ISTAO – Facoltà di Economia “G. Fuà”

Associazione degli Economisti di Lingua Neolatina

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Crescita, benessere

e compiti dell’economia politica

Lezione Magistrale del Governatore della Banca d’Italia

Mario Draghi

Ancona, 5 novembre 2010

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Convegno in ricordo di Giorgio Fuà

“Sviluppo economico e benessere”

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Sommario

Pag.

Il problema di crescita dell’economia italiana........................................................5

Indicatori di benessere ............................................................................................8

Il compito dell’economia politica ..........................................................................11

 

Il nome di Giorgio Fuà è intimamente legato agli studi sullo sviluppo economico.

Lo ricordiamo come il responsabile del gruppo di lavoro italiano nel

grande progetto internazionale di ricerca sullo sviluppo dei paesi industrializzati

coordinato da Simon Kuznets e Moses Abramovitz1. A Fuà siamo debitori della

ricostruzione dei conti economici per l’Italia unita, ancora oggi punto di riferimento

per gli studiosi. Gli dobbiamo anche fondamentali approfondimenti metodologici,

come lo studio sull’indice a catena del prodotto interno lordo italiano,

pubblicato più di dieci anni prima che l’Istat lo adottasse2. Al suo contributo farà

riferimento la Banca d’Italia negli studi per celebrare il 150° anniversario

dell’Unità del nostro paese.

Fuà tenne uno dei suoi più importanti interventi in occasione della Lettura

annuale dell’Associazione Il Mulino nel 19933. È da quel saggio che ho ripreso il

titolo di questa mia relazione.

Il problema di crescita dell’economia italiana

Secondo le stime del Fondo Monetario Internazionale, la quota dell’area

dell’euro nel PIL mondiale, pari nel 2000 al 18 per cento, a parità di potere

d’acquisto, scenderà al 13 nel 2015. Nello stesso periodo la quota dei paesi emergenti

asiatici raddoppierà, dal 15 al 29 per cento: non tanto a causa della crescita

della popolazione, quanto per l’aumento del PIL per abitante, che passerà nel

2015 al 20 per cento di quello dell’area dell’euro, dall’8 del 2000.

È sufficiente questo dato per descrivere il mutamento radicale negli equilibri

economici mondiali. La nostra economia ne risente più di altre. Essa manifesta da

anni una incapacità a crescere a tassi sostenuti; l’ultima recessione ha fatto diminuire

il PIL italiano di quasi 7 punti.

5

Abbiamo subito una evidente perdita di competitività rispetto ai nostri principali

partner europei. Tra il 1998 e il 2008, nei primi dieci anni dell’Unione monetaria,

il costo del lavoro per unità di prodotto nel settore privato è aumentato del

24 per cento in Italia, del 15 in Francia; è addirittura diminuito in Germania.

Questi divari riflettono soprattutto i diversi andamenti della produttività del

lavoro: in quel decennio, secondo i dati disponibili, la produttività è aumentata del

22 per cento in Germania, del 18 in Francia, solo del 3 in Italia.

Nello stesso periodo il costo nominale di un’ora lavorata è cresciuto in Italia

del 29 per cento: più che in Germania (20 per cento), molto meno che in Francia

(37 per cento). La maggiore inflazione italiana ha contenuto i salari reali,

allineandone la dinamica a quella tedesca (3 per cento nel decennio); ma in Germania

le retribuzioni orarie medie, all’inizio del periodo, erano di oltre il 50 per

cento maggiori delle nostre. In Francia le retribuzioni reali orarie sono aumentate

del 16 per cento.

Per comprendere le difficoltà di crescita dell’Italia, dobbiamo innanzitutto

interrogarci sulle cause del deludente andamento della produttività.

I fattori sono molteplici. Alcuni sono simili a quelli che distinguevano il

“modello di sviluppo tardivo” dell’Italia, come lo definì Fuà: marcati e persistenti

dualismi nella dimensione delle imprese, nel mercato del lavoro4. La loro origine

stava per Fuà nella difficoltà di introdurre in modo generalizzato le tecniche organizzative

e produttive sviluppate nei paesi leader. Ne derivava una segmentazione

della struttura produttiva tra imprese “moderne” e “pre-moderne”, con ampie differenze

di produttività, che si riflettevano nelle retribuzioni.

La dimensione media delle imprese italiane rimane ridotta nel confronto internazionale.

