Considerazioni finali

                                            Assemblea Ordinaria dei Partecipanti

                                          anno 2010 – centodiciassettesimo esercizio

                                                                              Roma, 31 maggio 2011

 

BANCA D’ITALIA Considerazioni finali 31.5. 2010

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Signori Partecipanti, Autorità, Signore, Signori,

 

quando presi per la prima volta la parola di fronte a quest’Assemblea, il

31 maggio del 2006, dissi di avvertire, fra le altre, la responsabilità di guidare

la Banca d’Italia al cambiamento, in tutto il suo vasto campo di funzioni:

“contribuire in maniera sostanziale al disegno e all’attuazione della politica

monetaria nell’area dell’euro; adeguare la Vigilanza ai nuovi principi internazionali,

espandendone e rafforzandone l’azione; tornare a proporre la Banca

quale consigliere autonomo, fidato, del Parlamento, del Governo, dell’opinione

pubblica”.

La Banca ha risposto. Lo ha fatto grazie al suo patrimonio di competenze;

grazie alla sua indipendenza.

In questi cinque anni abbiamo cambiato la struttura, l’organizzazione, le

procedure di lavoro della Banca.

Il numero di Filiali è passato da 97 a 58. La rete, oggi più efficiente, può

rispondere meglio alle domande delle comunità locali.

È stato soppresso l’Ufficio Italiano dei Cambi (UIC). È stata creata l’Unità

di Informazione Finanziaria, con il compito di prevenire e contrastare il riciclaggio

di fondi illeciti e il finanziamento del terrorismo internazionale.

La Banca d’Italia e l’UIC impiegavano insieme nel 2005 quasi 8.500

persone; siamo ora poco più di 7.000.

Il percorso di cambiamento andrà proseguito con determinazione, con

spirito innovativo. Contiamo sulla collaborazione di tutti.

La compagine del personale è la nostra ricchezza. Continuiamo ad affinare

le modalità di assunzione, puntiamo sullo sviluppo professionale, consapevoli

che il nostro futuro è nel capitale di conoscenze e abilità delle donne e degli

uomini che lavorano nell’Istituto.

Lo scorso 18 dicembre è precocemente mancato Tommaso Padoa-

Schioppa. Entrato in Banca d’Italia nel 1968 ne è uscito dopo quasi trenta

anni da Vice Direttore Generale per rivestire gli incarichi di Presidente della

Consob, membro del Comitato esecutivo della Banca centrale europea, Ministro

dell’Economia e delle finanze. La sua morte priva il Paese delle sue doti di

intelligenza e passione civile. Lo ricorderemo qui con un convegno nel prossimo

dicembre, a un anno dalla scomparsa.

La Banca d’Italia è stata una fucina di quadri al servizio della nazione,

dell’Europa. Merito e indipendenza: sono queste le condizioni essenziali per

la credibilità delle sue analisi, per l’efficacia della sua azione. Sono valori da

preservare, se si vuole che il Paese continui a giovarsi di una voce autorevole e

senza interessi di parte. Sono stati i principi guida del mio mandato.

Il mondo dopo la crisi

La risposta delle politiche economiche alla crisi del 2008-09 è stata tempestiva,

efficace, coordinata fra paesi. Il sostegno delle politiche di bilancio, l’immissione

di liquidità per sostenere i mercati sono stati senza precedenti storici.

È stato evitato il collasso del sistema finanziario internazionale. Possiamo trarre

oggi alcune lezioni da questa crisi: la rete di protezione sociale, che ha tenuto,

è essenziale; i dissesti bancari vanno gestiti; la cooperazione internazionale,

fondamentale durante l’emergenza, lo rimane nella ricostruzione del sistema.

Nel 2010 l’economia globale è tornata a crescere a ritmi prossimi al 5 per

cento. Prosegue nei paesi emergenti l’uscita dalla povertà di ingenti masse,

pur frenata dal rincaro dei beni alimentari. Il sistema finanziario, nel suo

complesso, si sta gradualmente risanando.

Ma il lascito della crisi è pesante. Il gruppo delle economie più progredite,

con l’eccezione della Germania, stenta a ritrovare i ritmi di sviluppo precedenti;

la ripresa rimane troppo debole per riassorbire la disoccupazione. Nei

paesi emergenti, con tassi di crescita anche vicini al 10 per cento, iniziano a

manifestarsi segnali di inflazione; in alcuni di essi gli afflussi di capitale hanno

raggiunto i cospicui volumi del periodo pre-crisi.

Le politiche economiche energicamente impiegate nei paesi avanzati per

contrastare gli effetti più dirompenti della crisi hanno esaurito i margini di

azione. Il debito pubblico complessivo di questi paesi, pari al 73 per cento del

PIL nel 2007, supererà quest’anno il 100 per cento. I premi per il rischio sul

debito pubblico crescono ovunque, in misura drammatica nelle economie in cui

il deterioramento delle finanze pubbliche è stato massimo. Nell’area dell’euro la

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crisi del debito sovrano di tre paesi – che rappresentano insieme il 6 per cento

del PIL dell’area – ha il potenziale per esercitare rilevanti effetti sistemici.

Occorre riportare sotto controllo i bilanci pubblici. Una prolungata politica

espansiva mina la sostenibilità del debito, danneggia la crescita economica.

In Europa il riequilibrio è iniziato. Era improcrastinabile, nonostante la debolezza

della ripresa.

Il repentino ritorno alla crescita delle economie emergenti, eventi climatici

avversi e i sommovimenti socio-politici nell’area mediterranea e mediorientale

hanno generato pressioni al rialzo nei prezzi delle materie prime energetiche e

alimentari, cresciuti negli ultimi sei mesi del 30 per cento.

