Alcune interpretazioni della Enciclica SPE SALVI

Un giorno fu chiesto al giornalista e scrittore Beniamino Placido a cosa servisse la critica televisiva. Placido curava su La Repubblica una rubrica quotidiana sulla televisione che ha fatto scuola alla generazione successiva di critici televisivi. Rispose:<A nulla nel breve periodo. Ma nel medio-lungo periodo la critica televisiva è come una cura termale: comincia a far sentire i suoi effetti>.

Io credo che si possa dire la stessa cosa di un’enciclica. Soprattutto se si tratta di un’enciclica come la Spe salvi, impegnativa sul piano teoretico e filologico.

Perciò mi pare opportuno presentarla attraverso le molteplici chiavi di lettura ermeneutica offerteci dalla stampa italiana, con l’intento di intersecare le voci entusiaste e positive con coloro che invece ne hanno criticato singoli aspetti ovvero l’intero impianto culturale.

Ha certo ragione il cardinale gesuita Albert Vanhoye, noto biblista, che nel presentare il documento papale ai giornalisti di mezzo mondo presso la Sala Stampa della Santa Sede ha rilevato come <in questa nuova enciclica ritroviamo il Papa profondo teologo e nel contempo pastore attento alle necessità del suo gregge>. A questa costatazione il porporato aggiunge, riguardo al legame indissolubile fra fede e speranza: <Effettivamente, la fede cristiana non consiste anzitutto nell’accettare un certo numero di verità astratte, ma consiste nel dare la propria adesione personale alla persona di Cristo, per esser da lui salvati e introdotti nella comunione divina>. Dopo quello filologico-biblico, anzi accanto a questo c’è il profilo teologico e filosofico dell’enciclica. Se la speranza è indissolubile dalla fede, osserva il cardinale domenicano Georges Marie Martin Cottier, <la riflessione sulla speranza sfocia nella questione antropologica>. In che senso? Lo spiega il porporato svizzero:<La speranza cristiana è stata oggetto di una critica sempre più dura: sarebbe puro individualismo; abbandonando il mondo alla sua miseria, il cristiano si sarebbe rifugiato in una salvezza eterna soltanto privata>. E invece no. <L’enciclica non ha difficoltà a rispondere a questa presentazione molto vicina alla caricatura. La vita beata è vita con Dio ed appartenenza al popolo del quale la legge è la carità. Non un io chiuso in se stesso, ma un noi>.

Ma l’uomo moderno, si legge nella Spe salvi, troppo spesso ha sostituito la fede nella speranza con la fede nel progresso e nella libertà illimitati. Su queste basi si dà vita alla Rivoluzione francese del 1789 e alla Rivoluzione russa del 1917. Spiega Cottier:<La fede nel progresso come nuova forma della speranza umana è alla base del progetto di Marx di una rivoluzione del proletariato industriale vittima degli sviluppi della società capitalistica. Questa rivoluzione doveva costituire il passo definitivo verso la salvezza dell’uomo. Il progresso verso il bene sarebbe opera non della scienza come tale ma della politica pensata scientificamente>. Ma Marx, nota Benedetto XVI nell’enciclica, <ha dimenticato che l’uomo rimane sempre uomo. Ha dimenticato che la libertà rimane sempre libertà, anche per il male. Pensava che una volta sistemata l’economia, tutto sarebbe stato a posto. Il suo vero errore è il materialismo>.

Mentre scrivo questo pezzullo di analisi sulle interpretazioni dell’ultima enciclica ratzingeriana, le agenzie di stampa battono la notizia che papa Benedetto XVI ha rinunciato ad essere presente all’apertura dell’anno accademico dell’università La Sapienza di Roma, dopo che un gruppuscolo di intolleranti facinorosi aveva occupato, in segno di protesta per la presenza del Pontefice, l’aula dei rettorato.