In passato, quando l’innovazione era prevalentemente di processo, la

piccola dimensione d’impresa poteva dare flessibilità al sistema produttivo, meglio

se attraverso un’aggregazione in distretti. Oggi l’innovazione riguarda principalmente

i prodotti e la loro diversificazione: per le imprese più piccole si rivela

6

sempre più difficile sfruttare le economie di scala e competere con successo nel

mercato globale.

Nel mercato del lavoro il dualismo si è accentuato. Rimane diffusa

l’occupazione irregolare, stimata dall’Istat in circa il 12 per cento del totale delle

unità di lavoro. Le riforme attuate, diffondendo l’uso di contratti a termine, hanno

incoraggiato l’impiego del lavoro, portando ad aumentare l’occupazione negli anni

precedenti la crisi, più che nei maggiori paesi dell’area dell’euro; ma senza la

prospettiva di una pur graduale stabilizzazione dei rapporti di lavoro precari, si

indebolisce l’accumulazione di capitale umano specifico, con effetti alla lunga negativi

su produttività e profittabilità5.

Si aggiunge un problema di concorrenza nei servizi. Studi condotti in Banca

d’Italia mostrano da tempo come la mancanza di concorrenza nel settore terziario

ne ostacoli lo sviluppo e crei inflazione; essa incide anche sulla produttività e

competitività del settore manifatturiero6. Nel 1998 si presero misure di liberalizzazione

del commercio al dettaglio; documentammo come esse favorissero in quel

comparto l’occupazione, la produttività e l’adozione di nuove tecnologie7. Ma

l’impegno a liberalizzare il settore dei servizi si è da tempo interrotto.

Abbiamo ripetutamente richiamato l’attenzione sul più generale difetto, nel

nostro paese, di social capability, il termine usato da Fuà per indicare la mancanza

“di un quadro politico e giuridico, di un sistema di valori, di una mobilità sociale,

di un genere d’istruzione, di una disponibilità di infrastrutture tali da favorire lo

sviluppo economico moderno”8.

La crescita del prodotto per abitante in Italia si va riducendo da tre decenni:

siamo passati da un aumento annuo del 3,4 per cento negli anni Settanta, a uno del

2,5 negli anni Ottanta, dell’1,4 negli anni Novanta, alla stasi dell’ultimo decennio.

Talvolta, viene notato come questi andamenti siano medie di un Nord allineato al

resto d’Europa e di un Centro-Sud in ritardo. Ma così non è. Anche se le carenze

di social capability sono più marcate nel Mezzogiorno9, e contribuiscono a spiegare

i divari nei livelli di sviluppo civile ed economico, la stagnazione della

7

produttività nel decennio precedente la crisi è stata uniformemente diffusa sul territorio.

È un problema del Paese.

Indicatori di benessere

Nella Lettura all’Associazione Il Mulino, Fuà osservava che “… oggi, nei

paesi ricchi, … dobbiamo smettere di privilegiare il tradizionale tema della quantità

di merce prodotta e dedicare maggiore attenzione ad altri temi, che non possono

più essere considerati secondari dal punto di vista del benessere collettivo”10.

Tra gli altri, citava l’equilibrio con l’ambiente naturale, il senso di soddisfazione o

alienazione che caratterizza il lavoro.

Per Fuà il reddito nazionale e il benessere collettivo non sono la stessa

cosa11. Il tema è di stretta attualità: se ne sono recentemente occupate la Commissione

dell’Unione europea, in una Comunicazione al Consiglio e al Parlamento

Europeo12, e la Commission on the Measurement of Economic Performance and

Social Progress, nominata dal Presidente della Repubblica francese Nicolas

Sarkozy e presieduta da Joseph Stiglitz13. Viene prefigurata un’evoluzione dei sistemi

statistici e un’estensione della contabilità nazionale che tengano conto degli

aspetti distributivi, della ricchezza, della qualità della vita e dell’ambiente. Gli

istituti nazionali di statistica, organismi internazionali come l’OCSE, hanno avviato

dei programmi di lavoro che avranno implicazioni importanti per l’analisi e per

la politica economica.

Proviamo, usando le informazioni di cui disponiamo già oggi, a chiederci se

e come cambierebbe la lettura delle condizioni del nostro paese alla luce di questo

approccio più ricco.