Il rischio di inflazione è in aumento. Le politiche monetarie devono ora

iniziare un percorso di rientro, per impedire che si formino attese inflazionistiche.

Gli squilibri nelle bilance dei pagamenti di parte corrente tra grandi paesi

debitori e creditori, uno degli elementi sottostanti la crisi, sono tornati ad

ampliarsi. Differenze nella propensione al risparmio e nella composizione della

domanda interna, rigidità nelle politiche dei cambi sono i principali fattori che

li alimentano.

Il Gruppo dei Venti (G20) è oggi impegnato in una politica economica

globale che mira a promuovere una crescita solida, sostenibile e bilanciata.

Gli squilibri nei pagamenti internazionali sono però destinati a durare

e dovranno essere finanziati. È perciò cruciale che il sistema finanziario sia

solido. La riforma delle regole rimane una priorità dell’agenda internazionale;

va completata.

La riforma della finanza

Passi importanti sono già stati fatti. Grazie a una cooperazione internazionale

che non ha precedenti, le misure introdotte renderanno il sistema finanziario

molto più solido. Tutti i principali paesi hanno ripensato i propri sistemi

di regolamentazione e di supervisione lungo tre direttrici: contenere i rischi

per la stabilità, accrescere la collaborazione tra autorità, ampliare l’ambito di

applicazione delle regole.

Con Basilea 3 sono stati definiti per le banche requisiti di capitale più

elevati, ne è stata innalzata la qualità. Sono stati introdotti limiti alla leva

finanziaria. Sono state approvate nuove regole sulla liquidità.

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Abbiamo eliminato molti degli incentivi perversi che davano luogo all’assunzione

di rischi eccessivi nelle operazioni di cartolarizzazione, agendo sul

ruolo delle agenzie di rating, sulle regole contabili, sulle misure prudenziali.

Trasparenza e riduzione del rischio sistemico guidano la riforma degli

scambi di derivati over-the-counter: standardizzazione dei contratti, compensazione

centralizzata, requisiti di capitale più esigenti, obbligo di raccolta delle

informazioni presso i trade repositories sono i pilastri del nuovo sistema.

La riforma non è però ancora completa: occorre affrontare e ridurre l’azzardo

morale delle istituzioni finanziarie sistemiche (Systemically Important

Financial Institutions, SIFI); occorre accrescere la trasparenza e contenere i

rischi generati dal “sistema bancario ombra”, zona grigia tra il settore regolamentato

e quello non regolamentato.

O perché hanno ricevuto aiuti pubblici, necessari nel momento più acuto

della crisi a evitare fallimenti dalle conseguenze devastanti, o perché gli Stati

hanno loro offerto garanzie più o meno esplicite, diffusa è la convinzione che

le banche più grandi non possano fallire. Ne derivano serie distorsioni alla

concorrenza ma soprattutto il fatto inaccettabile che i guadagni spettano ai

privati, le perdite alla collettività.

Le SIFI devono poter fallire, se necessario: in modo ordinato, mantenendo

in vita le funzioni essenziali della banca e del sistema dei pagamenti,

senza che i costi del loro dissesto siano sostenuti dai contribuenti, ma dagli

azionisti e da alcune categorie di creditori. A iniziare da quelle di dimensione e

natura globali, esse dovranno inoltre avere una maggiore capacità di assorbire

le perdite. Il capitale di qualità primaria (common equity) rimane essenziale per

raggiungere questo obiettivo.

La vigilanza su queste istituzioni dovrà essere più intensa, commisurata ai

rischi che esse possono generare. Ciò richiede, in molti paesi, un deciso rafforzamento

dei poteri e dell’indipendenza delle autorità.

Il Financial Stability Board (FSB) presenterà al summit di novembre del

G20 precise raccomandazioni.

Nel sistema bancario ombra si formava prima della crisi una buona parte

della leva finanziaria e del rischio di liquidità. Il primo obiettivo dell’FSB è fare

in modo che i mercati possano valutare adeguatamente i rischi in questo settore.

Seguiranno regole riguardanti quelle attività del sistema bancario ombra che

possono generare rischi sistemici. Nel disegnare il nuovo perimetro della regolamentazione

l’FSB si concentra su quelle entità non regolate che effettuano

intermediazione creditizia con trasformazione di scadenze e che sono quindi

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soggette a rischi di liquidità. Occorre estendere il perimetro seguendo il principio

che attività e rischi simili devono essere soggetti alle stesse regole.

È ora cruciale assicurare la piena attuazione delle nuove regole, secondo i

tempi previsti, in tutte le giurisdizioni. Gli Stati Uniti e l’Europa hanno una

responsabilità fondamentale. Gli interessi nazionali non devono prevalere; ne

va della credibilità delle riforme, della stessa stabilità finanziaria. Gli intermediari

non possono chiedere regole comuni per assicurare un terreno uniforme

di gioco a livello internazionale e, al contempo, cercare vantaggi competitivi

tramite applicazioni meno rigide a livello nazionale.

L’euro e l’Europa

Nel complesso dell’area dell’euro il deficit di bilancio dovrebbe attestarsi

quest’anno attorno al 4,5 per cento del PIL, meno della metà di quello statunitense

e giapponese; il debito pubblico, all’88 per cento del PIL, è pure inferiore a

quello statunitense e lontano dai valori giapponesi; il saldo corrente della bilancia

dei pagamenti è pressoché in pareggio. La ripresa economica si sta consolidando,

con una crescita prevista per quest’anno non lontana dal 2 per cento.

