BANCA D’ITALIA

                                                  Considerazioni finali

                                      Assemblea Ordinaria dei Partecipanti

                                             anno 2012 - centodiciannovesimo esercizio

 

Roma, 31 maggio 2013

 Signori Partecipanti, Autorità, Signore, Signori,

 in queste considerazioni darò conto di un anno difficile. Parlerò delle gravi

prove che la collettività ha dovuto e deve affrontare. Rammenterò quanto si

è fatto, rendendo conto del ruolo della Banca d’Italia. Parlerò dei progressi

compiuti, sebbene insufficienti, dei risultati, sebbene ancora fragili; della

necessità di non disperderli, di difenderli e consolidarli, per avviare la ripresa;

delle condizioni per il ritorno a una crescita equilibrata.

Consentitemi di iniziare da un saluto, anzi più d’uno. Il 28 aprile, in

questa fase delicata della vita del Paese, il Direttore generale Fabrizio Saccomanni

è stato chiamato a far parte del Governo quale Ministro dell’Economia

e delle finanze. Assistito da doti umane e professionali non comuni, egli ha

prestato la propria opera pressoché in tutti i campi dell’azione istituzionale e

dell’amministrazione. La sua esperienza, la profonda conoscenza degli organismi

europei e internazionali, presso i quali ha ricoperto posizioni di rilievo e

svolto incarichi importanti per il Paese, la competenza e l’equilibrio dimostrati

nei molti anni al servizio di questo Istituto, per i quali gli siamo grati, saranno

ancor più essenziali nel cimento che lo attende. Gli rivolgiamo un augurio

affettuoso.

Gli succede Salvatore Rossi, già Vice Direttore generale, che da anni

accompagna ampie responsabilità gestionali a un’attività di analisi economica

attenta ai temi dell’innovazione e dello sviluppo. Come Direttore generale, egli

è anche Presidente dell’Istituto di Vigilanza sulle Assicurazioni, che dall’inizio

di quest’anno è stato affidato dalla legge alla guida del Direttorio della Banca

d’Italia, integrato da due consiglieri.

Nel luglio del 2012 Anna Maria Tarantola, prima donna a far parte del

Direttorio, lasciava la Banca per assumere la presidenza della RAI: un incarico

impegnativo e un riconoscimento delle capacità di amministrazione e del

rigore professionale. In dicembre, al termine di una carriera esemplare per

impegno, dedizione e contributi analitici e istituzionali, concludeva il proprio

mandato di Vice Direttore generale Giovanni Carosio. A entrambi rivolgo un

caloroso ringraziamento per l’apporto di idee e di azioni fornito all’Istituto.

Tra l’ottobre del 2012 e il 10 maggio scorso il Direttorio è stato reintegrato

con le nomine dei Vice Direttori generali Fabio Panetta, Luigi Federico

Signorini e Valeria Sannucci. I nuovi membri del Direttorio hanno ricoperto

responsabilità ai più alti livelli nel campo della politica monetaria, della stabilità

finanziaria, della vigilanza, dell’amministrazione interna, del coordinamento

delle attività connesse con la partecipazione all’Eurosistema e con il

progetto di unione bancaria.

La Banca d’Italia è tenuta a redigere annualmente una Relazione al Parlamento

e al Governo sulle proprie attività. Da quest’anno essa è arricchita e

viene presentata unitamente alla relazione economica e al bilancio. Intendiamo

così dare conto in maniera integrata delle analisi, delle linee di indirizzo,

dell’azione amministrativa, della gestione e dell’organizzazione dell’Istituto.

Le responsabilità fondamentali della Banca d’Italia, di politica monetaria

nell’ambito dell’Eurosistema e di supervisione del sistema bancario e finanziario

nazionale, sono note. Essa è anche un’azienda complessa, dei cui servizi

beneficiano gli intermediari e la generalità dei cittadini. Amministriamo con

diligenza le risorse che ci sono affidate. Nella Relazione si descrivono le iniziative

prese per razionalizzare le procedure, migliorare la qualità dei servizi,

perseguire l’efficienza.

Come parte dell’Eurosistema la Banca opera nei sistemi di pagamento,

nella produzione di banconote, nella garanzia della continuità dei sistemi

comuni informatici, spesso agendo come capofila e responsabile di attività e

progetti condivisi. Con le altre tre maggiori banche centrali dell’area stiamo

oggi realizzando una piattaforma accentrata per il regolamento delle transazioni

in titoli.

Sul fronte nazionale, nell’anno trascorso abbiamo accentuato l’informatizzazione

della tesoreria statale, dato impulso alla diffusione dei servizi di

pagamento nel formato europeo, contribuendo a ridurre i costi e a promuovere

la concorrenza. In un quadro di deterioramento congiunturale e di rischi

per la stabilità finanziaria abbiamo ancora rafforzato i controlli di vigilanza

sulle banche e sugli altri intermediari, intensificato i controlli ispettivi, esteso

l’attività di verifica di conformità alle norme antiriciclaggio e a quelle sulla

tutela della clientela.

La Banca centrale europea, le banche centrali e le autorità di vigilanza

nazionali sono impegnate nella realizzazione della vigilanza unica europea.

Si tratta di un’innovazione istituzionale profonda; richiederà un adattamento

organizzativo non meno importante, perfino più complesso, di quello

che condusse alla politica monetaria unica. Il progetto deve valorizzare le

migliori esperienze nazionali; puntare a un assetto comune di regole e prassi

di vigilanza in grado di garantire il perseguimento di standard elevati e rigorosi.

Attribuiamo importanza particolare ad aspetti che sono parte essenziale

della nostra tradizione, quali la centralità dell’attività ispettiva, la robustezza

della metodologia di analisi, il confronto costante con gli organi direttivi

delle banche.

La vigilanza unica si baserà su una forte integrazione tra strutture europee

e nazionali per le banche maggiori, sulla responsabilità diretta delle autorità

nazionali – nell’ambito di linee comuni – per tutte le altre; rimarranno a livello

nazionale le funzioni di tutela della clientela, di contrasto del riciclaggio, di

supervisione degli intermediari non bancari. La delicata fase di avvio richiederà

forti investimenti in risorse umane e tecniche. Il lavoro non diminuirà,

per noi come per le autorità di vigilanza degli altri paesi, impegnate ad avvicinare

realtà per molti aspetti diverse.

