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Discorso programmatico del Presidente del Consiglio Mario Monti
all’Assemblea del Senato
(17 novembre 2011)
Signor Presidente, onorevoli senatrici,
onorevoli senatori, è con grande emozione che mi rivolgo a voi come
primo atto del percorso rivolto ad ottenere la fiducia del Parlamento al
Governo ieri costituito.
L'emozione è accresciuta dal fatto che prendo oggi la parola per la
prima volta in questa Aula nella quale mi avete riservato qualche giorno
fa un'accoglienza che mi ha commosso. Sono onorato di entrare a far
parte del Senato della Repubblica. Desidero rivolgere un saluto
deferente al Capo dello Stato, presidente Napolitano che con grande
saggezza, perizia e senso dello Stato ha saputo risolvere una situazione
difficile in tempi ristrettissimi nell'interesse del Paese e di tutti i
cittadini.
Vorrei anche rinnovargli la mia
gratitudine per la fiducia accordata alla mia persona, per il sostegno e
la partecipazione che mi ha costantemente assicurato nei miei sforzi per
comporre un Governo che potesse soddisfare le richieste delle forze
politiche e, al contempo, dare risposte efficaci alle gravi sfide che il
nostro Paese ha di fronte a sé.
Rivolgo il mio saluto ai Presidenti emeriti della Repubblica, ai
senatori a vita e a tutti i senatori. Mi auguro di poter stabilire con
ciascuno di voi anche un rapporto personale come vostro collega, sia
pure l'ultimo arrivato.
Il Parlamento è il cuore pulsante di ogni politica di Governo, lo
snodo decisivo per il rilancio e il riscatto della vita democratica. Al
Parlamento vanno riconosciute e rafforzate attraverso l'azione
quotidiana di ciascuno di noi dignità, credibilità e autorevolezza.
Da parte mia, da parte nostra, vi sarà sempre una chiara difesa del
ruolo di entrambe le Camere quali protagoniste del pubblico dibattito.
Un ringraziamento specifico e molto sentito desidero, infine, esprimere
al vostro, al nostro, Presidente. Il presidente Schifani ha voluto
accogliermi, fin dal primo istante di questa mia missione - come potete
immaginare, non semplicissima - svoltasi, in gran parte, a Palazzo
Giustiniani, con una generosità e una cordialità che non potrò
dimenticare.
Rivolgo, infine, un pensiero rispettoso e cordiale al
presidente, onorevole dottor Silvio Berlusconi mio
predecessore, del quale mi fa piacere riconoscere l'impegno nel
facilitare in questi giorni la mia successione nell'incarico.
Il Governo riconosce di essere nato per affrontare in spirito
costruttivo e unitario una situazione di seria emergenza. Vorrei usare
questa espressione: Governo di impegno nazionale. Governo di impegno
nazionale significa assumere su di sé il compito di rinsaldare le
relazioni civili e istituzionali, fondandole sul senso dello Stato. È il
senso dello Stato, è la forza delle istituzioni, che evitano la
degenerazione del senso di famiglia in familismo, dell'appartenenza alla
comunità di origine in localismo, del senso del partito in settarismo.
Ed io ho inteso fin dal primo momento il mio servizio allo Stato non
certo con la supponenza di chi, considerato tecnico, venga per
dimostrare un'asserita superiorità della tecnica rispetto alla politica.
Al contrario, spero che il mio Governo ed io potremo, nel periodo che ci
è messo a disposizione, contribuire in modo rispettoso e con umiltà a
riconciliare maggiormente - permettetemi di usare questa espressione - i
cittadini e le istituzioni, i cittadini alla politica.
Io vorrei, noi vorremmo, aiutarvi tutti a superare una fase di
dibattito, che fa parte naturalmente della vita democratica, molto,
molto, accesa, e consentirci di prendere insieme, senza alcuna
confusione delle responsabilità, provvedimenti all'altezza della
situazione difficile che il Paese attraversa, ma con la fiducia che la
politica che voi rappresentate sia sempre più riconosciuta, e di nuovo
riconosciuta, come il motore del progresso del Paese.
