Rassegna Stampa

 
   
 

 

 

 

 

 

 

 

Settimana dal 14 al 18 giugno

        LE ELEZIONI DEL PARLAMENTO EUROPEO

È in crisi l’ideale europeistico. Lo sostiene Ernesto Galli della Loggia su IL CORRIERE DELLA SERA del 15 giugno (L’Europa senz’anima, pag.1), così argomentando: «Complessivamente neppure la metà degli elettori si è recata alle urne; dappertutto si sono affermate (talora, come in Gran Bretagna, con risultati impressionanti) formazioni antieuropeiste; come se non bastasse, entrambi questi fenomeni si sono manifestati proprio nei dieci nuovi Paesi dell’Est aggiuntisi all’Unione e troppo incautamente dipinti come scalpitanti di entusiasmo».

L’analisi di Galli della Loggia è spietata: «L’impotenza europea nei due ambiti cruciali della politica estera e della politica dello sviluppo è lo specchio della sopravvenuta impotenza delle culture politiche che l’hanno tenuta battesimo e che in buona sostanza ancora la dominano: quella socialdemocratica e quella cristiano-democratica. Ipnotizzate dal virtuosismo pacifista, avviluppate in sistemi di welfare ormai paralizzanti, da almeno un decennio esse non producono un’idea nuova, non alimentano alcuna visione capace di guardare al futuro, non si fanno conquistare da alcun sogno, soprattutto (…) non annoverano più nelle proprie file “politici coraggiosi”».

«Gli elettori non hanno scelto Stato o Europa: hanno semplicemente sanzionato chi non sa dare una soluzione ai loro problemi». Lo scrivono Carlo Bastasin e Franco Bruni su LA STAMPA del 15 giugno (Lo schiaffo che fa bene all’Europa, pag.1), che offrono una spiegazione alla sconfitta dei governi: «Le minacce terroristiche, lo sviluppo incontrollabile del conflitto in Iraq, i rapporti con gli Usa, la stagnazione economica, la concorrenza globale, i cambiamenti demografici e la gestione dei flussi di immigrazione. Su nessuno di essi un governo nazionale ha la possibilità di provvedere una soluzione convincente».

E anche sul fronte economico i governanti europei non hanno idee positive poiché «criticano l’euro, la Bce, il patto di stabilità. Si rifugiano nella gestione nazionale delle loro crisi, accarezzano demagogicamente l’euroscetticismo di parte dei loro cittadini, finendo per ostacolarsi nelle azioni che, riconoscendo l’interdipendenza delle loro economie, darebbero luogo a politiche di forza e dimensioni finalmente adeguate».

Non tutto il male, però, viene per nuocere. Sostengono i due editorialisti: «Se ben interpretato, proprio lo schiaffo di ieri potrebbe stimolare una svolta per l’Europa: se i governi capiscono che vengono sconfitti quando l’Unione non è in grado di realizzare le politiche necessarie ai cittadini, allora fra Stati e Unione un circolo virtuoso può riaprirsi, facendo coincidere gli interessi elettorali dei governi con quelli politici dell’Europa unita».

«Dopo questa elezione, la sesta da quando il Parlamento viene eletto a suffragio popolare, c’è il pericolo che accanto agli euroscettici nasca il movimento degli europessimisti». Lo sostiene Giuseppe Mammarella su IL MESSAGGERO del 15 giugno (Tra euroscettici ed europessimisti, pag.16), che prosegue: «Gli euroscettici ci sono sempre stati e continueranno a esserci (…). Più dannoso sarebbe se in questa Europa che già non suscita entusiasmi si affermasse la linea di coloro che pur riconoscendo la validità dell’idea cessassero di sostenerla per le difficoltà di portarla avanti»

Il momento è difficile ma non cupo. Spiega Mammarella: «È pur vero che i governi in carica di Francia e Germania, i due Paesi che costituiscono l’asse portante dell’Unione, sono stati fortemente penalizzati, ma i socialisti francesi nonché i Verdi, i democristiani e i liberali tedeschi che hanno vinto sono storicamente più europeisti dei socialdemocratici tedeschi e dei neogollisti chiracchiani che hanno perso. Europeisti sono i socialisti di Zapatero (…). Europeisti sono ancora i greci e così pure i portoghesi e i belgi. In Olanda è apparso il nuovo partito europeista (…) E che dire della Danimarca, un Paese da sempre rimasto sulla soglia dell’Europa dove i socialdemocratici convinti europeisti hanno battuto i liberali alquanto euroscettici».

Per quanto riguarda i Paesi dell’Est e la Gran Bretagna, scrive Mammarella, «il voto e le astensioni dei primi rappresentano la protesta dei parenti poveri nei confronti di un’Europa ricca e piena di promesse che dopo avere aperte le porte ha richiesto troppi sacrifici per l’ingresso e ha diluito nel tempo il raggiungimento dei pieni diritti di associazione. Quanto alla Gran Bretagna vale ricordare che essa entrò nella Comunità dopo averla apertamente boicottata».