Sulle vicende che hanno riguardato il Monte dei Paschi di Siena è disponibile

dalla fine di gennaio sul sito Internet della Banca un dettagliato resoconto

delle iniziative di vigilanza e dei provvedimenti assunti nel tempo. Si

è provveduto ad aggiornarlo. L’azione di supervisione sul Monte dei Paschi

negli ultimi anni è stata continua e di intensità crescente; l’autorità giudiziaria

valuterà se essa sia stata ostacolata da passati amministratori e gestori. Dal

2010 al 2012 abbiamo imposto interventi per riequilibrare le condizioni di

liquidità, sventando pericoli gravi; abbiamo richiesto un deciso rafforzamento

patrimoniale e il potenziamento dei sistemi di controllo interni; abbiamo

promosso un ricambio radicale del management. Collaboriamo strettamente

con la magistratura, con reciproco vantaggio per il conseguimento dei rispettivi

fini istituzionali: la tutela della stabilità, la repressione di attività illecite.

Il contributo dell’Unità di Informazione Finanziaria è importante. Abbiamo

operato con correttezza, impegno e attenzione, nei limiti dell’ordinamento;

siamo aperti alle osservazioni costruttive.

Nel 2012 la Banca d’Italia ha considerevolmente accresciuto la dimensione

del proprio attivo, partecipando agli interventi eccezionali della politica monetaria

unica, in particolare all’espansione del rifinanziamento delle banche. Ne

sono discesi più alti utili, ma anche la necessità di maggiori, prudenti accantonamenti

ai fondi rischi. Al Tesoro saranno riversati, sulla base dello statuto

e subordinatamente all’approvazione del bilancio, 1,5 miliardi. Le imposte

a carico della Banca sul reddito e sulle attività produttive di competenza

dell’esercizio 2012 ammontano a quasi due miliardi.

Tra il 2008 e il 2012 i costi operativi della Banca si sono ridotti di oltre

il 10 per cento; il personale è diminuito di circa 700 unità, a poco più di

7.000. La tecnologia ha consentito forti risparmi di risorse e miglioramenti

dei servizi nel settore dei pagamenti. Abbiamo contratto l’autoamministrazione,

rafforzato la vigilanza bancaria e finanziaria. Il Direttorio ha condiviso

con il Consiglio Superiore l’obiettivo di realizzare il sostanziale superamento

del livello provinciale nell’articolazione territoriale della Banca.

Non abbiamo mai smesso di assumere, con procedure trasparenti e basate

sul merito, selezionando, anche con modalità innovative, giovani altamente

qualificati. Le donne sono il 35 per cento del personale, il 23 di quello con

responsabilità dirigenziali, percentuali in aumento. Abbiamo promosso la

parità di genere nelle assunzioni, negli incarichi, nel percorso professionale.

Continueremo a farlo, nell’interesse della buona amministrazione.

Desidero esprimere la gratitudine del Direttorio e mia personale ai dirigenti,

ai funzionari, a tutte le persone che lavorano in Banca d’Italia: orgogliose

di svolgere le proprie funzioni pubbliche con disciplina e onore, come vuole

la Costituzione; capaci, in tempi difficili, di profondere un impegno spesso

straordinario per competenza, passione e dedizione, apertura al cambiamento.

Su di loro la Banca e la collettività sanno di poter contare.

La politica monetaria nell’area dell’euro

Le condizioni sui mercati finanziari globali sono migliorate, ma l’economia

mondiale non è ancora tornata su un sentiero sicuro di crescita. La

congiuntura è molto diversa nelle principali aree. I grandi paesi emergenti

crescono tuttora a ritmi sostenuti. Tra i paesi avanzati, gli Stati Uniti sembrano

avviati a un graduale ritorno ai ritmi di crescita che hanno caratterizzato le

più recenti fasi di ripresa; in Giappone politiche aggressivamente espansive,

non prive di rischi, cercano di stimolare l’attività economica. L’area dell’euro

stenta a superare la recessione: la domanda risente degli effetti immediati del

consolidamento dei debiti pubblici e privati in molti paesi; la debolezza ciclica

si estende alle economie non esposte direttamente alla crisi dei debiti sovrani.

Il rilancio nell’area dell’euro ha bisogno dell’apporto di tutte le politiche

economiche. Ricorrendo anche a strumenti “non convenzionali”, la politica

monetaria ha dato un contributo essenziale a evitare gravi conseguenze per la

stabilità finanziaria; ha tutelato la stabilità dei prezzi. Gli strumenti di intervento

sono stati scelti sulla base delle caratteristiche del sistema finanziario,

dell’origine delle tensioni e dell’assetto istituzionale: abbiamo mirato prima

di tutto a sostenere la liquidità delle banche, che nell’area dell’euro più che

altrove svolgono un ruolo preminente nel finanziamento dell’economia, e a

evitare che distorsioni sul mercato dei debiti sovrani impedissero la corretta

trasmissione della politica monetaria.

Avevamo già argomentato un anno fa come i livelli raggiunti dai tassi

sovrani in molti paesi dell’area riflettessero non solo il deterioramento delle

prospettive nazionali di crescita e di finanza pubblica, ma anche un fattore

di rischio sistemico, poi definito “rischio di ridenominazione”, connesso con

timori di disgregazione dell’unione monetaria dovuti anche all’incompletezza

del suo disegno istituzionale. Lo abbiamo documentato tempestivamente, in

modo analitico; i nostri risultati sono stati confermati dagli studi di altre istituzioni,

fatti propri dall’Eurosistema.

Alla fine di giugno il Vertice dei capi di Stato e di governo dell’area

dell’euro approvava l’utilizzo flessibile ed efficiente dei meccanismi di

sostegno finanziario (European Financial Stability Facility e European

Stability Mechanism) al fine di stabilizzare le condizioni di finanziamento

degli Stati esposti alle tensioni sul debito sovrano, purché questi rispettassero

gli impegni assunti a livello europeo. Veniva stabilita la possibilità di

utilizzare tali meccanismi per la ricapitalizzazione diretta delle banche, una

volta creato un sistema unico di vigilanza.

Il Consiglio direttivo della BCE annunciava ai primi di agosto l’introduzione

delle “operazioni monetarie definitive” (Outright Monetary Transactions,

OMT) di acquisto sul mercato secondario dei titoli di Stato, senza limiti quantitativi.