Le difficoltà del momento attuale. L'Europa sta vivendo i giorni più
difficili dagli anni del secondo dopoguerra. Il progetto che dobbiamo
alla lungimiranza di grandi uomini politici, quali furono Konrad
Adenauer, Jean Monnet, Robert Schuman e - sottolineo in modo particolare
- Alcide De Gasperi e che per sessant'anni abbiamo perseguito, passo
dopo passo, dal Trattato di Roma - non a caso di Roma - all'atto unico,
ai Trattati di Maastricht e di Lisbona, è sottoposto alla prova più
grave dalla sua fondazione.
Un fallimento non sarebbe solo deleterio per noi europei. Farebbe venire
meno la prospettiva di un mondo più equilibrato in cui l'Europa possa
meglio trasmettere i suoi valori ed esercitare il ruolo che ad essa
compete, in un mondo sempre più bisognoso di una governance
multilaterale efficace.
Non illudiamoci, onorevoli senatori, che il progetto europeo possa
sopravvivere se dovesse fallire l'Unione Monetaria. La fine dell'euro
disgregherebbe il mercato unico, le sue regole, le sue istituzioni. Ci
riporterebbe là dove l'Europa era negli anni cinquanta.
La gestione della crisi ha risentito di un difetto di governance e, in
prospettiva, dovrà essere superata con azioni a livello europeo. Ma solo
se riusciremo ad evitare che qualcuno, con maggiore o minore fondamento,
ci consideri l'anello debole dell'Europa, potremo ricominciare a
contribuire a pieno titolo all'elaborazione di queste riforme europee.
Altrimenti ci ritroveremo soci di un progetto che non avremo contribuito
ad elaborare, ideato da Paesi che, pur avendo a cuore il futuro
dell'Europa, hanno a cuore anche i lori interessi nazionali, tra i quali
non c'è necessariamente una Italia forte.
Il futuro dell'euro dipende anche da ciò che farà l'Italia nelle
prossime settimane, anche e non solo, ma anche. Gli investitori
internazionali detengono quasi metà del nostro debito pubblico. Dobbiamo
convincerli che abbiamo imboccato la strada di una riduzione graduale ma
durevole del rapporto tra debito pubblico e prodotto interno lordo. Quel
rapporto è oggi al medesimo livello al quale era vent'anni fa ed è il
terzo più elevato tra i Paesi dell'OCSE. Per raggiungere questo
obiettivo intendiamo far leva su tre pilastri: rigore di bilancio,
crescita ed equità.
Nel ventennio trascorso l'Italia ha fatto molto per riportare in
equilibrio i conti pubblici, sebbene alzando l'imposizione fiscale su
lavoratori dipendenti e imprese, più che riducendo in modo permanente la
spesa pubblica corrente. Tuttavia, quegli sforzi sono stati frustrati
dalla mancanza di crescita. L'assenza di crescita ha annullato i
sacrifici fatti. Dobbiamo porci obiettivi ambiziosi sul pareggio di
bilancio, sulla discesa del rapporto tra debito e PIL. Ma non saremo
credibili, neppure nel perseguimento e nel mantenimento di questi
obiettivi, se non ricominceremo a crescere.
Ciò che occorre fare per ricominciare a crescere è noto da tempo. Gli
studi dei migliori centri di ricerca italiani avevano individuato le
misure necessarie molto prima che esse venissero recepite nei documenti
che in questi mesi abbiamo ricevuto dalle istituzioni europee. Non c'è
nessuna originalità europea nell'aver individuato ciò che l'Italia deve
fare per crescere di più. È un problema del sistema italiano riuscire a
decidere e poi ad attuare quanto noi italiani sapevamo bene fosse
necessario per la nostra crescita.
Non vediamo i vincoli europei come imposizioni. Anzitutto permettetemi
di dire, e me lo sentirete affermare spesso, che non c'è un loro e un
noi. L'Europa siamo noi.
Quelli che poi ci vengono in un turbinio di messaggi, di lettere
e di deliberazioni dalle istituzioni europee sono per lo più
provvedimenti rivolti a rendere meno ingessata l'economia, a facilitare
la nascita di nuove imprese e poi indurne la crescita, migliorare
l'efficienza dei servizi offerti dalle amministrazioni pubbliche,
favorire l'ingresso nel mondo del lavoro dei giovani e delle donne, le
due grandi risorse sprecate del nostro Paese.