Nel valutare il livello di benessere la Commissione Stiglitz propone di tenere

conto della “ricchezza”, cioè del risparmio accumulato nel tempo dalle famiglie,

oltre che dei flussi di reddito e di consumo. Negli anni più recenti

l’insicurezza nei rapporti di lavoro, il ridimensionamento del sistema di protezio-

8

ne sociale pubblico, l’invecchiamento della popolazione hanno reso i flussi di

reddito, percepiti e attesi, meno regolari: la ricchezza ha via via assunto un ruolo

sempre più importante di cuscinetto di sicurezza. Il risparmio accumulato è essenziale

nell’attutire gli effetti delle incertezze della vita, nel far sentire le persone

meno vulnerabili. Il capitale materiale e immateriale di cui i giovani dispongono

all’inizio della vita adulta, grazie ai trasferimenti che ricevono dalla famiglia,

condiziona le loro scelte e i loro destini. Per questo, come ho avuto modo di notare

in passato, è necessario analizzare l’evoluzione della ricchezza con la stessa attenzione

che dedichiamo a quella del reddito14.

L’esame congiunto di reddito e ricchezza ci restituisce un quadro prima

facie diverso da quello basato sul solo reddito. Secondo i dati dell’OCSE, nel

2007, prima della recessione globale, l’Italia presentava il PIL pro capite più basso

tra i paesi del G7, pari al 69 per cento di quello degli Stati Uniti, ma la ricchezza

pro capite delle famiglie italiane era l’88 per cento di quella delle famiglie statunitensi,

un valore superiore a quello osservato in Francia, Germania, Giappone

e Canada.

Tuttavia quest’analisi è irta di difficoltà metodologiche: i risultati cambiano

molto a seconda della definizione e del criterio di valutazione della ricchezza che

si scelgono15. Per esempio, una corretta misura del benessere collettivo in un paese

dovrebbe guardare all’intero stato patrimoniale; nel caso dell’Italia, questo implicherebbe

tenere conto degli oneri fiscali connessi con il servizio dell’ingente

debito pubblico, così peggiorando nettamente il quadro.

Fuà suggeriva quindici anni fa che nei paesi ricchi è probabilmente più urgente

studiare il senso di “alienazione, frustrazione, pena, o – al contrario – …

soddisfazione” che si associa con il lavoro che non la produttività e il salario16.

Egli spingeva verso un’analisi fondata non solo sul metro monetario; un’analisi

più ricca, più completa, ma molto più complessa. È possibile costruire un indicatore

composito di qualità della vita che abbia la stessa forza che il PIL possiede

9

nel riassumere in un solo numero l’intera attività di produzione di merci e servizi

di un paese?

Dobbiamo fare attenzione. Nel PIL i prezzi delle merci e dei servizi ne rappresentano

i valori di scambio, definiti dal mercato. In un indicatore di benessere

questa funzione viene svolta dai pesi attribuiti alle diverse dimensioni della qualità

della vita che vi entrano come componenti.

Ad esempio, nell’indice di sviluppo umano del Development Programme

delle Nazioni Unite, forse il primo indicatore a sfidare la supremazia del PIL pro

capite, entrano con peso uguale tre componenti: il reddito pro capite, il livello di

istruzione e la speranza di vita alla nascita. Secondo i dati appena pubblicati, nel

2010 il valore dell’indice per l’Italia era 0,854, minore dello 0,885 della Germania

e dello 0,902 degli Stati Uniti. Rispetto a questi due paesi, un reddito pro capite da

noi più basso viene in parte compensato da una speranza di vita più alta. La graduatoria

e le distanze fra i tre paesi che si evincono dall’indicatore dipendono tuttavia

crucialmente dal fatto che alle sue tre componenti viene attribuito lo stesso

peso: non c’è un mercato che lo abbia stabilito, si tratta di un giudizio di valore,

discendente da una specifica concezione del benessere, quindi da una visione

politica.

La difficoltà di definire un indicatore oggettivo del livello di benessere ha

indirizzato la ricerca verso misure soggettive, basate sulla valutazione individuale:

si chiede alle persone quanto siano soddisfatte della vita che conducono17. Questo

tipo di domanda appare anche nell’Eurobarometro, un sondaggio di opinione condotto

dalla Commissione europea fin dagli anni Settanta tra i cittadini della comunità.