Pochi giorni prima il Presidente della BCE aveva affermato l’impegno

a fare tutto il necessario per salvaguardare l’euro. In settembre veniva definito

con precisione lo schema di intervento.

Contrastare l’aumento dei tassi di interesse sul debito sovrano, quando

questo scaturisce dal rischio di ridenominazione e distorce il meccanismo

di trasmissione della politica monetaria, ricade pienamente nel mandato

dell’Eurosistema. I benefici degli annunci relativi alle nuove misure sono stati

immediati: i rendimenti a medio e a lungo termine nei paesi sotto tensione

sono diminuiti, si è attenuata la frammentazione dei mercati lungo confini

nazionali.

Gli interventi attuati dall’Eurosistema negli ultimi due anni hanno contrastato

il peggioramento delle condizioni del credito nell’area dell’euro e le sue

ripercussioni sul quadro macroeconomico. In Italia essi hanno contribuito

a sostenere il prodotto per almeno due punti percentuali e mezzo nell’arco

del biennio, secondo le nostre stime. Queste non possono peraltro valutare le

conseguenze del collasso finanziario che avrebbe potuto verificarsi in assenza di

interventi, con esiti esiziali per la nostra economia e per quella europea.

Negli ultimi mesi i timori sulla tenuta della moneta unica si sono ulteriormente

attenuati e le condizioni finanziarie dell’area dell’euro si sono distese; vi

ha contribuito l’espansione della liquidità globale, che ha indotto una ricerca

di rendimenti elevati da parte degli investitori internazionali. In Italia i tassi di

interesse sui titoli di Stato sono diminuiti anche sugli orizzonti più distanti nel

tempo, riportandosi sui livelli prevalenti all’inizio del 2010.

A questi progressi non ha però ancora corrisposto un miglioramento

dell’economia reale; la debolezza congiunturale è stata confermata nel primo

trimestre per tutta l’area. Le condizioni del credito rimangono eterogenee tra

paesi, oltre che per la diversità del quadro macroeconomico, per le residue

incertezze sulle condizioni future della provvista nei sistemi bancari nazionali.

All’inizio di questo mese – a fronte della caduta della domanda, della

prospettiva di un protrarsi della debolezza congiunturale e della diminuzione

ben al di sotto del 2 per cento dell’inflazione osservata e attesa nel medio

termine – il Consiglio direttivo della BCE ha ridotto ulteriormente il tasso

sulle operazioni di rifinanziamento principali, portandolo allo 0,5 per cento,

un nuovo minimo storico. Il Consiglio ha ribadito che l’offerta illimitata di

liquidità a tasso fisso proseguirà finché sarà necessario e comunque fino a luglio

del prossimo anno. La BCE sta esaminando, in concerto con altre istituzioni

europee, iniziative volte a promuovere l’emissione di titoli garantiti da prestiti

alle imprese.

Il Consiglio è pronto a intervenire nuovamente, sulla base delle informazioni

che si renderanno disponibili, a considerare ogni misura idonea a mantenere,

in tutta l’area, condizioni creditizie coerenti con l’intonazione della politica

monetaria. La manovra dei tassi ufficiali si è dimostrata efficace; gli effetti

delle riduzioni attuate l’anno scorso hanno raggiunto anche i paesi più colpiti

dalle tensioni.

I provvedimenti adottati, in particolare l’annuncio delle OMT, favoriscono

quelle riforme, nazionali ed europee, che sole possono eliminare alla

radice il rischio di ridenominazione. La politica monetaria è in grado di garantire

la stabilità solo se i fondamentali economici e l’architettura istituzionale

dell’area sono con essa coerenti.

Ogni paese deve fare la propria parte. La procedura per l’attivazione

delle OMT presuppone il manifestarsi di gravi tensioni, può riguardare solo

paesi che abbiano precedentemente richiesto, anche a scopo precauzionale,

un programma di aiuto finanziario europeo ed è subordinata al rispetto delle

condizioni a esso collegate. Queste condizioni riflettono la consapevolezza che

i timori sulla reversibilità dell’euro non sono indipendenti da quelli sulla sostenibilità

dei debiti pubblici e sulle prospettive di crescita dei singoli paesi.

Più di ogni condizione è però essenziale la comune determinazione a

procedere verso una piena Unione europea: monetaria, bancaria, di bilancio,

infine politica. Progressi importanti sono già stati compiuti. Nei tempi stretti

dettati dall’evoluzione della crisi ci sono state incertezze, sono stati commessi

errori, non è stato agevole decidere. Ma la direzione di marcia è chiara.

Il percorso di integrazione va proseguito. Il progetto di unione bancaria

mira a spezzare la spirale tra debito sovrano e condizioni delle banche e del

credito. La gestione, all’inizio di quest’anno, della crisi bancaria di Cipro,

giunta a soluzione solo dopo che erano emerse difficoltà di coordinamento tra

le autorità europee e nazionali, ne ha ulteriormente messo in evidenza l’importanza.

La creazione di un supervisore unico, imperniato nella BCE e nelle

autorità nazionali, è il primo passo; va rapidamente completato da uno schema

comune di risoluzione delle crisi bancarie e da un’assicurazione comune dei

depositi.

Vanno precisati i contorni, definiti i tempi di attuazione, del progetto di

un bilancio pubblico comune dell’area dell’euro. In questa direzione muovono

il Rapporto della Commissione europea del novembre dello scorso anno e

quello predisposto dai presidenti del Consiglio europeo, della Commissione,

dell’Eurogruppo e della BCE. L’istituzione di meccanismi di sostegno finanziario

comuni per le riforme strutturali nei singoli paesi può fornire l’occasione

per avviare il progetto e intraprendere, in via sperimentale, l’emissione di titoli

di debito congiunti.

L’economia italiana

In Italia la debole ripresa seguita alla crisi finanziaria globale si è interrotta

nella seconda metà del 2011, quando le tensioni hanno investito il nostro

mercato dei titoli di Stato; si è innescato un circolo vizioso tra le condizioni del

debito pubblico, delle banche e del credito, dell’economia reale. L’anno scorso

l’attività economica si è contratta del 2,4 per cento.

