Intervento in video-Conferenza del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, al Workshop Ambrosetti di Cernobbio    (3 settembre 2011)

 

“Facciamo e faremo quel che dobbiamo in coerenza con le intese sottoscritte in sede europea e nell'interesse del Paese e delle sue future generazioni”.

"Sappiamo bene, e diciamo apertamente, che in particolare nell'ultimo decennio la crescita dell'economia italiana è rallentata, fino a ristagnare, è stata inferiore al pur non elevato tasso medio europeo, ha rispecchiato un andamento non positivo della produttività". Lo ha detto il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano collegandosi in videoconferenza con il Workshop Ambrosetti di Cernobbio”.

“Più in generale - ha aggiunto il Presidente Napolitano - l'Italia, dopo aver dato un forte contributo all'ideazione della moneta unica, alla definizione del Trattato di Maastricht e alle decisioni politiche comuni che hanno condotto alla nascita dell'Euro, non ne ha tratto le conseguenze di necessario adeguamento del suo sistema economico e anche istituzionale a questa nuova realtà. Sono state fatte scelte coraggiose riassumibili nella rinuncia alla sovranità monetaria e quindi ad ogni autonoma manovra del tasso di cambio; ma altre scelte sono mancate. E' questo un tema di seria riflessione per tutte le forze politiche che si sono avvicendate nel governo del paese, e per tutte le forze economiche e sociali".

“Si è ritardato ed esitato ad affrontare più risolutamente - ha rilevato il Capo dello Stato - con coerenza e continuità, il vincolo, che doveva essere allentato e sciolto, del pesante indebitamento pubblico accumulato in precedenza. E sentiamo ora, a 10 anni di distanza dall'adozione dell'Euro, tutto il peso di quel persistente vincolo nonché il peso del ritardo nell'avviare a soluzione altre questioni essenziali, adottando le riforme necessarie per un rilancio della produttività e della crescita”.

Per il Presidente Napolitano "l'assoluta necessità di una svolta verso il superamento di quei ritardi, verso l'assunzione in tempi rapidi di scelte coraggiose e di comportamenti rigorosi, è oggi diffusa come non mai in precedenza. Questo ha significato il fatto inconsueto che il decreto-legge deliberato dal governo e da me emanato il 6 luglio scorso - contenente misure urgenti per la stabilizzazione finanziaria - sia stato discusso e votato in Parlamento, in entrambe le Camere, nel tempo record di 9 giorni. Ciò nonostante forti contrasti tra maggioranza e opposizione nel merito di quelle stesse misure ; e grazie ad una prova di coesione nazionale da me come Presidente della Repubblica fortemente auspicata e sollecitata. Quel decreto, rivolto a conseguire il pareggio di bilancio nel 2014, ha riscosso l'apprezzamento del Consiglio europeo nella sua Dichiarazione del 21 luglio, ma non è riuscito ad evitare una crisi di fiducia nei mercati finanziari, che ha duramente colpito tra la fine di luglio e l'inizio di agosto i titoli del debito pubblico italiano. E ciò ha indotto il governo a deliberare e presentare al Parlamento un nuovo decreto-legge, volto, in particolare, ad anticipare al 2013 l'obbiettivo del raggiungimento del pareggio di bilancio; in pari tempo la BCE ha fronteggiato, con alto senso di responsabilità, il rischio insorto per effetto di crisi del debito sovrano nella zona Euro".

La brusca accelerazione imposta dagli eventi - ha proseguito il Presidente - ha reso, com'è evidente, particolarmente difficile e controversa la definizione da parte del governo italiano di decisioni efficaci di riduzione più rapida di quanto già previsto del rapporto deficit-PIL, e nello stesso tempo di decisioni efficaci ai fini di una effettiva ripresa della crescita. Di qui una discussione travagliata, che in questi giorni impegna il Parlamento: è impegno comune di maggioranza e opposizione di concluderla presto, molto tempo prima dello scadere dei 60 giorni rituali per la conversione del decreto-legge del 13 agosto, ed è impegno comune anche rispettare - comunque si emendino singole norme - gli obbiettivi complessivi di bilancio annunciati".

In sostanza, "occorre che vengano ora e nel prossimo futuro da parte italiana chiarezza e certezza di intenti e di risultati, al di là di ogni oscillazione nociva alla credibilità degli orientamenti e comportamenti del paese. Si finirebbe altrimenti per ricadere in situazioni in cui il nostro paese veda riemergere e pesare su di sé antiche diffidenze".
Sappiamo peraltro tutti - ha affermato il Capo dello Stato - come il travaglio dei processi decisionali sia proprio della natura delle nostre democrazie parlamentari. E in questa fase il Parlamento italiano non è il solo in Europa nel quale si attendono voti difficili a conclusione di delicati confronti. Non c'è dubbio che in generale la politica sia in affanno, di fronte alle tensioni e ai rischi di crisi cui è esposta l'Eurozona, e che gli equilibri politici e sociali interni a singoli paesi siano messi alla prova. Si tratta di vicende che dobbiamo seguire in spirito di reciproco rispetto, e rifuggendo da pregiudizi o semplicismi relativi alle diverse latitudini in cui sono situati gli Stati membri".