L'obiezione che spesso si oppone a queste misure è che esse
servono, certo, ma nel breve periodo fanno poco per la crescita. È
un'obiezione dietro la quale spesso si maschera - riconosciamolo - chi
queste misure non vuole, non tanto perché non hanno effetti sulla
crescita nel breve periodo (che è vero che non hanno), ma perché si teme
che queste misure ledano gli interessi di qualcuno. Ma, evidentemente,
più tardi si comincia, più tardi arriveranno i benefìci delle riforme.
Ma, soprattutto, le scelte degli investitori che acquistano i nostri
titoli pubblici sono guidate sì da convenienze finanziarie immediate, ma
- mettiamocelo in testa - sono guidate anche dalle loro aspettative su
come sarà l'Italia fra dieci o vent'anni, quando scadranno i titoli che
acquistano oggi.
Quindi, non c'è iato la tra le cose che dobbiamo o fare oggi o avviare
oggi, anche se avranno effetti lontani, perché anche gli investitori,
che ci premiano o ci puniscono, agiscono oggi, ma guardano anche agli
effetti lontani.
Riforme che hanno effetti anche graduali sulla crescita, influendo sulle
aspettative degli investitori, possono riflettersi in una riduzione
immediata dei tassi di interesse, con conseguenze positive sulla
crescita stessa. I sacrifici necessari per ridurre il debito e per far
ripartire la crescita dovranno essere equi. Maggiore sarà l'equità, più
accettabili saranno quei provvedimenti e più ampia - mi auguro - sarà la
maggioranza che in Parlamento riterrà di poterli sostenere. Equità
significa chiedersi quale sia l'effetto delle riforme non solo sulle
componenti relativamente forti della società, quelle che hanno la forza
di associarsi, ma anche sui giovani e sulle donne. Dobbiamo renderci
conto che, se falliremo e se non troveremo la necessaria unità di
intenti, la spontanea evoluzione della crisi finanziaria ci sottoporrà
tutti, ma soprattutto le fasce più deboli della popolazione, a
condizioni ben più dure.
La crisi che stiamo vivendo è internazionale; questo è ovvio, ma
conviene ripeterlo ogni volta, anche ad evitare demonizzazioni. È
internazionale, lo sto dicendo a tutti. Ma l'Italia ne ha risentito in
maniera particolare. Secondo la Commissione europea, al termine del
prossimo anno il prodotto interno lordo dell'Italia sarebbe ancora
quattro punti e mezzo al di sotto del livello raggiunto prima della
crisi. Per la stessa data, l'area dell'euro nel suo complesso avrebbe
invece recuperato la perdita di prodotto dovuta alla crisi. Francia e
Germania raggiungerebbero il traguardo di riportarsi al livello precrisi
nell'anno in corso. La relativa debolezza della nostra economia precede
l'avvio della crisi.
Tra il 2001 e il 2007 il prodotto italiano è cresciuto di 6,7 punti
percentuali, contro i 12 della media dell'area dell'euro, i 10,8 della
Francia e gli 8,3 della Germania. I risultati sono deludenti al Nord
come al Sud. E non vi propongo un paragone con la Cina o con altri Paesi
emergenti, ma con i nostri colleghi ed amici stretti della zona euro. La
crisi ha colpito più duramente i giovani. Ad esempio, nei 15 Paesi che
componevano l'Unione europea fino al 2004, tra il 2007 e il 2010 il
tasso di disoccupazione nella classe di età 15-24 anni è aumentato di
cinque punti percentuali, in Italia di 7,6 punti percentuali.
Il nostro Paese rimane caratterizzato da profonde disparità
territoriali. Il lungo periodo di bassa crescita e la crisi le hanno
accentuate. Esiste una questione meridionale: infrastrutture,
disoccupazione, innovazione, rispetto della legalità.
I problemi nel Mezzogiorno vanno affrontati non nella logica del
chiedere di più, ma di una razionale modulazione delle risorse.
Esiste anche una questione settentrionale: costo della vita,
delocalizzazione, nuove povertà, bassa natalità.
Il riequilibrio di bilancio, le riforme strutturali e la coesione
territoriale richiedono piena e leale collaborazione tra i diversi
livelli istituzionali.
Occorre riconoscere il valore costituzionale delle autonomie speciali,
nel duplice binario della responsabilità e della reciprocità.
