Intervento del Presidente di Confindustria Giorgio Squinzi all'Assemblea pubblica

( 24 maggio 2012)

 Autorità, cari Amici imprenditori, Signore e Signori,

un grazie sentito a tutti Voi per essere qui oggi.

Permettetemi di tributare un significativo ringraziamento al Presidente della

Repubblica, Giorgio Napolitano.

L’Italia ha bisogno di lui, e di altri come lui, perché in momenti di grande

difficoltà economica come l'attuale viene messo a rischio non solo il nostro

benessere, ma anche la tenuta del nostro tessuto democratico, sociale e

istituzionale.

Sono molto onorato ed emozionato nel presentarmi a Voi come Presidente di

Confindustria. Sento la responsabilità di un incarico importante e molto

impegnativo.

Per me la Presidenza di Confindustria non rappresenta la realizzazione di

un’ambizione, ma una vera missione.

Per tutti noi imprenditori ricoprire cariche associative deve essere una

missione al servizio delle imprese che rappresentiamo e, di conseguenza, al

servizio del Paese.

Se non dimostriamo con fatti concreti questa convinzione noi per primi, non

potremo mai chiederla agli altri. Non potremo, in particolare, esigerla dai

nostri politici.

Non posso proprio accettare l’associazionismo come professione. Sono e

rimarrò uno di Voi, un imprenditore.

E sarò il Presidente di tutti gli imprenditori: questa non sarà la Confindustria di

Giorgio Squinzi. Sarà la Confindustria di tutti gli imprenditori veri: grandi, medi

e piccoli.

Sarà la Confindustria di tutti coloro che credono nel futuro della propria

impresa e nel futuro del nostro Paese.

So che non è un compito facile.

Raccolgo il testimone da una donna coraggiosa e appassionata, che in questi

ultimi quattro anni ha fatto moltissimo per affrontare le sfide e le difficoltà con

carattere e capacità di visione. Credo ci siano ottime ragioni per tributare a

Emma un sincero grazie da parte di tutti noi e mio personale.

Cara Emma,

i tempi della tua Presidenza sono stati molto duri, ma tu sai bene che i miei

lo saranno anche di più.

La tua capacità di mantenere Confindustria come autorevole punto di

riferimento è l’eredità che ricevo e sulla quale dobbiamo impegnarci tutti, per

cambiare questo nostro Paese.

Ora è molto più diffusa di quattro anni fa la consapevolezza del

cambiamento. Il cambiamento per noi imprenditori è un modo di essere, ma

con l’esplosione della crisi deve diventare rapidamente consapevolezza di

tutti.

Fare l’imprenditore in Italia non è mai stato un mestiere facile. Oggi è

diventata una sfida temeraria.

Ho una convinzione forte, anzi fortissima, quella che mi ha portato all’impegno

che sto assumendo: la bassa crescita dell’Italia è determinata soprattutto

dalla difficoltà di fare impresa nel nostro Paese.

L'impegno di Confindustria deve andare verso la rimozione di questa difficoltà.

La complessità delle leggi e degli adempimenti, la lentezza della burocrazia, i

lunghissimi e incerti tempi della giustizia, l’insopportabile carico fiscale, la

mancanza di infrastrutture adeguate sono mali antichi di questo Paese.

Negli anni questi fattori hanno pesato sempre più, ostacolando l’adeguamento

del sistema produttivo alla triplice sfida della globalizzazione, della moneta

unica, della rivoluzione tecnologica e informatica.

Il risultato è stato un tasso di crescita dell’economia fra i più bassi al mondo.

La grande crisi emersa negli Stati Uniti nel 2007 ha prodotto danni più gravi in

Italia che nella maggioranza degli altri paesi.

Il PIL italiano è del 6% inferiore al livello pre-crisi, mentre Stati Uniti e

Germania hanno già riguadagnato quel livello nel corso del 2011. Nello stesso

periodo, la produzione industriale è caduta di ben oltre un quinto. Ancora

adesso, mese dopo mese, registriamo cali continui, che in alcuni settori sono

drammatici.

Le imprese italiane, specie quelle che lavorano prevalentemente per il

mercato interno, sono precipitate in una crisi senza precedenti.

Manca domanda e manca liquidità. L’accesso al credito bancario è diventato

problematico. Lo Stato paga con ritardi sempre più ampi che non sono più

tollerabili. Non sono degni di un paese civile.

Altrove, proprio per aiutare le imprese, quei tempi sono stati ridotti. È anche

vero che tra le imprese private i tempi di pagamento si sono molto allungati,

mentre in Francia e Germania si sono accorciati. Ciò ha aumentato il

fabbisogno finanziario proprio quando il credito bancario viene negato.

Così la crisi economica e la crisi di liquidità si avvitano in una spirale che

mette a rischio la sopravvivenza stessa delle nostre imprese.

In questi mesi ho incontrato centinaia di imprenditori in ogni angolo d’Italia;

ovunque ho trovato preoccupazione, ansia, in alcuni casi vera e propria

angoscia. Per gli imprenditori e per i loro collaboratori le conseguenze sociali

e umane della crisi stanno diventando drammatiche.

