Intervento del Governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, alla Giornata Mondiale del Risparmio, promossa dall’ACRI  (29 ottobre 2009)

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La nuova regolazione della finanza

Le condizioni sui mercati finanziari sono in continuo miglioramento, dalla primavera. Le banche tornano a raccogliere capitali sui mercati obbligazionari e azionari privati. Sono in discesa gli indicatori di premio al rischio. Ma né quest’ultimo né il costo del capitale sono tornati ai livelli del 2007. Non è prevedibile che ciò accada per molto tempo: il mercato non dimentica che la crisi è conseguenza della sua stessa imprudenza.

E non è auspicabile che accada. La risposta della politica economica alla crisi, nella sua ampiezza, testimonia l’intensità del trauma; le cose non torneranno come prima. È bene che tutti gli attori sui mercati finanziari, a cominciare dalle banche, ne prendano atto. Il Financial Stability Board (FSB) sta avanzando nella definizione di un nuovo assetto regolamentare che possa consegnarci un sistema finanziario con più capitale, meno debito, controlli estesi a tutti gli intermediari che possono generare rischio sistemico, meccanismi per contenere la ciclicità della finanza, sistemi di governo societario e di remunerazione dei dirigenti volti a contenere gli incentivi all’assunzione di rischi eccessivi. Insomma, un sistema finanziario più prudente, più stabile, meglio in grado di sostenere l’economia. Dobbiamo varare nuove regole volte a migliorare la qualità del capitale e a limitare eccessi nell’uso della leva finanziaria, anche attraverso l’introduzione di un leverage ratio. Saranno previsti correttivi sostanziali per attenuare le tendenze procicliche del sistema: alle banche sarà chiesto di costituire risorse aggiuntive nelle fasi positive del ciclo, da utilizzare nei momenti di difficoltà generalizzata. È stato già proposto un aumento significativo dei requisiti patrimoniali per l’attività di negoziazione e per le esposizioni nei confronti di titoli derivanti da cartolarizzazioni.

Il Comitato di Basilea sta ora lavorando a una complessiva revisione della nozione di patrimonio di vigilanza. Al momento è emerso un orientamento favorevole a una definizione restrittiva della componente predominante del patrimonio di base, che per le società per azioni dovrebbe essere essenzialmente limitata alle azioni ordinarie e alle riserve. Tutte le deduzioni verrebbero armonizzate secondo criteri di estremo rigore e applicate unicamente sulla componente di maggiore qualità del patrimonio. Sono in discussione limitate deroghe per tenere conto delle specificità delle società cooperative. Entro la fine di quest’anno il Comitato presenterà nuove disposizioni sulla gestione e sulla supervisione della liquidità, perché le banche possano, meglio che in passato, fronteggiare improvvise condizioni di stress dei mercati e perché gestiscano in maniera più attenta la trasformazione delle scadenze nei loro bilanci. Il complesso di queste regole sarà oggetto di un articolato studio di impatto nel 2010; sarà introdotto con la dovuta gradualità, al fine di non ostacolare la ripresa economica.

Negli Stati Uniti è stato condotto nei primi mesi del 2009 uno stress test per valutare la capacità delle banche americane di resistere a scenari macroeconomici avversi. Grazie anche alla pubblicazione dei risultati dei test, che hanno rassicurato i mercati, le banche americane coinvolte nell’esercizio hanno raccolto sul mercato circa 150 miliardi di dollari dall’inizio dell’anno. Alcune di esse hanno rimborsato anticipatamente i capitali ottenuti dal governo. In Europa il Comitato dei supervisori bancari (CEBS), cooperando con le autorità di vigilanza nazionali, la Banca centrale europea e la Commissione, ha recentemente concluso un esercizio di stress sui 22 principali gruppi bancari europei: anche nello scenario macroeconomico più sfavorevole tutti i gruppi manterrebbero una dotazione patrimoniale adeguata (un tier 1 ratio superiore al 6 per cento, a fronte di un minimo regolamentare del 4). Anche delle banche europee hanno proceduto ad aumenti di capitale; alcune hanno rimborsato, o rinunciato a utilizzare, i fondi pubblici messi a loro disposizione per la ricapitalizzazione. Ridurre la probabilità e la portata dell’eventuale fallimento di istituzioni finanziarie con importanza sistemica, rendere il sistema finanziario capace di assorbirlo, sono divenuti obiettivi fondamentali dell’azione dei regolatori a livello mondiale. Una volta individuate queste istituzioni, occorrerà predisporre misure selettive che accrescano la loro solidità, ne limitino, se necessario, la dimensione o la gamma degli affari, rafforzino la capacità delle autorità di gestire le crisi, potenzino l’infrastruttura dei mercati. Si intensifica anche l’azione volta a portare la contrattazione dei derivati presso piattaforme centralizzate o mercati regolamentati.

