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Il libro di Cesare Pasini sui Padri della Chiesa (NOMOS)
Cesare Pasini I
Padri della Chiesa, Nomos Edizioni, 2010
pp. 270 - euro 19.00
Molte sono le pubblicazioni che trattano
i Padri della Chiesa. Perlopiù specialistiche, queste pubblicazioni
inducono spesso il grande pubblico a non avvicinarvisi. Occorrerebbe
incominciare a puntare anche su saggi dall’approccio semplice senza
scadere nel didascalico. E’ il merito che ha questo lavoro di Cesare
Pasini. Prefetto della Biblioteca Apostolica Vaticana,
Pasini è un esperto di paleografia greca e di letteratura bizantina, con
uno spiccato approccio alla didattica attraverso i testi. Infatti i
capitoli in cui si snoda il libro sono caratterizzati da ampie citazioni
tratte da alcune fra le opere più significative della patristica di
lingua greca e di lingua latina.
Provenendo da Milano, l’autore mostra predilezione per sant’ Ambrogio
(il quale, insieme con Agostino e Origene, è il padre della Chiesa più
citato nel libro) e per le prime esperienze di vita della Chiesa
ambrosiana. In merito Pasini ipotizza che a Milano “l’inizio della
presenza in città di una comunità ecclesiale” sia da collocare attorno
al 200. Ipotesi, sostiene l’autore, che “nasce da una deduzione a
partire dalle liste episcopali milanesi”.
Un altro merito di questo libro è la
contestualizzazione anche geografica in cui si collocano le opere dei
Padri della Chiesa. La strage dei copti, avvenuta la notte di Capodanno
ad Alessandria d’Egitto, ci fa apprezzare quanto scrive Pasini in uno
dei capitoli (sulla scuola teologica di Alessandria) più densi del
libro. “Alessandria era la seconda città dell’Impero (...). In
Alessandria risiedeva anche una fiorente comunità giudaica: lì era stata
tradotta in greco la Bibbia (si intende, l’Antico Testamento), nella
versione detta dei Settanta; e pure di Alessandria era Filone, un ebreo
contemporaneo di Gesù, che aveva cercato di conciliare le Sacre
Scritture e la filosofia greca”. Altro punto riguardo all’Egitto dei
copti è che “il monachesimo ha i suoi inizi in Egitto, attorno alla fine
del III secolo”.
Ma nel libro si trovano citati anche testi “provenienti dall’esperienza
monastica di Gaza (Palestina meridionale) nel VI secolo”. Come a voler
attestare la presenza più che millenaria del cristianesimo in quelle
terre martoriate da conflitti sanguinosi.
Efficace e chiara la spiegazione del complesso dualismo teologico tra
Antiochia e Alessandria, prima di approdare ai paragrafi finali in cui
si analizza in sintesi il valore ecumenico del patrimonio della
patristica. Su quest’ultimo punto, scrive Pasini: “Il cammino ecumenico,
per ricostruire l’unità, è chiamato a guardare di nuovo alla Chiesa
unita dei primi secoli. E, in linea più generale, la stessa teologia,
quando vuole recuperare la sua freschezza, trova di fatto nuova linfa
nella riscoperta delle fonti patristiche (non certo come un toccasana
magico, ma come un ambito di pensiero che riconduce ai punti di valore):
così è peraltro avvenuto con il concilio Vaticano II e con tutto il
movimento, squisitamente patristico, che l’ha preparato”. Infatti,
ricorda in conclusione Pasini, Ambrogio ricorre in un brano della
Costituzione dogmatica sulla divina rivelazione Dei Verbum e
nell’ultimo capitolo della Costituzione conciliare Lumen Gentium.
Senza dimenticare quanto scritto da Giovanni Paolo II “nella Lettera
apostolica Operosam diem inviata alla Chiesa di Milano nel 1997
(per il XVI centenario dall’ordinazione episcopale del maestro di
Agostino)”.
Giuseppe Di Leo (Gennaio 2011)
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