Ho trovato però anche tanta voglia di fare. Soprattutto di non mollare.

Da queste considerazioni scaturisce, cari Colleghi, il mandato che mi avete

affidato.

Il nostro primo compito è arrestare l’emorragia e restituire fiducia.

L’emorragia si misura con le decine di migliaia di imprese che non sono

sopravvissute alla crisi.

L’emorragia si misura con gli oltre due milioni cinquecento mila persone che

non trovano lavoro.

L’emorragia si misura con il senso di sgomento che attraversa il Paese.

Dobbiamo fermare questa emorragia. Dobbiamo ridare speranza.

Dobbiamo farlo per le imprese che rappresentiamo e per i nostri collaboratori.

Dobbiamo farlo, soprattutto, per questo Paese e per i nostri figli.

Dobbiamo far capire a tutti che se le imprese non hanno futuro, non ha futuro

il Paese, che la competitività ha valore sociale perché significa crescita,

occupazione, benessere. Se si perde il potenziale produttivo della nostra

industria, si impoverisce il Paese.

Non basta però arrestare l'emorragia, risolvere l'emergenza. Il Paese ha

bisogno di basi solide per tornare a crescere. Ci vogliono soluzioni di breve

termine per superare la crisi e soluzioni di lungo termine per convogliare il

risparmio verso investimenti distribuiti nel tempo, che diano occupazione e

sviluppo.

Rilanciare i consumi è fondamentale, ma non è sufficiente. Se non si dà

prospettiva alla crescita di lungo termine con investimenti significativi, la

ripresa non durerà.

L'eccesso di finanza e il suo distacco dall'economia reale sono problemi che

vanno affrontati e risolti. La finanza deve tornare alla sua missione originaria e

naturale: supportare l'impresa nello sviluppo economico.

Amici imprenditori, voglio dirvi una cosa semplice.

Affronto questa missione e le sfide che ci attendono con lo stesso impegno e

con la medesima determinazione che ho ereditato da mio padre per far

crescere e prosperare la mia azienda.

Ho imparato che costruire un futuro migliore è nelle nostre possibilità e

capacità. Occorre lavorare moltissimo. Avere sempre l’ossessione verso la

crescita. È giusto chiedere aiuto a chi te lo può dare, ma devi sapere che alla

fine devi contare sulle tue forze. Senza arrendersi mai.

Sarò un difensore, fermo e tenace, delle ragioni delle imprese. Difenderò le

ragioni della legalità e della convivenza civile, senza le quali non può esistere

né mercato, né impresa.

Il vile attentato all’amministratore delegato di Ansaldo Nucleare ci riporta con

la memoria a tempi che pensavamo superati per sempre.

Desidero ancora una volta esprimere qui la solidarietà e la vicinanza di

Confindustria a Roberto Adinolfi, ai suoi famigliari e a tutta Finmeccanica.

E desidero esprimere lo sdegno e il senso di orrore che proviamo per

l’inaudito attentato alla scuola Morvillo - Falcone di Brindisi.

Globalizzazione e Associazionismo

La crisi che stiamo vivendo è la più lunga e la più profonda dal crollo del

1929.

Rispetto ad allora vi è, però, un diverso motore di crescita: i paesi emergenti.

All’incremento della loro produzione corrisponde un formidabile sviluppo dei

loro consumi interni, con grandi opportunità di domanda, localizzazione degli

investimenti, internazionalizzazione delle nostre imprese.

Come conseguenza del processo di globalizzazione, il confronto competitivo

diventa sempre più impegnativo e diventano centrali per la competitività

aziendale i fattori esterni, quelli cioè derivanti dal sistema economico, politico

e istituzionale in cui l'impresa si trova a operare.

Su questi fattori l'impresa non può pensare di intervenire direttamente, ma ha

necessità di poter contare su un forte sistema di rappresentanza. Proprio

l’impetuoso affermarsi della globalizzazione dà un ruolo crescente al

momento associativo nel costruire le condizioni per la competitività.

Ciò vale in tutta Europa, ma vale ancor di più nel nostro Paese che soffre

delle debolezze strutturali che ben conosciamo.

Ciò non toglie, ovviamente, che la struttura di Confindustria, il suo

meccanismo di funzionamento e le sue articolazioni sul territorio debbano

essere riviste, rese maggiormente efficienti e adeguate ai tempi.

Siamo imprenditori, non mi stancherò mai di ricordarlo, e come

modernizziamo e innoviamo le nostre aziende, così dobbiamo modernizzare

e innovare la nostra associazione.

Dobbiamo farlo con equilibrio, senza sconvolgere un sistema che è

necessario e ha funzionato bene, senza uscire mai dal merito delle singole

questioni. Ma dobbiamo farlo.

Su questo lavorerà una Commissione, presieduta da un imprenditore che

stimo, Carlo Pesenti. E mi impegnerò io stesso, nei tempi e nei modi

adeguati, consultando e coinvolgendo la base imprenditoriale.

L’Europa al bivio

In questo scenario mondiale è difficile credere che i paesi europei, anche i

grandi, possano avere un ruolo da protagonisti se agiranno separatamente.