Proposte in tal senso verranno presentate al G20 nell’arco dei prossimi mesi. Le nuove regole sulle remunerazioni, presentate dal FSB all’ultimo summit del G20, si applicano al top management e a tutti coloro che hanno il potere di prendere decisioni aventi un impatto significativo sul bilancio della banca. Prevedono che gran parte della remunerazione sia variabile, legata all’andamento dell’azienda, con pagamento differito nel tempo per almeno tre anni, sotto forma di titoli, e recuperabile se la performance aziendale, o quella del dirigente, non fossero soddisfacenti. Queste regole mirano a contrastare l’eccessiva assunzione di rischi, il perseguimento di obiettivi di breve periodo e la scarsa trasparenza della struttura dei compensi; valorizzano la disclosure e il ruolo di controllo del consiglio di amministrazione e degli azionisti; soprattutto, estendono l’area di responsabilità della vigilanza alla materia dei compensi. Un primo riscontro dell’applicazione di queste regole è previsto per marzo 2010. La Banca d’Italia sin dal marzo del 2008 ha introdotto principi e linee applicative in questa materia, validi per tutte le banche, in parte anticipando gli sviluppi a livello internazionale. Sono stati forniti ieri a tutti gli intermediari ulteriori criteri applicativi. Ai gruppi bancari di maggiore rilievo è stato chiesto di adeguarsi prontamente agli standard da ultimo emanati dal FSB e di pianificare entro fine anno gli eventuali interventi correttivi. Siamo ora a una fase decisiva. Lo slancio che la cooperazione internazionale ha avuto nel concepire e nel disegnare nuove regole per la finanza del mondo deve tradursi in una loro attuazione rigorosa a livello nazionale, armonizzata sul piano internazionale: dalla crisi non si esce con il protezionismo, tanto meno con quello finanziario.

 Le banche italiane

Il nostro sistema bancario ha resistito alla crisi meglio di molti altri. Non va allentata la guardia, perché la situazione resta esposta a fragilità. Il patrimonio delle banche italiane è superiore ai minimi regolamentari. Dati relativi allo scorso giugno indicano per i cinque maggiori gruppi un miglioramento della situazione patrimoniale rispetto alla fine del 2008. Il coefficiente complessivo (total capital ratio), misurato dal rapporto tra il totale delle risorse patrimoniali e le attività ponderate per il rischio, è aumentato di sei decimi di punto, all’11,0 per cento; quello relativo al patrimonio di base (tier 1 ratio) è salito di sette decimi, al 7,4 per cento. Il coefficiente relativo al patrimonio di base al netto degli strumenti ibridi di capitale (core tier 1 ratio), che comprende le sole componenti di migliore qualità, è cresciuto di otto decimi, al 6,6 per cento. Il grado di leva finanziaria si mantiene contenuto nel confronto internazionale. Il rigore che la Banca d’Italia ha applicato nella vigilanza prudenziale sul capitale delle banche le ha protette in questa fase critica. Un adeguamento più generale di tutta la vigilanza è iniziato da tempo: gli stress test sono da noi strumento usato ormai di continuo; team ispettivi specialistici sono costantemente presenti presso i gruppi bancari più grandi e complessi, per approfondire questioni specifiche, per analizzare particolari profili di rischio. Non dobbiamo trascurare i pericoli insiti in una situazione economica ancora delicata. La qualità del credito è in forte deterioramento. Il flusso di nuovi prestiti in sofferenza in rapporto a quelli complessivi, al netto dei fattori stagionali, ha sfiorato il 2 per cento nel secondo trimestre di quest’anno (1,6 nel primo trimestre). La crescita del tasso di ingresso in sofferenza è stata particolarmente marcata per i crediti alle imprese (2,6 per cento, dal 2,1 del primo trimestre).

