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Intervento del Governatore della Banca d’Italia

Mario Draghi al 17° Congresso degli operatori finanziari

 Verona, 26 febbraio 2011

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L’economia

La ripresa dell’economia mondiale prosegue, pur tra molte incertezze. Nella

media del 2010 il prodotto mondiale è cresciuto del 5 per cento; l’anno precedente

era diminuito di quasi un punto percentuale. È valutazione diffusa che l’espansione

continui quasi ai ritmi dello scorso anno.

Negli Stati Uniti il prodotto ha accelerato a poco meno del 3 per cento alla fine

del 2010; si è rafforzato l’aumento dei consumi. Per l’anno in corso si prevede una

crescita analoga. Nelle economie emergenti lo sviluppo stimato per quest’anno e per

il 2012 è dell’ordine del 7 per cento in media.

Nell’area dell’euro l’impulso più forte alla crescita è impresso dalla economia

tedesca, grazie ai forti incrementi delle esportazioni e degli investimenti in

macchinari e attrezzature.

In Italia i tassi di sviluppo sono attorno all’1 per cento. L’espansione produttiva

si concentra nelle aziende esportatrici, in particolare in quelle grandi, rivolte alle

economie emergenti. La domanda interna rimane debole, specie nella componente dei

consumi, su cui gravano più che in altre economie dell’area le incerte prospettive

dell’occupazione e un perdurante ristagno dei redditi reali delle famiglie.

Al miglioramento del quadro macroeconomico mondiale, al superamento del

disordine finanziario creato dalla crisi, si accompagnano tuttavia vecchie e nuove

fragilità. Tassi di crescita molto difformi possono facilmente accrescere la volatilità

dei cambi e dei tassi di interesse, mettendo a repentaglio la solidità della ripresa.

Le interconnessioni fra economie rendono il sistema vulnerabile anche a shock

circoscritti.

Le dimensioni umane e l’esito ancora incerto della sollevazione popolare che

scuote la Libia preoccupano la comunità internazionale. L’impatto immediato di

eventuali difficoltà di approvvigionamento di fonti energetiche dall’Africa

settentrionale può essere contenuto dall’ampia capacità inutilizzata negli altri paesi

produttori, ma le drammatiche vicende a cui stiamo assistendo possono indebolire gli

investimenti nell’industria petrolifera in quell’area, far rincarare l’energia, con

ripercussioni sulla crescita mondiale. Nella nostra economia, un aumento del 20 per

cento del prezzo del petrolio determina, ceteris paribus, una minor crescita del

prodotto di mezzo punto percentuale nell’arco di tre anni.

Le politiche economiche

I margini a disposizione delle politiche economiche si vanno riducendo.

Nell’ultimo triennio la crisi ha ampliato il disavanzo pubblico nell’insieme dei

paesi avanzati di oltre 6 punti percentuali di PIL e il debito pubblico di quasi 25, fino

a sfiorare il 100 per cento del prodotto. Negli Stati Uniti e in Giappone un piano di

consolidamento delle finanze pubbliche è difficilmente procrastinabile: l’OCSE

valuta che solo per stabilizzare il rapporto debito/PIL di quei paesi entro i prossimi

quindici anni sarebbe necessaria una correzione del saldo primario dell’ordine di 8-9

punti. In Europa già ci si adopera a ridurre gli squilibri nelle finanze pubbliche. Le

tensioni che hanno colpito i titoli sovrani di alcuni paesi dell’area dell’euro hanno

acuito l’attenzione verso i rischi di prolungati squilibri.

Il disavanzo pubblico nell’area dovrebbe segnare nell’anno in corso un netto

miglioramento, dal 6,3 al 4,6 per cento del PIL secondo le stime più recenti della

Commissione europea. Rispetto al prodotto il debito pubblico continuerebbe a salire

anche nel 2011, ma a un ritmo molto più contenuto che nell’ultimo biennio.

In Italia il rapporto fra debito pubblico e PIL, vicino al 120 per cento, dovrebbe

iniziare a flettere nell’anno venturo, quando il Governo intende riportare il disavanzo

annuo sotto il 3 per cento del prodotto.