In quest'ottica, per rispondere alla richiesta formulata dalle
istituzioni territoriali che, devo dire, ho ascoltato con molta
attenzione...
Se dovete fare una scelta - mi permetto di rivolgermi a tutti -
ascoltate, non applaudite!
Non ripeterò l'importanza del valore costituzionale delle autonomie
speciali, perché altrimenti arrivano di nuovo applausi; l'ho già detto e
lo avete ascoltato.
In quest'ottica - come stavo dicendo - perrispondere alla richiesta
formulata dalle istituzioni territoriali nel corso delle consultazioni,
ho deciso di assumere direttamente in questa prima fase le competenze
relative agli affari regionali. Spero in questo modo di manifestare una
consapevolezza condivisa circa il fatto che il lavoro comune con le
autonomie territoriali debba proseguire e rafforzarsi, nonostante le
difficoltà dell'agenda economica. In tale prospettiva si dovrà operare
senza indugio per un uso efficace dei fondi strutturali dell'Unione
europea.
Sono consapevole che sarebbe un'ambizione eccessiva da parte mia e da
parte nostra pretendere di risolvere in un arco di tempo limitato, qual
è quello che ci separa dalla fine di questa legislatura, problemi che
hanno origini profonde e che sono radicati in consuetudini e
comportamenti consolidati. Ciò che si prefiggiamo di fare è impostare il
lavoro, mettere a punto gli strumenti che permettano ai Governi che ci
succederanno di proseguire un processo di cambiamento duraturo.
Per questo il programma che vi sottopongo oggi si compone di due parti,
che hanno obiettivi ed orizzonti temporali diversi. Da un lato, vi è una
serie di provvedimenti per affrontare l'emergenza, assicurare la
sostenibilità della finanza pubblica, restituire fiducia nelle capacità
del nostro Paese di reagire e sostenere una crescita duratura ed
equilibrata. Dall'altro lato, si tratta di delineare con iniziative
concrete un progetto per modernizzare le strutture economiche e sociali,
in modo da ampliare le opportunità per le imprese, i giovani, le donne e
tutti i cittadini, in un quadro di ritrovata coesione sociale e
territoriale.
In considerazione dell'urgenza con la quale abbiamo dovuto operare per
la formazione di questo Governo - ed in questo senso voglio ringraziare
le diverse forze politiche che, nei miei confronti, figura estranea al
vostro mondo, si sono gentilmente e con sollecitudine apprestate
all'ascolto e all'offerta di contributi dei quali ho cercato di tenere
conto - quello che intendo fare oggi è semplicemente presentarvi gli
aspetti essenziali dell'azione che intendiamo svolgere. Se otterremo la
fiducia del Parlamento, ciascun Ministro esporrà alle Commissioni
parlamentari competenti le politiche attraverso le quali, nei singoli
settori, queste azioni verranno avviate.
È in discussione in Parlamento una proposta di legge costituzionale per
introdurre un vincolo di bilancio in pareggio per le amministrazioni
pubbliche, in coerenza con gli impegni presi nell'ambito dell'Eurogruppo.
L'adozione di una regola di questo tipo può contribuire a mantenere nel
tempo il pareggio di bilancio programmato per il 2013, evitando che i
risultati conseguiti con intense azioni di risanamento vengano erosi
negli anni successivi, come è accaduto in passato. Affinché il vincolo
sia efficace, dovranno essere chiarite le responsabilità dei singoli
livelli di Governo.
A questo proposito ed anche in considerazione della complessità della
regola, ad esempio l'aggiustamento per il ciclo, sarà opportuno studiare
l'esperienza di alcuni Paesi europei che hanno affidato ad autorità
indipendenti la valutazione del rispetto sostanziale della regola, dato
che in questa materia la credibilità nei confronti di noi stessi e del
mondo è un requisito essenziale. Sarà anche necessario attuare
rapidamente l'armonizzazione dei bilanci delle amministrazioni
pubbliche. Opportunamente la proposta di legge in discussione in
Parlamento già prevede l'assegnazione allo Stato della potestà
legislativa esclusiva in materia di armonizzazione dei bilanci pubblici.
Nell'immediato daremo piena attuazione alle manovre varate nel corso
dell'estate, completandole attraverso interventi in linea con la lettera
di intenti inviata alle autorità europee.