Anche quest’anno si chiuderà con un forte calo dell’attività produttiva

e dell’occupazione. L’inversione del ciclo economico verso la fine dell’anno

è possibile; dipenderà dall’accelerazione del commercio mondiale, dall’attuazione

di politiche economiche adeguate, dall’evoluzione positiva delle aspettative

e delle condizioni per investire, dalla disponibilità di credito.

La recessione sta segnando profondamente il potenziale produttivo, rischia

di ripercuotersi sulla coesione sociale. Il prodotto interno lordo del 2012 è stato

inferiore del 7 per cento a quello del 2007, il reddito disponibile delle famiglie

di oltre il 9, la produzione industriale di un quarto. Le ore lavorate sono state il

5,5 per cento in meno, la riduzione del numero di persone occupate superiore

al mezzo milione. Il tasso di disoccupazione, pressoché raddoppiato rispetto

al 2007 e pari all’11,5 per cento lo scorso marzo, si è avvicinato al 40 tra i più

giovani, ha superato questa percentuale per quelli residenti nel Mezzogiorno.

Le origini finanziarie e internazionali della crisi, cui si è soprattutto rivolta

l’attenzione delle autorità di politica economica, non devono far dimenticare

che in Italia, più che in altri paesi, gli andamenti ciclici si sovrappongono a

gravi debolezze strutturali. Lo mostra, già nei dieci anni antecedenti la crisi,

l’evoluzione complessiva della nostra economia, peggiore di quella di quasi

tutti i principali paesi sviluppati.

Non siamo stati capaci di rispondere agli straordinari cambiamenti geopolitici,

tecnologici e demografici degli ultimi venticinque anni. L’aggiustamento

richiesto e così a lungo rinviato ha una portata storica; ha implicazioni per le

modalità di accumulazione del capitale materiale e immateriale, la specializzazione

e l’organizzazione produttiva, il sistema di istruzione, le competenze,

i percorsi occupazionali, le caratteristiche del modello di welfare e la distribuzione

dei redditi, le rendite incompatibili con il nuovo contesto competitivo,

il funzionamento dell’amministrazione pubblica. È un aggiustamento che

necessita del contributo decisivo della politica, ma è essenziale la risposta della

società e di tutte le forze produttive.

Le imprese sono chiamate a uno sforzo eccezionale per garantire il successo

della trasformazione, investendo risorse proprie, aprendosi alle opportunità di

crescita, adeguando la struttura societaria e i modelli organizzativi, puntando

sull’innovazione, sulla capacità di essere presenti sui mercati più dinamici.

Hanno mostrato di saperlo fare in altri momenti della nostra storia. Alcune

lo stanno facendo. Troppo poche hanno però accettato fino in fondo questa

sfida; a volte si preferisce, illusoriamente, invocare come soluzione il sostegno

pubblico.

La Relazione contiene quest’anno un approfondimento sull’attività innovativa

in Italia. La capacità di innovare i prodotti e i processi, di esportare sui

mercati emergenti, di internazionalizzare l’attività, anche guidando o partecipando

a catene produttive globali, demarca il confine tra le imprese che continuano

a espandere il fatturato e il valore aggiunto e quelle che, invece, faticano

a rimanere sul mercato. La crisi ha accentuato questo divario, reso stridente

l’inadeguatezza di una parte del sistema produttivo.

Lo spostamento dell’attività dai settori e dalle imprese declinanti a quelli

in espansione richiede profondi cambiamenti nei rapporti di lavoro e nel

sistema dell’istruzione. Non si tratta di prevedere i settori e le attività cui più

si rivolgerà la domanda di consumo e di investimento nei prossimi decenni,

quanto di facilitare la transizione, riducendone i costi sociali, valorizzando le

opportunità.

Molte occupazioni stanno scomparendo; negli anni a venire i giovani

non potranno semplicemente contare di rimpiazzare i più anziani nel loro

posto di lavoro. Vanno assicurate sin d’ora le condizioni per favorire la

nascita e la crescita di imprese nuove, generare nuove opportunità di impiego.

La formazione professionale andrà sviluppata per coprire una intera vita lavorativa

caratterizzata dalla mobilità e dal cambiamento, da tutelare con rafforzati

sistemi di protezione e assicurazione, pubblici e privati, nei periodi di

inattività. La scuola, l’università dovranno sostenere questo processo garantendo

un’istruzione adeguata per qualità e quantità, mirando con decisione

ad accrescere i livelli di apprendimento e a sviluppare nuove competenze.

L’Italia ha bisogno di condizioni favorevoli all’attività d’impresa, alla riallocazione

dei fattori produttivi. Il ritardo che abbiamo accumulato risente

anche di un quadro regolamentare ridondante, di complessità e costi degli

adempimenti amministrativi da ridurre drasticamente, di un diritto da rendere

più certo, di comportamenti corruttivi diffusi da sradicare, di una insufficiente

protezione dalla criminalità. Progressi immediati, visibili, nella rimozione di

questi gravi ostacoli potranno stimolare gli investimenti produttivi, attrarli

anche dall’estero, in tutte le regioni del Paese, in particolare nel Mezzogiorno,

dove soprattutto è critico il contesto esterno all’attività produttiva e da cui

dipende in modo decisivo lo sviluppo equilibrato della nostra economia.

Il programma di riforme avviato nell’ultimo biennio muove da queste

considerazioni. Ma in molti casi, varate le riforme, hanno tardato, talvolta

ancora mancano, i provvedimenti attuativi; non sono cambiati i comportamenti

dell’amministrazione. È un tratto ricorrente dell’esperienza storica del

nostro paese: le principali difficoltà non risiedono tanto nel contenuto delle

norme, quanto nella loro concreta applicazione.

L’azione di riforma ha perso vigore nel corso dell’anno passato, anche

per il progressivo deterioramento del clima politico. Nel riprenderla con decisione

– come ci incoraggia a fare anche la Commissione europea nelle raccomandazioni

che accompagnano la proposta di chiusura della procedura per i

disavanzi eccessivi – è indispensabile seguire un approccio organico, che fissi

subito gli obiettivi in un orizzonte di medio periodo. Le riforme di struttura

richiedono tempo, possono essere attuate in sequenza, purché definite

in un quadro complessivo che ne renda immediatamente chiari le finalità, le

implicazioni, i benefici. Un programma credibile può incidere da subito sulle

aspettative, eliminando le incertezze e favorendo la fiducia degli investitori, le

prospettive di occupazione e di reddito, soprattutto dei giovani che oggi stentano

a immaginare un futuro nel nostro paese.