Nel decennio precedente la crisi, la spesa corrente al netto dei pagamenti di

interessi sul debito pubblico aumentava in media del 4 per cento l’anno in termini

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nominali, ben più rapidamente del PIL. La Decisione di Finanza Pubblica dello

scorso settembre prevede per il biennio 2011-12 un contenimento della sua dinamica

all’1 per cento l’anno. Il contenimento dovrà proseguire anche oltre il 2012; la

composizione della spesa primaria deve essere orientata a favore della crescita. Non

vi sono altre strade per ridurre il disavanzo visto che la pressione fiscale già supera di

3 punti quella media dell’area dell’euro. Maggiori entrate che si rendano disponibili

grazie a recuperi di evasione dovranno essere usate per ridurre la pressione sui

contribuenti che già pagano il dovuto. Potranno inoltre doversi compensare a livello

centrale eventuali aumenti del prelievo decentrato conseguenti al federalismo fiscale.

Gli aiuti finanziari concessi lo scorso anno alla Grecia e all’Irlanda dall’Unione

europea e dal Fondo monetario internazionale (FMI) sono stati condizionati

all’adozione di severi piani di consolidamento fiscale e di incisive riforme

economiche e istituzionali. Un contributo importante alla prevenzione di nuove crisi

di debitori sovrani dovrà venire dalla riforma, attualmente in discussione, della

governance europea, volta a potenziare la sorveglianza multilaterale sulle politiche

economiche nazionali. È importante che, in caso di deviazioni dai parametri

concordati, siano applicate regole semi-automatiche, di modo che il rischio di una

loro elusione sia drasticamente ridotto. I fondi di salvataggio devono servire solo per

le emergenze ed essere condizionati, come suggerisce l’esperienza del FMI, a rigorosi

programmi di risanamento.

Le politiche monetarie fronteggiano scenari diversi nelle diverse aree del

mondo.

Nei paesi emergenti le buone prospettive di crescita, i rendimenti elevati,

attraggono ingenti capitali privati dall’estero; nel 2010 ve ne sono stati per circa 900

miliardi di dollari, equivalenti a quasi il 5 per cento del prodotto di quei paesi. Gli

afflussi, in presenza di una già forte espansione della domanda e di sistemi finanziari

ancora non ben sviluppati, possono ingenerare inflazione e bolle finanziarie. La

vivace dinamica dei prezzi che già si osserva in quelle economie, intorno al 6 per

cento in media e ben oltre il 4 in Cina, è in parte riconducibile al rincaro dei prodotti

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alimentari ed energetici, ma gioca anche l’accelerazione della domanda interna, essa

stessa alla base dei rialzi nelle quotazioni internazionali delle materie di base. Questi

aumenti, che penalizzano in particolare i più poveri, potrebbero essere contrastati da

apprezzamenti del tasso di cambio, peraltro necessari a ridurre gli squilibri globali

nelle bilance dei pagamenti. In loro assenza, le politiche monetarie in quei paesi si

fanno più restrittive.

Nelle economie avanzate l’inflazione è per ora frenata dagli ampi margini di

capacità produttiva inutilizzata. Negli Stati Uniti la Riserva federale ha recentemente

confermato il programma di ampliamento della liquidità attraverso l’acquisto di titoli

del Tesoro annunciato lo scorso novembre.

Nell’area dell’euro l’inflazione al consumo, sospinta dai forti rincari delle

materie di base, è salita in gennaio ben al di sopra della definizione di stabilità dei

prezzi fissata dal Consiglio direttivo della BCE. L’inflazione di fondo rimane

contenuta, in presenza di una dinamica dei costi interni moderata e di una ripresa

ciclica che prosegue senza accelerazioni di rilievo. Le aspettative di inflazione nel

medio periodo rimangono ancorate.

L’emergere di tensioni inflazionistiche richiede però di valutare attentamente i

tempi e le modalità di una normalizzazione delle condizioni monetarie, dei tassi

d’interesse. La politica monetaria deve prevenire un deterioramento delle aspettative

per evitare che l’impulso proveniente dai prezzi internazionali si trasmetta a quelli

interni e ai salari oltre il breve periodo.

D’altronde, tassi reali a breve termine ampiamente negativi, come quelli

osservati negli ultimi due anni, non sono stati sufficienti a rialzare le prospettive di

crescita delle economie meno dinamiche. L’esaurimento della fase espansiva delle

politiche economiche non pregiudicherà necessariamente la crescita: soprattutto nei

paesi più deboli, il costo del credito potrà beneficiare della riduzione degli spread

sui titoli di debito sovrano determinata dalla correzione delle politiche di bilancio e

del contenimento dei premi al rischio consentito dal controllo delle aspettative di

inflazione.

