Discorso pronunciato da Gianfranco Fini al Congresso di Alleanza Nazionale

Roma 22 marzo 2009

“Care delegate e cari delegati del congresso nazionale di Alleanza nazionale, qualche giorno fa parlando con i giornalisti sono stato buon profeta, ma era una scommessa vinta in partenza: un po’ di emozione c’è. C’è nel riprendere la parola dopo dieci mesi dall’ultima volta per rivolgermi ancora al mio partito, a tutti quanti voi che rappresentate le centinaia di migliaia di iscritti di Alleanza nazionale, rivolgermi ancora per vostro tramite ai milioni di italiani che nel corso degli anni ci hanno dato tanta fiducia. C’è questa emozione, non soltanto per un naturale sentimento ma anche perché mi è ben chiaro che se colui che fu segretario del Movimento sociale italiano e poi presidente di Alleanza nazionale può oggi essere presentato a una platea con la qualifica di presidente della Camera dei deputati, la terza carica dello stato, è unicamente o in gran parte in ragione dell´impegno, della passione, della dedizione e del sacrificio di tutti coloro che per tanti e tanti anni hanno dato tutto senza chiedere assolutamente nulla. Se oggi i nostri dirigenti possono rivolgersi a voi e ai tanti vostri iscritti rivestendo incarichi istituzionali, se parlano da questo palco i ministri, il sindaco di Roma, donne e uomini che hanno sulle spalle rilevanti impegni istituzionali, diciamolo con sincerità, ricordiamolo con orgoglio e con umiltà: lo dobbiamo a una lunga e bella storia di impegno politico, nel senso più alto del termine. Ed è la ragione per la quale avverto innanzitutto il dovere di dire grazie a tutti coloro che per decenni interi, in ogni parte d’Italia, in momenti particolarmente aspri e difficili, hanno sempre tenuto la schiena diritta e hanno sempre avuto nel cuore un grande, grande amore per la propria terra, per la nostra Italia.

La forza di Alleanza nazionale, la forza della destra è sempre stata in questo rapporto stretto che si è creato nel corso del tempo, che è cambiato, come è naturale che fosse, con l’evolvere della situazione nazionale, degli assetti sociali; ecco, lo dobbiamo ricordare, con umiltà senza arroganza, anche per rendere non soltanto doveroso ma sincero il tributo, in questo caso non di gratitudine, ma di sincera commozione verso coloro che non hanno vissuto i momenti belli, verso coloro che hanno chiuso gli occhi prima di vedere la destra vincente, verso coloro che per una vita intera hanno sperato che questo desiderio potesse diventare realtà. Non è retorica, è consapevolezza. E coloro che hanno parlato ieri e oggi, non a caso hanno voluto rendere omaggio ai nostri caduti e contemporaneamente alla lungimiranza dei nostri maestri politici. Dobbiamo ricordarle queste cose, dobbiamo ricordarle oggi che, diciamolo con nettezza e sincerità, si chiude una fase, una lunga fase della storia della destra politica del dopoguerra. Oggi che nell’album, bello, dei ricordi va anche un simbolo che ha animato, in alcuni casi per interi decenni, la passione politica di tanta, tanta, tanta brava gente. Ricordiamocelo oggi con orgoglio e al tempo stesso con umiltà, che non sono due parole in contrapposizione tra di loro: l’orgoglio di chi sa che se oggi può parlare a voi come presidente, come sindaco di Roma o come ministro della repubblica, se oggi si compie questo atto così solenne e significativo non è non è stato in ragione di un regalo di qualcuno. Non c´è stato nessuno sdoganamento, che è parola che non mi piace e non mi è mai piaciuta perché è relativa alle merci; non si sdoganano le idee. Le idee o si affermano o non sono in grado di vincere la loro battaglia. E, lo possiamo dire, abbiamo avuto in questi lunghi anni la capacità di affermare quelle idee. Con umiltà, senza nessuna arroganza. Non c’è stato regalo, non c’è stata la grazia ricevuta, non c’è stato sdoganamento. C’è stata tanta, tanta tanta strada faticosamente percorsa. Non ci può essere arroganza, ci deve essere umiltà. Perché dobbiamo certamente gratitudine ai nostri elettori e, come cercherò di dimostrare nel corso del mio intervento, dobbiamo gratitudine ai nostri alleati in questi ultimi quindici anni. Dobbiamo ricordarlo oggi, con umiltà e con lungimiranza, con intelligenza politica, oggi che ci accingiamo a un passo che non è soltanto solenne, impegnativo, importante per la nostra storia. Oggi possiamo dire di accingerci a un passo che è importante per la storia dell’Italia.

È già capitato, nel passato anche recente, che la nostra comunità politica dimostrasse la maturità, la consapevolezza, la capacità per cogliere un particolare momento storico. È accaduto in modo particolare nel 1994 quando lo “spappolamento” della prima repubblica mise finalmente la destra italiana in grado di raccogliere il consenso. È stato detto ed è vero che molta della storia di Alleanza nazionale nasce nel momento in cui le candidature di esponenti del Movimento sociale italiano nelle elezioni comunali di Roma e di Napoli raggiunsero consensi inimmaginabili. Quello fu un momento in cui la destra fu capace di cogliere un momento storico. Questo è un momento diverso e per certi aspetti più importante.Oggi siamo chiamati non a cogliere un momento ma a costruirlo. Oggi non prendiamo un’occasione, non abbiamo il tempismo di una scelta, oggi compiamo una strategia, oggi mettiamo una pietra e decidiamo, noi, coscientemente di farlo, nessuno ci costringe, di mettere una pietra in quello che è un atto che certamente ha rilevanza storica non solo per noi, non solo per la nostra storia, non solo per la nostra gente, ma per la nostra patria. Dobbiamo esserne coscienti.