L’Unione economica e monetaria europea si trova tuttavia di fronte alla

prova più difficile dalla sua creazione.

Il debito pubblico in Irlanda, Grecia e Portogallo è cresciuto in tre anni, in

rapporto al PIL, rispettivamente di 71, 37 e 25 punti percentuali.

La sorveglianza europea sulle politiche di bilancio nazionali, indebolita a

metà dello scorso decennio su iniziativa dei tre più grandi paesi, si è dimostrata

carente proprio nel momento in cui diventava essenziale. Un semplice esercizio

contabile mostra che, se le regole fissate dal Patto di stabilità e crescita fossero

state sempre rispettate, alla vigilia della crisi l’incidenza del debito pubblico sul

PIL sarebbe stata inferiore di oltre 10 punti nell’area dell’euro, di 30 in Grecia.

Anche considerando inevitabile il peggioramento dei deficit pubblici osservato

nella crisi, alla fine dello scorso anno nessun paese dell’area avrebbe avuto un

debito superiore al 100 per cento del PIL.

Per lungo tempo la moneta unica ha velato le differenze tra paesi membri

nelle condizioni di fondo e nelle politiche economiche, l’assenza di regole

comuni realmente vincolanti. Per lungo tempo i premi per il rischio non

hanno rivelato la verità.

La crisi globale ha acuito la percezione del rischio da parte degli investitori e

ha portato alla luce alcune debolezze nella costruzione dell’Unione. I differenziali

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di rendimento sui titoli degli stati membri si sono ampliati; a volte il processo è

stato così repentino da far rischiare la paralisi di alcuni segmenti di mercato.

Nell’emergenza i governi e le autorità comunitarie hanno reagito con

misure eccezionali, al fine di contenere il rischio di contagio e salvaguardare la

stabilità finanziaria dell’area. Sono stati concessi, in cooperazione con il Fondo

monetario internazionale, prestiti condizionati a rigorosi piani di aggiustamento

che i paesi in difficoltà si sono impegnati a rispettare.

Non esistono scorciatoie. La risposta alla crisi del debito sta innanzitutto

nelle politiche nazionali, nella piena attuazione dei piani correttivi concordati.

Alla solidarietà tra i paesi membri dell’Unione devono corrispondere

senso di responsabilità e rispetto delle regole. Il sostegno finanziario da parte

dei governi dell’area dell’euro serve ai paesi per procedere alle correzioni al

riparo dalla volatilità dei mercati. Non è un trasferimento fiscale tra paesi ed è

soggetto a condizioni stringenti.

La strada del risanamento è percorribile. Ho ricordato spesso negli ultimi

mesi l’esperienza italiana all’inizio degli anni Novanta, quando il nostro paese

si trovò ad affrontare una gravissima crisi di fiducia nella sostenibilità del suo

debito pubblico. In quel periodo dovevamo collocare sul mercato ogni anno

titoli per un ammontare pari, in termini reali, a dieci volte il fabbisogno di

finanziamento annuo della Grecia oggi, a due volte come incidenza sul PIL.

L’Italia seppe uscire dalla crisi senza bisogno di aiuti esterni, grazie a un ambizioso

piano di consolidamento fiscale, a riforme strutturali importanti e all’attuazione

di un programma di privatizzazioni per circa il 10 per cento del PIL.

Oltre l’emergenza, alcuni passi importanti per affrontare le fragilità di

fondo della costruzione europea, note ma a lungo trascurate, sono già stati

intrapresi.

Le proposte della Commissione e del Consiglio dell’Unione europea

rafforzano la sorveglianza sulle politiche di bilancio. Possono essere rese più

ambiziose accrescendo il grado di automatismo delle procedure, proteggendole

dalla discrezionalità dei negoziati politici. Un’importante influenza in

questo senso può essere esercitata dal Parlamento europeo.

Come auspicato, una disciplina simile a quella in vigore sui bilanci pubblici

sarà estesa alla sorveglianza delle situazioni di squilibrio macroeconomico, con

particolare attenzione alle condizioni dei conti con l’estero dei paesi.

Rafforzare la competitività e la convergenza delle economie nazionali è

l’impegno preso con il Patto euro plus, che dovrebbe essere tuttavia più cogente.

Le nuove autorità di vigilanza europee sono operative dall’inizio dell’anno.

Il Comitato europeo per il rischio sistemico (ESRB) sta costruendo le fonda

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menta del sistema volto a prevenire e, nel caso, a gestire situazioni critiche per

la stabilità finanziaria. L’Autorità bancaria europea (EBA) unificherà regole e

prassi di vigilanza, oggi frammentate a livello nazionale.

La politica monetaria

L’Eurosistema ha avuto un ruolo cruciale nel contrastare gli effetti della

crisi. La credibilità acquisita negli anni ha permesso di mantenere ancorate le

aspettative di inflazione e di agire con la rapidità e la flessibilità imposte da

circostanze fuori dell’ordinario.

La Banca centrale europea (BCE) ha evitato, con misure volte ad assicurare

liquidità ai mercati, il collasso del sistema finanziario; ha ridotto rapidamente

il tasso di riferimento all’1 per cento, il livello più basso mai raggiunto

dai tassi ufficiali nei paesi dell’area.

Dalla fine dello scorso anno i forti rincari delle materie prime si sono

riflessi in un aumento dell’inflazione sopra il 2 per cento. Il Consiglio direttivo

della BCE ha ribadito la determinazione a evitare che, al di là degli inevitabili

effetti di breve periodo, l’andamento dei prezzi internazionali si traduca in un

deterioramento delle aspettative di inflazione: nella riunione di inizio aprile

ha aumentato i tassi ufficiali di 25 punti base. Anche dopo questa misura le

condizioni monetarie rimangono accomodanti.