Il riequilibrio dei conti pubblici è stato anch’esso troppo a lungo rimandato;

a fronte delle pressioni demografiche su importanti poste di spesa è

mancata una chiara individuazione di priorità nell’allocazione delle risorse.

Nel 2007 l’incidenza sul PIL della spesa pubblica non per interessi era pari al

43 per cento, due punti percentuali in più del 1997; l’avanzo primario si era

ridotto di oltre tre punti. In Germania nello stesso periodo l’incidenza della

spesa primaria sul PIL è diminuita di oltre quattro punti percentuali, poco

sotto il 41 per cento.

La reazione della politica di bilancio all’indomani del fallimento di Lehman

Brothers è stata in Italia prudente: il sostegno all’attività economica nel 2009

è stato realizzato intervenendo con misure discrezionali sulla composizione del

bilancio, senza accrescere il disavanzo. Dal 2010 l’orientamento è divenuto

restrittivo. Con l’esplodere del rischio sovrano, per scongiurare una crisi di

fiducia e di liquidità potenzialmente devastante, nella seconda parte del 2011

è stata avviata una correzione all’andamento dei conti pubblici dell’ordine di

cinque punti percentuali del prodotto. Ciò ha consentito di ricondurre il disavanzo

entro il 3 per cento del PIL dal 2012 e di puntare al pareggio strutturale

dei conti già da quest’anno.

La correzione ha inciso negativamente sulla dinamica del prodotto nel

2012 per circa un punto percentuale. Hanno inciso di più, per circa due punti,

gli effetti della crisi di liquidità sul costo e sulla disponibilità del credito per

il settore privato, il rallentamento del commercio internazionale, l’aumento

dell’incertezza e il connesso calo della fiducia. La correzione dei conti pubblici

ha contribuito a ridimensionare le tensioni sul mercato dei titoli di Stato,

evitando scenari peggiori.

I progressi conseguiti vanno preservati. Disperderli avrebbe conseguenze

gravi. È illusorio per noi pensare di uscire dalla crisi con la leva del disavanzo di

bilancio: il margine di fiducia che risparmiatori e operatori di mercato attualmente

ci concedono è stretto. I titoli pubblici da collocare ogni anno per il

finanziamento dei disavanzi e, soprattutto, per la sostituzione del debito in

scadenza sono nell’ordine dei 400 miliardi.

Per quest’anno non vi sono margini di aumento del disavanzo; sono

stati assorbiti dalla decisione di pagare i debiti commerciali in conto capitale

delle amministrazioni pubbliche. Si possono però accelerare questi pagamenti,

accrescere quelli relativi a spese correnti che incidono sul debito ma

non sul disavanzo; soprattutto, non devono formarsi nuovi debiti della specie.

Vanno poste le condizioni per sfruttare appieno strumenti e agevolazioni, già

previsti dal nostro ordinamento, all’ingresso e alla permanenza, da occupati,

dei giovani nel mercato del lavoro.

La Commissione europea si è impegnata a valutare le modalità per consentire

ai bilanci pubblici nazionali di deviare temporaneamente dagli obiettivi di

medio termine – mantenendo il disavanzo al di sotto del tre per cento del

PIL – per finanziare, sotto specifiche condizioni, progetti di investimento. Nel

nostro paese ne potrebbero beneficiare investimenti per la tutela e la valorizzazione

del territorio e del patrimonio culturale e artistico.

Riduzioni di imposte, necessarie nel medio termine, pianificabili fin

d’ora, non possono che essere selettive, privilegiando il lavoro e la produzione:

il cuneo fiscale che grava sul lavoro frena l’occupazione e l’attività d’impresa.

L’evasione distorce l’allocazione dei fattori produttivi, causa concorrenza sleale,

è di ostacolo alla crescita della dimensione delle imprese, aumenta il carico

tributario per i contribuenti in regola. Va contrastata anche nella dimensione

sovranazionale. Un contributo importante a migliorare la correttezza fiscale

può derivare da interventi di semplificazione e razionalizzazione delle imposte

e degli adempimenti. La certezza delle misure fiscali e il loro attento ed equilibrato

disegno possono incidere sulle aspettative, quindi sulla domanda, più e

meglio di sgravi immediati ma dall’incerta sostenibilità.

Una ricomposizione della spesa a favore di quella più produttiva è possibile

perseguendo recuperi capillari di efficienza e di risorse. Se questo metodo

viene reso permanente la gestione delle nostre amministrazioni pubbliche può

avvicinarsi agli standard internazionali. Non si otterranno risultati significativi

senza coinvolgere gli enti decentrati. Commisurare le risorse trasferite a

costi standardizzati, ponendo a carico degli enti l’eventuale eccedenza di spesa,

incoraggia la diffusione delle migliori pratiche. L’uso efficiente delle risorse

pubbliche richiede un ripensamento dei livelli di governo, eliminando ridondanze

e sovrapposizioni.

Le banche e il credito

Le prospettive della domanda interna dipendono anche, in ampia misura,

dalle condizioni di accesso al credito. I prestiti alle imprese hanno rallentato

nettamente nella seconda parte del 2011 e si sono contratti di circa 60 miliardi

dall’inizio di dicembre dello stesso anno. La flessione, inizialmente particolarmente

brusca per effetto delle gravi difficoltà di raccolta delle banche sui

mercati internazionali conseguenti all’inasprimento del rischio sovrano, è

proseguita a ritmi più contenuti nel corso del 2012; nei primi quattro mesi

di quest’anno il calo si è di nuovo accentuato, avvicinandosi al 4 per cento su

base annua. Sono diminuiti, in misura minore, anche i prestiti alle famiglie.

Il costo del credito alle imprese, salito nel corso del 2011, è sceso per larga

parte dello scorso anno; la flessione si è interrotta dall’autunno. I tassi bancari

attivi rimangono superiori a quelli medi dell’area: di circa un punto percentuale

per i prestiti alle imprese e di mezzo punto per i mutui alle famiglie.