E, proprio perché, come scrivemmo in un fortunato slogan di un altro congresso, siamo, siete, gente con l’anima, gente con la passione, gente con il desiderio di impegnarsi nelle cose in cui crede, è stato giusto dar vita non solo a questo bel congresso ma a tutte le assemblee che hanno preceduto il congresso, da quello della più piccola sezione a quella di tutte le nostre federazioni. Ed è stato giusto che in quelle assemblee, in questa assemblea, risuonassero anche i dubbi, fosse posto alla classe dirigente il quesito circa la bontà della scelta che ci accingiamo a compiere e al tempo stesso le ragioni della medesima.
È stato detto da più parti: dove andiamo? Perché ci andiamo? E credo che la risposta per certi aspetti sia quanto di più doveroso e necessario per chi ha avuto la responsabilità di guidarvi, ma che al tempo stesso sa che la risposta non è facile. Vedete, a questo quesito non retorico hanno per certi aspetti risposto innanzitutto coloro che il congresso lo hanno aperto. Lo ha fatto certamente Ignazio La Russa che ringrazio non solo per la relazione ma anche per l´impegno con cui ha retto le sorti di Alleanza nazionale in questi ultimi dieci mesi. So di aver dato a Ignazio un compito non facile per tante ragioni, ma sapevo anche di affidare il timone del partito in mani salde. Lo ha fatto, per certi aspetti in modo ancor più significativo prima di lui Franco Servello, un uomo che come Mirko Tremaglia è la continuità di una storia. Che cosa hanno detto, Franco Servello, Ignazio La Russa e Mirko Tremaglia con quel commovente ricordo di Marzio? Che la stella polare del lunghissimo cammino della destra politica italiana, da quando nasce il Movimento sociale italiano che raccolse la generazione che non si è arresa fino ad oggi, che la stella polare è sempre stata una e una sola: l’amore per l’Italia, l’amore per la terra dei padri, l’amore per la patria, il voler privilegiare alla fazione la nazione, il voler anteporre a un interesse particolare, un interesse generale.
Sarebbe retorico e sarebbe storicamente inesatto se io dicessi, “è sempre stato così”. Sessant’anni di storia sono stati anni in cui ci sono stati luci e ombre, anche nella destra italiana. Ma non c´è dubbio che la stella polare era quella, amici miei, chi era a Fiuggi ha ben evidente e ben chiaro che nell’ambito di quella strategia si mise quindici anni fa il primo anello di una lunga catena. Quando a Fiuggi decidemmo di uscire dalla casa del padre con le lacrime, con tutti i dolori che comporta un frattura, quando in quell’occasione dicemmo con la certezza che non vi faremmo mai più ritorno. E lo voglio dire oggi: lo facemmo con convinzione. Erano in tanti, tra gli osservatori, coloro che si chiedevano: ma lo fanno con convinzione? Lo fanno perché sanno che può essere utile in termini di consenso o lo fanno perché sono convinti della bontà di alcune decisioni e anche di alcuni giudizi molto netti? Oggi posso dirlo a nome di tutti: lo facemmo perché eravamo convinti. E abbiamo dimostrato quella convinzione nei momenti più difficili, nei momenti in cui ci sono state le polemiche, nei momenti in cui avevamo perso le elezioni, nel momento in cui amici che erano stati con noi hanno fatto un’altra scelta e se non sono andati. Non siamo tornati indietro. Quell’anello è un anello di una lunga catena. Ed è un anello che ha rappresentato innanzitutto la conferma di una scelta: considerare il partito unicamente uno strumento, non un valore in sé. Un partito, lo ha detto molto bene Servello, non è mai un valore. Un partito è un mezzo, uno strumento, è un modo attraverso il quale si cerca di raggiungere un obbiettivo. L’obiettivo era, fin dal primo momento, l’amore per la nostra terra, la pacificazione nazionale, una maggiore coesione sociale, un ritrovato prestigio internazionale dell’Italia. Il partito derubricato a strumento. Il partito inteso non come valore in sé ma come mezzo per raggiungere un fine. E se questo era ed è, allora il partito non poteva vivere di ideologie

Fiuggi ha rappresentato la nascita della destra post-ideologica. Di una destra che, rifiutando l’ideologia, in qualche modo condannava al passato e giudicava negativamente ciò che nel passato aveva rappresentato il tasso ideologico della destra politica. A Fiuggi non abbiamo fatto i conti con la nostalgia. A Fiuggi abbiamo fatto i conti con lo stato etico, che non appartiene a una democrazia, abbiamo fatto i conti con una concezione dell’economia di tipo corporativo che non appartiene ai tempi moderni, abbiamo archiviato una fase e abbiamo affermato la nostra volontà non di preservare delle memoria, compito quanto nobile quanto limitato a una stagione politica. Abbiamo affermato la nostra volontà di cominciare a costruire il futuro. E lo abbiamo fatto dicendo con chiarezza che non ci poteva essere da parte dei nostri militanti alcuna presunzione di superiorità morale nei confronto degli altri. Fiuggi ha rappresentato un punto di svolta non solo perché abbiamo fatto i conti col passato. Proprio perché abbiamo ribadito che la libertà è il primo valore dell’uomo, che la democrazia è il primo valore delle istituzioni, non abbiamo esitato successivamente a onorare con i fatti, con parole nette, parole di condanna nei confronti della storia italiana tra le due guerre. Ma insieme a quell’atto abbiamo bandito il concetto di superiorità. Non siamo superiori agli altri, non ci sono i nemici. Ci sono gli avversari. Compito della destra è stato da quel momento quello di dar corso a una politica finalizzata a costruire un presente migliore in vista di un futuro che lo fosse ancor di più. Abbiamo archiviato la lunga fase della cosiddetta “alternativa al sistema” e abbiamo iniziato a dar vita a un’azione politica volta all’ammodernamento del sistema italiano. Dalla logica del nemico alla logica dell’avversario. Così come disse, fra i tanti, con lucidità maggiore rispetto a quella di tutti gli altri, colui che è certamente uno dei padri della destra italiana negli ultimi quindici anni: Pinuccio Tatarella. Il nemico è colui che o sconfiggi o ti sconfigge. L’avversario lo puoi battere o ti può battere, ma il giorno dopo continua la competizione. Ci sono dei valori condivisi.

