GLI EDITORIALI DI PRIMA

 

Sull’integrazione degli immigrati, scrive Angelo Panebianco sul CORRIERE DELLA SERA del 6 dicembre (Se l’integrazione entra in crisi, pag.1), «Francia e Gran Bretagna avevano adottato politiche opposte. Si parlava, addirittura, di due modelli di integrazione, quello “assimilazionista” francese e quello”multiculturalista” britannico (e, più in generale, anglosassone). (…) La politica assimilazionista francese puntava a un’integrazione fondata su uno scambio: la concessione della cittadinanza repubblicana, con i suoi diritti di libertà, in cambio di una privatizzazione del credo religioso, del divieto di far valere entro l’arena pubblica le appartenenze religiose. La politica multiculturale britannica, all’opposto, concedeva generosamente spazi pubblici, sotto forma di diritti collettivi, alle minoranze etniche o religiose. Nella prospettiva multiculturalista ciò avrebbe dovuto portare a un’armonica coesistenza fra i diversi gruppi all’interno di una società politica liberale e tollerante. Tanto il modello assimilazionista quanto quello multiculturalista sono ora in crisi». Che cosa comporta ciò? Sostiene Panebianco: «La loro crisi (…) lascia l’Europa senza bussole, priva di strumenti credibili per fronteggiare non tanto la crescente presenza islamica, quanto il crescente peso del fondamentalismo all’interno delle comunità islamiche».

 

«Dobbiamo cominciare ad abituarci ad una parola nuova e inquietante: post-umano-scrive Stefano Rodotà su LA REPUBBLICA del 6 dicembre (Tra chip e sensori arriva il post-umano, pag.1). Racconta il giurista: «Il 12 ottobre di quest’anno la Food and Drug Administration, l’autorità statunitense che si occupa della salute, ha autorizzato l’utilizzazione del VeriChip, un piccolissimo strumento elettronico da inserire sotto la pelle dei pazienti che contiene i dati necessari per l’identificazione e che viene letto a distanza, permettendo l’immediato accesso ad un banca dati che contiene le informazioni sulla salute dell’interessato. Ma già prima di quella data era stata avviata, anche in ospedali italiani, una sperimentazione di questi microchip, impiantati per il momento solo su pazienti affetti da patologie croniche (diabete, cardiopatie, Hiv), soprattutto per rendere possibile, in situazioni di emergenza, l’istantanea conoscenza dello stato di salute del paziente, attraverso l’associazione tra microchip, lettore, banca dati». Ma Rodotà cita anche altri esempi: «Una società americana sta mettendo in commercio armi che possono essere adoperate solo da chi, avendo un chip impiantato nella mano, viene riconosciuto dall’arma stessa come suo legittimo possessore. A luglio si è appreso che in Messico, con una spesa di 150 dollari a persona, è stato iniettato un microchip nel braccio del Procuratore generale e di altri 160 suoi dipendenti per controllare il loro accesso a un importante centro di documentazione e, eventualmente, per rintracciarli in caso di sequestro. Sempre a luglio, Blair ha annunciato di voler “etichettare e controllare” i cinquemila più pericolosi criminali inglesi». L’inserimento di materiale tecnologico all’interno del corpo umano non è una novità. «Oggi però siamo di fronte a un mutamento qualitativo che, attraverso  l’inserimento nel corpo di strumenti provenienti dal mondo delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione mettono in discussione l’autonomia stessa della persona. A differenza dei casi in cui si è portatori di un pacemaker o di una protesi di silicone, infatti, l’inserimento di un microchip può mettere il corpo in permanente collegamento con altre persone che possono identificarlo, controllarne lo stato di salute, seguirne i movimenti, modificare a sua insaputa le informazioni contenute nel chip. Così cambia lo stato personale e sociale del soggetto –sostiene Rodotà. Riferendosi ai principi del Trattato costituzionale europeo, Rodotà prosegue: «Qui si afferma che la dignità umana è inviolabile, che ogni persona ha diritto all’integrità fisica e psichica, che i dati personali esigono una elevata protezione, che deve essere rispettato il principio di precauzione. Ognuno di questi punti richiede approfondimenti. Ma tutti ci dicono che non è possibile abbandonarsi a una deriva scientifica o tecnologica, o che l’unico criterio di guida possa essere quello della sicurezza».

 

Il viaggio recente del presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, in Cina ha costituito una sorta di “do ut des” fra Cina e Italia sulla questione dell’embargo di armi verso la Cina e sull’allrgamento del Consiglio di Sicurezza dell’Onu? Non lo crede Franco Venturini, che sul CORRIERE DELLA SERA  del 7 dicembre (Le armi e le ambizioni europee, pag.1) scrive: «La posizione cinese sull’allargamento del Consiglio di Sicurezza non è nuova, e si basa su interessi regionali che hanno poco da spartire con le inquietudini italiane. Mentre noi temiamo la “promozione” della Germania, Pechino si preoccupa di quella del Giappone e delle conseguenze che ne deriverebbero negli equilibri asiatici. (…) Diverso e separato è il discorso sull’embargo alle vendite di armamenti. L’Europa lo impose nel 1989, all’indomani della strage sulla piazza Tienamen. Ma poi con il passare del tempo, il parziale miglioramento nel rispetto dei diritti umani in Cina e, beninteso, la forte crescita dei reciproci interessi economico-commerciali hanno indotto l’Unione a stabilire lo scorso anno con Pechino una partnership strategica volta a consolidare i più responsabili comportamenti internazionali messi in campo dai cinesi».

 

In questi giorni si è svolto un convegno sulla figura di Palmiro Togliatti che, scrive Pierluigi Battista su LA STAMPA del 7 dicembre (Su Togliatti il grande compromesso, pag.1), «rappresenta simbolicamente qualcosa di più della solita celebrazione commemorativa o della compunta adunata di specialisti chiamati a dibattere accademicamente su una figura del passato. Sarà invece il palcoscenico se non di un compromesso storico, per lo meno di un compromesso politico-storiografico del tentativo di includere Togliatti fra i busti dei Padri della Patria, ma senza le consuete fumisterie giustificazioniste che hanno permesso finora di minimizzare, negare, ridimensionare, banalizzare le documentate responsabilità togliattiane nei crimini della storia comunista internazionale». Battista opera una distinzione: «In passato, quando ancora c’era il Pci, il tono delle commemorazioni di Togliatti era l’unità di misura in grado di stabilire il grado di emancipazione del partito dall’eredità del Migliore: ogni parola di blanda condanna veniva salutata come un decisivo allontanamento, ogni difesa della tradizione togliattiana come la testimonianza dell’irriducibile continuiamo della cultura di un partito incapace di strappare le proprie le proprie radici per assumere un’inequivocabile identità occidentale e socialdemocratica. Finito il Pci, la questione Togliatti è stata rimossa ma non risolta, oscillando tra la dimenticanza del passato e la rivendicazione acrobatica di un Togliatti “buono”, nazionale, italiano, diverso dal Togliatti immerso negli orrori dell’Hotel Lux, delle apocalittiche purghe di Stalin, della decimazione degli antistatalisti nella guerra civile spagnola». Sembra insomma che stavolta «l’idea è che Togliatti possa uscire dalla tenaglia tra santificazione e demonizzazione senza le reticenze che il gruppo dirigente post-comunista ha mostrato in questi anni».