Lo stimolante carteggio Benedetto Croce-Don Giuseppe De Luca

 Benedetto Croce-Giuseppe De Luca - Carteggio (1922-1951)
Edizioni di Storia e Letteratura, 2010, pp. 202 - euro 34.00

(a cura di Gianluca Genovese)

Era ora. Era ora che uscisse il carteggio intercorso fra il più grande intellettuale laico del Novecento italiano e il più grande intellettuale cattolico del Novecento italiano. Benedetto Croce e don Giuseppe De Luca, pur così diversi per interessi e formazione culturali, hanno dato vita a uno dei sodalizi più intriganti nelle vicende della storia culturale del secolo scorso in Italia. Grazie a un’accurata ricerca di Gianluca Genovese è possibile ora leggere - per i tipi delle Edizioni di Storia e Letteratura - le centotrentotto lettere in cui Croce e De Luca si scambiano pareri e suggerimenti bibliografici, e non solo questo.

Emma Giammattei, docente all’Istituto universitario Suor Orsola Benincasa di Napoli, nell’introduzione spiega che “il punto di contatto tra i due mondi, quello di Croce e di don De Luca, pur nella netta dissimulazione, solo sanata e come disciolta nel clima di convalescenza ideologica del secondo dopoguerra, è dato appunto da un’essenziale e sempre operativa apertura dialogica e dalla rilevata sensibilità epistolare, alla lettera come formula e come forma vivente”.

E’ bello leggere in una lettera del senatore napoletano al sacerdote lucano che sia da deprecare “che gli storici italiani, i quali ora hanno ripreso sull’esempio tedesco le ricerche sulle origini cristiane, trascurino la storia religiosa d’Italia dal Rinascimento al secolo decimonono. (...) Se fossi più giovane, e soprattutto se non avessi una serie di impegni con me stesso ai quali non posso sottrarmi, mi metterei a quel lavoro”. La lettera è dell’aprile 1927.

Gustosa la lettera che De Luca invia a Croce in occasione della messa all’Indice dell’opera crociana da parte di Santa Romana Chiesa. Vi si legge: “Io non sono nulla di ufficiale né d’ufficioso nella Chiesa; anzi, passerei presso qualcuno dei guai se dicessi tutta la stima e tutta l’affezione che ho per l’ E.V.; tuttavia, sincero prete e uomo onesto, mi permetto di rivolgere all’ E.V. una parola. Ed è questa: non potrà meravigliarla quest’atto della Chiesa, seppure l’addolora. Né Ella né la sua dottrina possono dirsi cristiani: né Ella né la sua dottrina, ormai, son più cose che conoscano solo gli specialisti” (Lettera del giugno 1934).

Non meno gustosa la risposta di don Benedetto imbastita quattro giorni più tardi: “Mi permetta di dirle che coloro che stanno nella cerchia ecclesiastica non si rendono conto dell’effetto di certi provvedimenti, che essi, un po’ candidamente, immaginano gravi e tremendi, dolorosi e tragici. Niente di ciò; ma semplice indifferenza da parte di chi ne è oggetto, e sorriso e gaiezza negli astanti. Da tre giorni, infatti, io ricevo allegre congratulazioni per il nuovo riconoscimento di stima che mi viene dalla Chiesa di Roma”.

In appendice alla raccolta epistolare sono raccolti cinque piccoli saggi, di grande interesse, di don De Luca. In particolare nel primo, commentando il “non possiamo non dirci cristiani” crociano, il sacerdote lucano rileva che “il senatore Croce non parla di Cristo, del Cristianesimo, della Chiesa per odio; ne parla, noi crediamo di poter dire, per amore, quantunque un amore sui generis”. Poi conclude: “Che tutta la civiltà moderna sia e possa dirsi cristiana, no, non è vero; che tutto il meglio nasca di là e dopo le defezioni di singoli ritorni lì, questo sì”. In un altro contributo si legge questo giudizio di De Luca su Croce: “In fondo, Croce, apostolo di liberalismo, è stato il dittatore dello spirito italiano (...). Dottissimo, ma non erudito di professione; filosofo, ma non sistematico; scrittore di polso, ma non artista, egli va considerato grande piuttosto come un dominatore di cultura, che non come una sorgente”.

In un articolo del 1952 infine, riproposto in questo libro, don Giuseppe scrive di Croce: “Non volle bene ai preti, disse male di loro e disse male della Chiesa: non oltraggiò mai Cristo, ma neppure lo nominò spesso. Domandarsi perché non sia stato credente, sarebbe un voler fare la storia del suo secolo: non la storia, ma il processo del secolo: un processo dove i rei di poca o nessuna fede non siedono tutti tra i non credenti”.
Parola di don Giuseppe De Luca, “prete romano”.

Giuseppe Di Leo  (gennaio 2011)