Tornando all'Italia di oggi - ha proseguito il Presidente Napolitano - dirò che facciamo e faremo quel che dobbiamo - specie per ridurre decisamente il nostro debito pubblico - certamente in coerenza con intese da noi sottoscritte in sedi europee, ma non in obbedienza a particolari imposizioni dall'esterno. Lo facciamo nell'interesse del nostro paese e delle sue future generazioni. Lo facciamo valorizzando sempre i fattori di sostenibilità anche finanziaria della situazione italiana, per la solidità del sistema bancario, per lo scarso indebitamento delle famiglie : ma non invocando tali fattori per sfuggire agli imperativi di riequilibrio e stabilità della finanza pubblica, e non invocando a tal fine nemmeno i molti punti di forza della nostra economia - dinamismo imprenditoriale al servizio innanzitutto di una ricca base produttiva manufatturiera, peculiare talento creativo, eccellenti riserve di capitale umano. Facciamo e faremo quel che dobbiamo - ed è qui il banco di prova per tutte le forze politiche e sociali italiane - perché lo dobbiamo alla causa comune dello sviluppo dell'Europa unita : causa in cui crediamo e a cui abbiamo dato contributi essenziali da sessant'anni ; sviluppo che ha bisogno dell'Italia, della sua grande tradizione e realtà storica, così come di esso ha bisogno l'Italia".

Il Presidente Napolitano ha quindi sottolineato che "le sfide che abbiamo davanti richiamano tutte quella per noi più grande e decisiva: la sfida dell'andare avanti sulla via di una più stretta integrazione economica e politica, con una coerenza e un coraggio maggiori di quel che stiamo dimostrando, senza commisurare ogni decisione a considerazioni ed esigenze politiche ed elettorali interne".

Il Presidente della Repubblica Napolitano ha quindi risposto ad alcune domande tra cui una dell'ambasciatore Sergio Romano sull'eventualità di una formazione di un governo diverso per poter realizzare gli obiettivi del risanamento della finanza pubblica e maggiore coesione tra le forze politiche.

 Ha replicato il Capo dello Stato:

 “Ambasciatore Romano, lei sa benissimo che le preoccupazioni per un eccesso di conflittualità tra i partiti e per la forte pressione che calcoli elettorali e di convenienza esercitano sulle posizioni dei partiti, anche degli opposti schieramenti, sono per me pane quotidiano. Queste preoccupazioni le esprimo ormai da vari anni con molta tenacia, costanza, e talvolta anche con molta severità.
Lei certo pone una questione che intriga molti, nel nostro paese e fuori, e cioè che solo un governo diverso che in partenza realizzasse una maggiore coesione tra le forze politiche e sociali potrebbe realizzare gli obiettivi congiunti di risanamento economico, di abbattimento del debito pubblico e di una crescita più intensa e continuativa.
Quello che io posso fare, e faccio, è ogni sforzo perché, pur nell'attuale situazione che vede forti contrapposizioni tra opposizione e maggioranza e vede anche molte tensioni tra governo, forze politiche e forze sociali, si realizzi un clima di maggiore confronto e apertura. Io ho detto: ci vuole più misura nei giudizi, più realismo nelle analisi, più convergenze sul da farsi. Questo è quello che posso dire.
Per quello che riguarda i governi, il Presidente della Repubblica non interviene a formare o creare governi se ce ne è uno in carica che abbia la fiducia della maggioranza del Parlamento. Io, quindi, non posso avere in mente nemmeno, e in ogni caso non è nel mio programma, la formazione di un governo diverso da quello attuale. Il giorno in cui si aprisse una crisi di governo - e questo è sembrato che potesse accadere alla fine dell'anno scorso, ma non accadde - io, secondo i miei poteri e secondo la prassi costituzionale, chiamerei a consulto tutte le forze politiche e mi assumerei la responsabilità anche di fare una proposta per la soluzione della crisi. La Costituzione mi da sempre, tra l'altro, la facoltà di incaricare la persona che debba formare il nuovo governo: in quelle circostanze farei la mia parte.
Non posso, invece, andare oggi al di là del mio ruolo istituzionale. Non siamo una Repubblica presidenziale: siamo una democrazia parlamentare. Fin quando c'è un governo che ha la fiducia del Parlamento, comunque esso agisca, io non posso certamente sovrapporvi non dico il fatto, ma nemmeno l'idea di un governo diverso”.

 Fonte: sito del Quirinale