Fiuggi non è soltanto la fine delle ideologie, la fine del nostalgismo. Fiuggi è una fase in cui si passa da un’alternativa a un sistema dei partiti, basata su una presunta quanto inesistente superiorità di tipo morale della destra a una fase in cui si cerca di costruire una democrazia dell’alternanza, un sistema bipolare. È la fase in cui si inizia a parlare di una destra che doveva dimostrare di avere cultura di governo anche quando gli elettori democraticamente gli assegnavano il ruolo dell´opposizione. E proprio perché credo che sia un dovere quello dell’onestà al termine di una stagione nello stesso momento in cui si chiude una fase e se ne apre un’altra, non ho alcuna esitazione a dire che non sempre siamo stati sempre all’altezza di quel compito così alto di cultura di governo, perché in alcuni casi non tutti fra di noi avevano ben chiaro che la cultura di governo non significa cultura di potere, non significa concepire il partito come strumento per occupazione dei posti di potere o di sottopotere. E lo voglio dire in assoluta schiettezza: quando leggo - e ringrazio tutti i giornalisti, coloro che hanno scritto commenti condivisibili, coloro che hanno scritto commenti negativi, sempre con onestà intellettuale - che An, secondo qualcuno, non dovrebbe essere sciolta perché verrebbe meno il potere per condizionare alcune scelte e magari piazzare i propri uomini in questo o quel consiglio di amministrazione, bè lasciatemi dire che se fosse così allora dovremmo scioglierla davvero. Perché Alleanza nazionale non doveva essere un partito di potere ma un partito con cultura di governo. Che è cosa del tutto diversa. Ci sono state le luci e le ombre. Non c’era la superiorità morale. C’è stata forse, in alcuni momenti, una maggiore predisposizione per una cultura di potere. Ma non c’è dubbio che fu a Fiuggi che gettammo il primo seme di quello che, successivamente, è divenuto il Popolo della libertà. Il primo seme proprio perché chiamava a raccolta tutti gli italiani in una logica post-ideologica, in una logica finalizzata alla costruzione del futuro, in una logica più moderna, più europea di una democrazia dell’alternanza.

Sono stati quindici anni con alti e bassi, come è naturale. Dobbiamo però essere orgogliosi perché sono stati quindici anni di linea politica in qualche modo strategicamente orientata verso uno solo obiettivo. In questi anni il tatticismo ha prevalso nella politica italiana. Qualche volta, diciamolo, anche noi abbiamo fatto il peccato di privilegiare la tattica alla strategia, ma si è trattato di piccoli peccati lungo un percorso che al contrario è stato lineare. La strategia a Fiuggi è stata quella di far nascere l’alleanza nazionale, l’alleanza tra gli italiani e, oggi, si compie quel percorso. Quindici anni di coerenza strategica, quindici anni in cui abbiamo privilegiato alleanze rispetto a spinte isolazionistiche e identitarie, quindici anni in cui abbiamo perseguito l’obiettivo attraverso il sostegno a tutte quelle iniziative, a partire dalle iniziative referendarie, volte a rendere irreversibile il sistema bipolare e più solida una democrazia dell’alternanza, quindici anni di alleanza con gli amici di Forza Italia, quindici anni di sostegno a tutte le iniziative volte a consegnare al passato la partitocrazia, il proliferare degli schieramenti più o meno identitari, i reduci dell’armamentario ideologico del secolo scorso per costruire un’Italia nuova. Quindici anni, e ha fatto bene a ricordarlo Ignazio La Russa, di alleanza con Berlusconi e Forza Italia nella buona e nella cattiva sorte. Ma sempre comunque un’alleanza consolidata: perché Berlusconi ha rappresentato, lo ha detto bene Alemanno, colui che ha messo in moto una politica che rischiava di impantanarsi, ha rappresentato le speranze e in alcuni casi le paure degli italiani. Ha rappresentato tutt’altro che una meteora, tutt’altro che il leader di un partito di plastica, tutt’altro che un approccio incomprensibile agli occhi degli italiani, perché il tempo è galantuomo, perché in democrazia sono gli elettori che danno e tolgono le patenti. Forza Italia ha rappresentato una novità nel panorama politico italiano e proprio perché era una novità che non aveva le sue radici nel passato ma in qualche modo, proprio in ragione di non avere un passato ideologico, cercava di gestire il presente e di costruire in ragione delle proprie capacità il futuro, era più che naturale che Alleanza nazionale nel corso di questi quindici anni desse vita a un’alleanza strategica col partito di Berlusconi.

Abbiamo avuto momenti difficili, abbiamo avuto gli alti e i bassi ma, nell’arco di questo quindicennio che ha cambiato la storia italiana, non è mai accaduto che tra noi e il partito di Berlusconi ci fosse il momento della rottura insanabile. È capitato con altri. Alcuni questa rottura non l’hanno ancora ricucita, altri questa rottura l’hanno metabolizzata e si è tornati a un’alleanza. È certo comunque che tra la destra italiana e il partito fondato da Berlusconi c’è stato un lungo cammino fatto di incomprensioni, fatto di polemiche, fatto di asperità ma fatto anche di un lungo filo conduttore: cercare di costruire un’Italia che fosse diversa, che fosse migliore , che non avesse l’occhio proiettato verso il passato, che non avesse nostalgia di un centro in cui ogni mediazione è capace, non tanto di guidare la politica, quanto di ammorbidirne le asperità. Un’alleanza che era finalizzata un progetto per il nuovo secolo. E oggi, dando vita al Pdl si compie l’ultimo anello di questa lunga strategia. Perché oggi, a mio parere, le condizioni ci sono? Innanzitutto perché questi quindici anni hanno reso possibile un’alleanza, non soltanto tra le classi dirigenti, che per certi aspetti è l’alleanza meno solida; in questi quindici anni è emersa un’alleanza di base tra gli elettori. È emersa un’alleanza fondata su valori condivisi. Il Pdl è nato secondo qualcuno il due dicembre, secondo altri il tredici di aprile nelle urne: che sia nato comunque nelle urne o nelle piazze poco importa, certo è che ha avuto una lunga fase di gestazione e preparazione durata quindici anni. Il Popolo della libertà non è nato a San Babila col cosiddetto discorso del Predellino. In quel momento Berlusconi ha avuto la capacità, nella fase più acuta dello scontro con Alleanza nazionale, di rilanciare. Lo ha rilanciato forse quando nessuno ci credeva più. Ma non c’è ombra di dubbio che questa unione tra la nostra gente e gli elettori di Forza Italia si era consolidata nel corso di un quindicennio.