La quota di italiani che si dichiarano abbastanza o molto soddisfatti cresce

dal 58 per cento nel 1975 all’80 nel 1991; da allora oscilla intorno a un trend costante

(Fig. 1). Questa dinamica è allineata con quella del PIL pro capite fino alla

metà degli anni Novanta; dopo, l’indice di soddisfazione piega verso il basso, più

della decelerazione del prodotto per abitante.

10

Non è agevole spiegare questa divergenza. Essa potrebbe riflettere il “paradosso

di Easterlin”, secondo cui la crescita del reddito, oltre un certo livello, cessa

di associarsi a un aumento del benessere soggettivo18; ma la validità empirica di

questa ipotesi è controversa19; inoltre, il fenomeno è osservabile solo in Italia fra i

maggiori paesi europei.

Gli indicatori di percezione soggettiva della qualità della vita hanno un valore

informativo autonomo rispetto alle misure quantitative di reddito e ricchezza; è

certamente eccessivo dire che essi soli costituiscano una misura attendibile del

progresso umano20. Come le preferenze rivelate nella teoria del consumo possono

essere influenzate da fattori esterni, quali la pubblicità, così le valutazioni individuali

sul grado di soddisfazione possono non rivelare alienazione, frustrazione:

possono essere il frutto di una rassegnata, ma errata convinzione che non possa

esistere un mondo più desiderabile, se conosciuto. La politica economica che deve

rispondere alle vere aspirazioni dei cittadini non può non tenere conto di tutti gli

indicatori: soggettivi, oggettivi.

Il compito dell’economia politica

Da un lato, siamo sollecitati dalla Commissione europea, dalla Commissione

Stiglitz, dallo stesso pensiero di Fuà, ad adottare una visione ampia di benessere,

non limitata alla produzione di beni e servizi, ma estesa alla qualità della vita.

Dall’altro, in un’ottica di politica economica, non possiamo trascurare l’importanza

centrale delle condizioni oggettive, materiali di vita: la disponibilità di beni,

l’accesso ai servizi. La difficoltà dell’economia italiana di crescere e di creare

reddito non deve smettere di preoccuparci.

Gli aspetti qualitativi del benessere devono entrare nell’orizzonte di analisi e

di azione di chi abbia responsabilità di politica economica e sociale, indurre ad affinare

le strategie di promozione dello sviluppo, per meglio adattarlo all’evoluzione

delle tecnologie, dei mercati globali, del costume.

11

È questo, per Fuà, il compito dell’economia politica: “dare suggerimenti

concreti per il miglior funzionamento dei meccanismi sociali, quali sono nel mondo

reale che lo circonda”21. È il terzo termine del titolo, del saggio di Fuà e di

questo mio intervento.

Dobbiamo ancora valutare gli effetti della recessione sulla nostra struttura

produttiva. È possibile che lo shock della crisi abbia accelerato la ristrutturazione

almeno di parti del sistema, accrescendone efficienza e competitività; è possibile

un semplice, lento ritorno al passo ridotto degli anni pre-crisi; è anche possibile un

percorso più negativo.

È già accaduto, in un lontano passato. All’inizio del Seicento, gli stati della

penisola italiana erano ancora tra i più ricchi del pianeta, nonostante le guerre che

avevano segnato il secolo precedente. Secondo le stime di Angus Maddison, pur

controverse, il prodotto pro capite annuo, valutato ai prezzi internazionali del

1990, era pari a 1.100 dollari, un valore doppio della media mondiale, superato

solo nei Paesi Bassi22. “Tre generazioni più tardi – ha scritto Carlo Cipolla –

l’Italia era un paese sottosviluppato, prevalentemente agricolo, importatore di manufatti

ed esportare di prodotti agricoli, dominato da una casta di possenti proprietari

agrari che avevano ricacciato in secondo piano gli operatori mercantili, manifatturieri

e finanziari”23. La stagnazione proseguì nei decenni successivi e nel

1820 il PIL pro capite era fermo al livello di due secoli prima. Quali le ragioni di

questo “lungo gelo” dell’economia italiana? Vi erano fattori esterni, come il collasso

dei principali mercati di sbocco dei prodotti italiani del tempo, ma per Cipolla

le ragioni erano soprattutto interne: salari non coerenti con la produttività del

lavoro, un elevato carico fiscale, un difetto di capacità imprenditoriale che impedì

di cogliere i mutamenti nella domanda; “il potere e il conservatorismo caratteristici

delle corporazioni in Italia bloccarono i necessari mutamenti tecnologici e di

qualità che avrebbero potuto permettere alle aziende italiane di competere con la

concorrenza straniera”.