Solo l’Europa unita potrà far sentire la propria voce. C’è bisogno di più

Europa e di vera Europa.

Nella costruzione europea l’Italia è sempre stata una forza fondamentale.

Ancora oggi deve dare il suo contributo alla costruzione di un più robusto

edificio europeo.

Oggi, dopo più di mezzo secolo di storia spesso tormentata, l’Europa

attraversa la sua fase più difficile: il rischio che l’intero Progetto si indebolisca

o addirittura si sgretoli è reale.

Credo che l’Europa reggerà. Credo, anzi, che il disegno dei padri fondatori

debba e possa essere rilanciato per un’Europa che sia sempre più comunità

e sempre meno somma di nazioni.

É proprio in un momento di crisi come questo che occorre rilanciare la

prospettiva degli Stati Uniti d’Europa; forse non per noi, ma certo per i nostri

figli.

La moneta unica ci rende partecipi di un destino comune. Ci obbliga, oggi, a

costruire una casa più solida. Una casa capace di coniugare meglio

l'esigenza del rigore con quella della crescita.

Una casa capace di farsi carico delle grandi proposte infrastrutturali,

essenziali per lo sviluppo dell'intero Continente.

Un'Europa percepita come solo rigore non regge e sta iniziando a dare

spazio a pericolose spinte centrifughe. Così come non regge un'Unione

Monetaria in cui il credito è scarso e costoso in alcuni paesi, abbondante e a

buon mercato in altri. Anche per questo, serve una casa comune. Una casa

comune per il fisco, per il welfare, per le infrastrutture, per l’energia.

All'Europa dobbiamo dedicare sempre più attenzione: il 70% della normativa

italiana che interessa le imprese è di derivazione comunitaria. Per tutte

queste ragioni, l’Europa sarà una delle priorità del mio mandato.

Ho voluto mantenere personalmente la delega sull'Europa per dare un

segnale forte in questa direzione.

L'Italia: gli interventi per fronteggiare l'emergenza

Se vogliamo fermare l'emorragia è indispensabile fare subito alcune cose.

Semplificare la Pubblica amministrazione

L’ho detto e lo ripeto: la riforma della Pubblica amministrazione è la “madre di

tutte le riforme” perché è quella che, insieme alla semplificazione normativa,

più ci può aiutare a tornare a crescere. Così non si pesa sul deficit, ma si

incide fortemente sulla competitività, e quindi sulla crescita.

Per crescere è necessario liberare le energie creative e innovative che il

nostro Paese possiede, affrancare cittadini e imprese dai vincoli opprimenti

che ostacolano la libera iniziativa.

L’Italia ha molte potenzialità ancora inespresse.

Nonostante la crisi gli imprenditori italiani continuano a investire, innovare,

esportare, credere nel futuro.

Per questo è essenziale, oggi ancor di più, combattere una cultura che

sfiducia chi vuole intraprendere. Occorre scoraggiare l’atteggiamento di

ostilità preconcetta di alcuni verso gli insediamenti produttivi.

Bisogna rivalutare la figura sociale dell'imprenditore, renderla un esempio da

imitare per i tanti giovani di valore che ogni giorno ci guardano. Bisogna far

diventare protagonista la passione imprenditoriale.

Luigi Einaudi diceva: «Migliaia, milioni di individui lavorano, producono e

risparmiano nonostante tutto quello che noi possiamo inventare per

molestarli, incepparli, scoraggiarli. È la vocazione naturale che li spinge; non

soltanto la sete di guadagno. Il gusto, l'orgoglio di vedere la propria azienda

prosperare, acquistare credito, ispirare fiducia a clientele sempre più vaste,

ampliare gli impianti, costituiscono una molla di progresso altrettanto potente

che il guadagno».

Sono drammaticamente sotto gli occhi di tutti i risultati di visioni distorte, in

particolare della funzione pubblica e del perimetro dello Stato, considerato

ancora oggi, spesso, come l’unica possibile fonte di posti di lavoro.

Negli ultimi anni sono stati numerosi i tentativi per delineare un quadro

normativo più favorevole e un nuovo modello di amministrazione trasparente,

responsabile, efficiente. I risultati, però, sono ancora poco tangibili.

Nei diversi passaggi della “filiera produttiva” del servizio pubblico, che va

dalla creazione delle norme fino alla loro applicazione, prosperano resistenze

e inefficienze che impediscono una visione d’insieme degli interessi del

Paese.

Al vertice della filiera c’è un tessuto normativo saturo, caratterizzato da regole

irrazionali e contraddittorie.

Su questo aspetto, la Riforma del Titolo V della Costituzione ha avuto effetti

deleteri.

Com’è possibile che il rilascio di un’autorizzazione sia regolato da una legge

statale, da almeno ventuno leggi regionali e da circa ottomila regolamenti

comunali troppo spesso diversi uno dall’altro?

Gli investitori esteri non riescono a capire tutto questo e preferiscono dirottare

le loro iniziative verso altri paesi.