E perché dico un’alleanza basata su valori condivisi? Perché questa è, a mio modo di vedere, la grande differenza che esiste tra il Popolo della libertà e l’altro soggetto politico, il Partito democratico, che ha anticipato un bipolarismo più compiuto attraverso l’incontro, l’unione di storie politiche. È stato detto il Partito democratico ha dato vita a una fusione fredda. Il Popolo della libertà sarà capace di dare vita a una fusione più calda, basata su condivisioni di valori? Il quesito è lecito ma la risposta è per certi versi facile, scontata. Perché oggi Il Pdl può guardare con fiducia a questa alleanza che oggi giunge all’ultimo atto, quello più simbolico, quello che maggiormente coinvolge le emozioni, ma è naturale se si ha ben chiaro quello che è successo in questi ultimi quindici anni. Perché i valori di riferimento ci sono e sono i medesimi. E sono i valori del Partito popolare europeo. Quale è stata la cifra politica della difficoltà del Partito democratico? Non è stata soltanto la questione di una leadership non accettata da tutti, pur avendo avuto Walter Veltroni una larga investitura popolare, le primarie. La cifra politica della difficoltà del Partito democratico è stata nella sua collocazione europea. Nell’impossibilità di dire in quale grande famiglia europea si andava a collocare il nuovo partito che nasceva dall’incontro non sufficientemente metabolizzato tra cultura politiche che in Italia erano state non soltanto diverse fra di loro ma in alcuni case alternative. Vedremo se l’on. Franceschini o la nuova fase dirigente scioglierà questo nodo che è il nodo politico per eccellenza. Perché nel momento stesso in cui la politica italiana è sempre più europea, nello stesso momento in cui le sfide vengono sempre di più fuori dai confini nazionali, non si può essere credibili in patria se si dice “abbiamo dato vita a un grande nuovo partito”, e poi essere incerti nella collocazione a Bruxelles nell’ambito delle grandi famiglie europee. Non esiste in Europa una terza via tra Partito socialista europeo e Partito popolare europeo. Era l’illusione del Pd che si basava sull’incapacità di spiegare chiaramente quali erano i valori di riferimento, noi questa difficoltà non ce l’abbiamo. Possiamo avere la difficoltà nella fusione degli organigrammi, possiamo avere la difficoltà in questa o in quella federazione, possiamo avere la difficoltà nella sottolineatura o meno di alcuni argomenti di priorità politica, ma non c’è ombra di dubbio che non abbiamo la difficoltà nell’indicare quelli che sono i valori di riferimento del Pdl. Sono i valori di riferimento del Popolo delle libertà, sono i valori di riferimento del Partito popolare europeo e sono i valori di riferimento capaci di dare una risposta a quelle ansie che non soltanto la società italiana ha, ma alle ansie dell’Europa, alle ansie dell’Occidente.

Perché oggi ci sono le condizioni per questa nuova, grande, avventura? Perché la crisi della sinistra italiana non è tanto crisi di consenso, il consenso va e viene, è a mio modo di vedere una crisi di idee. Perché a fronte di quelle che sono le nuove sfide che il futuro presenta alla porta dei popoli è l’armamentario, il bagaglio culturale della sinistra che oggi mostra la corda. Vi siete resi conto amici miei che negli ultimi 15 anni non perché è nata Fiuggi, non perché è nata Forza Italia, ma anche per An e FI, negli ultimi 15 anni è scomparso dal lessico dei giornalisti, dal lessico dei politici quell’espressione “egemonia culturale della sinistra” che dai tempi di Gramsci in poi aveva rappresentato l’assicurazione per la sinistra italiana della possibilità di avere il consenso? La sinistra italiana oggi è in crisi di idee, non è in crisi di organizzazione. Franceschini fa bene a dire, come ha detto ieri, che hanno un grande partito di sei-settemila circoli. Ma il problema di una grande forza politica, in un’epoca bipolare, con le sfide che oggi sono sulle spalle dell’Occidente, non è soltanto nell’organizzazione, è nelle idee. Ecco perché dobbiamo essere ottimisti sul nostro futuro. Perché se si va a scavare un po’ in quelli che sono i valori del partito popolare europeo, che poi dovremo declinare ovviamente secondo la nostra tradizione nazionale, allora bè forse si ha la risposta a quella che è la crisi dell’Occidente, l’ansia dell’Occidente.

Quali sono questi valori? Certamente la consapevolezza del primato della dignità della persona. È il valore principale che va garantito e tutelato da un’azione politica. Non è l’autorità dello Stato, è la dignità della persona. E se il valore cui orientare una politica è quello, è di tutta evidenza che lo Stato non può limitare la libertà. Lo Stato deve per certi aspetti esaltare la libertà, lo Stato deve garantire a tutti l’esercizio delle libertà. È una concezione di tipo culturale che ha delle conseguenze quando si affrontano i temi connessi alla sicurezza, connessi alla legalità. La vecchia iconografia della destra legge e ordine oggi va declinata in modo diverso se si è davvero convinti che quello che vogliamo non è l’ordine delle caserme, non è l’ordine imposto contro la libertà, ma è al contrario quell’ordine intimo che c’è in una società coesa laddove è difesa e in qualche modo incrementata la dignità della persona umana, la dignità della persona umana quale che sia il colore della pelle, quale che sia il Dio in cui credi, quale che sia il ruolo sociale. Il primato della dignità della persona. Quella concezione che c’è nel Partito popolare europeo e che stenta ad affermarsi nel Pd o nel Partito socialista europeo, relativa alla necessità di dar vita a un’azione tra i vari organismi istituzionali e i vari corpi sociali che sia improntata a quel principio di sussidiarietà che non è soltanto la sussidiarietà di tipo verticale, è quella sussidiarietà di tipo orizzontale di cui c’è assoluta necessità oggi che lo Stato non è più il Moloch del secolo scorso. Ed è attorno a questi valori e ad altri che si deve poi configurare l’azione di un partito, il Pdl, capace di rispondere ai problemi di oggi.