Nel corso delle prossime settimane valuteremo la necessità di ulteriori
correttivi. Una parte significativa della correzione dei saldi
programmata durante l'estate è attesa dall'attuazione della riforma dei
sistemi fiscale ed assistenziale. Dovremmo pervenire al più presto ad
una definizione di tale riforma e ad una valutazione prudenziale dei
suoi effetti. Dovranno inoltre essere identificati gli interventi, volti
a colmare l'eventuale divario rispetto a quelli indicati nella manovra
di bilancio.
Di fronte ai sacrifici che sono stati e che dovranno essere richiesti ai
cittadini sono ineludibili interventi volti a contenere i costi di
funzionamento degli organi elettivi. I soggetti che ricoprono cariche
elettive, i dirigenti designati politicamente nelle società di diritto
privato, finanziate con risorse pubbliche, più in generale quanti
rappresentano le istituzioni ad ogni livello politico ed amministrativo,
dovranno agire con sobrietà ed attenzione al contenimento dei costi,
dando un segnale concreto ed immediato. Si dovranno rafforzare gli
interventi effettuati con le ultime manovre di finanza pubblica, con
l'obiettivo di allinearci rapidamente alle best practices europee.
Per quanto di mia diretta competenza, avvierò immediatamente una
spending review del Fondo unico della Presidenza del Consiglio. Ritengo
inoltre necessario ridurre le sovrapposizioni tra i livelli decisionali
e favorire la gestione integrata dei servizi per gli Enti locali di
minori dimensioni. Il riordino delle competenze delle Province può
essere disposto con legge ordinaria. La prevista specifica modifica
della Costituzione potrà completare il processo, consentendone la
completa eliminazione, così come prevedono gli impegni presi con
l'Europa.
Per garantire la natura strutturale della riduzione delle spese
dei Ministeri, decisa con la legge di stabilità, andrà definito
rapidamente il programma per la riorganizzazione della spesa, previsto
dalla legge 14 settembre 2011, n. 148, in particolare per quanto
riguarda l'integrazione operativa delle agenzie fiscali, la
razionalizzazione di tutte le strutture periferiche dell'amministrazione
dello Stato, il coordinamento delle attività delle forze dell'ordine,
l'accorpamento degli enti della previdenza pubblica, la
razionalizzazione dell'organizzazione giudiziaria.
Gli interventi saranno coordinati con la spending review in corso, che
intendo rafforzare e rendere particolarmente incisiva con la precisa
individuazione di tempi e responsabilità. Negli scorsi anni la normativa
previdenziale è stata oggetto di ripetuti interventi, che hanno reso a
regime il sistema pensionistico italiano tra i più sostenibili in Europa
e tra i più capaci di assorbire eventuali shock negativi. Già adesso
l'età di pensionamento, nel caso di vecchiaia, tenendo conto delle
cosiddette finestre, è superiore a quella dei lavoratori tedeschi e
francesi.
Il nostro sistema pensionistico rimane però caratterizzato da ampie
disparità di trattamento tra diverse generazioni e categorie di
lavoratori, nonché da aree ingiustificate di privilegio.
Il rispetto delle regole e delle istituzioni e la lotta all'illegalità
riceveranno attenzione prioritaria da questo Governo. Per riacquistare
fiducia nel futuro dobbiamo avere fiducia nelle istituzioni che
caratterizzano uno Stato di diritto, quindi si procederà alla lotta
all'evasione fiscale e all'illegalità, non solo per aumentare il gettito
(il che non guasta), ma anche per abbattere le aliquote: questo può
essere fatto con efficacia prestando particolare attenzione al
monitoraggio della ricchezza accumulata (ho detto monitoraggio della
ricchezza accumulata) e non solo ai redditi prodotti.
L'evasione fiscale continua a essere un fenomeno rilevante: il valore
aggiunto sommerso è quantificato nelle statistiche ufficiali in quasi un
quinto del prodotto. Interventi incisivi in questo campo possono ridurre
il peso dell'aggiustamento sui contribuenti che rispettano le norme.