Gli effetti della recessione sui profitti delle banche sono già significativi. Per i primi cinque gruppi, pur in presenza di una buona tenuta del risultato di gestione nel primo semestre di quest’anno i profitti si sono ridotti di quasi il 60 per cento rispetto allo stesso periodo del 2008, per effetto dell’aumento degli accantonamenti a fronte del rischio di credito. Dall’inizio del 2009 le aspettative degli analisti finanziari sono state più volte riviste al ribasso. Gli utili registrerebbero una ripresa solo nel 2011, pur rimanendo al di sotto dei risultati conseguiti nello scorso anno.

Destinare un ammontare significativo di risorse al rafforzamento patrimoniale è essenziale. Le banche devono utilizzare tutti gli strumenti per accrescere il capitale. Lo hanno già iniziato a fare, con operazioni pubbliche di ricapitalizzazione, ricorso al mercato dei capitali privati, dismissioni di attività. La nostra normativa fiscale pone limiti stringenti alla deducibilità dall’imponibile delle svalutazioni su crediti, più che negli altri grandi paesi europei. Ne conseguono elevate attività fiscali per imposte anticipate che, in prospettiva, la nuova regolamentazione sottrarrà dal patrimonio di vigilanza. Auspichiamo che la disponibilità del Governo a rivedere questi aspetti del trattamento fiscale, in relazione all’andamento della moratoria sul debito bancario, si traduca in misure concrete, che rimuovano questo ostacolo all’espansione del credito.

I mutamenti all’orizzonte nel panorama internazionale, regolatorio e di mercato, coinvolgono in pieno le banche italiane. Nel nuovo assetto che prevarrà a livello globale occorrerà molto più capitale che in passato. Quel capitale andrà attratto e remunerato, in una situazione di redditività che sarà vincolata dalla maggior concorrenza. Questa sfida strategica può essere vinta solo da chi sappia migliorare la qualità dei servizi offerti e aumentare l’efficienza. Le banche italiane hanno già dato prova negli anni scorsi di saper accrescere la produttività. Analisi comparate svolte dalla Banca d’Italia e dalla Bundesbank mostrano come il progresso tecnologico e il conseguimento di economie di scala attraverso le concentrazioni abbiano favorito, tra la metà degli anni novanta e quella di questo decennio, l’aumento della produttività del settore bancario in entrambe le economie. Ma in Italia la produttività, inizialmente più bassa, è cresciuta a un tasso medio annuo (3 per cento circa) superiore a quello osservato in Germania, traendo anche beneficio dal processo di privatizzazione svoltosi in quegli anni. Alle nostre banche tocca però vincere anche una seconda sfida strategica: sono uscite sostanzialmente indenni dalla crisi; trasformino questa posizione privilegiata in un vantaggio competitivo nei confronti dei concorrenti, in un beneficio nei confronti dei clienti.

 Trasparenza e tutela del risparmio

La Banca d’Italia è responsabile della vigilanza sulla trasparenza dei prodotti bancari. È una responsabilità affidatale dalla legge, è parte della tutela che il legislatore ha voluto per il risparmio: immesso nel circuito creditizio, esso è l’ingrediente fondamentale per il finanziamento della crescita. Senza la fiducia del cliente, fondata su un’adeguata trasparenza, questo meccanismo non funziona, la crescita ne soffre.

 Il costo dei conti correnti

Le indagini della Banca d’Italia mostrano negli ultimi anni una sostanziale stabilità del costo medio dei conti correnti bancari. Ma intorno a quel valore, pari nel 2008 a 114 euro, vi è un’ampia variabilità; a parità di altre caratteristiche, i conti aperti da più di due anni presentano costi superiori rispetto a quelli più recenti. Vi sono margini per migliorare le condizioni praticate ai depositanti.

Il costo degli affidamenti e degli scoperti di conto

I recenti interventi legislativi in materia di costi degli affidamenti e degli scoperti di conto hanno in parte conseguito gli effetti sperati: le banche hanno cambiato la struttura delle commissioni, anche nel tentativo di recuperare componenti di reddito non più applicabili per legge. I primi risultati di una nostra recente rilevazione indicano che le voci di costo introdotte quest’anno a seguito degli interventi del legislatore sono in media meno onerose per la clientela rispetto alla situazione pregressa; tuttavia, in circa un quarto dei casi esaminati le nuove commissioni risultano più costose di quelle in essere a fine 2008. Occorre che le banche attuino al più presto una drastica semplificazione, una volta per tutte, della struttura delle commitment fees.