L’altra grande questione, quel valore che è ben chiaro nel manifesto del Ppe, quella sintesi culturale che già a Fiuggi vedemmo prima di altri, quel messaggio attraverso il quale si deve affermare un’economia sociale di mercato che è la sintesi di alcune tradizioni culturali del secolo scorso che non sono cadute in disuso perché continuano a mantenere una loro intima vitalità. Oggi cos’è che manda in crisi molti degli analisti legati agli schemi del passato? È la dimensione della crisi, è la natura della crisi. La crisi dell’economia oggi deriva innanzitutto dal baricentro che negli ultimi tempi il mercato aveva spostato sul dato finanziario. La finanziarizzazione dell’economia ha creato la crisi. Il che sta a significare che se si vuol dare innanzitutto un messaggio non soltanto di speranza ma indicare una via d’uscita dall’attuale crisi, bisogna riportare il baricentro dell’economia a quella che è la produzione reale di ricchezza. L’economia non si può basare esclusivamente sulla finanza perché nello stesso momento in cui lo fa può determinare immediati e facili arricchimenti e altrettanti immediati e facili impoverimenti. Ma non soltanto arricchimenti per pochi, impoverimenti per popoli interi.

E quella ipotesi di economia in cui il mercato sia certamente luogo preposto a sviluppare ricchezza ma sia in qualche modo temperato dall’azione regolatrice delle istituzioni, in quella dimensione sociale che è il fulcro culturale del Ppe, rappresenta non soltanto la risposta che va fornita anche in Italia e in buona parte dell’Europa, rappresenta certamente una risposta che è in piena sintonia con i valori tradizionali della destra italiana e con i valori tradizionali di buona parte delle forze politiche italiane che confluiscono e che danno vita al Pdl. E, sempre nell’ambito di queste risposte a quesiti che non sono quesiti di poco conto, il valore rappresentato nell’ambito del Ppe dalla laicità delle istituzioni. Quel Ppe che da tempo non è più un’internazionale di tipo democratico-cristiano. Laicità delle istituzioni che non può significare in alcun modo negare il magistero della Chiesa, men che meno la dimensione che per definire un’identità di popolo ha l’aspetto religioso. La laicità delle istituzioni significa - perché è un pilastro della nostra cultura occidentale da almeno due secoli - netta separazione, non soltanto come ha detto giustamente ieri Berlusconi “nessun tipo di collateralismo”, ma soprattutto affermazione chiara ed esplicita circa il confine che deve separare la sfera privata rispetto a quella religiosa. Perché uno Stato è autenticamente laico nello stesso momento in cui riconosce il valore della religione ma colloca il valore della religione all’interno di scelte che sono di tipo individuale e personale, non possono essere scelte di tipo collettivo.

Ecco perché, potremmo citare altri esempi, il Pdl non può che essere, come hanno detto Matteoli e Gasparri, un partito culturalmente plurale. Lasciatemi dire che non deve e non può essere un partito di destra, deve essere un partito in cui certi valori della destra sono il lievito, sono il valore aggiunto, sono l’elemento che è capace di produrre una sintesi politica e di far fare un salto in avanti alla capacità del partito, non soltanto di immaginare il futuro dell’Italia, ma di costruirlo. Un contenitore ampio, arioso, plurale, inclusivo, interclassista, aperto, certamente unitario. Unitario però non può significare “a pensiero unico”, perché c´è una contraddizione in termini tra popolo della libertà e pensiero unico. Unitario ma con la pluralità delle opinioni. Un partito certamente democratico, un partito in cui vi siano regole - e lo statuto che Ignazio La Russa ha letto dà queste garanzie - ma altrettanto certamente che mai e poi mai dovrà pensarsi e organizzarsi secondo la degenerazione della democrazia che è la correntocrazia. Lo voglio dire a tutti coloro che entreranno nel Pdl: nessuno pensi all’interno del Pdl di costituire la corrente di An. Perché se questo dovesse essere l’obiettivo, amici miei, valeva la pena allora consumare questo momento? Non era forse più utile e opportuno - se si pensa di poter incidere e determinare qualche cosa in termine di logica di gestione del potere - tenersi un partito, uno strumento del dieci o dodici per cento? Il Pdl non può e non deve avere le correnti organizzate, deve avere un sano confronto di idee e opinioni, di soluzioni dei problemi di oggi e ancor più dei problemi di domani. Un partito quindi democratico ma non organizzato in correnti, unitario ma non a pensiero unico, un partito che si può configurare così proprio perché ha una leadership forte, riconosciuta.

Credo che ci sia stato un eccesso di stucchevolezza nel dibattito che ci ha fin qui accompagnati - il leader è uno, i leader sono due, cosa fa Fini - amici miei il Pdl ha un leader che si chiama Berlusconi. È di tutta evidenza. Dopo di che Berlusconi sa che una leadership forte e riconosciuta non può in alcun caso essere il culto della personalità. Perché un conto è essere leader, un conto è pensare che soltanto chi è leader possa dare un contributo di idee, di impegno, di soluzioni politiche, di orientamenti di sintesi. Dopo di che l’ho detto e lo confermo: i leader non si battezzano, i leader non si creano a tavolino, i leader nascono nello stesso momento in cui ci sono le condizioni politiche e ci sono le capacità di chi ambisce a guidare una comunità. Il problema di An e del Pdl non può essere quello della leadership. Il problema semmai deve essere di garantire che il Pdl sia non il partito di una persona ma il partito di una nazione. Che il Pdl sia la capacità di dare le risposte e di individuare un progetto per l’Italia.