Occorre ulteriormente abbassare la soglia per l'uso del contante,
favorire un maggior uso della moneta elettronica, accelerare la
condivisione delle informazioni tra le diverse amministrazioni,
potenziare e rendere operativi gli strumenti di misurazione induttiva
del reddito e migliorare la qualità degli accertamenti.
Il decreto legislativo n. 23 del 14 marzo 2011 prevede per il 2014
l'entrata in vigore dell'imposta municipale che assorbirà l'attuale ICI,
escludendo tuttavia la prima casa e l'IRPEF sui redditi fondiari da
immobili non locati, comprese le relative addizionali. In questa cornice
intendiamo riesaminare il peso del prelievo sulla ricchezza immobiliare:
tra i principali Paesi europei, l'Italia è caratterizzata da
un'imposizione sulla proprietà immobiliare che risulta al confronto
particolarmente bassa. L'esenzione dall'ICI delle abitazioni principali
costituisce, sempre nel confronto internazionale, una peculiarità - se
non vogliamo chiamarla anomalia - del nostro ordinamento tributario.
Il primo elenco di cespiti immobiliari da avviare a dismissione sarà
definito nei tempi previsti dalla legge di stabilità, cioè entro il 30
aprile 2012. La lettera d'intenti inviata alla Commissione europea
prevede proventi di almeno 5 miliardi all'anno nel prossimo triennio. A
tale scopo verrà definito un calendario puntuale per i successivi passi
del piano di dismissioni e di valorizzazione del patrimonio pubblico.
Tuttavia, è necessario volgere tutte le politiche pubbliche, a livello
macroeconomico e microeconomico, a sostegno della crescita, sia pure nei
limiti determinati dal vincolo di bilancio.
La pressione fiscale in Italia è elevata nel confronto storico e in
quello internazionale (nel testo scritto che avrete a disposizione si
danno ulteriori elementi). Nel tempo e via via che si manifesteranno gli
effetti della spending review sarà possibile programmare una graduale
riduzione della pressione fiscale; tuttavia anche prima, a parità di
gettito, la composizione del prelievo fiscale può essere modificata in
modo da renderla più favorevole alla crescita. Coerentemente con il
disegno della delega fiscale e della clausola di salvaguardia che la
accompagna, una riduzione del peso delle imposte e dei contributi che
gravano sul lavoro e sull'attività produttiva, finanziata da un aumento
del prelievo sui consumi e sulla proprietà, sosterrebbe la crescita
senza incidere sul bilancio pubblico.
Dal lato della spesa, un impulso all'attività economica potrà
derivare da un aumento del coinvolgimento dei capitali privati nella
realizzazione di infrastrutture. Gli incentivi fiscali stabiliti con
legge di stabilità sono un primo passo, ma è anche necessario
intervenire sulla regolamentazione del project financing, in modo da
ridurre il rischio associato alle procedure amministrative. Occorre
inoltre operare per raggiungere gli obiettivi fissati in sede europea
con l'agenda digitale. Ho quasi concluso.
Con il consenso delle parti sociali dovranno essere riformate le
istituzioni del mercato del lavoro, per allontanarci da un mercato duale
dove alcuni sono fin troppo tutelati mentre altri sono totalmente privi
di tutele e assicurazioni in caso di disoccupazione.
Le riforme in questo campo dovranno avere il duplice scopo di
rendere più equo il nostro sistema di tutela del lavoro e di sicurezza
sociale e anche di facilitare la crescita della produttività, tenendo
conto dell'eterogeneità che contraddistingue in particolare l'economia
italiana. In ogni caso, il nuovo ordinamento che andrà disegnato verrà
applicato ai nuovi rapporti di lavoro per offrire loro una disciplina
veramente universale, mentre non verranno modificati i rapporti di
lavori regolari e stabili in essere.
Intendiamo perseguire lo spostamento del baricentro della
contrattazione collettiva verso i luoghi di lavoro, come ci viene
chiesto dalle autorità europee e come già le parti sociali hanno
iniziato a fare, che va accompagnato da una disciplina coerente del
sostegno alle persone senza impiego volta a facilitare la mobilità e il
reinserimento nel mercato del lavoro, superando l'attuale segmentazione.
Più mobilità tra impresa e settori è condizione essenziale per
assecondare la trasformazione dell'economia italiana e sospingerne la
crescita.