Da agosto le nuove istruzioni per la rilevazione dei tassi effettivi globali medi a fini di prevenzione dell’usura prevedono l’inclusione di tutti gli oneri a carico del cliente connessi con l’erogazione del credito, compresi costi in precedenza esclusi, quali la commissione di massimo scoperto, nei casi in cui venga ancora applicata, le commitment fees, nonché alcune spese assicurative e di mediazione.

Per talune categorie di operazioni l’inclusione esplicita di questi nuovi oneri incide in misura rilevante, determinando tassi soglia più elevati rispetto al passato e più rappresentativi delle condizioni economiche applicate alla clientela. Questo consentirà di contrastare prassi elusive delle soglie anti-usura, nonché di contenere l’entità dei costi accessori.

Nuove norme sulla trasparenza e sulla correttezza

Abbiamo emanato in luglio nuove norme sulla trasparenza dei servizi bancari e sulla correttezza dei rapporti con la clientela. L’uso di indicatori sintetici per i conti correnti permetterà al cliente di confrontare i costi delle diverse offerte disponibili sul mercato; l’estratto conto di fine anno conterrà uno specifico invito al cliente a verificare – presso la banca o su internet – la convenienza dei conti correnti in essere; il costo degli affidamenti verrà reso più comprensibile, anche mettendo il cliente nella condizione di calcolare in anticipo, e paragonare, quanto potrebbe costargli lo scoperto.

Non è facile coniugare semplicità e completezza dell’informazione al cliente quando i prodotti offerti sono diversificati e complessi. Le nuove norme si curano in particolare delle fasce più deboli di clientela: documenti standardizzati con diversi livelli di lettura; costi dei servizi chiaramente indicati; un "conto corrente semplice" per la clientela di base, con canone annuo fisso; un estratto conto onnicomprensivo di fine anno; guide pratiche per spiegare ai consumatori come scegliere il conto corrente e il mutuo.

 L’Arbitro Bancario Finanziario

Dal 15 ottobre è operativo l’Arbitro Bancario Finanziario, a seguito della nomina da parte della Banca d’Italia dei componenti dei tre Collegi insediati a Milano, Roma e Napoli. Potrà contribuire a un sostanziale riequilibrio delle posizioni contrattuali e innalzare il livello di soddisfazione degli utenti dei servizi bancari e finanziari.

L’Arbitro entrerà nel merito del rapporto tra intermediario e cliente; orienterà i comportamenti degli intermediari verso standard più elevati di correttezza e trasparenza; li incentiverà a perseguire la composizione preventiva delle liti attraverso una gestione dei reclami ben organizzata, più efficiente, attenta alle ragioni del cliente.

I ricorsi possono essere presentati presso tutte le Filiali della Banca d’Italia; apposite unità operative svolgono l’attività di segreteria tecnica per i Collegi, valutando la completezza e la regolarità della documentazione presentata dalle parti e curando l’istruttoria dei ricorsi. È in via di svolgimento una campagna di informazione sull’Arbitro, attraverso un sito web dedicato e un’ampia diffusione di documenti informativi per la clientela.

Si va così completando il quadro delle nostre iniziative per un miglioramento sostanziale delle relazioni tra intermediari e clientela. La legge comunitaria per il 2008 contiene una delega al governo per il riordino complessivo della disciplina sui rapporti tra banca e cliente. I numerosi interventi legislativi degli ultimi anni potranno essere inseriti in un quadro organico, che affermi con chiarezza i principi di tutela del consumatore, colmi lacune normative, eviti trattamenti ingiustificatamente diversi su materie simili, rafforzi l’apparato sanzionatorio.

Come ho già ricordato nella mia Testimonianza presso la Commissione Parlamentare d’inchiesta sul fenomeno della mafia e sulle altre associazioni criminali, durante i periodi di crisi – nei quali le imprese e il sistema finanziario sono più esposti al rischio di infiltrazioni criminali – l’azione di contrasto al riciclaggio di proventi illeciti deve farsi ancora più attenta e decisa. Il rispetto puntuale delle norme sull’antiriciclaggio non è solo un obbligo di legge, è elemento essenziale della reputazione delle banche. L’Unità di informazione finanziaria e la Vigilanza hanno intensificato i controlli anche sulle dipendenze bancarie: sul piano organizzativo interno si attua la complementarità tra lotta al riciclaggio e vigilanza prudenziale; prosegue con efficacia la collaborazione con la Magistratura e la Guardia di Finanza. Ma è solo con un pieno coinvolgimento dei vertici aziendali nelle finalità della lotta al crimine che le banche possono darsi quelle forme organizzative che costituiscono il principale ostacolo al riciclaggio. È opportuno un intervento interpretativo che, nell’ambito del cosiddetto scudo fiscale, dissipi ogni incertezza sugli obblighi di segnalazione delle operazioni sospette da parte degli intermediari; che ribadisca la regolare applicazione della normativa antiriciclaggio.