6Regole e controlli internazionali sulla finanza

Lo scorso anno sono stati compiuti sostanziali progressi nella costruzione di un

sistema finanziario internazionale più robusto e resistente alle crisi.

È stato definito il quadro regolamentare di Basilea III, con nuovi requisiti di

capitale e di liquidità, limiti alla leva finanziaria; la gradualità nell’entrata in vigore

impedirà che sia danneggiata la ripresa delle economie. I mercati dei derivati overthe-

counter avranno basi più sicure e trasparenti, con una maggiore standardizzazione

delle operazioni, obblighi di utilizzare controparti centrali per i contratti

standardizzati, l’accesso pieno e tempestivo ai dati da parte delle autorità. Abbiamo

identificato e avviato a correzione molti degli incentivi perversi che spingevano

all’assunzione di rischi eccessivi: nei metodi di remunerazione dei manager bancari,

nel ruolo delle agenzie di rating, nelle norme contabili.

Ma il lavoro davanti a noi è ancora cospicuo.

L’attività del Financial Stability Board (FSB) si sta ora concentrando, su

mandato del G20 di Seul, sul problema dell’azzardo morale presentato dalle

istituzioni finanziarie di importanza sistemica (SIFI): quelle istituzioni che,

nell’ultima crisi come in altre del passato, sono state considerate troppo grandi, o

troppo complesse e interconnesse, per essere lasciate fallire, ma che anzi hanno

spesso ricevuto iniezioni di capitale pubblico. La consapevolezza di non poter fallire

le induce a prendere rischi maggiori, mentre i mercati le finanziano a tassi più bassi

di quelli che applicano a intermediari esposti al rischio di fallimento.

Capacità di liquidare queste istituzioni senza minare il funzionamento dei

mercati e senza attingere al denaro pubblico; certezza che esse possano assorbire

perdite maggiori di quelle sopportabili da intermediari di minore importanza; una

vigilanza più estesa e più penetrante; sono questi i tre pilastri su cui si baseranno le

raccomandazioni dell’FSB. Entro quest’anno il Board pubblicherà: le caratteristiche

essenziali che le norme nazionali per la liquidazione delle SIFI dovranno possedere;

uno schema dei piani di ristrutturazione e liquidazione che ogni SIFI dovrà adottare;

7una prima analisi delle questioni attinenti al coordinamento internazionale delle leggi

su questa materia. La parola passa ora ai legislatori, ai governi.

Entro la metà di quest’anno intendiamo definire i parametri che identificano le

SIFI globali, a cui iniziare ad applicare regole prudenziali più rigorose. I criteri

terranno conto non solo della dimensione, ma anche del grado di interconnessione

con altri intermediari e della rilevanza in specifici segmenti del mercato finanziario.

La necessaria discrezionalità da lasciare alle autorità nazionali nell’applicazione dei

criteri dovrà essere bilanciata da peer reviews, da avviare alla fine del 2012.

Occorre migliorare la capacità delle SIFI di assorbire perdite, in modo da

ridurre al massimo la probabilità, o l’impatto sistemico, di una crisi; le misure a

questo fine comprendono requisiti aggiuntivi a quelli previsti da Basilea III. Gli

accorgimenti tecnici possibili sono vari: ratios di capitale ordinario più elevati, la

partecipazione di alcuni creditori alle perdite (bail-in), strumenti di debito che si

convertono in capitale al verificarsi di specifici eventi (contingent capital).

Un altro campo di azione per l’FSB riguarda il “sistema bancario ombra”.

Siamo impegnati a definire una mappa di quelle attività e di quegli intermediari che,

originando credito e trasformazione di scadenze al di fuori del sistema bancario

regolato, necessitano di regole e supervisione non dissimili da quelle che si applicano

a quest’ultimo.

Le nuove istituzioni di vigilanza europee sono ora operative. L’impegno più

ravvicinato, che vedrà in particolare coinvolta l’Autorità bancaria europea (European

Banking Authority), saranno le prove di stress sulle principali banche. Le prove

dovranno possedere quattro requisiti: severità degli scenari ipotizzati; vaglio rigoroso

dei risultati con una metodologia comune e un’attenta peer review; piena trasparenza;

pronta individuazione delle azioni di correzione. Questi requisiti sono essenziali per

la credibilità dell’esercizio e per la valutazione che i mercati faranno del sistema

bancario europeo.