È necessario colmare il fossato che si è creato tra le garanzie e i
vantaggi offerti dal ricorso ai contratti a termine e ai contratti a
tempo indeterminato, superando i rischi e le incertezze che scoraggiano
le imprese a ricorrere a questi ultimi. Tenendo conto dei vincoli di
bilancio occorre avviare una riforma sistematica degli ammortizzatori
sociali, volta a garantire a ogni lavoratore che non sarà privo di
copertura rispetto ai rischi di perdita temporanea del posto di lavoro.
Abbiamo da affrontare una crisi, abbiamo da affrontare delle
trasformazioni strutturali, ma è nostro dovere cercare di evitare le
angosce che accompagnano questi processi.
È necessario, infine, mantenere una pressione costante nell'azione di
contrasto e di prevenzione del lavoro sommerso. Uno dei fattori che
distinguono l'Italia nel contesto europeo è la maggiore difficoltà di
inserimento o di permanenza in condizioni di occupazione delle donne.
Assicurare la piena inclusione delle donne in ogni ambito della vita
lavorativa ma anche sociale e civile del Paese è una questione
indifferibile.
È necessario affrontare le questioni che riguardano la conciliazione
della vita familiare con il lavoro, la promozione della natalità e la
condivisione delle responsabilità legate alla maternità da parte di
entrambi i genitori, nonché studiare l'opportunità di una tassazione
preferenziale per le donne.
C'è poi un problema legato all'invecchiamento della popolazione che si
traduce in oneri crescenti per le famiglie; andrà quindi prestata
attenzioni ai servizi di cura agli anziani, oggi una preoccupazione
sempre più urgente nelle famiglie in un momento in cui affrontano
difficoltà crescenti.
Infine un'attenzione particolare andrà assicurata alle
prospettive per i giovani; dico "infine" nel senso di finalità di tutta
la nostra azione. Questa sarà una delle priorità di azione di questo
Governo, nella convinzione che ciò che restringe le opportunità per i
giovani si traduce poi in minori opportunità di crescita e di mobilità
sociale per l'intero Paese. Dobbiamo porci l'obiettivo di eliminare
tutti quei vincoli che oggi impediscono ai giovani di strutturare le
proprie potenzialità in base al merito individuale indipendentemente
dalla situazione sociale di partenza. Per questo ritengo importante
inserire nell'azione di Governo misure che valorizzino le capacità
individuali e eliminino ogni forma di cooptazione. L'Italia ha bisogno
di investire sui suoi talenti; deve essere lei orgogliosa dei suoi
talenti e non trasformarsi in un'entità di cui i suoi talenti non sempre
sono orgogliosi. Per questo la mobilità è la nostra migliore alleata,
mobilità sociale ma anche geografica, non solo all'interno del nostro
Paese ma anche e soprattutto nel più ampio orizzonte del mercato del
lavoro europeo e globale.
L'ultimo punto che desidero brevemente presentarvi - ed è una
caratteristica spero distintiva del nostro Esecutivo, se consentirete al
nostro, o vostro, Governo di nascere, è quella delle politiche
micro-economiche per la crescita.
Un ritorno credibile a più alti tassi di crescita deve basarsi su misure
volte a innalzare il capitale umano e fisico e la produttività dei
fattori. La valorizzazione del capitale umano deve essere un aspetto
centrale: sarà necessario mirare all'accrescimento dei livelli
d'istruzione della forza lavoro, che sono ancora oggi nettamente
inferiori alla media europea, anche tra i più giovani. Vi contribuiranno
interventi mirati sulle scuole e sulle aree in ritardo, identificando i
fabbisogni, anche mediante i test elaborati dall'INVALSI, e la revisione
del sistema di selezione, allocazione e valorizzazione degli insegnanti.
Nell'università, varati i decreti attuativi della legge di riforma
approvata lo scorso anno, è ora necessario dare rapida e rigorosa
attuazione ai meccanismi d'incentivazione basati sulla valutazione,
previsti dalla riforma. Gli investimenti in infrastrutture, di cui tante
volte e giustamente abbiamo parlato e si è parlato negli corso degli
anni, sono fattori rilevanti per accrescere la produttività totale
dell'economia.