Il canale bancario costituisce la fonte principale di finanziamento della

nostra economia. Alla fine del 2012 i prestiti erogati dalle banche a imprese e

famiglie ammontavano a poco meno di 1.500 miliardi, il 94 per cento del PIL;

gli investimenti in titoli di Stato erano pari a circa 350 miliardi. La congiuntura

assai sfavorevole comprime oggi la domanda di credito. La contrazione

dei prestiti riflette la flessione degli investimenti delle imprese, la caduta degli

acquisti di beni durevoli e la debolezza del mercato immobiliare. Ma alla diminuzione

degli impieghi contribuisce, in misura significativa, l’irrigidimento

dell’offerta, legato al deterioramento del merito di credito della clientela e ai

suoi riflessi sulla qualità degli attivi bancari. Le condizioni di offerta del credito

incidono a loro volta negativamente sull’attività economica, in una spirale

negativa che bisogna spezzare.

Le restrizioni all’offerta, acute alla fine del 2011 come riflesso delle difficoltà

di raccolta, venivano attenuate dall’Eurosistema mediante l’offerta illimitata

di liquidità a tre anni e l’ampliamento delle attività stanziabili nelle

operazioni di rifinanziamento. La Banca d’Italia ha consentito alle controparti

italiane di utilizzare garanzie illiquide e con merito di credito meno elevato,

assumendo in questo caso integralmente nel proprio bilancio i relativi rischi.

Attualmente il collaterale stanziato presso la Banca d’Italia basato su prestiti

bancari ammonta a circa 180 miliardi di euro, poco meno di un terzo del

complesso delle attività stanziabili per il rifinanziamento presso la banca

centrale, metà di quelle depositate a garanzia.

Grazie a queste misure i rischi immediati di liquidità sono oggi rientrati.

I fondi ottenuti con le operazioni di rifinanziamento triennali non sono però

una risorsa permanente. Le tensioni sui mercati dei titoli di Stato non sono

del tutto sopite; rimangono incertezze sulla capacità delle banche di riconquistare

pienamente l’accesso ai mercati internazionali, soprattutto nei segmenti

a lunga scadenza. Stiamo lavorando, confrontandoci con gli intermediari e in

collaborazione con la BCE, per ampliare il novero di attività potenzialmente

utilizzabili a garanzia.

L’aumento del rischio di insolvenza delle imprese spinge al rialzo i tassi sui

prestiti. Dalla metà del 2012 esso ha compensato gli effetti della riduzione dei

tassi ufficiali e, più recentemente, della diminuzione dei rendimenti dei titoli

pubblici.

Le tensioni nell’offerta di credito sembrano riguardare, seppure con minore

intensità, anche imprese con condizioni finanziarie equilibrate. Le difficoltà

sono accentuate per le aziende medie e piccole, meno in grado di ricorrere a

fonti di finanziamento alternative al credito bancario. Le emissioni lorde di

obbligazioni delle imprese, pari lo scorso anno a circa 35 miliardi, sono quasi

interamente riconducibili a grandi gruppi. Nel 2012 il differenziale di tasso tra

i prestiti bancari fino a un milione di euro e quelli di importo superiore è stato

pari in media a 160 punti base, circa il doppio del valore osservato nel triennio

precedente la crisi.

Alla fine del 2012 la consistenza dei prestiti in sofferenza è salita al 7,2 per

cento degli impieghi complessivi, dal 3,4 del 2007; quella degli altri crediti

deteriorati al 6,3 per cento, dall’1,9. Per le imprese, il flusso delle nuove sofferenze

in rapporto agli impieghi ha recentemente superato, su base annua e al

netto di fattori stagionali, il 4 per cento, un livello non toccato da venti anni.

In base agli indicatori prospettici, il flusso di sofferenze rimarrebbe elevato

nella restante parte del 2013.

Per mitigare le difficoltà di accesso al credito da parte delle imprese e

soddisfarne le esigenze di liquidità, negli ultimi anni sono state adottate numerose

iniziative da parte sia del Governo, sia delle associazioni di categoria, con

il potenziamento di misure già sperimentate e nuovi interventi. Tra il 2009

e il 2012 sono stati pari a poco meno di 60 miliardi i benefici finanziari per

le piccole e medie imprese derivanti dalle moratorie e dagli interventi della

Cassa depositi e prestiti e del Fondo centrale di garanzia. Le risorse del Fondo

possono essere aumentate, avendo cura che alle garanzie da prestare corrispondano

prestiti addizionali e condizioni più favorevoli, con piena informazione

alle imprese beneficiarie.

A fronte del deterioramento dei prestiti, la Banca d’Italia ha intensificato

il vaglio sull’adeguatezza delle rettifiche di valore effettuate dagli intermediari.

Sono state condotte verifiche a distanza e in loco, chiedendo alle banche di

vagliare nel continuo l’adeguatezza del tasso di copertura dei prestiti deteriorati

e, quando necessario, sollecitando interventi correttivi. Questa azione

continuerà, anche in collegamento con gli analoghi esercizi concordati in sede

internazionale, in vista della vigilanza unica europea.

Per i 20 gruppi bancari grandi e medi sin qui sottoposti ad accertamenti

i tassi di copertura hanno smesso di ridursi, registrando nel secondo semestre

del 2012 un miglioramento di due punti percentuali, al 44 per cento. Incrementi

si sono registrati anche per le altre banche.

Se la Vigilanza fosse stata meno incisiva, i rischi per le banche e per l’economia

sarebbero stati ingenti. La tempestività e la credibilità dell’azione di

supervisione hanno rassicurato gli investitori internazionali sulla qualità dei

bilanci delle banche italiane, evitando l’ondata destabilizzante che ha colpito

altri sistemi europei, consentendo agli intermediari di continuare a fornire

credito a famiglie e imprese. è necessario mantenere, in alcuni casi accrescere,

i livelli di copertura raggiunti.

Al fine di minimizzare gli effetti pro-ciclici degli interventi abbiamo

chiesto alle banche di aumentare le risorse generate internamente, contenendo

ulteriormente costi operativi, dividendi, remunerazioni di amministratori e

dirigenti, in coerenza con la situazione reddituale e patrimoniale. Per gli intermediari

che dovranno intraprendere azioni correttive più ampie, un contributo

dovrà venire dalla cessione di attività non strategiche. È opportuno correggere

l’attuale penalizzazione fiscale delle svalutazioni sui crediti. La diluizione nel

tempo della loro deducibilità, assente nei maggiori paesi dell’Unione europea,

disincentiva gli impieghi alle imprese in fasi di congiuntura negativa.