12

Non voglio forzare più di tanto il parallelismo, nonostante la straordinaria

somiglianza tra i fattori individuati da Cipolla per spiegare quella lontana crisi e i

temi di cui dibattiamo oggi. Voglio solo suggerire che, come allora, ci potremmo

trovare di fronte a un bivio.

Gli indicatori delle organizzazioni internazionali, sia pure con le criticità

prima esposte, ci dicono che gli italiani sono mediamente ricchi, hanno un’elevata

speranza di vita, sono in gran parte soddisfatti delle loro condizioni: l’inazione è

sostenibile per un periodo anche lungo; potrebbe generare un declino protratto.

Ma quegli stessi indicatori mostrano che l’inazione ha costi immediati: la ricchezza

è il frutto di azioni e decisioni passate, il PIL, legato alla produttività, è frutto

di azioni e decisioni prese guardando al futuro. Privilegiare il passato rispetto al

futuro esclude dalla valutazione del benessere la visione di coloro per cui il futuro

è l’unica ricchezza: i giovani.

La mobilità sociale persistentemente bassa che si osserva in Italia deve allarmarci.

Studi da noi condotti mostrano come, nel determinare il successo professionale

di un giovane, il luogo di nascita e le caratteristiche dei genitori continuino

a pesare molto di più delle caratteristiche personali, come il livello di istruzione. Il

legame tra risultati economici dei genitori e dei figli appare fra i più stretti nel

confronto internazionale24.

Dobbiamo tornare a ragionare sulle scelte strategiche collettive, con una visione

lunga. Cultura, conoscenza, spirito innovativo sono i volani che proiettano

nel futuro. La sfida, oggi e nei prossimi anni, è creare un ambiente istituzionale e

normativo, un contesto civile, che coltivino quei valori, al tempo stesso rafforzando

la coesione sociale.

È questo l’invito che rivolgo qui a voi, eredi della scuola di Ancona: tornare

a ragionare intorno alle strategie di sviluppo, a immaginare quali direzioni di progresso

il nostro paese possa prendere. Con tutto “il fascino e la scomodità” che,

per Fuà, questo impegno comporta.

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Note

1 G. Fuà, Notes on Italian Economic Growth 1861-1964, E.N.I. Pubblicazioni della Scuola

Enrico Mattei di Studi Superiori sugli Idrocarburi, Milano, Giuffrè, 1965; Lo sviluppo economico

in Italia. Storia dell’economia italiana negli ultimi cento anni, a cura di G. Fuà, vol. I: Lavoro e

reddito, Milano, Angeli, 1981; vol. II: Gli aspetti generali, Milano, Angeli, 1969; vol. III: Studi di

settore e documentazione di base, Milano, Angeli, 1969.

2 G. Fuà e M. Gallegati, “Un indice a catena annuale del prodotto ‘reale’ dell'Italia, 1861-

1989”, Rivista di storia economica, vol. 10, n. 3, 1993, pp. 281-306; G. Fuà e M. Gallegati, “An

Annual Chain Index of Italy’s ‘Real’ Product, 1861-1989”, Review of Income and Wealth, vol. 42,

n. 2, 1996, pp. 207-224.

3 G. Fuà, “Crescita, benessere e compiti dell’economia politica”, Il Mulino, vol. 43, n. 355,

1994, pp. 761-768.

4 G. Fuà, “Sviluppo ritardato e dualismo”, Moneta e Credito, vol. 30, n. 120, 1977, pp. 355-

366, e Problemi dello sviluppo tardivo in Europa, Bologna, Il Mulino, 1980.

5 F. Lotti e E. Viviano, “Why Hiring Temporary Workers? Their Impact on Firms’ Profits

and Productivity”, Banca d’Italia, mimeo.

6 G. Barone e F. Cingano, “Service Regulation and Growth: Evidence from OECD

Countries”, Economic Journal, in corso di stampa.

7 E. Viviano, “Entry Regulations and Labour Market Outcomes: Evidence from the Italian

Retail Trade Sector”, Labour Economics, vol. 15, n. 6, 2008, pp.1200-1222; F. Schivardi e E.

Viviano, “Entry Barriers in Retail Trade”, Economic Journal, in corso di stampa.

