Chiesa e Stato in Occidente        

 In occidente la separazione tra Chiesa e Stato, espressione della distinzione tra interiorità della coscienza ed esteriorità della norma giuridica, è stata possibile quando la politica era forte rispetto all’economia e, soprattutto, alla tecnica. Con la globalizzazione e con la biogenetica la distinzione crea un corto circuito.

Negli Stati Uniti c’è uno studioso che lo ha capito. Si chiama Mark Lilla e insegna dottrine politiche alla Columbia University. In autunno ha pubblicato un libro The stillborn God, in cui dimostra che la separazione tra Stato e Chiesa è stata un espediente per legittimare quella tra teologia politica e filosofia politica. (…)

In Russia non si è sviluppato come negli Stati Uniti lo spirito messianico, ma è molto forte l’identità nazionale. Putin, per rafforzare la “russità”, ha chiesto la collaborazione del patriarcato, ottenendola. (…).

Nell’Europa occidentale due statisti cercano di fare gli americani: si chiamano Nicolas Sarkozy e Tony Blair. Gli riesce a metà, perché sia il presidente francese che l’ex premier britannico riconoscono il ruolo della religione riguardo ai temi sociali, ambientali e della pace. Ambedue lasciano però fuori i temi più cari a Benedetto XVI: i temi antropologici. (…).

 Con Karol Wojtyla la Chiesa si è soprattutto confrontata in Occidente con il mondo marxista-comunista sulla base dell’idea che la verità si conosce nella libertà (anche politica). Con Joseph Ratzinger la Chiesa si confronta con la società postsecolare sull’idea, anzi sul convincimento profondo che la libertà trova il suo fondamento in un principio di verità che non annulla il “pluralismo”, ma si contrappone al “relativismo”. (…). Perché Sarkozy e Blair, pur riconoscendo il valore della religione, trascurano le tematiche antropologiche? La risposta è: perché vogliono fare gli americani, ma sono nati in Europa. Negli Stati Uniti la c i v i l   r e l i g i o n   ha per centro l’individuo e la sua libertà; in Europa, Italia compresa, la r e l i g i o n e   p o l i t i c a  ha per nucleo la comunità politica e le sue necessità (e spesso si è affermata in funzione anticristiana e antipapale). (…)

Tocqueville è uno degli ispiratori della “sana laicità” ratzingeriana. Non il più importante, però. In cima ci sono due protagonisti della fede cristiana. Il primo è san Paolo. Nella Lettera ai Galati si legge: <Non c’ è più giudeo, né greco; non c’è più schiavo, né libero; non c’è più uomo, né donna>. Paolo non offre un progetto politico alternativo, al contrario si colloca nel sistema romano. La concezione paolina tuttavia connette il sacro (la fede cristiana) al profano (la politica). Il secondo ispiratore della “sana laicità” ratzingeriana è il suo predecessore Gelasio I. La concezione gelasiana piace a Benedetto XVI perché essa offre, riguardo ai rapporti fra religione e politica, la sintesi che non è dato ravvisare né nella concezione gregoriana (potestas directa in temporalibus)  e neanche in quella bellarminiana (potestas indirecta in temporalibus). Con Gelasio si ha, certo, la separazione tra potere religioso e potere temporale ma in un contesto in cui quest’ultimo è sottoposto comunque alle istanze superiori del potere religioso-spirituale.

 Nella sua seconda enciclica, Spe salvi, Benedetto XVI ritiene necessaria <un’autocritica dell’età  moderna>,che sia speculare a una non meno necessaria <autocritica del cristianesimo moderno>. La modernità, questa modernità separa fede e ragione, verità e diritto. Riguardo a quest’ultima dicotomia –verità e diritto- nel suo discorso all’Onu del 18 aprile scorso papa Ratzinger rileva che i diritti sono universali perché universale è il valore della persona umana. Separare i diritti universali dalla persona significa far prevalere la legalità sulla giustizia. (…)

Sintesi nella pluralità e non semplice pluralismo nella libertà. Il “pluralismo nella libertà” si esplicita nella parole del grande intellettuale di origine bulgara Tzvetan Todorov. Sul tema delle radici ebraico-cristiane dell’Europa, Todorov afferma: <Si parla tanto di eredità cristiana, ma l’Europa ha anche una tradizione greca, romana, musulmana…>(Corriere della Sera, 09-04-08). Al contrario, replica l’epistemologo Giorgio Israel, <la caratteristica più originale e profonda della civiltà europea (…) è il frutto della sintesi fra il razionalismo scientifico (che si radica nella tradizione greca ed ellenistica) e la concezione morale giudaico-cristiana> (Il Foglio, 11-04-08).

Il Papa ha il suo ministro della cultura. Si chiama Gianfranco Ravasi. (…). Da illustre biblista, in occasione di un convegno svoltosi a marzo all’ambasciata d’Israele presso la Santa Sede, monsignor Ravasi ha indicato alcuni percorsi di sintesi utili a individuare l’identità culturale dell’Europa, connotata dalla tradizione ebraico-cristiana: primo percorso, la concezione teologica con la componente essenziale del monoteismo; secondo percorso, la comune visione antropologica basata sull’unità psico-fisica della persona; terzo percorso, il valore della parola al punto che tanto nell’ebraismo quanto nel cristianesimo la Rivelazione (e la Creazione) avviene tramite il soffio della voce (la stessa esperienza della storia non è teomachia, come invece insegnava la tradizione mesopotamica, bensì è affidata alla parola); il quarto percorso è teofanico, perché Dio si manifesta con la parola nella carne (a differenza del mondo indù e della concezione buddista).

Riferendosi alla realtà dell’Europa orientale degli ultimi anni lo storico e slavologo Adriano Roccucci ha scritto: <La fine della divisione in blocchi ideologici contrapposti ha restituito alla cultura di tradizione bizantina e alla Chiese ortodosse la possibilità di misurarsi liberamente con l’evoluzione della società e della realtà internazionale. Ne è derivato un nuovo protagonismo dell’ortodossia. Nella società di tradizione bizantina dell’Europa orientale è iniziata la ricerca di una nuova sintesi culturale, la cui elaborazione procede attraverso il recupero della propria identità nazionale e l’apporto decisivo delle tradizioni religiose. L’ortodossia è diventata quindi un riferimento obbligato nello sforzo intellettuale di rielaborazione dell’idea d’Europa>. (in AA.VV., Chiese e culture nell’Est europeo, Edizioni Paoline, 2007).

 Nella sua prima enciclica, Deus caritas est, Benedetto XVI scrive che <alla struttura fondamentale del cristianesimo appartiene la distinzione tra ciò che è di Dio e ciò che è di Cesare>. La separazione presuppone a sua volta la dialettica fra Chiesa e Stato. Ratzinger lo ha spiegato nel suo libro Chiesa ecumenismo politica  del 1987. <Dove la Chiesa diviene essa stessa Stato la libertà va perduta –ha scritto Ratzinger- Ma anche lì dove la Chiesa è soppressa come istanza pubblicamente rilevante viene a cadere la libertà, perché lì lo Stato reclama di nuovo per sé la fondazione dell’etica. Perciò la Chiesa deve avanzare delle pretese nei confronti del diritto pubblico e non può ritirarsi semplicemente nell’ambito del diritto privato>. Anche se, precisa Benedetto XVI nella succitata enciclica, <il compito immediato per un giusto ordine nella società è invece proprio dei fedeli laici>. (…)

 Giuseppe Di Leo