L’USCITA DI SCENA DI ARAFAT                         23 aprile 2005

 

A cura di Giuseppe Di Leo

 

«Nella grande galassia dei cospiratori e degli agitatori del Novecento –scrive Sergio Romano sul CORRIERE DELLA SERA  del 5 novembre (Soltanto un simbolo, pag.1) –alcuni riescono, dopo la fine della lotta, a costruire uno Stato, altri restano per tutta la vita nei panni rivoluzionari indossati all’inizio della loro carriera. Alla prima categoria appartengono Lenin, Stalin, Mussolini, Hitler, Castro, Ho Chi Minh e per certi aspetti Mao. Alla seconda Yasser Arafat. Quando strinse la mano di Rabin sul prato della Casa Bianca e divenne Nobel per la pace, sperammo che il leader palestinese avrebbe dedicato il resto della sua vita a consolidare il risultato degli accordi di Oslo. Se fosse morto allora i giornali sarebbero stati pieni di lacrime e di elogi». L’editorialista riconosce che non tutte le colpe sono da addebitare ad Arafat poiché «l’invasione israeliana del Libano aveva contribuito alla nascita di organizzazioni religiose (Hamas, Jihad Islamica) che gli contestavano la direzione del movimento e lo costringevano a rincorrere continuamente, per restare in sella, i gruppi più radicali. Banjamin Netanyahu, premier israeliano dal 1996, ebbe un solo programma: svuotare e boicottare gli accordi di Oslo». Per Romano Arafat commise due errori: «In primo luogo rifiutò il compromesso di Camp David, negoziato alla fine della presidenza Clinton, e sembrò così responsabile del fallimento dei negoziati. In secondo luogo puntò una volta di più sulla lotta e sperò che una seconda Intifada avrebbe ridato lustro alla sua leadership e costretto Israele a un’umiliante ritirata. Ma l’Intifada sfuggì al suo controllo, finì nelle mani dei fondamentalisti islamici e diede a Sharon l’occasione per disfare definitivamente gli accordi di Oslo. In questi ultimi anni, trascorsi nel confino di Ramallah, non è stato né il leader di un movimento rivoluzionario né il costruttore dello Stato palestinese. E’ stato soltanto un simbolo: troppo poco per guidare un popolo, troppo perché qualcuno potesse aspirare alla successione e a prendere il posto».

 

Per Bernardo Valli su LA REPUBBLICA  del 5 novembre (Il vuoto che lascia, pag.1) «l’uscita dalla ribalta politica di Yasser Arafat apre un grande vuoto in Medio Oriente» anche nella sua ambiguità, perché «era un ostacolo ad ogni vera tregua e al tempo stesso un elemento di moderazione». Ambiguo perché «Arafat per troppo tempo ha cavalcato il dramma. In quarant’anni è stato un uomo politico accorto; un rivoluzionario coraggioso e astuto; un capo di terroristi; un negoziatore degno del premio nobel per la pace; ma anche un negoziatore più sfuggente che intransigente, comunque incapace di gesti generosi con i quali afferrare i momenti propizi; ed anche un capo autoritario, non corrotto ma corruttore. Tanti, troppi ruoli, che hanno finito con il logorare la sua immagine. Al punto da sollevare la collera della sua gente. Mai tuttavia da provocare un ripudio definitivo». Per questo «sarà molto pianto, ma non troppo rimpianto». Il giornalista scrive che gli Stati Uniti ora possono far sentire la loro voce con più determinazione perché con la sua rielezione «Bush non è più condizionato di gruppi di pressione, non deve più affrontare voti, in teoria è quindi più libero di agire in Medio Oriente (…). L’ostacolo del logoro, tenace Arafat è caduto. E i dirigenti che dovrebbero succedergli sono più che disponibili» anche se «i movimenti terroristici, quali la Jihad islamica e Hamas, possono approfittare per allargare l’area di potere già sottratta da tempo ad Arafat».

 

Articolata la sintesi che di Arafat dà R.A. Segre su IL GIORNALE del 5 novembre (Quel sogno svanito, pag.1): «guerriero, rivoluzionario, astuto politico, coraggioso combattente, straordinario agitatore di folle, questo ometto che ha incarnato la nazione palestinese al punto da diventare il suo intoccabile simbolo, è stato al tempo stesso idolo e sventura del suo popolo. Idolo, perché senza di lui la sovranità palestinese non sarebbe stata riconosciuta. Non la voleva la Siria, che ha sempre considerato l’Olp come strumento di lotta contro Israele, ma mai di indipendenza di un territorio che Damasco ha sempre considerato parte integrante della Grande Siria. Non la voleva la Transgiordania, che dopo aver tentato di inglobare la Cisgiordania in una Giordania odiata dai palestinesi l’ha di fatto abbandonata, furiosa per i tentativi di sovversione di Arafat contro la dinastia Ashemita. Non la voleva l’Egitto, che con Nasser inventò quell’Olp originale e quell’esercito palestinese che doveva combattere Israele sotto il controllo della Lega Araba e che invece Arafat trasformò in uno strumento di potere militare e politico. Non la voleva l’Arabia Saudita, timorosa del messaggio rivoluzionario laico di Arafat. Questa sovranità palestinese, più di ogni altro, la volevano i libanesi per liberarsi dai profughi palestinesi che avevano accolto dopo la guerra con Israele del 1948 e che si erano trasformati in una fonte permanente di interferenza politica interna, nella causa di una lunga guerra civile e di un’occupazione siriana che ancora continua».