A questo scopo, abbiamo per la prima volta valorizzato in modo organico
nella struttura del Governo la politica, anzi, le politiche di sviluppo
dell'economia reale, con l'attribuzione ad un unico Ministro delle
competenze sullo sviluppo economico e sulle infrastrutture ed i
trasporti. Questo vuole indicare quasi visivamente e in termini di
organigramma del Governo che pari attenzione e centralità vanno
attribuite a ciò che mantiene il Paese stabile, la disciplina
finanziaria, e a ciò che ad esso consente di crescere e, quindi, di
restare stabile a lungo termine, cioè appunto la crescita.
Occorre anche rimuovere gli ostacoli strutturali alla crescita,
affrontando resistenze e chiusure corporative. In tal senso, è
necessario un disegno organico, volto a ridurre gli oneri ed il rischio
associato alle procedure amministrative, nonché a stimolare la
concorrenza, con particolare riferimento al riordino della disciplina
delle professioni regolamentate, anche dando attuazione a quanto
previsto nella legge di stabilità in materia di tariffe minime.
Intendiamo anche rafforzare gli strumenti d'intervento dell'Autorità
garante della concorrenza e del mercato in caso di disposizioni
legislative o amministrative, statali o locali, che abbiano effetti
distorsivi della concorrenza, accrescere la qualità dei servizi
pubblici, nel quadro di un'azione volta a ridurre il deficit di
concorrenza a livello locale, ridurre i tempi della giustizia civile, in
modo tale da colmare il divario con gli altri Paesi, anche attraverso la
riduzione delle sedi giudiziarie, e rimuovere gli ostacoli alla crescita
delle dimensioni delle imprese, anche attraverso la delega fiscale.
Un innalzamento significativo del tasso di crescita è condizione
essenziale non solo del riequilibrio finanziario, ma anche del progresso
civile e sociale. In tal senso, una strategia di rilancio della crescita
non può prescindere da un'azione determinata ed efficace di contrasto
alla criminalità organizzata e a tutte le mafie, che vada a colpire gli
interessi economici delle organizzazioni e le loro infiltrazioni
nell'economia legale.
Il risanamento della finanza pubblica ed il rilancio della
crescita contribuiranno a rafforzare la posizione dell'Italia in Europa
e, più in generale, la nostra politica estera: vocazione europeistica,
solidarietà atlantica, rapporti con i nostri partners strategici,
apertura dei mercati, sicurezza nazionale ed internazionale rimarranno i
cardini di tale politica. Voglio qui ricordare i nostri militari
impegnati in missioni all'estero, le Forze Armate ed i rappresentanti
delle forze dell'ordine, che sono in prima linea nella difesa dei nostri
valori e della democrazia.
L'Italia ha bisogno di una politica estera coerente con i nostri
impegni e di una ripresa d'iniziativa nelle aree dove vi siano
significativi interessi nazionali.
Dimenticavo di dirvi, a proposito di militari impegnati in missioni
all'estero, che se non vedete ancora in questi banchi il nostro collega
Ministro della difesa, è perché l'altra sera l'ho svegliato alle tre di
notte in Afghanistan, pensando che fosse a Bruxelles dove si trova la
sua sede ordinaria di lavoro. Ho notato prima una certa esitazione e poi
grande entusiasmo nell'accettazione della proposta. (Applausi dai Gruppi
PdL e PD). Ecco un esempio di militare impegnato all'estero che sta
facendo i salti mortali per arrivare a giurare nelle mani del Capo dello
Stato nelle prossime ore. Scusate quindi la sua assenza.
La gravità della situazione attuale richiede una risposta pronta e
decisa nella creazione di condizioni favorevoli alla crescita nel
perseguimento del pareggio di bilancio, con interventi strutturali e con
un'equa distribuzione dei sacrifici.
Il tentativo che ci proponiamo di compiere, onorevoli senatori, e che vi
chiedo di sostenere è difficilissimo; altrimenti ho il sospetto che non
mi troverei qui oggi. I margini di successo sono tanto più ridotti, come
ha rilevato il Presidente della Repubblica, dopo anni di
contrapposizione e di scontri nella politica nazionale. Se sapremo
cogliere insieme questa opportunità per avviare un confronto costruttivo
su scelte e obiettivi di fondo avremo occasione di riscattare il Paese e
potremo ristabilire la fiducia nelle sue istituzioni. Vi ringrazio.
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