Perché dobbiamo farlo il Pdl? Perché noi dobbiamo immaginare l’Italia fra dieci o quindici anni. E siccome siamo forza di governo, dobbiamo cominciare a costruirla. Come si fa? Altro che testimonianza delle memorie del passato. Vuol dire essere coscienti dei problemi che il paese ha. Vuol dire ad esempio chiedersi quale forma istituzionale debba avere. Mi auguro che questa legislatura sia una legislatura costituente perché l’Italia rischia di avere il passo ancor più lento rispetto a quello di altri paesi europei se non dà vita a una riforma del suo assetto costituzionale che consenta di superare una bella immagine del Censis di qualche anno fa. Secondo quei ricercatori l’Italia assomigliava a un calabrone, cioè riusciva a volare quasi vincendo le leggi della fisica, sembrava impossibile e pur si alzava da terra. Poi per un certo periodo di tempo una sorta di crisalide, di eterna transizione. Il Pdl se vuole immaginare l’Italia di domani e cominciare a costruirla deve farla uscire quella farfalla che c’è nella crisalide. Abbiamo un sistema istituzionale che è superato e non lo si può superare soltanto in un passo dimenticando l’intima coerenza di un sistema. È necessario che ci sia in questa legislatura non tanto una ripartenza sul tema delle riforme istituzionali ma che ci sia consapevolezza che tanto più è necessario affidare a chi è il capo dell’esecutivo scelto democraticamente e liberamente dagli elettori il diritto dovere di governare, tanto più è doveroso affermare per il Parlamento il ruolo di controllare. Il presidenzialismo rimane un punto di approdo indispensabile per un’Italia moderna ma il presidenzialismo non può essere un Parlamento che viene messo in un angolo e al quale si chiede di non disturbare il manovratore. Il Parlamento deve tornare ad essere il luogo del controllo. Magari meno leggi in Parlamento, ma più potere di controllo, più potere di indirizzo, perché così funzionano davvero le democrazie che sono orientate nella funzione presidenzialista o semi-presidenziale. Negli Stati uniti, l’inquilino della Casa Bianca è il capo dell’esecutivo più potente del mondo, ma al tempo stesso c’è un Congresso che ha un ruolo centrale, un ruolo di controllo, un ruolo di indirizzo.

Una riforma istituzionale è indispensabile per un’Italia più moderna. È indispensabile perché ci sia, dopo il federalismo attuato a livello fiscale, a livello di amministrazioni, un federalismo di tipo istituzionale. Ma che cosa aspetta il Pdl a intavolare nel Parlamento e nel paese una discussione anche con l’opposizione su una politica di riforma istituzionale che rafforzi entrambi i poteri, esecutivo e legislativo? Che cosa aspetta il Parlamento a decretare la fine del bipolarismo perfetto? Non ce li possiamo permettere due rami del Parlamento con identiche funzioni e identici poteri. Il problema non è solamente quello dei regolamenti parlamentari che son datati, è che il tempo per varare una legge è mediamente il doppio rispetto a quello degli altri paesi, per tutti quei meccanismi che fanno sì che se una legge viene modificata di una sola virgola deve tornare nell´altro ramo. E allora una Camera che dà la fiducia, una Camera che ha un grande potere di controllo e di indirizzo e l’altra che rappresenti il territorio, le autonomie, le regioni, che rappresenti quel federalismo diffuso che c’è. Una forma istituzionale nuova. L’Italia tra quindici anni va pensata anche nel suo ruolo internazionale nel suo ruolo euro-mediterraneo, perché quello è il destino italiano nell’ambito di una politica europea che negli ultimi tempi - forse non poteva essere altrimenti vista l’Unione a ventisette e viste le difficoltà dell’Unione in assenza del trattato di Lisbona - sembra aver perso la coscienza che il Mediterraneo è il cuore di buona parte della cultura occidentale, è il cuore di tutti quelli che possono essere i momenti di confronto e, Dio non voglia, di scontro con altre civiltà.

Pensare un’idea dell’Italia nel Mediterraneo e pensare al tempo stesso per i prossimi dieci anni quale sarà il livello di coesione Nord-Sud. La questione del nostro Meridione non può scomparire dal dibattito politico. E lo voglio dire a scanso di equivoci: il pericolo non è il federalismo. Anzi, per certi aspetti il federalismo fiscale rappresenta un’opportunità di responsabilizzazione della classe dirigente meridionale. Forse, se ben attuato, il federalismo sarà proprio il grimaldello che farà saltare alcune logiche clientelari, alcune logiche para-mafiose. Ma il problema del nostro Sud è nella debolezza dello Stato. Perché non c’è ombra di dubbio che la competizione Nord-Sud, la competizione nel Mediterraneo, può vedere un Meridione protagonista soltanto se lo Stato è presente. Per quel che riguarda la realizzazione delle infrastrutture e per quel che riguarda la garanzia della legalità. Io vorrei che il Pdl che costruiamo insieme sia presente in occasione di quelle grandi manifestazioni che di tanto in tanto si svolgono nel Meridione come è accaduto ieri a Napoli nel nome della legalità e nel nome della lotta alle mafie. Perché non è prerogativa di una parte, perché è stolto pensare che possa essere soltanto una parte a innalzare quelle bandiere, perché il nostro Meridione e la coesione sociale dell’Italia sarà garantita soltanto se lo Stato nel Sud ci sarà con assoluta certezza per quanto riguarda quel gap infrastrutturale che deve essere rimosso. E con assoluta fermezza per quel che riguarda la legalità. E ancora pensare un progetto per l’Italia del futuro nella sua forma istituzionale, nella sua collocazione nel Mediterraneo, in quella coesione nazionale che deve ridare al Meridione un protagonismo positivo, pensata nei suoi assetti economici perché la crisi c’è, perché nessuno sa che cosa c’è dinanzi a noi. Perché fermo restando il confronto doveroso tra maggioranza e opposizione io credo che il Pdl debba porsi il problema di come tradurre il nuovo patto che non è soltanto il patto nord sud è il patto tra categorie, è il patto tra generazioni. Perché l’Italia o si salva tutta intera dalla crisi o rischia di non salvarsi. E io credo che si debba riprendere quella ipotesi che ho lanciato in altre occasioni, in un’altra veste, allora parlando come presidente della Camera. Il governo fa bene a fare le sue scelte e l’opposizione ovviamente le contesta e in qualche modo contrappone altre ipotesi, altre idee, ma se siamo davvero coscienti della portata della crisi, non escludiamo di dar vita a quegli stati generali dell´economia, a quel confronto tra parti sociali, imprenditori, territorio dal quale forse può uscire una visione condivisa e per certi aspetti una soluzione positiva di una crisi che non riguarda questo o quell´aspetto della società ma che è di tutta la nostra società.