8L’armonizzazione delle regole prudenziali è l’altro urgente obiettivo da

conseguire. Un insieme di regole comuni (il single rulebook) contribuirà a evitare che

regole e prassi di vigilanza meno severe in un paese possano compromettere la

stabilità del sistema finanziario europeo, ripercuotersi sulle economie di altri paesi,

implicare distorsioni della concorrenza. Un primo banco di prova sarà l’attuazione in

Europa delle norme di Basilea III. Tutti i paesi europei si sono impegnati a recepirle

con principi rigorosi, che già caratterizzano il nostro modello di vigilanza, la cui

validità è stata confermata durante la crisi.

Il Consiglio europeo per il rischio sistemico (European Systemic Risk Board),

chiamato a segnalare aree di rischio e a formulare raccomandazioni, dovrà poter

affiancare all’attività di analisi strumenti di intervento efficaci. Si avvarrà di

valutazioni dei rischi per la stabilità sistemica condivise con le autorità di vigilanza

microprudenziali.

Le banche italiane e l’azione della Vigilanza

I mercati monetari e finanziari stanno recuperando funzionalità, ma il ritorno

alla piena normalità richiederà tempo. Le banche, in particolare quelle europee,

incontrano difficoltà nell’approvvigionarsi di fondi sui mercati; dal lato degli attivi di

bilancio, sono esposte a rischi significativi, per gli strascichi della recessione e per le

tensioni sui mercati dei titoli pubblici, che generano rischi di liquidità e di perdite in

conto capitale.

Con la crisi finanziaria, il contesto globale in cui operano le banche italiane è

cambiato. La competizione nella raccolta di fondi, anche nei confronti di debitori

sovrani, si è fatta più accesa. Il calo strutturale del volume di attività su alcuni

segmenti del mercato dei capitali comprime in via permanente i ricavi.

Nello scorcio del 2010 la posizione netta di liquidità a un mese dei principali

gruppi bancari italiani è rimasta mediamente positiva ma si è contratta. In gennaio

essi hanno tuttavia emesso obbligazioni per un ammontare – circa 10 miliardi – pari a

un quinto delle scadenze all’ingrosso di quest’anno; anche la capacità di raccolta a

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breve termine mostra miglioramenti, sebbene il volume e la durata dei collocamenti

restino inferiori a quelli osservati prima della crisi dei debiti sovrani.

Mantenere adeguate riserve di liquidità è vitale per preservare la stabilità e per

continuare a finanziare l’economia reale, specie in un periodo in cui il mercato resta

soggetto a repentine crisi di fiducia. La prudenza non deve essere sacrificata a

considerazioni di redditività.

Nel 2008, in piena crisi finanziaria, il calo degli utili delle banche italiane

dovuto a svalutazioni di titoli, perdite su negoziazioni, riduzioni delle commissioni,

era stato modesto rispetto alle gravi perdite subite da banche di altri paesi. Ma dal

2009 la situazione è cambiata: sui loro profitti pesano la contrazione del margine

d’interesse e il deterioramento della qualità dei crediti, conseguenza della grave

recessione.

Nei primi nove mesi dello scorso anno gli utili dei cinque maggiori gruppi si

sono ridotti dell’8 per cento rispetto allo stesso periodo del 2009; il rendimento del

capitale e delle riserve, espresso su base annua, è sceso sotto il 4 per cento. Il margine

d’interesse è sceso in due anni dal 2,0 allo 0,9 per cento del totale dell’attivo, a causa

del rallentamento dei volumi intermediati e del calo del mark-down sui depositi a

vista determinato dal basso livello dei tassi d’interesse. Le rettifiche di valore su

crediti, pur diminuite rispetto al picco del 2009, continuano ad assorbire più della

metà del risultato di gestione; il tasso medio di copertura in bilancio delle posizioni

deteriorate rimane al di sotto dei livelli di lungo periodo. Il recupero dei margini è

frenato anche dall’intensificarsi della concorrenza nella raccolta al dettaglio.

Negli ultimi mesi si è aggiunto l’effetto del rischio-paese: oggi le banche

italiane, anche le più efficienti, sono penalizzate nella provvista sui mercati

all’ingrosso; pagano circa 70 punti base più di quelle tedesche.