A parlare sono i numeri: nel Rapporto Doing Business della Banca Mondiale

l’Italia è all’87esimo posto, superata da tutte le principali economie europee.

Le istanze di semplificazione trovano la propria base nella nostra

Costituzione, dove è scritto che è compito della Repubblica rimuovere gli

ostacoli di ordine economico e sociale che impediscono il pieno sviluppo del

Paese.

Questo concetto cardine in una democrazia moderna come si rapporta ad

una produzione di norme tributarie cresciuta esponenzialmente nell’ultimo

decennio? Ogni manovra è stata accompagnata da una miriade di norme

tributarie inserite a forza nei decreti-legge, per motivi di gettito, regolarmente

cambiate, in tutto o in parte, in sede di conversione o con provvedimenti

successivi. Norme poco chiare, scoordinate dal resto dell’ordinamento,

talvolta neppure attuate.

Per essere efficiente un sistema tributario deve essere stabile. In Italia le

regole fiscali cambiano ogni mese. È il momento di invertire la rotta. C’è

urgente bisogno di riformare il fisco, ma occorre farlo con cura ed attenzione,

come auspichiamo che possa accadere con il disegno di legge delega per la

riforma del sistema tributario recentemente approvato dal Governo.

Condanniamo con forza qualsiasi violenza e qualsiasi intimidazione nei

confronti di funzionari dello Stato.

Dobbiamo affrontare alcuni problemi alla radice.

L’amministrazione finanziaria è oggi vista da molti come un vero e proprio

nemico. Sempre più spesso verifiche ed accertamenti sulle imprese si

basano su teoremi accertativi sprovvisti di solido ancoraggio legislativo

(l’elusione, l’abuso del diritto, l’atto antieconomico) ovvero su interpretazioni

delle norme francamente discutibili.

Le imprese vivono nell’incertezza: un semplice cambiamento interpretativo

comporta pesanti conseguenze, per imposte e sanzioni.

L’amministrazione finanziaria deve saper distinguere tra i contribuenti onesti

e quelli disonesti. I secondi vanno puniti, con sanzioni graduate in base alla

gravità del loro comportamento. I primi devono essere aiutati, anche quando

– se in buona fede – hanno sbagliato.

Garantire il rispetto delle regole e assicurare la prevedibilità della loro

attuazione è importante quanto l’assolvimento del dovere tributario. Sempre

più spesso, le sentenze di merito e di legittimità in materia tributaria hanno

enormemente sorpreso contribuenti, operatori, studiosi. Spesso i contribuenti

si devono confrontare con principi affermati nelle sentenze, ma non

conosciuti né conoscibili quando hanno fatto le dichiarazioni fiscali.

Si avverte l’esigenza che le questioni tributarie, così tecniche e delicate,

siano affidate a giudici professionisti, specificamente formati nelle discipline

tributarie. Contemporaneamente, occorre trovare strumenti atti ad almeno

dimezzare i numeri del contenzioso tributario. L’introduzione di filtri di

ammissibilità e un più coraggioso utilizzo del principio della soccombenza

paiono, da questo punto di vista, utili e auspicabili.

Ribadiamo, quindi, con ferma convinzione la necessità di un quadro

normativo snello, razionale, stabile e omogeneo.

Per le imprese il tempo è una variabile fondamentale. Non è così per la

Pubblica amministrazione.

I ritardi nei tempi di risposta, i veti irragionevoli, l’incapacità di comprendere le

esigenze di chi deve tenere il passo della competizione internazionale

rappresentano gravi ostacoli alla crescita.

Avviare una nuova attività economica vuol dire investimenti, posti di lavoro,

benessere. Tenere tutto fermo in attesa della risposta di un ufficio pubblico è

un “costo sociale” che il sistema Italia non può più sostenere.

Gli sforzi di chi innova e il rischio che assume chi decide di investire non

possono essere frustrati dall’incertezza legata agli anni di attesa per

un’autorizzazione o per far valere un contratto davanti a un giudice.

Chiediamo solo un’amministrazione normale, la cui azione sia improntata alla

trasparenza e all’imparzialità e dove non si debbano cercare scorciatoie.

Sono i migliori a dover vincere le competizioni. Non i più furbi.

È da qui che deve partire il rilancio della nostra economia, perché l’Italia è

fatta di imprese speciali che hanno bisogno di un paese normale.

Lo Stato deve far fronte alle proprie obbligazioni verso i fornitori.

Nei giorni scorsi sono state prese misure importanti riguardo la certificazione

dei crediti e le compensazioni rispetto ai debiti iscritti a ruolo. Ne verrà

ossigeno alle imprese in termini di liquidità.

Ora ci aspettiamo che lo Stato acceleri davvero i pagamenti, sia per quello

che riguarda il debito pregresso, sia per quello che riguarda le nuove

forniture.

Non possiamo più accettare che le imprese falliscano perché devono versare

le tasse per forniture fatte allo Stato e che lo Stato non ha pagato.

Non possiamo più accettare che lo Stato ritardi persino i rimborsi dei crediti

lVA.

Occorre dare concreta prospettiva di riduzione della pressione fiscale

sulle imprese e sul lavoro.

