VALIDO IL VOLUME DI  DARIO COMPOSTA SU TEOLOGIA E DIRITTO (LEV)

Mi occupo di un libro impegnativo e scomodo: impegnativo perché scomodo e scomodo perché impegnativo.

Che questo ponderoso saggio di Dario Composta (La Chiesa visibile. La realtà teologica del diritto ecclesiale, edito dalla Libreria editrice vaticana) sia impegnativo è dimostrato dal ricchissimo apparato di note che infarcisce le cinquecento e più pagine del testo, la cui lettura è indispensabile se non si vuole perdere la ragione intima dei ragionamenti dell’Autore.

Che sia anche scomodo lo si comprende appieno anche sulla base di alcuni indizi. Per esempio, quest’opera ha come argomento il ruolo della teologia giuridica nella contemporanea visione dell’ecclesiologia. Ebbene l’opera di Dario Composta viene sottaciuta sia nel recente Dizionario di ecclesiologia, curato da studiosi cattolici perlopiù legati all’Università Pontificia Lateranense, sia nell’ancor più recente Dizionario storico-religioso del novecento, curato anch’esso da studiosi cattolici legati perlopiù alla cosiddetta Scuola di Bologna.

Che cosa ha di tanto scomodo il libro di Composta? E’ presto detto: l’idea che teologia e diritto canonico debbano, scritturisticamente e storicamente, considerarsi inscindibili. Eppure è proprio così, dal momento che -quando uscì per la prima volta nel 1985 - il cardinale Joseph Ratzinger appose la propria firma alla presentazione, in cui scrive: “Una teologia del diritto canonico quale parte essenziale dell’ecclesiologia è divenuta un compito urgente”.

Per questo compito urgente Composta, che ha insegnato per anni Teologia del diritto alla Pontificia Università Urbaniana, sfida anche alcuni luoghi comuni in ambito esegetico e storiografico. Per esempio, contesta che san Paolo “sia contrario al diritto in genere e al diritto nella Chiesa”.
Perché sorge la necessità di una teologia del diritto?

Per tre ordini di ragioni.

La prima. Occorre evitare il rischio in cui incorrono molti teologi morali che pongono sullo stesso piano le leggi civili e le leggi canoniche riguardo ai conflitti di coscienza. Osserva Composta: “Ora tutto ciò ci sembra inesatto, non fosse altro per il fatto che nella legge canonica in non pochi casi (...) opera un obbligo animato dalla fede soprannaturale e non dalla sola giustizia umana, come avviene nelle leggi civili”.

La seconda. Non si può considerare esaustivo il ius publicum ecclesiasticum, perché fra teologia del diritto e ius publicum ecclesiasticum “il fine e la formalità differiscono notevolmente”.

La terza. “Una filosofia giuridica teistica (...) non può esaurire - anche nell’ambito a lei proprio di una teodicea del sociale- tutti i temi della legge naturale e della legge eterna”.

Merito del libro è di non tralasciare anche lo sforzo della teologia ortodossa e protestante, le quali “già da trent’anni sono impegnate nei problemi della teologia del diritto: basti solo accennare ai bei nomi di K. Barth, J. Heckel, E. Brunner, J. Ellul, E. Wolf, W. Schilling, H. Dumbois ...”. Inoltre, “chi abbia seguito negli anni 1965-1984 le pubblicazioni delle riviste di diritto canonico (...) non stenterà ad accorgersi del graduale spostamento degli interessi esegetici del Codice di diritto canonico verso questioni ecclesiologiche sul diritto”.

Il sistema di ragionamento che attraversa il libro si basa su due pilastri: “Noi partiamo da alcuni dati biblici di indiscusso contenuto giuridico, la cui giustificazione teologica può essere data sotto diverse prospettive, ma comunque sempre regolata dalla Rivelazione. Che una tale giustificazione si chiami teologia del diritto, giurisprudenza sacra, filosofia soprannaturale del sociale, visione soprannaturale del diritto, poco importa; l’importante è che tutti ammettano due cose: che nella Bibbia esistono pronunciamenti giuridici che si prestano ad una tematica e problematica, se non anche ad una sistematica, e che essi siano considerati come tali dalla teologia nel decorso della storia”.

Mi fermo alla soglia dell’uscio. Evito così di entrare negli anfratti di un libro complesso. Complicherò la vita ai lettori, così facendo, ma non toglierò loro il piacere di scoprire un gran bel libro.

 Giuseppe Di Leo (Giugno 2011)