8 G. Fuà, Crescita economica. Le insidie delle cifre, Bologna, Il Mulino, 1993, p. 42.

9 Mezzogiorno e politiche regionali, a cura di L. Cannari, Seminari e convegni, n. 2, Roma,

Banca d’Italia, 2009; Il Mezzogiorno e la politica economica dell’Italia, a cura di L. Cannari e D.

Franco, Seminari e convegni, n. 4, Roma, Banca d’Italia, 2010; L. Cannari, M. Magnani e G. Pellegrini,

Critica della ragione meridionale. Il Sud e le politiche pubbliche, Bari-Roma, Laterza,

2010.

10 Fuà, “Crescita, benessere e compiti dell’economia politica”, pp. 763-4.

11 Questa è una distinzione consolidata nella disciplina economica. In un saggio del 1959

Abramovitz scriveva: “we must be highly skeptical of the view that long-term changes in the rate

of growth of welfare can be gauged even roughly from changes in the rate of growth of output”.

M. Abramovitz, “The Welfare Interpretation of Secular Trends in National Income and Product”,

in The Allocation of Economic Resources: Essays in Honor of Bernard Francis Haley, a cura di

M. Abramovitz e altri, pp. 1-22, Stanford, Stanford University Press, 1959, p. 22.

12 Commissione europea, “Non solo PIL. Misurare il progresso in un mondo in cambiamento”,

Comunicazione al Consiglio e al Parlamento Europeo, COM(2009) 433 definitivo, Bruxelles.

13 “Report by the Commission on the Measurement of Economic Performance and Social

Progress”, a cura di J. E. Stiglitz (Chair), A. Sen (Chair Adviser) e J.-P. Fitoussi (Coordinator of

the Commission), www.stiglitz-sen-fitoussi.fr, p. 12.

14 “Household Wealth in Central Bank Policy Analysis”, intervento alla conferenza “The

Luxembourg Wealth Study: Enhancing Comparative Research on Household Finance”, Roma, 6

luglio 2007.

15 Per esempio, come trattare il valore delle abitazioni, che rappresentano larga parte del patrimonio

delle famiglie, in Italia oltre la metà? Solo per i servizi abitativi fruiti dai proprietari o

16

anche come stock, eventualmente scontato per il basso grado di liquidità? Come evitare che il suo

valore sia amplificato dalle “bolle immobiliari”?

16 Fuà, “Crescita, benessere e compiti dell’economia politica”, p. 765.

17 C. Biancotti e G. D’Alessio, “Values, Inequality and Happiness”, Banca d’Italia, Temi di

discussione, n. 669, 2008; C. Biancotti e G. D’Alessio, “Benessere economico e felicità in Italia”,

Rivista di politica economica, vol. 98, n. 7-8, 2008, pp. 39-78; L. Cannari e D’Alessio, Le famiglie

italiane, Bologna, Il Mulino, 2010.

18 R. A. Easterlin, “Does Economic Growth Improve the Human Lot?”, in Nations and

Households in Economic Growth: Essays in Honor of Moses Abramovitz, a cura di P. A. David e

M. W. Reder, New York, Academic Press, 1974, pp. 89-125.

19 Cfr. B. Stevenson e J. Wolfers, “Economic Growth and Subjective Well-Being:

Reassessing the Easterlin Paradox”, Brookings Papers on Economic Activity, Spring 2008,

pp. 1-87.

20 Come, ad esempio, sostiene R. Layard, Felicità. La nuova scienza del benessere comune,

Milano, Mondadori, 2005.

21 Fuà, “Crescita, benessere e compiti dell’economia politica”, p. 762.

22 A. Maddison, The World Economy. Historical Statistics, Parigi, Organisation for

Economic Co-operation and Development, 2003.

23 C. M. Cipolla, “I decenni del declino (1620-80)”, in Storia facile dell’economia italiana

dal Medioevo a oggi, a cura di C. M. Cipolla, Milano, Mondatori, 1995, pp. 69-73.

24 S. Mocetti, “Intergenerational Earnings Mobility in Italy”, B.E. Journal of Economic

Analysis & Policy, vol. 7, n. 2 (Contributions), art. 5, 2007; A. Rosolia, “Intergenerational

relations: the importance of the family”, in Società Italiana di Statistica, Proceedings of the XLIV

Scientific Meeting. Università della Calabria, June 25-27, 2008, Padova, CLEUP, 2008, pp. 329-

336.

 Fonte: BANCA D'ITALIA