LE ELEZIONI PALESTINESI

Sulle recenti elezioni palestinesi, che hanno eletto Abu Mazen alla presidenza, Simon Peres ha rilasciato un’intervista a LA REPUBBLICA del 12 gennaio (“Israele, i palestinesi e la Giordania una troika collegata all’Europa”, pag. 11) in cui giudica queste elezioni le più democratiche nel mondo arabo. Sostiene Peres: «Sento che il 2005 sarà un anno di grandi opportunità e da non perdere. I palestinesi hanno offerto un’importante prova di democrazia. Domenica non si sono viste le armi, che invece vedremo durante le elezioni irachene. Abu Mazen è stato eletto con una solida maggioranza». Alla domanda se crede che Arafat istigasse i terroristi, Peres risponde: «Non credo che li spingesse a compiere gli attentati, ma non dava l’ordine di fermarli». Sul ruolo dell’Europa, Peres afferma: «E’ stata molto utile nell’assistenza ai palestinesi per le elezioni. Ora li potrà aiutare stimolando le riforme. Modernizzare produce democrazia. Più che i sussidi finanziari servono strutture per costruire un’autonomia economica (…) Credo che sia necessario creare una troika, saldamente collegata all’Europa, fra Giordania, Autorità palestinese e Israele».

Il neo premier palestinese Abu Ala sugli ultimi attentati contro gli israeliani afferma a LA REPUBBLICA del 13 gennaio (“Adesso Bush e Sharon facciano un gesto di pace”, pag.10): «Non possiamo solo accusare i palestinesi. Dobbiamo anche ricordare anche quali sono state le azioni degli israeliani in questi giorni. Stamattina due ragazzi sono stati uccisi in un villaggio a nord di Ramallah, martedì è stato assassinato a Tulkarem un nostro attivista politico. C’è la minaccia concreta di demolire migliaia di case a Rafah per costruire il canale che dovrebbe impedire di scavare il tunnel (…) Abu Mazel lo ha dichiarato esplicitamente. Siamo pronti a un cessate il fuoco unilaterale, ma questo richiede che dall’altra parte ci siano comportamenti che non ostacolino questa nostra decisione».

Se oggi c’è un interlocutore moderato come Abu Mazen il merito è anche del primo ministro israeliano Ariel Sharon. Lo sostiene il quotidiano IL FOGLIO del 12 gennaio (Il paradosso morale di Sharon, pag. 3): «Sharon è al potere in Israele da quattro anni. Ha affrontato il terrorismo con la repressione, ha dispiegato la forza armata nei territori, ha ucciso i capi delle organizzazioni fondamentaliste dovunque si trovassero, ha distrutto una per una le case d’origine dei militanti che si erano fatti esplodere tra i civili in Israele, ha imprigionato Arafat in un clamoroso esilio interno sotto gli occhi costernati dell’opinione internazionale, ha costruito un muro o barriera di protezione per la lunghezza di seicento chilometri nonostante le condanne dell’Onu e della Corte dell’Aja, ha sostenuto la guerra in Iraq e la cacciata di Saddam Hussein, finanziatore dell’intifada Al Aksa. (…) Non sarebbe ora che il paradosso morale di una politica severa e necessaria di autodifesa, che ha isolato Israele nella fatua coscienza pubblica della sinistra europea ma ha aperto nei fatti una straordinaria possibilità di vita e di pace, venisse esaminato senza pregiudizio da coloro che in questi quattro anni demonizzarono Sharon, previdero il suo fallimento e predicarono la insostenibilità etica del suo operato, considerandolo un uomo di guerra e per certi aspetti un nemico dell’umanità?»