Le serie ripercussioni della crisi del debito sovrano sul funzionamento

del settore finanziario hanno richiesto che si adottassero misure eccezionali,

come già avvenuto tra il 2008 e il 2009, nelle fasi più acute della crisi finanziaria.

Sono state riattivate misure straordinarie di rifinanziamento al sistema

bancario in precedenza interrotte; è stato avviato un programma di acquisti di

titoli sovrani emessi nell’area (Securities Markets Programme, SMP).

Si tratta di misure per loro natura temporanee volte a preservare il meccanismo

di trasmissione della politica monetaria e, nel caso dell’SMP, di ammontare

limitato e con piena sterilizzazione degli effetti sulla base monetaria.

La BCE ha il compito di assicurare la stabilità dei prezzi nel medio

periodo; la stabilità monetaria è il suo fondamentale contributo alla crescita.

Le future decisioni di politica monetaria saranno sempre guidate da questo

obiettivo primario. Né la presenza di rischi sovrani, né la dipendenza patologica

di alcune banche dal finanziamento della BCE possono far deflettere da

questo obiettivo.

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Spetta alle autorità governative accelerare il consolidamento delle finanze

pubbliche e attuare riforme strutturali che innalzino il potenziale di crescita

delle economie. Spetta agli intermediari proseguire con decisione sulla strada

del risanamento dei bilanci e del rafforzamento patrimoniale.

L’economia italiana

In Italia il disavanzo pubblico, prossimo quest’anno al 4 per cento del PIL,

è inferiore a quello medio dell’area dell’euro; nelle previsioni ufficiali scenderà

al di sotto del 3 per cento nel 2012. Il debito è tuttavia vicino al 120 per cento

del prodotto.

Appropriati sono l’obiettivo di pareggio del bilancio nel 2014 e l’intenzione

di anticipare a giugno la definizione della manovra correttiva per il 2013-14.

Grazie alle riforme previdenziali avviate dalla metà degli anni Novanta, a

un sistema bancario che non ha richiesto salvataggi pubblici, a una prudente

gestione della spesa durante la crisi, lo sforzo che ci è richiesto è minore che in

molti altri paesi avanzati.

Senza sacrificare la spesa in conto capitale oltre quanto già previsto nello

scenario tendenziale e senza aumentare le entrate, la spesa primaria corrente

dovrà però ancora contrarsi, di oltre il 5 per cento in termini reali nel triennio

2012-14, tornando, in rapporto al PIL, sul livello dell’inizio dello scorso

decennio.

Per ridurre la spesa in modo permanente e credibile non è consigliabile

procedere a tagli uniformi in tutte le voci: essi impedirebbero di allocare le

risorse dove sono più necessarie; sarebbero difficilmente sostenibili nel medio

periodo; penalizzerebbero le amministrazioni più virtuose. Una manovra cosiffatta

inciderebbe sulla già debole ripresa dell’economia, fino a sottrarle circa

due punti di PIL in tre anni.

Occorre invece un’accorta articolazione della manovra, basata su un esame

di fondo del bilancio degli enti pubblici, voce per voce, commisurando gli stanziamenti

agli obiettivi di oggi, indipendentemente dalla spesa del passato; affi-

nando gli indicatori di efficienza dei diversi centri di servizio pubblico (uffici,

scuole, ospedali, tribunali) al fine di conseguire miglioramenti capillari nell’organizzazione

e nel funzionamento delle strutture; proseguendo negli sforzi già

avviati per rendere più efficienti le amministrazioni pubbliche; impiegando

una parte dei risparmi così ottenuti in investimenti infrastrutturali.

Andrebbero inoltre ridotte in misura significativa le aliquote, elevate, sui

redditi dei lavoratori e delle imprese, compensando il minor gettito con ulteBANCA

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riori recuperi di evasione fiscale, in aggiunta a quelli, veramente apprezzabili,

che l’Amministrazione fiscale ha recentemente conseguito.

Una manovra tempestiva, strutturale, credibile agli occhi degli investitori

internazionali, orientata a favore della crescita, potrebbe, anche

mediante una significativa riduzione dei premi al rischio che gravano sui

tassi d’interesse italiani, sostanzialmente limitare gli effetti negativi sul

quadro macroeconomico.

Il federalismo fiscale può aiutare, responsabilizzando tutti i livelli di

governo, imponendo rigidi vincoli di bilancio, avvicinando i cittadini alla

gestione degli affari pubblici. Due condizioni sono cruciali: che i nuovi

tributi locali siano compensati da tagli di quelli decisi centralmente e non vi

si sommino; che si preveda un serrato controllo di legalità sugli enti a cui il

decentramento affida ampie responsabilità di spesa.

La crescita

Dall’avvio della ripresa, nell’estate di due anni fa, l’economia italiana ha

recuperato soltanto 2 dei 7 punti percentuali di prodotto persi nella crisi. Nel

primo trimestre di quest’anno il ritmo di espansione è stato appena positivo.

Nel corso dei passati dieci anni il prodotto interno lordo è aumentato in

Italia meno del 3 per cento; del 12 in Francia, paese europeo a noi simile per

popolazione. Il divario riflette integralmente quello della produttività oraria:

ferma da noi, salita del 9 per cento in Francia. Il deludente risultato italiano è

uniforme sul territorio, da Nord a Sud.

