cuore agli ambienti politici di Washington e che costituisce un altro punto di attrito con una parte dell’Europa: l’integrazione della Turchia, membro storico della Nato, nell’Unione europea.

                                                                                    GIUSEPPE DI LEO

 

 

Da Il Riformista 17 settembre 2004