UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI MILANO - AULA MAGNA

 

"Le mafie a Milano e nel Nord: aspetti sociali ed economici"

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Intervento del Governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi

 Milano, 11 marzo 2011

La criminalità organizzata può sfibrare il tessuto di una società; può mettere

a repentaglio la democrazia, frenarla dove debba ancora consolidarsi.

Nel nostro Mezzogiorno, le organizzazioni di stampo mafioso spiccano per

longevità storica, radicamento territoriale, capillarità.

La diffusione della criminalità organizzata sul territorio italiano

Le denunce per associazione a delinquere di stampo mafioso sono

concentrate nelle tre regioni meridionali in cui il fenomeno è più antico: Sicilia,

Campania e Calabria. Puglia e Basilicata hanno conosciuto una espansione della

criminalità organizzata in tempi più recenti.

Questo tipo di criminalità si manifesta, in primo luogo, in un alto numero di

omicidi: nella media del periodo 2000-2008, 3,6 casi l’anno ogni 100.000

abitanti in Calabria, 2,4 in Campania, 1,4 in Sicilia; la media italiana era 1,2, non

dissimile da quella degli altri principali paesi europei.

Tipici della criminalità mafiosa sono reati come le estorsioni e i rapimenti:

particolarmente complessi e rischiosi, essi richiedono la collaborazione di molti

individui. Questi crimini infliggono alla collettività danni economici e sociali ben

maggiori che nel caso di reati più semplici, come i furti. Danni non meno gravi

sono causati dai reati contro la pubblica amministrazione: quando le

organizzazioni criminali hanno radici profonde nel territorio, la relazione tra chi

appalta lavori pubblici e chi li esegue, intermediata dalle mafie, tende a

corrompersi cronicamente.

Ma anche altre regioni d’Italia non possono più considerarsi immuni dal

virus mafioso. Le opportunità connesse con il maggior sviluppo economico e

finanziario del Centro Nord inevitabilmente attraggono l’interesse delle cosche.

Già nel 1994 la Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno della mafia

(Commissione Antimafia) certificava l’esistenza di “una vastissima

ramificazione di forme varie di criminalità organizzata di tipo mafioso,

praticamente in tutte le regioni d’Italia”1.

Va subito osservato come nel Centro Nord i crimini che destano maggior

allarme sociale, in primis gli omicidi, siano meno numerosi che al Sud. Il

controllo esteso e violento del territorio da parte delle organizzazioni criminali è

impedito in quelle comunità da un rigetto generalizzato del costume mafioso.

Le infiltrazioni nel sistema economico e finanziario sono tuttavia insidiose.

Esse sono documentate, tra l’altro, dai dati sulle denunce per riciclaggio di

capitali illeciti e per usura, reati più “silenziosi” e tuttavia spesso riconducibili a

sodalizi criminali di stampo mafioso.

In Lombardia l’infiltrazione delle cosche avanza, come ha recentemente

avvertito la Direzione nazionale antimafia. Le denunce per associazione a

delinquere di stampo mafioso si sono concentrate fra il 2004 e il 2009 per quattro

quinti nelle province di Milano, Bergamo e Brescia.

In quello stesso periodo più dell’80 per cento delle denunce per associazione

mafiosa in Lombardia ha riguardato individui provenienti da Sicilia, Calabria,

Campania, confermando che al Centro Nord la presenza mafiosa rimane un

fenomeno d’importazione. Tuttavia la criminalità locale appare coinvolta in molti

reati pure tipicamente riconducibili al crimine organizzato di stampo mafioso,

come l’usura, il riciclaggio e le estorsioni: ne emerge una preoccupante saldatura

con le mafie tradizionali.

1 Commissione parlamentare d'inchiesta sul fenomeno della mafia e sulle altre associazioni criminali similari,

Relazione su: insediamenti e infiltrazioni di soggetti ed organizzazioni di tipo mafioso in aree non tradizionali.

Roma, 17 dicembre 1993.

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I costi economici della criminalità organizzata

Se gli effetti sociali e politici del crimine organizzato sono riconosciuti e

studiati, quelli economici lo sono meno. Ma non sono meno pericolosi. Fra i

primi a individuare e a misurare i costi del crimine per una economia fu Gary

Becker negli anni Sessanta, con studi che concorsero a valergli il premio Nobel2.

I costi delle attività delittuose per la collettività, che si aggiungono ai danni

inflitti alle singole vittime, s’innalzano a dismisura se il crimine è organizzato.

Ad esempio, le estorsioni, oltre a sottrarre direttamente risorse agli imprenditori

assoggettati al racket, disincentivano gli investimenti nella economia locale.