Se la produttività ristagna, la nostra economia non può crescere.

Il sistema produttivo perde competitività. Si aprono disavanzi crescenti

nella bilancia dei pagamenti correnti. Si inaridisce l’afflusso di investimenti

diretti: nel decennio sono entrati in Italia capitali per investimenti diretti pari

all’11 per cento del PIL, contro il 27 in Francia.

Le dinamiche retributive sono da noi modeste, non potendo troppo

discostarsi da quelle della produttività: la domanda interna ne risente. Le retribuzioni

reali dei lavoratori dipendenti nel nostro paese sono rimaste pressoché

ferme nel decennio, contro un aumento del 9 per cento in Francia; i consumi

reali delle famiglie, cresciuti del 18 per cento in Francia, sono aumentati da noi

meno del 5, e solo in ragione di una erosione della propensione al risparmio.

La nostra produttività ristagna perché il sistema non si è ancora bene

adattato alle nuove tecnologie, alla globalizzazione. Capirne le ragioni è stato

l’obiettivo di molta parte della ricerca svolta in Banca d’Italia negli ultimi anni.

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Ne ho dato conto più volte, in primo luogo in questa sede. Le nostre analisi

chiamano in causa la struttura produttiva italiana, più frammentata e statica

di altre, e politiche pubbliche che non incoraggiano, spesso ostacolano, l’evoluzione

di quella struttura.

Va affrontato alla radice il problema di efficienza della giustizia civile: la

durata stimata dei processi ordinari in primo grado supera i 1.000 giorni e

colloca l’Italia al 157esimo posto su 183 paesi nelle graduatorie stilate dalla

Banca Mondiale; l’incertezza che ne deriva è un fattore potente di attrito nel

funzionamento dell’economia, oltre che di ingiustizia. Nostre stime indicano

che la perdita annua di prodotto attribuibile ai difetti della nostra giustizia

civile potrebbe giungere a un punto percentuale.

Occorre proseguire nella riforma del nostro sistema di istruzione, già in

parte avviata, con l’obiettivo di innalzare i livelli di apprendimento, che sono

tra i più bassi nel mondo occidentale anche a parità di spesa per studente.

Troppo ampi restano i divari interni al Paese: tra Sud e Nord, tra scuole della

stessa area, anche nella scuola dell’obbligo. Nell’università è desiderabile una

maggiore concorrenza fra atenei, che porti a poli di eccellenza in grado di

competere nel mondo; è ancora basso nel confronto internazionale il numero

complessivo di laureati. Secondo valutazioni dell’OCSE, il distacco del

sistema educativo italiano dalle migliori pratiche mondiali potrebbe implicare

a lungo andare un minor tasso di crescita del PIL fino a un punto percentuale.

La concorrenza, radicata in molta parte dell’industria, stenta a propagarsi

al settore dei servizi, specialmente quelli di pubblica utilità. Non si

auspicano privatizzazioni senza controllo, ma un sistema di concorrenza

regolata, in cui il cliente, il cittadino sia più protetto. La sfida della crescita

non può essere affrontata solo dalle imprese e dai lavoratori direttamente

esposti alla competizione internazionale, mentre rendite e vantaggi monopolistici

in altri settori deprimono l’occupazione e minano la competitività

complessiva del Paese.

L’Italia è indietro nella dotazione di infrastrutture rispetto agli altri principali

paesi europei, pur con una spesa pubblica che dagli anni Ottanta al

2008 è stata maggiore in rapporto al PIL. I programmi del Governo prevedono

che l’incidenza della spesa scenda all’1,6 per cento nel 2012, dal 2,5 del

2009; nella media dell’area dell’euro la spesa programmata per il 2012 è del

2,2 per cento del PIL, dal 2,8 del 2009. Incertezza dei programmi, carenze

nella valutazione dei progetti e nella selezione delle opere, frammentazione e

sovrapposizione di competenze, inadeguatezza delle norme sull’affidamento

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dei lavori e sulle verifiche degli avanzamenti producono da noi opere meno

utili e più costose che altrove.

I progetti finanziati dal Fondo europeo di sviluppo regionale vengono

eseguiti in tempi quasi doppi rispetto a quelli programmati, contro ritardi

medi di un quarto in Europa, e i costi eccedono i preventivi del 40 per cento,

contro il 20 nel resto d’Europa. Nell’alta velocità ferroviaria e nelle autostrade

i costi medi per chilometro e i tempi di realizzazione sono superiori a quelli di

Francia e Spagna, in una misura solo in parte giustificata dalle diverse condizioni

orografiche.

È necessario recuperare efficienza nella spesa, anche per sfruttare appieno

le risorse dei concessionari privati e quelle comunitarie, che non pesano sui

conti pubblici.

A oggi sono stati completati poco più del 60 per cento degli ampliamenti

concordati nel 1997 tra l’ANAS e la principale concessionaria autostradale

e meno del 30 di quelli decisi nel programma del 2004; il programma più

recente, del 2008, è ancora in fase di studio. Le opere da realizzare valgono

circa 15 miliardi. I fondi strutturali comunitari attualmente a nostra disposizione

sono stati spesi solo per il 15 per cento: quelli non spesi ammontano a

23 miliardi, a cui va associato il relativo cofinanziamento nazionale. Accelerare

tutti questi interventi darebbe un forte impulso all’attività economica.

La diffusione nell’ultimo quindicennio dei contratti di lavoro a tempo

determinato e parziale ha contribuito a innalzare il tasso di occupazione, ma

al costo di introdurre nel mercato un pronunciato dualismo: da un lato i lavoratori

in attività a tempo indeterminato, maggiormente tutelati; dall’altro una

vasta sacca di precariato, soprattutto giovanile, con scarse tutele e retribuzioni.