Il ruolo delle Fondazioni

Le Fondazioni sono state un’àncora per le banche italiane. Le hanno accompagnate, anche nella fase più tempestosa della crisi finanziaria, nel rafforzamento patrimoniale; le stanno accompagnando ora nella debole ripresa che si prospetta. Molte hanno accettato sacrifici nell’immediato, contribuendo alla solidità del sistema, alla capacità delle banche di fare credito all’economia, alla valorizzazione di lungo termine del proprio stesso investimento. La crisi ha mostrato come le Fondazioni possano andare al di là della funzione che ci si attende da un investitore istituzionale: questi ha una voce autorevole fintantoché i suoi clienti gli affidano i loro risparmi da gestire; si affievolisce e muore quando essi li ritirano. La voce delle Fondazioni non segue le alterne vicende dei mercati, il loro sguardo tende al periodo medio-lungo. La crisi ha chiaramente mostrato i limiti di un’ottica di breve periodo, dominata dalla corsa a rendimenti sempre più alti, a commissioni di gestione esorbitanti, oggi generalmente ridimensionate. Il sistema bancario italiano, dopo le grandi fusioni di due anni fa, ha bisogno di stabilità per affrontare le sfide gestionali e strategiche che l’uscita dalla crisi richiede. Ha bisogno che le Fondazioni continuino ad accompagnarne il rafforzamento patrimoniale e perseverino in quel ruolo, di azionista presente ma non intrusivo nella gestione, che è stato negli ultimi anni alla base del loro successo.

L’auspicio della Banca d’Italia è che, con la stessa lungimiranza con cui le Fondazioni hanno saputo restare ancorate ai loro valori strategici tradizionali nella tempesta della crisi, esse sappiano sollevare lo sguardo al di sopra dei campanili, per contribuire alla maturazione di un sistema bancario solido, pronto ad affrontare le sfide della concorrenza internazionale.

 L’uscita dalla recessione e il ritorno alla crescita

L’economia mondiale ha ripreso a crescere, sospinta dall’eccezionale sostegno delle politiche economiche, anche se a tassi modesti e in modo disomogeneo tra le varie aree. Secondo le ultime previsioni del FMI, il prodotto mondiale, dopo una flessione di oltre l’1 per cento nell’anno in corso, aumenterebbe nel 2010 di circa il 3 per cento: la dinamica sarebbe più contenuta nelle economie avanzate, vivace nei paesi emergenti e in via di sviluppo. La caduta in cui le nostre economie si stavano avvitando, tra la fine del 2008 e l’inizio di quest’anno, si è fermata. Siamo meno sicuri che si stia effettivamente avviando una ripresa duratura, che non poggi solo sul sostegno straordinario delle politiche economiche.

In Italia dal marzo del 2008 la produzione industriale italiana si è contratta di un quarto, il PIL si è ridotto del 6,5 per cento; siamo tornati indietro sui livelli di vent’anni fa nel caso della prima, di quasi dieci per il secondo. Ma ora la fase più acuta della crisi è superata: il prodotto interno lordo è tornato a crescere nel terzo trimestre, dopo oltre un anno di continua flessione. Tuttavia, se i sondaggi qualitativi delineano dalla primavera un quadro più favorevole, restano deboli i segnali quantitativi, soprattutto sulle componenti interne della domanda. Nell’anno terminante a settembre scorso i consumi delle famiglie si sono ridotti del 2 per cento, per la contrazione del reddito disponibile reale e per il peggioramento del mercato del lavoro. In quello stesso periodo l’occupazione è scesa del 3,3 per cento (650.000 unità), l’incidenza della Cassa integrazione sul monte ore lavorate è passata dall’1,5 al 10 per cento. Registreremo presumibilmente ulteriori perdite di occupazione in questi mesi finali dell’anno. Gli investimenti sono caduti del 15 per cento nel periodo. I giudizi delle imprese sulle condizioni per investire, rilevati nel nostro sondaggio di settembre, pur se meno pessimisti rispetto a qualche mese fa, non danno indicazioni di una robusta inversione di tendenza.