In una economia infiltrata dalle mafie la concorrenza viene distorta, per

molte vie: un commerciante vittima del racket può finire con il considerare il

“pizzo” come il compenso per un servizio di protezione contro la concorrenza nel

suo quartiere; il riciclaggio nell’economia legale di proventi criminali impone

uno svantaggio competitivo alle imprese che non usufruiscono di questa fonte di

denaro a basso costo; i legami corruttivi tra associazioni criminali e pubblica

amministrazione condizionano la fornitura di beni e servizi pubblici.

Un nostro studio ha documentato come nelle economie a forte presenza

criminale le imprese pagano più caro il credito3; in quelle aree è più rovinosa la

distruzione di capitale sociale dovuta all’inquinamento della politica locale; i

giovani emigrano di più; tra di essi, quasi un terzo è costituito da laureati che si

spostano al Nord in cerca di migliori prospettive. Quest’ultimo fenomeno è

particolarmente doloroso: l’inquinamento mafioso piega le speranze dei giovani

onesti e istruiti, che potrebbero migliorare le comunità che li generano e invece

decidono di non avere altra strada che partire.

2 Gary S. Becker, 1968, "Crime and Punishment: An Economic Approach," Journal of Political Economy,

University of Chicago Press, vol. 76, pages 169-217.

3 Emilia Bonaccorsi di Patti, 2009, "Weak institutions and credit availability: the impact of crime on bank loans,"

Questioni di Economia e Finanza (Occasional Papers), 52, Banca d’Italia.

5

Tutti questi costi frenano lo sviluppo economico dei territori coinvolti,

dell’intero Paese. A indicarlo c’è innanzitutto una semplice constatazione: il

Mezzogiorno, in cui è maggiore la presenza della criminalità organizzata, è anche

l’area italiana dal prodotto pro capite più basso. Tuttavia questa correlazione non

basta a provare l’assunto: i fattori che influenzano negativamente lo sviluppo

economico al Sud possono essere tanti e interconnessi4.

Per isolare l’effetto della presenza mafiosa sulla crescita economica da

quello di ogni altra causa, abbiamo condotto in Banca d’Italia, su sollecitazione

della Commissione Antimafia, un’analisi intorno alle due regioni meridionali

oggetto di più recente infiltrazione da parte della criminalità organizzata, la

Puglia e la Basilicata; si è confrontato lo sviluppo economico in queste due

regioni nei decenni precedenti e successivi al diffondersi del contagio mafioso,

avvenuto verso la fine degli anni ’70, con quello di un gruppo di regioni del

Centro Nord che avevano simili condizioni socio-economiche iniziali5.

I risultati empirici mostrano che, in concomitanza con il contagio, Puglia e

Basilicata sono passate da una crescita del prodotto pro capite che era più rapida di

quella del gruppo di regioni inizialmente simili a una più lenta: nell’arco di trenta

anni, all’insorgere della criminalità organizzata sarebbe attribuibile una perdita di

PIL di 20 punti percentuali, essenzialmente per minori investimenti privati.

Il ruolo dell’UIF

L’azione di contrasto alla criminalità viene svolta innanzitutto dalle forze

dell’ordine e dalla magistratura inquirente. I successi non sono mancati, neanche

in passato, a volte con il sacrificio della vita di alcuni eroi.

4 Un’analisi recente e approfondita dei modi in cui la criminalità organizzata può influenzare gli andamenti

economici nel Mezzogiorno è contenuta nel Rapporto “Alleanze nell’ombra. Mafie ed economie locali in Sicilia e

nel Mezzogiorno” a cura della Fondazione RES, presieduta da Carlo Trigilia, www.resricerche.it.

5 Paolo Pinotti, 2010, I costi economici della criminalità organizzata, www.parlamento.it

/documenti/repository/commissioni/bicamerali/antimafiaXVI/Relazione-oc.%20XXIII%20n.%205/525439.pdf.

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Il riciclaggio di denaro proveniente da attività criminali è uno dei più

insidiosi canali di contaminazione fra il lecito e l’illecito. Per i criminali è un

passaggio essenziale, senza il quale il potere d’acquisto ottenuto con il crimine

resterebbe solo potenziale, utilizzabile all’interno del circuito illegale ma

incapace di tradursi in potere economico vero.

Il riciclaggio ha una dimensione internazionale. I criminali profittano della

globalizzazione dell’economia e della integrazione dei mercati finanziari.