Riequilibrare la flessibilità del mercato del lavoro, oggi quasi tutta concentrata

nelle modalità d’ingresso, migliorerebbe le aspirazioni di vita dei giovani;

spronerebbe le unità produttive a investire di più nella formazione delle risorse

umane, a inserirle nei processi produttivi, a dare loro prospettive di carriera.

Le relazioni industriali devono favorire l’ammodernamento e la competitività

del sistema produttivo, nell’interesse di tutte le parti. Sono stati compiuti

passi per rafforzare il ruolo della contrattazione aziendale, ma la prevalenza di

quella nazionale, l’assenza di regole certe nella rappresentanza sindacale ancora

limitano la possibilità per i lavoratori di assumere impegni nei confronti

dell’azienda di appartenenza; ne attenuano la capacità di influire sulle loro

stesse prospettive di reddito e di occupazione.

La scarsa partecipazione femminile al mercato del lavoro è un fattore

cruciale di debolezza del sistema, su cui stiamo ora concentrando la nostra

14

ricerca. Oggi il 60 per cento dei laureati è formato da giovani donne: conseguono

il titolo in minor tempo dei loro colleghi maschi, con risultati in media

migliori, sempre meno nelle tradizionali discipline umanistiche. Eppure in

Italia l’occupazione femminile è ferma al 46 per cento della popolazione in

età da lavoro, venti punti meno di quella maschile, è più bassa che in quasi

tutti i paesi europei soprattutto nelle posizioni più elevate e per le donne con

figli; le retribuzioni sono, a parità di istruzione ed esperienza, inferiori del

10 per cento a quelle maschili. Il tempo di cura della casa e della famiglia a

carico delle donne resta in Italia molto maggiore che negli altri paesi: aiuterebbero

maggiori servizi e una organizzazione del lavoro volti a consentire una

migliore conciliazione tra vita e lavoro, una riduzione dei disincentivi impliciti

nel regime fiscale.

Il sistema di protezione sociale deve essere posto in grado di offrire, a chi

perde definitivamente il lavoro e ne cerca attivamente un altro, un sostegno

sufficiente; occorre che la sorte di chi lavora in aziende che non hanno più

prospettive di mercato sia resa meno drammatica, anche per non ostacolare il

fisiologico ricambio delle imprese.

Imprese e finanza

Fra gli imprenditori e i lavoratori italiani vi sono capacità, energie, per

imprimere una nuova accelerazione alla crescita. Le nostre indagini sul campo

hanno negli ultimi anni documentato, nonostante la crisi, importanti segni di

vitalità di molte imprese.

Ma quelle capacità ed energie sono frammentate.

Le imprese italiane sono in media del 40 per cento più piccole di quelle

dell’area dell’euro. Fra le prime 50 imprese europee per fatturato sono comprese

15 tedesche, 11 francesi, solo 4 italiane. La struttura produttiva del nostro

paese appare statica: i passaggi da una classe dimensionale a quella superiore

sono rari.

Nei primi anni Sessanta gli stabilimenti manifatturieri con oltre 100

addetti assorbivano in Italia il 43 per cento dei lavoratori del settore, contro

oltre il 60 in Francia e in Germania. Da allora la quota è scesa in Italia assai più

che in Francia e Germania, fin sotto il 30 per cento.

La flessibilità tipica delle piccole imprese, che in passato ha contribuito

a sostenere con successo la nostra competitività, oggi non basta più. Occorre

un maggior numero di imprese medie e grandi che siano in grado di accedere

rapidamente ed efficacemente ai mercati internazionali, di sfruttare i guadagni

di efficienza offerti dall’innovazione tecnologica.

15

Quando a una nostra impresa si presenta la concreta opportunità d’ingrandirsi,

agisce da remora non solo un contesto fiscale, normativo e amministrativo

ancora percepito come incerto e costoso, ma anche un assetto aziendale

spesso mantenuto impermeabile a soggetti esterni. Una diffusa proprietà

familiare delle imprese non è caratteristica solo italiana; lo è invece il fatto

che anche la gestione rimanga nel chiuso della famiglia proprietaria. Fra le

imprese manifatturiere con almeno 10 addetti, quelle in cui sia il controllo sia

la gestione sono esclusivamente familiari sono il 60 per cento in Italia, meno

del 30 in Francia e in Germania; in queste imprese la propensione a innovare

è minore, l’attività di ricerca e sviluppo meno intensa, scarsa la penetrazione

nei mercati emergenti.

Le imprese italiane hanno in media meno patrimonio di quelle degli altri

paesi avanzati; è scarsa la diversificazione delle fonti di finanziamento, in gran

parte di origine bancaria, ed è elevato il peso dei debiti a breve scadenza.

Per incentivare il ricorso al capitale di rischio andrebbe ridotto, nel quadro

di una complessiva ricomposizione del bilancio pubblico, il carico fiscale sulla

parte dei profitti ascrivibile alla remunerazione del capitale proprio. Includendo

l’IRAP, l’aliquota legale sui redditi d’impresa supera di quasi sei punti

quella media dell’area dell’euro.

Banche e Vigilanza

Le banche hanno fortemente aumentato i finanziamenti alle imprese,

sollecitati dalla ripresa della domanda di capitale circolante: la crescita è stata

del 5,2 per cento in ragione d’anno nei tre mesi terminanti in aprile; del 4,4

rispetto a un anno prima, il valore più elevato tra i principali paesi dell’area

dell’euro.