La bassa redditività delle banche italiane risente, oltre che della lenta ripresa

della nostra economia, anche del loro tipico modello di attività: credito

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prevalentemente alla clientela retail (famiglie e piccole imprese), raccolta al

dettaglio, bassa leva finanziaria, contenute operazioni per conto proprio sui mercati

mobiliari, minore trasformazione di scadenze rispetto a banche di altri sistemi, anche

per il prevalere di finanziamenti a tasso variabile. Questo modello rende le nostre

banche meno esposte alla volatilità dei mercati finanziari e le ha protette durante la

crisi. Il rovescio della medaglia è che le rende fortemente dipendenti dal margine

d’interesse e dall’andamento della congiuntura macroeconomica; ne irrigidisce i costi

operativi.

Occorre agire, con determinazione, per ridurre l’incidenza dei costi sui ricavi

complessivi. Negli anni passati le maggiori banche italiane hanno accresciuto

l’efficienza operativa, avvicinando il rapporto tra costi e ricavi a quello dei

competitori europei: 62 per cento a fronte di una media del 58 per il complesso delle

banche della UE nel primo semestre dello scorso anno. Occorre ancora migliorare,

con decisione: razionalizzando le reti di vendita, estendendo e affinando l’uso della

tecnologia, semplificando le strutture produttive, cedendo ulteriori attività non

strategiche, adeguando le politiche di remunerazione ai vari livelli.

Il contenimento dei costi consentirà quel recupero dei profitti che è necessario

per il rafforzamento patrimoniale richiesto dai mercati e dalle nuove norme sul

capitale: in presenza di persistenti difficoltà di reperimento di capitale di rischio, è

necessario generare un adeguato volume di risorse interne.

I ratios patrimoniali dei cinque maggiori gruppi bancari italiani stanno in

media salendo. Alla fine di settembre il tier 1 ratio era al 9,0 per cento; il patrimonio

di migliore qualità al 7,9 per cento delle attività rischiose; si collocava solo al 5,7 alla

fine del 2007.

Le banche italiane di minore dimensione hanno già oggi livelli di patrimonio

mediamente in linea con i nuovi minimi regolamentari stabiliti da Basilea III. Esse

coprono oltre metà delle occorrenze di credito delle piccole e medie imprese. Per le

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banche maggiori, che fanno uso dei modelli interni di rating, sono stati confermati i

meccanismi previsti da Basilea II per contenere l’assorbimento patrimoniale dei

prestiti alle piccole e medie imprese.

Anche quest’anno valuteremo la capacità di resistenza degli intermediari

italiani a scenari particolarmente avversi, nell’ambito del nuovo ciclo di prove di

stress sul sistema bancario europeo. L’esperienza già maturata consentirà agli

intermediari e alla Vigilanza di interagire fruttuosamente per la migliore riuscita di

questo nuovo esercizio.

Per giungere preparati al momento della piena entrata in vigore delle nuove

regole sul capitale delle banche, il rafforzamento patrimoniale deve continuare,

innanzitutto attraverso la capitalizzazione degli utili. Ci aspettiamo che, come per il

2009, gran parte dei profitti conseguiti lo scorso anno venga destinata ad accrescere

la dotazione patrimoniale. Appare comunque inevitabile, non appena le condizioni lo

consentiranno, che si ricorra anche al mercato dei capitali.

Un’altra trasformazione del contesto strutturale con cui le banche italiane si

devono confrontare riguarda la tutela del cliente, oggi ben più incisiva che in passato.

Negli anni recenti la Banca d’Italia ha intensificato l’impegno a migliorare i rapporti

tra intermediari e clienti. Abbiamo agito su più fronti: nuove norme, maggiori

controlli, nuovi strumenti di tutela. Siamo sempre stati favorevoli a una rimozione

delle distorsioni che penalizzano l’industria bancaria italiana rispetto alla

concorrenza: le recenti iniziative del Governo in materia di fiscalità sulle banche

vanno in questa direzione e accolgono auspici da tempo da noi formulati. Ma siamo

altresì convinti che il nostro modello di banca, per la natura della clientela, ha più di

altri bisogno che il rapporto con essa sia basato sulla trasparenza: ogni passo indietro

su questo fronte ci vedrà contrari.

12La crescita

Obiettivo essenziale rimane la crescita, una crescita socialmente equa e

rispettosa della qualità della vita. Senza crescita non si consolida la stabilità

finanziaria nel mondo, in Europa, nel nostro paese.