Nel 2011 il total tax rate, inclusivo di tutte le tasse e i prelievi, compresi gli

oneri sociali, gravanti su una piccola impresa-tipo, era pari, in Italia, al 68,5%,

contro il 52,8% in Svezia, il 46,7% in Germania, il 37,3% nel Regno Unito.

Una zavorra intollerabile che si aggiunge ad altre zavorre che penalizzano le

imprese italiane: una burocrazia che per i soli adempimenti ci costa 45

miliardi in più rispetto ai migliori esempi nel resto d’Europa; un'energia

elettrica che ci costa, in media, il 30% in più che negli altri paesi europei.

Per questo diciamo che i proventi della lotta all'evasione, che è sacrosanta,

devono essere utilizzati per ridurre la pressione fiscale su chi produce

ricchezza, ossia sul lavoro e sull'impresa.

Per questo diciamo no a nuovi balzelli o a tasse fantasiose che creerebbero

solo incertezza e sfiducia.

Per questo diciamo che occorre privatizzare, oltre che liberalizzare, e

valorizzare il patrimonio pubblico con l’obiettivo della riduzione del debito.

Occorre un impegno serio, determinato, continuo per ridurre la spesa

pubblica. Non possiamo accontentarci di una spending review che sia solo

una bella analisi dei tagli possibili. Servono tagli veri.

Gli italiani stanno sopportando grandi sacrifici e non capiscono perché

l'“azienda Stato” non possa risparmiare come risparmia l'impresa nella quale

lavorano. Come stanno risparmiando nelle loro famiglie.

Tanto più che una parte non piccola della spesa serve per apparati

burocratici ben maggiori che in altri paesi. Apparati addirittura dannosi

quando funzioni e competenze sono duplicate o triplicate tra diversi livelli di

amministrazione che, per giustificare la loro esistenza, finiscono per

paralizzarsi a vicenda.

Subito credito alle imprese.

La carenza e i costi del credito sono il nodo più urgente da sciogliere perché

sta soffocando il tessuto produttivo. Sappiamo bene che il rafforzamento

patrimoniale delle imprese è obiettivo ineludibile.

Sappiamo anche che l'aggravarsi del problema credito nell'ultimo anno è

legato principalmente alla sfiducia dei mercati internazionali nei confronti del

nostro debito sovrano e a regole che penalizzano le nostre banche e il credito

alle piccole e medie imprese.

Alle banche e allo Stato italiano chiediamo uno sforzo aggiuntivo.

Ministro Corrado Passera, Vice Ministro Vittorio Grilli, sono stati da poco

portati a conclusione importanti provvedimenti di legge e accordi con il

sistema bancario. Ora vanno attuati. Con convinzione e determinazione.

Bisogna far sì che le banche diano attuazione concreta alla moratoria

concordata nel febbraio scorso, nonché al protocollo sottoscritto martedì: i

fondi ottenuti a tassi di favore dalla BCE devono finanziare gli investimenti e

dare liquidità alle imprese a fronte dei ritardati pagamenti della Pubblica

amministrazione. E bisogna utilizzare di più le grandi potenzialità della Cassa

Depositi e Prestiti.

* * * * * * *

Questo serve per uscire dall'emergenza, ma non esaurisce il grande tema di

una nuova politica industriale per la crescita.

Prendiamo atto con soddisfazione dell’intenzione del Governo di emanare un

ampio provvedimento a sostegno dello sviluppo che riguarda temi diversi.

Siamo a disposizione come sempre per confrontarci nel merito. Ma le

intenzioni devono tradursi rapidamente in fatti.

L'azione di Confindustria si concentrerà su temi concreti, che ora posso solo

tratteggiare, densi di analisi e di proposte.

Ricerca e Innovazione

L'imprenditore ha successo se sa organizzare al meglio i fattori della

produzione. Oggi, sempre più, il fattore di produzione decisivo è la ricerca.

Per tornare a crescere, per essere protagonisti sui mercati internazionali, per

creare occupazione e assicurare qualità della vita è fondamentale porre

Ricerca e Innovazione al centro dell'attività di tutte le imprese, del Governo,

del Paese.

Non possiamo continuare a vedere la Ricerca e l'Innovazione come qualcosa

di settoriale, episodico, residuale. L'Italia è in ritardo per gli investimenti sia

pubblici, sia privati.

É necessario crescere nei settori ad alta tecnologia e diffondere la ricerca

nelle imprese di ogni dimensione e di tutti i settori, compresi quelli

tradizionali.

Va assicurato un uso efficiente delle risorse pubbliche e attivato il sistema

finanziario privato.

Bisogna individuare obiettivi Paese su cui lanciare grandi progetti e va

riconfigurata la ricerca pubblica e facilitata la collaborazione con le imprese

anche di piccole dimensioni.

Education

L'istruzione non è un lusso. Serve a formare cittadini consapevoli. Ma serve

anche alle imprese che troppo spesso faticano a trovare le competenze e i

profili professionali necessari.

Per questo il tema dell'Education è parte integrante della nostra strategia di

politica industriale.