Allora faccio una domanda a Paolo Flores d’Arcais. A lui che sull’Unità del 21 dicembre ha scritto: <Sotto il profilo culturale, basterebbe rispondere al Papa teologo che la modernità non è innanzitutto e per lo più, come vuole farci credere, Terrore e Gulag, perché dalle tre rivoluzioni borghesi, da Cromwell, dai girondini, da Jefferson, è nata una forma di convivenza straordinaria, fino ad allora sdegnata come utopia, la democrazia liberale. (…) E che Nietzsche e Marx, per non parlare di Bacone e dei Lumi, non assomigliano proprio al bignamino parodistico spacciato nella Spe salvi>. Ebbene, gli chiedo: sono degni figli di quella rivoluzione borghese che ha segnato il trionfo della convivenza quei giovinastri che hanno proibito con la violenza la libertà di parola a Benedetto XVI? E come si possono giudicare quei sessantatré suoi colleghi che hanno firmato la petizione per vietare la visita del Papa alla Sapienza se non degni scolarchi di studi bignamistici?

Ancora sull’Unità del 28 dicembre, in una peraltro dotta disquisizione sulle precedenti encicliche papali riguardanti il tema della modernità, Enzo Mazzi ha scritto che nella Spe salvi <si rivela la paura che da due secoli assedia la gerarchia cattolica, con la parentesi di papa Giovanni e del Concilio: divenire insignificante in un mondo emancipato dal dominio del sacro e dell’assoluto. Il linguaggio dei papi in questi due secoli si è affinato, non c’è dubbio, ma la sostanza resta quella: la grande paura che la modernità renda superflua la Chiesa>. Domanda piccina piccina anche a Mazzi: chi ha paura di confrontarsi con la modernità, il Papa che accoglie l’invito a recarsi nel tempio della cultura laica capitolina ovvero la masnada di studentelli timorosi che, alla prova dei fatti, proprio insignificante in un mondo emancipato la Chiesa non è? 

Studentelli che non hanno capito, perché qualcuno non glielo ha insegnato, quello che Benedetto XVI ha spiegato nell’enciclica in una sontuosa sintesi di teologia della storia. E che il teologo della Casa Pontificia, il domenicano polacco Wojciech Giertych, ha così brillantemente sintetizzato su L’Osservatore Romano del 1° gennaio: <L’illuminismo e la rivoluzione francese hanno messo al centro la ragione contro la fede, intesa come una superstizione, e la libertà contro la religione. Per elevare la ragione sembrava che fosse necessario distruggere la fede. Adesso, invece, vediamo che il mondo sta cadendo nello scetticismo, nel nichilismo, nel relativismo e proprio c’è la Chiesa che difende la dignità della ragione contro le correnti attuali, come si vede nell’enciclica di Giovanni Paolo II Fides et ratio e nel discorso di Benedetto XVI a Ratisbona.

Concorda sul punto anche il filosofo inglese Roger Scruton: <Penso che questa enciclica segua la strada tracciata da Giovanni Paolo II nel riconoscere che, nell’epoca della democrazia, alla Chiesa è chiesta un nuovo tono nella propria comunicazione> (Avvenire, 20 dicembre). Il sopruso di cui è stato vittima il Papa alla Sapienza è effetto del clima di buonismo imperante. Analizza l’antichista Marta Sordi su Avvenire:<Contro il buonismo diffuso nella cultura dominante del nostro tempo, che finisce per ignorare l’esistenza del male e umilia la stessa libertà umana, il Papa nell’enciclica ricorda l’esigenza che da sempre l’umanità ha mostrato per una giusta retribuzione del bene e del male e di un Giudizio che ristabilisca per l’eternità l’ordine spesso capovolto della vita terrena e cita, fra i Greci, Platone, che nel Gorgia rappresenta il giudice ultraterreno nell’atto di punire i malvagi e di premiare i buoni>.

Una volta alla Sapienza si leggeva Platone. Dubito che si continui a farlo. O tempora o mores, affermava il laico Cicerone.

 Giuseppe Di Leo/Febbraio 2008