L’Unione monetaria potrà superare la crisi dei debiti sovrani di alcuni suoi

paesi membri se, oltre che i modi di assicurare la disciplina fiscale, saprà

concordare le riforme strutturali necessarie per sospingere la crescita in modo

duraturo e definire forme di controllo reciproco sul loro stato di attuazione.

In Italia la crescita stenta da quindici anni. Sulle cause di fondo e sulle linee

di un’azione di riforma ci siamo soffermati più volte in varie sedi, sulla base delle

analisi che abbiamo condotto negli ultimi anni. Ne ricordo qui alcune.

A beneficio della crescita di tutta l’economia andrebbe un assetto normativo

ispirato, pragmaticamente, all’efficienza del sistema. Se la legislazione non è

trasparente, di qualità, stabile, se gli oneri amministrativi non sono proporzionati

alle attività che si devono regolare, l’economia alla lunga declina. Nonostante i

passi in avanti, l’Italia si segnala ancora in tutte le classifiche internazionali per

l’onerosità degli adempimenti burocratici, specie quelli addossati alle imprese.

Il sistema di istruzione è decisivo. Si è ridotto, ma resta ampio, il divario di

apprendimento dei nostri studenti rispetto a quelli di altri paesi, particolarmente

grave nelle scuole del Sud. La scuola deve premiare il merito e il rigore negli

studi, assicurare un livello soddisfacente di istruzione a tutti gli allievi,

indipendentemente dalla loro origine sociale e geografica. Il nostro sistema

universitario è ancora lontano, tranne pur notevoli eccezioni, dagli standard di

qualità prevalenti nella maggioranza dei paesi avanzati. Le nostre istituzioni di

ricerca non riescono ad attrarre a sufficienza studiosi, tecnici e manager di valore,

italiani e non. La valorizzazione del merito è fra i principi centrali della riforma

recentemente approvata; è un primo passo nella giusta direzione.

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I salari di ingresso dei giovani sul mercato del lavoro, in termini reali, sono fermi

da oltre un decennio su livelli al di sotto di quelli degli anni Ottanta. La recessione ha

reso più difficile la situazione. Il tasso di disoccupazione giovanile sfiora il 30 per

cento. Si accentua la dipendenza, già elevata nel confronto internazionale, dalla

ricchezza e dal reddito dei genitori, un fattore di forte iniquità sociale. Vi contribuisce

fortemente la segmentazione del mercato del lavoro italiano, dove vige il minimo di

mobilità a un estremo, il massimo di precarietà all’altro. È uno spreco di risorse che

avvilisce i giovani e intacca gravemente l’efficienza del sistema produttivo.

La propensione all’innovazione e la proiezione internazionale delle nostre imprese

sono insufficienti a sospingere la crescita, in ultima analisi perché troppe imprese, anche di

successo, rimangono piccole. I comportamenti degli imprenditori risentono anche di

incentivi impropri a non crescere: un sistema fiscale con meno evasione e aliquote più

basse favorirebbe la decisione di aumentare la dimensione dell’impresa.

Come abbiamo mostrato in varie occasioni, il divario che separa il Sud dal Nord

dipende in larga misura dalle politiche nazionali e dalla loro applicazione territoriale.

Possiamo guardare con ragionevole fiducia alla possibilità di un’azione di riforma.

L’Italia dispone di grandi risorse, ha molte aziende, una grande capacità

imprenditoriale, la sua gente è laboriosa e parsimoniosa. Si tratta di liberare lo spirito

degli imprenditori e degli individui da molti vincoli. Si è già cominciato, ma azioni

riformatrici più coraggiose migliorerebbero le aspettative delle imprese e delle famiglie

e aggiungerebbero per questa via impulsi alla crescita.

Quest’anno celebriamo il 150° anniversario dell’Italia unita. Più di un terzo della

nostra storia è stato caratterizzato dalla scelta – col tempo sempre più partecipata – di

essere parte dell’Europa, lungo tutte le fasi del suo processo di integrazione. Vi

abbiamo contribuito non poco e non poco abbiamo ricevuto. Più che in passato, le

scelte strategiche che sono oggi dinanzi a noi italiani e a noi europei coincidono.

Saperle tramutare in azione condivisa dalla generalità dei cittadini è, sarà, il compito

alto della politica in Europa.14