Va superata un'antica diffidenza nei confronti delle imprese e l'idea che la

scuola serva per la vita, ma non per il lavoro. Come se vita e lavoro fossero

qualcosa di separabile.

Con l’inversione di tendenza nell’orientamento degli studenti alle materie

tecniche stiamo raccogliendo i primi risultati degli sforzi di scuole e imprese

per avvicinare i giovani a percorsi di studio più legati alle nostre esigenze.

Anche l'Università, dopo la recente riforma, è chiamata a dare un contributo

fondamentale alla crescita del Paese.

Valutazione, nuova governance, autonomia e flessibilità, nuovi criteri per il

reclutamento, maggiore concorrenza fra atenei, maggior rapporto con le

imprese: sono questi gli ingredienti per una vera svolta dell'Università italiana.

Internazionalizzazione e tutela del made in Italy

È assolutamente prioritaria un’azione analoga a quella messa in campo dagli

altri paesi europei per sostenere le imprese che esportano e si

internazionalizzano. La collaborazione con l’ICE dovrà divenire punto di forza

di questo programma.

Le risorse non mancano. Il problema è che sono disperse tra soggetti

nazionali, regionali, locali che si sovrappongono impedendo di fare massa

critica e alimentando all’estero la percezione di un sistema frammentato.

Dobbiamo potenziare l’azione di tutela del made in Italy, soprattutto a livello

europeo, impedendo che strumenti come l’antidumping vengano depotenziati

e affermando con sempre maggiore determinazione l’esigenza che le regole

commerciali vengano rispettate da tutti.

Il Governo deve mettere in campo le risorse necessarie a contrastare il

fenomeno della contraffazione sia alle dogane, sia sul territorio.

E poi non possiamo perdere la straordinaria opportunità dell’EXPO 2015, che

farà arrivare in Italia oltre 140 Paesi e altrettanti Capi di Stato e di Governo e

milioni di visitatori.

Infrastrutture, edilizia e tutela del territorio

Il gap infrastrutturale è tra le cause principali della scarsa competitività

italiana e della recessione in atto. Il settore delle costruzioni attiva tre milioni

di addetti fra diretti e indiretti. Nuove e innovative infrastrutture sono fattori

essenziali di competitività per il Paese.

Per arrivare a una vera politica infrastrutturale il problema non sono le

risorse, ma l’impotenza decisionale che va superata: le infrastrutture si

devono programmare, non devono essere pilotate dalle logiche

dell'amministrazione e dell’emergenza. Ci auguriamo che il decreto che è

stato annunciato consegua effettivamente questa finalità.

Gli obiettivi per i prossimi anni dovrebbero essere almeno i seguenti:

· allargare il campo di intervento dalle nuove opere alla manutenzione,

alla ristrutturazione e al rinnovo del patrimonio infrastrutturale

esistente;

· sfruttare i processi di liberalizzazione e di apertura e regolazione dei

mercati per coinvolgere pienamente il capitale privato, integrando così

le risorse pubbliche;

· utilizzare la politica infrastrutturale come strumento di politica

industriale volta all’innovazione e alla competitività delle imprese;

· realizzare un nuovo piano per l'edilizia sia per quella popolare, sia con

incentivi all'uso delle nuove tecnologie per l'efficienza energetica e la

qualità della vita.

Sostenibilità e ambiente

É oggi diffusa la consapevolezza che lo sviluppo per essere tale deve essere

sostenibile socialmente e ambientalmente.

É una sfida che coinvolge l’intera società, in cui le imprese hanno un ruolo

decisivo perché saranno protagoniste dell’innovazione riorientando le

produzioni tradizionali a criteri di maggiore sostenibilità, perché saranno

strategiche in settori in cui la sostenibilità è una vera e propria leva di

crescita.

L’uso efficiente delle risorse è condizione imprescindibile se l’Europa vuole

continuare a mantenere benessere e prosperità.

É indispensabile introdurre e attuare un sistema di semplificazione normativa

che consenta di riconvertire velocemente i siti industriali e renderli disponibili

per nuovi investimenti.

Dobbiamo lavorare affinché il recepimento delle normative comunitarie e la

loro applicazione permetta di coniugare le esigenze di protezione

dell’ambiente con la competitività delle aziende sui mercati globali.

Energia

I costi dell’energia elettrica e del gas naturale in Italia sono tra i più elevati in

Europa. L’energia elettrica è per le imprese italiane da oltre 10 anni

stabilmente al di sopra del 30% rispetto alla media europea, mentre il prezzo

del gas naturale ha registrato un progressivo divario che si è acuito negli

ultimi anni. Dobbiamo puntare a un rapido riallineamento strutturale che

abbia come riferimento le condizioni degli altri paesi europei.

Dobbiamo programmare la produzione e l’uso dell’energia, dando vita a

quegli investimenti di interesse nazionale che possono produrre notevoli

elementi di efficienza e razionalità nell’uso e nella distribuzione dell’energia,

rigassificatori e reti distributive in primis, e diminuire il livello di dipendenza

energetica del Paese.