Nelle varie recessioni vissute dalla nostra economia dal dopoguerra l’intensità delle perdite di produzione fu minore di quella osservata questa volta, e tuttavia il tempo occorrente a risalire sui livelli di attività precedenti la caduta non fu mai inferiore a due anni. Ora il tempo di recupero potrebbe essere ancora più lungo. La storia economica insegna che le recessioni causate da crisi finanziarie sono più persistenti. Noi italiani abbiamo oggi il vantaggio di un livello di debito privato basso rispetto a quello di altre economie e di un sistema bancario che non è stato direttamente danneggiato dalla crisi. Abbiamo però la necessità di affrontare le debolezze strutturali della nostra economia per costruire una durevole ripresa che non poggi soltanto sulle esportazioni.

Un anno fa, in questa stessa sede, sottolineavo come di fronte al repentino aggravarsi della crisi fosse necessario attivare politiche di sostegno della domanda, dei redditi delle fasce sociali più colpite, pur nella consapevolezza dei condizionamenti imposti dall’alto debito pubblico. Oggi l’urgenza è riprendere il cammino delle riforme, per riportare il Paese, negli anni a venire, su ritmi sostenuti di crescita economica, che sono anche il presidio primo della stabilità finanziaria.

l finanziamento dell’economia italiana

Nel credito non è ancora visibile un punto di svolta. Nel terzo trimestre i prestiti alle imprese nel nostro paese sono diminuiti del 3 per cento rispetto al secondo, in ragione d’anno; quelli alle famiglie hanno continuato a espandersi, ma a un ritmo contenuto. Il rallentamento è stato particolarmente pronunciato per gli impieghi dei maggiori gruppi bancari, principali utilizzatori dei mercati internazionali all’ingrosso della liquidità.

Le difficoltà di rifinanziamento delle banche, anche grazie al sostegno pubblico e alle operazioni dell’Eurosistema, si sono andate attenuando e la situazione di liquidità normalizzando, come indicano anche i dati più recenti del monitoraggio settimanale istituito dalla Banca d’Italia fin dall’autunno del 2007. La difficile congiuntura economica riduce la domanda di credito, ma anche l’offerta diviene più restrittiva. Quest’ultimo fenomeno è stato pronunciato nella fase acuta della crisi; vi sono oggi segnali di allentamento analoghi a quelli rilevati per l’insieme dell’area dell’euro nell’ultima indagine sul credito bancario della BCE.

La riduzione dei tassi d’interesse nell’Eurosistema si è tradotta in Italia mediamente in minori tassi bancari per le famiglie e le imprese, con una entità e una velocità che sono state sostanzialmente in linea con quanto osservato nel resto dell’area. In settembre il costo medio dei prestiti a breve termine alle imprese era del 4 per cento, inferiore di quasi 3 punti rispetto a un anno prima; quello dei nuovi mutui a tasso variabile alle famiglie si era più che dimezzato, al 2,3 per cento. È sceso di un punto, al 4,9 per cento, il costo medio dei mutui a tasso fisso. In alcuni comparti, in particolare in quello del credito al consumo, il costo del credito in Italia resta tuttavia più elevato che nel resto dell’area dell’euro. In un frangente straordinario come quello che attraversiamo la variabilità del merito di credito è ampia, soprattutto fra le imprese. La capacità delle banche di fare la giusta selezione diviene cruciale.

La crisi ha colto il nostro sistema produttivo mentre alcune sue parti erano impegnate in un faticoso processo di ristrutturazione, che si era avviato alla metà di questo decennio. Il processo deve ora riprendere il suo corso e anzi intensificarsi e diffondersi, affinché i ritardi accumulati dall’economia italiana negli ultimi quindici anni possano essere finalmente colmati. Alle imprese che l’hanno interrotto, a causa delle difficoltà di mercato e finanziarie, a quelle che stanno valutando se intraprenderlo, è necessario non far mancare l’intelligente, prudente, selettivo sostegno del credito. Questo è il principale contributo che il sistema bancario è chiamato a dare al rilancio della nostra economia.