E allora si tratta di un grande compito, immaginare l’Italia tra quindici anni e cominciare a costruirla. Un grande compito per un grande movimento politico, un grande movimento politico di popolo che certamente c’è, la percentuale di consenso è altissima, ma anche un movimento politico di idee, di proposte, di sintesi. E questa è la sfida. Non portare la nostra identità, non portare la nostra bandiera, ma portare la nostra capacità di leggere la società italiana e di individuare ciò che è necessario per dare una risposta ai problemi.

Sarebbe una dimostrazione di enorme miopia pensare al Popolo della libertà soltanto con l’ottica della fusione di organigrammi. Anche a costo di apparire presuntuoso, di farmi sfottere dai giornalisti domani, lasciatemi citare De Gaulle: «La politique d’abord, l’intendence suivra». Come saranno organizzate le federazioni o come sarà organizzato il nuovo partito è certamente importante, ma non può essere l’oggetto dell’attenzione, della preoccupazione, e men che meno la ragione per la quale si va convintamente nel Pdl. Perché la questione è innanzitutto quale progetto per l’Italia di domani, quali idee, quali politiche, quali sintesi, quali provocazioni se si vuole. Ci dobbiamo mettere tutti in discussione, a partire da me. Sono cosciente, accetto la sfida. Tutti in discussione. Per qualcuno verranno meno le rendite di posizione, per qualche altro si apriranno delle opportunità forse inaspettate, positive, ma la sfida va affrontata. Siamo coscienti. Non dobbiamo aver paura nemmeno che questa alleanza, questo incontro, questo fatto storico possa in qualche modo annacquare l’identità, farcela perdere. C’è stato una sorta di mantra autoconsolatorio, che ho sentito tante volte. È giusto che sia così, ma attenzione - amici miei - alcune perplessità c’erano anche a Fiuggi. Qualcuno se ne andò addirittura, perché pensava fosse impossibile mantenere una identità dando vita ad Alleanza nazionale. Poi qualcuno nel nome dell’identità ha cercato altre strade che si sono rivelate dei viottoli chiusi. Ma chiusi non dalle nomenclature, chiusi dagli elettori. Gli elettori hanno scelto il 18 di aprile, non c’era il nostro simbolo sulla scheda, c’era il Pdl e poi c’era chi orgogliosamente diceva “io sono la destra”. E il risultato è noto.

L’identità non è come la coperta di Linus, autoconsolatoria. L’identità non si garantisce con gli slogan roboanti, con la declamazione, con la retorica più o meno muscolare della propaganda. L’identità, quando è basata su dei valori, deve essere capacità di dare delle risposte, indicare delle strade, di orientare un cammino, ed è la ragione per la quale non ci dobbiamo preoccupare nel Pdl della nostra identità. Ci dobbiamo preoccupare dell’identità degli italiani tra dieci, quindici anni perché se la stella polare è quella di cui abbiamo parlato all’inizio, l’amore per la nostra terra, l’amore per la nostra patria, la sfida è quella: come sarà l’Italia tra dieci anni, quale sarà l’identità che avrà il nostro Paese. E dobbiamo cominciare a costruirla questa identità, coniugando modernità e tradizione che è da sempre, in qualche modo, il binario obbligato della destra italiana. E, badate, le sfide ci sono. Sono enormi. Io vorrei che il Pdl non si confrontasse tra ex An e Forza Italia e gli ex degli altri partiti, io vorrei che il Pdl cominciasse a tentare di fornire risposte ad alcuni problemi che bussano già alla porta, che in alcuni casi sono già entrati. Non è forse vero che la nostra società tra dieci, quindici anni sarà molto diversa da quella che è oggi? E che sarà per la prima volta nella storia del popolo italiano una società multietnica, una società multireligiosa? Quando ci si confronta con la questione della immigrazione, non lo si può fare soltanto con la logica - pur giusta - di chi vuole più ordine più sicurezza e, quindi, necessariamente vuole che ci sia l’espulsione del clandestino.

Non è questa la questione. La vera grande questione è che siamo in un Paese che demograficamente è sempre più vecchio e in cui inevitabilmente saranno sempre di più coloro che nel prossimo futuro saranno italiani senza essere figli di italiani, con altre storie alle spalle, con altre identità, con altre culture. È una grande sfida che l’Italia non ha mai vissuto rispetto agli altri Paesi. È una sfida in cui diventa essenziale avere le idee chiare, distinguere l’assimilazione dalla integrazione. Avere ben chiaro il significato importante della lingua, avere ben chiaro che una società multietnica tende necessariamente a essere una società di tipo multireligioso, il che non vuol dire ovviamente dar vita a una sorta di agnosticismo. Da questo punto di vista l’identità del popolo italiano in termini religiosi è chiaramente orientata a quello che è l’insegnamento cristiano e cattolico. Ma ci sarà sempre di più il confronto con altre religioni in Italia. Una società multirazziale, una società che pone dei problemi in termini educativi, in termini di garanzie, di diritti, perché se vogliamo essere coerenti con quel che diciamo, se il primato è sempre e solo della persona umana, risulta poi evidente che non puoi discriminare - se il primato è della persona umana - se si tratta di un immigrato, fosse anche clandestino.