Un Paese, come il nostro, ad alto livello di sviluppo, con capacità di ricerca

scientifica e tecnologica e ottima tradizione nella produzione di beni

strumentali, deve esercitarsi più di altri nella ricerca di tecnologie del

risparmio.

Le abitazioni italiane sono state costruite per due terzi prima che

emergessero standard costruttivi capaci di risparmiare energia. Peggiore

ancora è la situazione del patrimonio pubblico.

Molto si deve fare poi per una mobilità più sostenibile.

Una nuova politica energetica a tutto tondo per lo sviluppo dell’Italia è

necessaria perché l’energia è fattore essenziale per lo sviluppo.

Agenda digitale

Lo svantaggio accumulato in questi anni sulle tecnologie dell'informazione va

recuperato.

Sono un driver per guadagnare produttività in tutti i settori ed esse stesse

motore di crescita. Sono il mezzo reale di modernizzazione della Pubblica

amministrazione e del welfare.

Ciò significa modernizzare le infrastrutture e passare alla fase di

realizzazione effettiva dell'agenda digitale.

La crescita passa di qui e sarà un tema centrale nei prossimi anni.

Legalità e lotta alla criminalità organizzata

Il rispetto della legalità è essenziale per la convivenza civile. Ma è anche

condizione indispensabile per gli investimenti delle imprese e per il buon

funzionamento del mercato.

Negli ultimi anni, grazie anche all'azione propulsiva di Confindustria Sicilia, la

Confindustria di tutto il Mezzogiorno è entrata con forza sui temi della legalità

e dell'antimafia.

Nel Mezzogiorno, Confindustria ha iniziato a espellere iscritti collusi e,

soprattutto, a stare concretamente a fianco delle vittime. Sono state fatte

importanti proposte sul rating di legalità per le imprese e sul riutilizzo dei beni

sequestrati ai mafiosi (che valgono ben 20 miliardi di euro). Con nostra

grande soddisfazione, la prima proposta è diventata legge dello Stato.

Sarebbe sbagliato e dannoso continuare a pensare che legalità e antimafia

siano temi solo del Mezzogiorno. Ormai, purtroppo, hanno portata nazionale

ed europea.

Negare questo dato di fatto, o sottovalutarlo, significa aiutare la criminalità a

penetrare meglio nel tessuto economico e industriale.

Legalità e imprenditoria sono un binomio inscindibile. Questo dovrebbero

saperlo tutti gli imprenditori. E lo sapevano gli imprenditori che in alcune zone

del Paese hanno pagato con la vita la determinazione a continuare il loro

lavoro. A questi uomini coraggiosi va tutta la nostra riconoscenza. E

soprattutto il nostro impegno a evitare che, nel futuro, siano necessari

sacrifici così grandi.

Le due grandi questioni del Paese

Gli elementi di debolezza del nostro Paese si manifestano con particolare

forza nel Mezzogiorno, dove una radicata cultura assistenziale non ha

favorito lo sviluppo di una sana cultura di mercato.

Il tema del Mezzogiorno deve essere ripensato inserendo le politiche europee

e del Mediterraneo dentro una solida cornice nazionale.

Le risorse aggiuntive provenienti dall'Europa possono innescare una crescita

stabile e duratura solo se accompagnate da un quadro di risorse ordinarie su

cui far conto stabilmente in un orizzonte di lungo periodo: non si paga

l'ordinario con le risorse per gli investimenti strutturali.

É, inoltre, preferibile un portafoglio chiaro di agevolazioni e crediti specifici

che premino chi fa ricerca ed esporta, il lavoro regolare, le imprese che non

si piegano a racket e mafie.

Turismo, ambiente e cultura sono risorse fondamentali, ma non possono

essere alternative allo spopolamento manifatturiero nel Mezzogiorno.

È cruciale affrontare il nodo della modernizzazione della società meridionale.

Del legame virtuoso esistente tra crescita, investimenti e ripristino della

legalità. Sarebbe tuttavia ingenuo pensare che il nodo del Mezzogiorno

possa essere affrontato e risolto con successo senza leggerlo

contestualmente ai bisogni e ai cambiamenti in atto nel Nord del Paese.

Sarebbe assurdo pensare a un livellamento del Paese al ribasso. Non sono

dinamiche conflittuali. Al contrario, esiste anche una questione settentrionale,

anche se spesso usata strumentalmente.

La questione del Nord non è infatti solo un artificio retorico. È nata con il

miracolo italiano e da allora ha cambiato più volte pelle senza mai essere

stata affrontata davvero.

Stiamo parlando di una parte del Paese mediamente ricca, che si confronta e

compete con le zone più sviluppate del mondo, dove i servizi, la sanità,

l’istruzione e lo stato sociale funzionano a buoni livelli.

Di una parte del Paese che anticipa i processi di trasformazione complessivi

e che da anni oscilla tra la terziarizzazione spinta dell’economia e la tutela dei

propri valori industriali forti.

È al tempo stesso una parte del Paese che soffre particolarmente in questa

fase di crisi acuta, che sconta il fatto che in Italia una vera e propria politica

industriale non abbia più ospitalità da anni. Soffrono i redditi e l’occupazione

anche nel Nord.