Nel 2010 l’incidenza dei prestiti iscritti nell’anno a sofferenza è rimasta

elevata, all’1,9 per cento del totale dei finanziamenti all’economia, un

valore comunque assai inferiore a quello osservato dopo la recessione dei

primi anni Novanta. Le informazioni sui primi mesi di quest’anno segnalano

miglioramenti.

Molti intermediari hanno sostenuto la clientela accordando ristrutturazioni

dei debiti o temporanee sospensioni dei pagamenti rateali. Gli interventi,

che raramente prevedono aumenti di capitale o nuovi piani industriali, devono

indirizzarsi a imprese effettivamente capaci di superare la crisi, non essere solo

un modo per rinviare l’emersione di perdite nei bilanci bancari.

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Le banche di piccola dimensione, anche durante la crisi, hanno fornito

sostegno all’economia; hanno ampliato la loro attività sia al di fuori del loro

territorio sia con clienti di grandi dimensioni. Devono ora rendere gli assetti di

governo, le strutture organizzative e i sistemi di controllo del rischio di credito

adeguati alle maggiori quote di intermediazione.

La raccolta bancaria sui mercati risente, nel costo e nella disponibilità,

delle tensioni sui debiti sovrani. Per quest’anno le nostre principali banche

hanno quasi completato i loro programmi di raccolta, pur se a costi più elevati

e per il 40 per cento attraverso l’emissione di covered bonds.

Entro il 2012 scadrà un terzo delle obbligazioni bancarie attualmente

in circolazione; è una quota significativa, ma analoga a quella delle principali

banche europee. Nel confronto con gli intermediari di altri paesi più

dipendenti dalla raccolta all’ingrosso, il nostro sistema bancario beneficia

di un’ampia provvista al dettaglio, che è poco sensibile alla volatilità dei

mercati.

La situazione di liquidità delle banche italiane, oggetto di continua veri-

fica da parte della Vigilanza, è rimasta nel complesso equilibrata. La dotazione

delle attività stanziabili presso l’Eurosistema è ampia; il ricorso alle operazioni

di rifinanziamento è più limitato di quello di altri sistemi bancari dell’area.

Dallo scorso anno la Banca d’Italia ha chiesto alle banche di rafforzare

il patrimonio. La risposta degli azionisti, delle Fondazioni, degli investitori è

stata pronta.

Tra ottobre del 2010 e aprile di quest’anno sono stati varati aumenti di

capitale per oltre 11 miliardi. Gran parte delle operazioni si concluderà entro

l’autunno; esse permettono di avvicinarsi all’obiettivo previsto da Basilea 3 per

il 2019.

È opinione ricorrente che un rafforzamento del capitale delle banche si

traduca in un innalzamento dei costi per la clientela e finisca per frenare la

crescita dell’economia. Analisi quantitative indicano invece che l’effetto netto

sull’economia di un maggior patrimonio delle banche è positivo: esso aumenta

la resistenza del sistema a shock avversi, riduce la probabilità di crisi; per i

singoli intermediari viene ridotto il premio per il rischio sulla raccolta, lo stesso

costo del capitale azionario.

Una ripresa degli utili consente di accrescere il patrimonio per via interna.

Nel 2010 il rendimento del capitale e delle riserve dei cinque maggiori gruppi

è rimasto intorno al 4 per cento, contro il 7,8 registrato in media da 12 grandi

intermediari europei. Hanno pesato la debole crescita degli attivi, l’aumento

del costo della raccolta, la bassa qualità del credito.

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I guadagni in termini di efficienza operativa conseguiti prima della crisi

non vanno persi. È necessario proseguire nella razionalizzazione delle reti

distributive.

Una buona governance incentiva gli investitori a fornire capitale.

Alle banche popolari quotate servono regole per un controllo più efficace

dell’operato degli amministratori, un maggiore coinvolgimento degli azionisti

in assemblea anche mediante deleghe. Come ho già osservato in passato, un

intervento legislativo è necessario; le modifiche statutarie, che pure abbiamo

sollecitato, non possono essere risolutive.

La qualità degli assetti di governo e controllo delle Fondazioni, i presidi di

indipendenza e di prevenzione dei conflitti di interesse, l’efficienza e la trasparenza

della gestione finanziaria sono cruciali per conciliare la loro presenza nel

capitale delle banche con l’autonomia gestionale di queste.

Nel nostro paese non vi è stata una crisi bancaria. Tuttavia la recessione,

aggravando debolezze aziendali preesistenti, ha portato a un aumento del

numero di procedure di gestione provvisoria, amministrazione straordinaria

e liquidazione. Dobbiamo ora rivedere il quadro delle regole, in linea con

gli orientamenti internazionali, lungo due direttrici: ampliare lo spettro delle

misure di risoluzione delle crisi; dotare la Vigilanza della possibilità di rimuovere

gli esponenti responsabili di condotte nocive alla sana e prudente gestione

di una banca.

Per la buona vigilanza non basta che le regole siano adeguate: senza forti

prassi operative, senza un’azione serrata ed efficace, le crisi non si evitano.

L’esperienza di tempi drammatici lo ha messo in piena luce.

Con la vigilanza della Banca d’Italia il nostro paese ha potuto contare su

una tradizione salda.

Ne abbiamo rafforzati gli aspetti più validi; i principi di una supervisione

rigorosa, che non si è mai convinta del “tocco leggero”; pronta a persuadere se

possibile, a prescrivere se necessario, nei limiti della legge. Fatta di civil servants

preparati e retti.