Muovendo da condizioni di partenza solide, il sistema bancario italiano

ha comunque resistito, nell’ultimo quinquennio, alla crisi finanziaria globale,

all’instabilità del mercato del debito sovrano, a due profonde recessioni.

Dall’avvio della crisi il capitale di migliore qualità è salito dal 7,1 al 10,7 per

cento delle attività ponderate per il rischio per il complesso del sistema, dal 5,7

al 10,9 per cento per i cinque maggiori gruppi.

La solidità del sistema, la sua resistenza sono state di recente confermate

dal Fondo monetario internazionale, al termine del periodico programma di

valutazione del sistema finanziario italiano. In base alle prove di stress sin qui

condotte dal Fondo, nel loro insieme le nostre banche appaiono in grado di

fronteggiare shock avversi grazie alla loro patrimonializzazione e alla liquidità

fornita dall’Eurosistema. Il Fondo ha sottolineato il contributo fondamentale

alla stabilità del sistema fornito dall’azione di vigilanza.

Il divario negativo di capitalizzazione dei nostri intermediari rispetto alla

media europea, sceso a circa due punti percentuali, riflette in ampia misura le

massicce ricapitalizzazioni bancarie effettuate con fondi pubblici in altri paesi.

Lo scorso dicembre il sostegno dello Stato alle banche ammontava all’1,8 per

cento del PIL in Germania, al 4,3 in Belgio, al 5,1 nei Paesi Bassi, al 5,5 in

Spagna, al 40 in Irlanda. In Italia l’analoga quota è pari allo 0,3 per cento

includendo gli interventi per il Monte dei Paschi di Siena.

Questi ultimi, ora al vaglio della Commissione europea, sono stati resi

necessari dalla raccomandazione dell’Autorità bancaria europea alle banche

dell’Unione di dotarsi di mezzi patrimoniali addizionali, straordinari e temporanei,

per fronteggiare le oscillazioni di valore dei titoli di Stato posseduti;

varranno anche a facilitare l’attuazione del piano di ristrutturazione varato

dalla nuova dirigenza. Lo Stato italiano ha concesso un finanziamento a condizioni

onerose per la banca; il piano di ristrutturazione ha obiettivi ambiziosi; il

suo successo dipenderà anche dall’evoluzione del contesto economico e finanziario

del Paese.

La leva finanziaria delle banche, misurata dal rapporto tra attività di

bilancio e capitale, è pari a 14 da noi e a 20 in media nel resto dell’Unione

europea. Nell’ultimo biennio le banche italiane che partecipano al monitoraggio

periodico coordinato dal Comitato di Basilea hanno fortemente

ridotto, da 35 a 9 miliardi, il fabbisogno di capitale che si registrerebbe se i

nuovi requisiti di “Basilea 3” (incluso il capital conservation buffer) fossero già

oggi pienamente in vigore.

Il rafforzamento patrimoniale, la trasparenza contabile, il rigore nei criteri

di valutazione dei rischi sostengono la fiducia degli investitori e contribuiscono

a contenere il costo dei finanziamenti esterni per le banche in una congiuntura

particolarmente avversa. Ma la garanzia ultima della stabilità delle banche è

la loro capacità di generare reddito. In prospettiva, la caduta della redditività

rischia di indebolirne il patrimonio e di comprometterne la capacità di

finanziare il rilancio dell’economia reale. Dal 2007 al 2012 il rendimento del

capitale e delle riserve è peggiorato; nel 2012, al netto delle poste straordinarie

connesse con la svalutazione degli avviamenti, è stato pari allo 0,4 per cento.

Il rischio di un’evoluzione sfavorevole nei prossimi anni deve essere

contrastato, in primo luogo mediante incisivi interventi sui costi. In un’industria

ad alta intensità di lavoro, come quella bancaria, vanno considerate

misure, anche di natura temporanea, per ridurre le spese per il personale in

rapporto ai ricavi. Gli accordi a livello aziendale volti a coniugare flessibilità

e solidarietà, contenuti nel contratto nazionale firmato nel 2011, muovono

nella giusta direzione. Per far fronte alle difficoltà contingenti degli intermediari,

per salvaguardare la stessa occupazione, è necessario proseguire con

determinazione lungo queste linee.

Il cambiamento nell’impiego dei fattori produttivi e dei canali distributivi

va favorito, sfruttando appieno le opportunità offerte dalle nuove tecnologie.

Negli ultimi quindici anni è cresciuta l’importanza del canale telematico nei

rapporti con la clientela. Modeste sono state, tuttavia, le implicazioni sulla rete

tradizionale. La differenziazione nell’utilizzo di questi canali, rispettivamente

per la distribuzione di servizi standardizzati e per l’offerta di prodotti e servizi

più complessi e personalizzati, potrebbe contribuire a invertire la tendenza alla

crescita del rapporto tra costi e ricavi registrata nell’industria bancaria italiana

negli ultimi dieci anni.

Resta comunque centrale il rapporto di fiducia con la clientela. Su questo

fronte sono stati compiuti progressi, ma si deve ancora migliorare, per accrescere

la qualità e la completezza delle informazioni, per garantire la piena

rispondenza tra le condizioni contrattuali pubblicizzate e quelle effettivamente

applicate, per evitare l’imposizione di oneri indebiti alla clientela. La Banca

d’Italia ha stabilito regole incisive; ne verifica il rispetto anche attraverso apposite

ispezioni, comminando sanzioni quando rileva irregolarità.

Da alcuni anni per le controversie individuali opera l’Arbitro bancario

finanziario, organizzato in tre collegi territoriali e indipendente dalla Banca

d’Italia. Si è rivelato uno strumento efficace e apprezzato. Intendiamo rafforzarne

le strutture, prendendo in considerazione un incremento del numero dei

collegi. La prontezza nell’adeguarsi alle sue decisioni è un elemento di valutazione

delle banche da parte della Vigilanza.

Le difficoltà nel finanziamento delle imprese devono stimolare una riflessione

sull’assetto complessivo del sistema finanziario italiano, sullo scarso

sviluppo dei mercati obbligazionari e azionari e sulla conseguente eccessiva

dipendenza delle imprese dai prestiti bancari. Come abbiamo sottolineato

in altre occasioni, tale assetto riflette in parte la riluttanza ad aprirsi delle

aziende italiane. Ma le banche non hanno spinto a sufficienza le imprese ad

avvicinarsi ai mercati.