L’innovazione finanziaria, la tecnologia, li aiutano, favorendo la stratificazione

dei trasferimenti di fondi, la dissimulazione di chi li ordina. Per contrastare

questo fenomeno non c’è che la cooperazione internazionale.

In Italia le banche, gli altri intermediari finanziari e i professionisti

(avvocati, notai, ecc.) sono obbligati dalla legge a segnalare ogni operazione

sospetta alla Unità di Informazione Finanziaria (UIF), una struttura costituita

presso la Banca d’Italia nel 2008 per prevenire e combattere il riciclaggio e il

finanziamento del terrorismo, in cooperazione con le autorità di supervisione

(Vigilanza della Banca d’Italia, ISVAP, Consob), con gli organi investigativi e

con le Procure.

Intermediari e professionisti, per individuare le transazioni sospette, possono

avvalersi di “indicatori di anomalie” messi a disposizione dall’UIF; soprattutto,

devono conoscere bene i loro clienti, assicurarsi che le operazioni siano

tracciabili.

Nei casi più semplici o ricorrenti le segnalazioni vengono rapidamente

trasmesse agli organi investigativi; nei casi più complessi vengono svolte

verifiche anche in loco e consultazioni con altre autorità, italiane ed estere. Se

emerge una notizia di reato, si procede alla denuncia secondo le modalità

prescritte dal codice di procedura penale. L’UIF può anche sospendere le

operazioni oggetto di segnalazione.

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Una banca che si ritrovi coinvolta, pur inconsapevolmente, in vicende

criminali è esposta a rischi di contenzioso legale e, soprattutto, di perdita di

reputazione, che ne possono anche minare la stabilità. La Banca d’Italia utilizza

tutte le leve a sua disposizione per valutare e stimolare la capacità delle banche di

essere vigili sul fronte del contrasto al riciclaggio. Ho più volte ricordato quanto

sia fondamentale per il loro buon nome che esse mantengano salde difese interne

contro il rischio di farsi strumento di riciclaggio; ogni euro speso per rafforzarle

è ben speso.

Il sistema finanziario italiano si sta gradualmente conformando alla

disciplina antiriciclaggio: siamo passati da 12.500 segnalazioni nel 2007 a 37.000

lo scorso anno, con una dinamica in accelerazione. Professionisti e altri operatori

sono meno solerti: i potenziali segnalanti sarebbero diverse centinaia di migliaia,

ma nel 2010 sono pervenute solo 223 segnalazioni.

La distribuzione territoriale delle operazioni segnalate come sospette è

correlata con i livelli di reddito: in Lombardia, da cui origina il 20 per cento del

PIL italiano, si concentra un’analoga quota di segnalazioni di sospetto riciclaggio.

Anche tenendo conto di ciò, il numero di segnalazioni provenienti da alcune aree

di tradizionale insediamento mafioso appare sorprendentemente piccolo: in Sicilia,

Campania e Calabria si registrano, rispettivamente, il 33, 27 e 16 per cento delle

denunce per associazione mafiosa, ma solo il 6, 12 e 2 per cento delle segnalazioni

di sospetto riciclaggio; è possibile che i soggetti potenzialmente segnalanti

subiscano in quelle aree una particolare pressione ambientale.

***

L’economia italiana soffre da tempo, lo sappiamo, di una inibizione a

crescere. Le cause sono molteplici, hanno natura diversa, s’intrecciano fra loro.

Ne discutiamo da anni. La Banca d’Italia ha offerto sul tema numerosi contributi

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di analisi e di proposta, altri stiamo per offrirne. Fra i fattori inibenti vi è anche

l’infiltrazione mafiosa nella struttura produttiva, che è aumentata negli ultimi

decenni, almeno nella sua diffusione territoriale.

La crisi che abbiamo vissuto nei passati tre anni non ha certo migliorato le

cose: non poche imprese, che hanno visto drammaticamente ridursi i flussi di

cassa e il valore di mercato, sono divenute più facilmente aggredibili dalla

criminalità.

Il prezzo che una società paga quando è contaminata dal crimine

organizzato, in termini di peggiore convivenza civile e mancato sviluppo

economico, è alto. Contrastare le mafie, la presa che esse conservano al Sud,

l’infiltrazione che tentano nel Nord, serve a rinsaldare la fibra sociale del Paese

ma anche a togliere uno dei freni che rallentano il cammino della nostra

economia.

Manifestazioni come questa sono di grande aiuto nel tenere desta

l’attenzione pubblica sui rischi che si corrono, nel nutrirvi i necessari anticorpi:

quell’avversione condivisa alla sottocultura mafiosa che può davvero

sconfiggerla.