L’attività ispettiva è ora più mirata e selettiva, con un miglior uso delle

risorse. Le ispezioni mirate, quelle tematiche che consentono di vagliare uno

stesso profilo di rischio per più intermediari, si affiancano alle ispezioni onnicomprensive

eseguite a grandi intervalli.

Abbiamo tutelato con forza le ragioni della trasparenza e del mercato e

avviato un dialogo aperto con l’industria bancaria e con tutta la collettività,

valorizzando la consultazione sui nostri provvedimenti.

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Ci adoperiamo per rafforzare la protezione dei clienti delle banche,

valore civile e al tempo stesso componente essenziale della fiducia nel sistema

bancario, senza la quale non si dà stabilità duratura.

In questa fase delicata in cui il sistema è chiamato a recepire nuove e

più severe norme internazionali, l’azione della Vigilanza è duplice: da un lato,

operiamo nelle sedi internazionali perché la normativa tenga nel debito conto

le specificità delle banche italiane; dall’altro, abbiamo intensamente collaborato

con le nostre banche perché esse fossero pienamente aderenti all’evoluzione

della normativa, specie nella definizione delle poste di capitale, e quindi

in grado di superare lo scrutinio internazionale.

I risultati di quest’azione sono stati finora confortanti. Preservarli è interesse

di tutti.

* * *

Le considerazioni finali sono sempre un’occasione per esprimere valutazioni.

Questa volta sono anche l’occasione per guardare indietro a questi

cinque anni.

La crescita economica del nostro paese è stata il mio punto fisso. Non è

un problema nuovo, ma rivendico alla Banca d’Italia il merito di averlo messo

al primo posto nelle priorità di politica economica. Quale paese lasceremo

ai nostri figli? Tante volte abbiamo indicato obiettivi, linee di azione, aree di

intervento. A distanza di cinque anni, quando si guarda a quanto poco di tutto

ciò si sia tradotto in realtà, viene in mente l’inutilità delle prediche di un mio

ben più illustre predecessore.

Perché la politica, che sola ha il potere di tradurre le analisi in leggi, non

fa propria la frase di Cavour “…le riforme compiute a tempo, invece di indebolire

l’autorità, la rafforzano”?

Grazie alla laboriosità, all’ingegno, alla capacità di sacrificio, nei 150 anni

della sua storia unitaria il nostro paese ha compiuto grandi progressi nelle

condizioni materiali di vita. Abbiamo vissuto fasi di sviluppo impetuoso: nel

primo quindicennio del Novecento il prodotto per abitante aumentò del 30

per cento; dopo la seconda guerra mondiale, si accrebbe del 140 per cento in

quindici anni. A ridosso di quelle due fasi l’Italia seppe esprimere una unità

di intenti di fondo: nell’affrontare la prova della prima guerra mondiale, nella

mobilitazione civile e morale che, pur nella eterogeneità delle forze che ne

furono protagoniste, produsse la nostra Costituzione.

In altri periodi il progresso, lo sviluppo, sono stati frenati da divisioni,

conflitti di fazione, un indebolirsi della fiducia fra cittadini e Stato. Molti squiBANCA

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libri, in primo luogo quello fra Nord e Sud, sono stati solo in parte sanati. Le

diversità sono una cifra storica dell’Italia, più che di altri paesi. Da fonte di

ricchezza esse si sono non di rado tramutate in reciproca interdizione, blocco

dello sviluppo.

Oggi siamo per molti aspetti in una condizione migliore. Antiche contrapposizioni

sono in gran parte venute meno. In Europa, i progressi verso forme

sempre più avanzate di integrazione e, in Italia, una inedita condivisione della

diagnosi dei problemi che affliggono l’economia rappresentano favorevoli

punti di partenza. Va raggiunta una unità di intenti sulle linee di fondo delle

azioni da intraprendere. Ciò che può unire è più forte di ciò che divide.

Oggi bisogna in primo luogo ricondurre il bilancio pubblico a

elemento di stabilità e di propulsione della crescita economica, portandolo

senza indugi al pareggio, procedendo a una ricomposizione della spesa a

vantaggio della crescita, riducendo l’onere fiscale che grava sui tanti lavoratori

e imprenditori onesti.

La crescita di un’economia non scaturisce solo da fattori economici.

Dipende dalle istituzioni, dalla fiducia dei cittadini verso di esse, dalla condivisione

di valori e di speranze. Gli stessi fattori determinano il progresso di

un paese. Scriveva ancora Cavour: “Il risorgimento politico di una nazione

non va mai disgiunto dal suo risorgimento economico… Le virtù cittadine, le

provvide leggi che tutelano del pari ogni diritto, i buoni ordinamenti politici,

indispensabili al miglioramento delle condizioni morali di una nazione, sono

pure le cause precipue dei suoi progressi economici”. Occorre sconfiggere gli

intrecci di interessi corporativi che in più modi opprimono il Paese; è questa

una condizione essenziale per unire solidarietà e merito, equità e concorrenza,

per assicurare una prospettiva di crescita al Paese.

Già nel mio primo intervento pubblico da Governatore della Banca

d’Italia, nel marzo del 2006, notavo come l’economia italiana apparisse insabbiata,

ma che i suoi ritardi strutturali non andavano intesi quali segni di un

declino ineluttabile: potevano essere affrontati, dandone conto con chiarezza

alla collettività, anche quando le soluzioni fossero avverse agli interessi immediati

di segmenti della società. Poche settimane dopo, mi rivolsi a voi in questa

sede con le parole di apertura “Tornare alla crescita”. Con le stesse parole vorrei

chiudere queste considerazioni finali.