La situazione odierna richiede a entrambe le parti di superare queste esitazioni.

Per le aziende solide, con buone prospettive di crescita, le difficili condizioni

sul mercato del credito bancario costituiscono uno stimolo potente ad

accedere al mercato dei capitali. Per le banche, un sistema finanziario sviluppato

permette di diversificare le fonti di ricavo, di mantenere un rapporto

equilibrato tra impieghi e depositi, di condividere con i mercati i rischi insiti

nel finanziamento alla clientela. Anche se occorre fare attenzione ai potenziali

conflitti di interesse, le banche possono favorire il ricorso delle imprese al

mercato avvalendosi dei vantaggi nella valutazione del merito di credito derivanti

dalle relazioni di lungo periodo che con esse intrattengono.

Il rafforzamento patrimoniale delle imprese e la loro apertura al mercato

dei capitali richiedono anche profondi cambiamenti nell’intero sistema finanziario:

è indispensabile che si ampli il ruolo dei fondi pensione e degli investitori

con orizzonte di lungo periodo; l’accumulo del capitale di rischio deve

essere opportunamente incentivato.

In questa difficile fase congiunturale e nella prospettiva di una profonda

revisione del modello di attività delle banche, gli azionisti svolgeranno un ruolo

cruciale; dovranno essere in grado di sostenere finanziariamente le banche,

rinunciando ai dividendi quando necessario, di vagliare la gestione senza interferire

con essa, di accettare la diluizione del controllo favorendo all’occorrenza

l’aggregazione con altri istituti. Saranno ricompensati dalla redditività nel più

lungo periodo.

Negli anni della crisi, le fondazioni di origine bancaria hanno assecondato

e sostenuto il processo di rafforzamento patrimoniale di alcuni tra i maggiori

intermediari italiani. Esse devono esercitare nei confronti delle banche partecipate

un ruolo rispettoso della forma e dello spirito della legge, senza condizionarne

le scelte gestionali e l’organizzazione; al pari di ogni altro azionista,

devono promuovere la selezione degli amministratori sulla base della competenza

e della professionalità, con criteri trasparenti.

La disciplina sulle banche popolari fu concepita per intermediari con attività

circoscritta in ambiti geografici ristretti, con il tratto distintivo, come nel

caso delle banche di credito cooperativo, di un elevato tasso di mutualità. Essa

può risultare oggi inadeguata per intermediari di grande dimensione, operanti

a livello nazionale o anche internazionale, quotati in borsa, partecipati da investitori

istituzionali rappresentativi di una moltitudine di piccoli risparmiatori

che hanno finalità e interessi diversi da quelli cooperativi. Per intermediari di

questa natura, l’applicazione rigida di alcuni istituti tipici del modello cooperativo

può anche incidere negativamente sulla capacità di rafforzare la base

patrimoniale.

Abbiamo in più occasioni indicato possibili interventi, tendenti a facilitare

la partecipazione dei soci, a rendere più incisivo il ruolo degli investitori istituzionali.

Andrebbe resa più agevole, per le popolari quotate, la trasformazione

in società per azioni, quando necessaria, in funzione delle dimensioni delle

banche e della natura delle loro operazioni. Nei limiti delle nostre attribuzioni,

ai fini del conseguimento della sana e prudente gestione, promuoviamo

modifiche nell’applicazione delle prassi di governance; le richiediamo laddove

le manchevolezze sono più rilevanti.

* * *

L’Europa, l’Italia si trovano ancora a un passaggio difficile. Per superarlo

non possiamo permetterci cali di tensione: dobbiamo insistere nell’opera di

riforma.

I cittadini europei devono trovare nel rafforzamento degli assetti comunitari

una ragione d’identità, la consapevolezza che se ne possono trarre benefici

per tutti. Il mercato unico, l’unione economica e monetaria hanno costituito

per i paesi che li hanno realizzati una grande opportunità di sviluppo e stabilità,

che andava, che va, riconosciuta e colta. Taluni non lo hanno fatto appieno,

l’Italia tra questi. Il nostro paese ha tante volte portato idee e iniziativa politica

alla comunità europea. È nel nostro patrimonio di valori, nel nostro interesse,

continuare a farlo, in un frangente in cui viene a volte messa in dubbio la

volontà stessa degli europei di cooperare ed essere uniti.

Noi italiani, fin dall’inizio tra gli artefici della costruzione europea,

dobbiamo mostrare di saper uscire dalla grave condizione in cui siamo caduti:

lavoro che viene meno e non si crea; imprese che non riescono a modernizzarsi,

a finanziarsi, che chiudono; banche indebolite prima dalle tensioni sul

debito sovrano, poi dagli effetti della recessione, fra le quali rischiano di emergere

situazioni problematiche. I rappresentanti politici stentano a mediare tra

interesse generale e interessi particolari: i cittadini ne ricevono segnali contrastanti

e incerti.

Le riforme non possono essere chieste sempre a chi è altro da noi; tutti

dobbiamo impegnarci: imprese, lavoratori, banche, istituzioni. Un bilancio

pubblico in equilibrio, al di là delle contingenze cicliche e con una composizione

favorevole al lavoro e allo sviluppo, è il presupposto di ogni politica

efficace ed equa. I sacrifici compiuti per conseguire e consolidare la stabilità

finanziaria rispondono a rigidità a lungo trascurate, a ritardi accumulati nel

tempo. L’uscita dalla procedura di deficit eccessivo ne è un primo frutto, da

non dissipare. Va considerato un investimento su cui costruire.

Non bisogna aver timore del futuro, del cambiamento. Non si costruisce

niente sulla difesa delle rendite e del proprio particolare, si arretra tutti. Occorre

consapevolezza, solidarietà, lungimiranza. Interventi e stimoli ben disegnati,

anche se puntano a trasformare il Paese in un arco di tempo non breve, produrranno

la fiducia che serve per decidere che già oggi vale la pena di impegnarsi,

lavorare, investire.

Il presente fascicolo

è stato stampato il 31 maggio 2013

presso la Divisione Editoria e stampa

della Banca d’Italia in Roma

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Fonte: sito della Banca d’Italia