È una grande sfida, è una sfida che non si affronta con la retorica, non si affronta con lo slogan, non si affronta mostrando i muscoli, si affronta se c’è con la capacità di pensare, di dare una risposta in termini culturali. Guardate ciò che accade fuori dai nostri confini. Anche perché come se non bastasse una società sempre più multietnica, nel cuore del Mediterraneo, pone a noi italiani il problema del tutto nuovo del rapporto con l’Islam. E pone il problema del rapporto con l’Islam in un momento in cui il crinale tra scontro tra civiltà e il dialogo tra le civiltà è ancora incerto con tutto ciò che ne consegue. Da questo punto di vista, credo che sia evidente che l’integralismo, ogni forma di integralismo, è un additivo formidabile per chi lavora nella prospettiva di uno scontro tra civiltà. E non credo che il Pdl, il partito del 40 per cento, che vuole immaginare il futuro del nostro Paese tra dieci anni, possa schierarsi inconsapevolmente o meno in una logica di scontro. Dobbiamo necessariamente favorire un colloquio, favorire un’intesa nel rispetto - è ovvio - delle identità, ma in una politica che è basata sul ripudio di ogni ipotesi di superiorità o di fondamentalismo.

È una sfida culturale - amici miei - e la sinistra italiana in queste questioni non è stata ancora in grado di fornire delle risposte convincenti. Adesso tocca a noi. Il consenso va e viene anche in ragione della capacità che si ha di intercettare non soltanto le paure, ma di intercettare e rispondere positivamente alle speranze degli italiani. E ancora, che cosa vuol dire pensare l’Italia tra dieci, quindici anni? Significa pensare a che cosa può determinare la diffusione sempre più ampia nella società di quello che, giustamente, è chiamato il relativismo morale, l’assenza di principi, la confusione che sempre di più si fa tra ciò che è giusto e ciò che non lo è. E credo che la risposta in termini culturali, in termini educativi, partendo dai più giovani, debba essere da parte nostra nella divulgazione di quella che mi piace chiamare un’etica, un’etica repubblicana dei doveri, per la quale sia del tutto evidente in un ideale pantheon, visto che tanto se ne è parlato, non della destra, ma un pantheon della società italiana nel prossimo decennio ci devono essere quelle figure che proprio nel nome del dovere e delle istituzioni hanno sacrificato la loro vita. Non si combatte il relativismo, il”chi me lo fa fare”, il non distinguere più ciò che è giusto da ciò che non lo è, se non affermando l’etica del dovere e il premio che necessariamente una società deve saper riconoscere a chi per quel dovere si sacrifica. E ringrazio chi, credo sia stato Fabio Granata, ha voluto ricordare - quando di parla di identità - un orgoglioso militante del Fuan di tanti anni fa: il giudice Borsellino. Lo ricordiamo non perché è stato militante del Fuan.

E ancora, senza annoiarvi, pensare all0Italia di domani significa cominciare a porsi quesiti di questa natura. C’è in atto un’evidente crisi del liberal-capitalismo. È pensabile la crisi delle liberal-democrazie? Perché chi conosce la storia sa che i due assetti sono nati e si sono sviluppati insieme. E qual è la risposta che deve venire dall’Italia? Un’Italia che non può essere soltanto una periferia, ma dovrebbe tornare a essere la fucina da cui nascono le idee, il luogo che alimenta un dibattito che non sia soltanto all’interno dei confini nazionali. E ancora, c’è il rischio di una atomizzazione sociale. Non è in discussione soltanto la coesione Nord-Sud, sono sempre meno stretti i rapporti che legano gli italiani tra di loro, persino i padri con i figli. L’essenziale è che a un egoismo diffuso si contrapponga una pratica di solidarietà altrettanto diffusa. E ancora una volta non è un quesito culturale, è una sfida politica. E come farlo, come tradurlo in un’iniziativa di legge, perché il Pdl è il pilastro del governo italiano e prevedibilmente lo sarà per tutta la legislatura e forse anche per la prossima. Non possiamo gestire il consenso con una politica contro l’attuale opposizione. Cerchiamo di gestire il consenso immaginando l’Italia di domani e dimostrando semmai che l’attuale opposizione non le sa dare le risposte perché magari non la immagina l’Italia di domani.

Ecco, non sono sfide facili. Sono certamente sfide ardue, sono sfide che non si possono affrontare con la logica autoreferenziale del partito che ha il perimetro delimitato del proprio consenso. Se il compito fosse stato quello tanto valeva allora tenersi An, sperare che dal 12 diventassimo il 13, il 14. Non si risponde alla sfida che il futuro già porta in ogni casa nostra e dentro ogni casa europea con la logica di chi ancora intimamente è con la testa nel secolo scorso. Ed è una ragione per la quale dobbiamo superarle le colonne d’Ercole, dobbiamo pensare in grande, volare alto. Dobbiamo cercare di fornire le risposte di cui la società italiana ha bisogno. Si può raccogliere il consenso alimentando la paura, si deve raccogliere il consenso offrendo la speranza e la certezza con un’azione coerente, di riuscire a costruirlo quel domani. Credo che questo sia il grande compito del Pdl, un grande movimento di popolo, che deve essere al tempo stesso un grande movimento di idee. Sarà la sfida più difficile: dimostrare che davvero è cambiato molto non dal 1946, ma dal 1994. Nel ‘94 noi, i figli degli esuli in patria furono chiamati a fare i conti con il loro passato.

Oggi, da protagonisti in patria, noi di An siamo chiamati a cominciare i conti con gli italiani di domani. È una prospettiva del tutto diversa, è una grande storica missione che va vissuta con entusiasmo, nel Pdl entrino coloro che ci credono. Entrino coloro che hanno per davvero amore per l’Italia. Entrino coloro che credono nella bontà delle loro e delle nostre idee, perché lasciatemi concludere con uno slogan della nostra giovinezza, con la semplicità e al tempo stesso l’efficacia degli slogan: se si ha paura vuol dire che o non valgono nulla le idee in cui si crede o non vale nulla chi ha paura. Non dobbiamo aver paura del futuro, dobbiamo avere coscienza della possibilità di costruirlo fin da oggi. Dobbiamo gettare il cuore oltre l’ostacolo e impegnarci con la stessa tenacia con cui l’abbiamo fatto per tanti anni. Oggi finisce Alleanza nazionale, nasce il Popolo della libertà, continua il nostro amore per l’Italia”.

Dritti sulla cima del mondo noi scagliamo ancora una volta la nostra sfida alle stelle.