Qui si gioca parte rilevante del futuro della nostra industria. Qui ha sede

buona parte dei “campioni nascosti” nazionali, un bene e un modello che

molti ci invidiano. Per questa parte del Paese agganciarsi alle regole dei

nostri competitori è vitale. Qui ancor di più si sente forte la necessità di

essere europei.

Non possiamo, però, nasconderci che in Italia le aree leader sulle catene ad

alto valore aggiunto e sull’high-tech fanno fatica a reggere il passo nel

confronto con le regioni europee, americane e oggi anche asiatiche.

Nello European scoreboard dell’innovazione tutto il Nord Italia si colloca a

metà classifica. La ristrettezza delle risorse destinate alla ricerca e i loro

farraginosi meccanismi di attuazione colpiscono particolarmente le imprese di

questa parte del Paese.

Ci auguriamo pertanto che i provvedimenti che il Governo intende adottare

per l’innovazione e la ricerca siano - in tutto il Paese - tempestivi e di

semplice e rapida attuazione.

Da sempre siamo favorevoli a una fiscalità di scopo vera che premi gli

innovatori. È il momento di attuarla.

Sappiamo che le nostre grandi qualità risiedono nelle specialità territoriali.

Sappiamo che il Mezzogiorno è un giacimento di potenzialità inespresse e

che il Nord del Paese ha bisogno di infrastrutture materiali e non, di regole

semplici per competere. Sappiamo anche quanto sia una complessa

scommessa politica dare una lettura unitaria del mosaico italiano, in un

Paese che storicamente privilegia le ricette “fatte su misura”.

nfrastrutture, riduzione del carico fiscale, semplificazione e trasparenza,

innovazione sono le grandi “questioni italiane”. Se il Paese saprà

modernizzarsi in tal senso e togliersi di dosso quel carico di regole

anacronistiche, le nostre specialità e vocazioni sapranno cogliere il

cambiamento con le proprie culture e propensioni creative.

Il Paese ne beneficerà e sarà unito nel cambiamento. Aspettare, dilazionare

e rinviare riforme e innovazione significherà allargare ulteriormente la forbice.

Ma al ribasso per tutti.

Crescita dimensionale e reti d'impresa

Le imprese italiane sono mediamente troppo piccole. Non hanno la

dimensione necessaria per fare ricerca e competere sui mercati globali.

La crisi in atto accelera i processi di aggregazione e impone la ricerca di

nuove iniziative per stare sul mercato.

L'Allowance for Corporate Equity, introdotta nel decreto Salva-Italia, offre un

rilevante incentivo fiscale alla patrimonializzazione. Anche le reti d'impresa si

configurano come un'opportunità importante, perché permettono alle imprese

di aggregarsi, pur rimanendo autonome, al fine di sviluppare la propria

capacità competitiva su temi quali l'innovazione e l'internazionalizzazione.

Le relazioni industriali come veicolo per innovare

Una buona politica industriale ha bisogno di buone relazioni industriali.

Relazioni solide, strettamente ancorate al merito, in cui sia pienamente

riconosciuto il valore e la funzione sociale dell’impresa.

Relazioni per innovare, per crescere, per risolvere i problemi ma, soprattutto,

relazioni industriali capaci di leggere e di interpretare il cambiamento.

Mai come oggi, le imprese hanno bisogno di un buon sistema di relazioni

industriali che permetta di lavorare su progetti condivisi all’insegna di una

forte unità di azione.

É essenziale dare attuazione a quanto abbiamo condiviso con i sindacati

nell’accordo interconfederale del 28 giugno 2011.

Definire l’effettiva rappresentatività dei soggetti negoziali è, infatti, il primo

passo per dare qualità alle relazioni industriali: ciò gioverà alla democrazia

sindacale e porterà maggiore certezza nella contrattazione collettiva.

Anche gli assetti della contrattazione collettiva, che abbiamo rafforzato con

quell’accordo interconfederale, devono essere pienamente valorizzati

esaltando la specifica funzione dei diversi livelli.

Con un doppio livello di contrattazione, nazionale e aziendale, ordinato e

moderno, flessibile e adattabile alle necessità delle imprese, anche grazie

alla possibilità di concordare in azienda “intese modificative”.

Ridurre il numero dei contratti collettivi di categoria, semplificarne i contenuti,

accrescerne l’effettività, garantirne il rispetto: sono tutti obiettivi verso i quali

tendere.

Così come si deve incentivare in modo strutturale la contrattazione aziendale,

laddove sia realmente e strettamente collegata con la produttività e la

redditività.

Questa, infatti, rimane la via maestra per generare valore per le imprese e

per le persone che vi lavorano.

La contrattazione territoriale, invece, è opportuno che resti ancorata

esclusivamente ai temi di interesse “trasversale”, come formazione e mercato

del lavoro, evitando, quindi, di sovrapporre e duplicare strumenti.

In questo quadro generale, dunque, tutte le tipologie di imprese, dai grandi

gruppi fino alle piccole meno sindacalizzate, devono avere la possibilità e gli

strumenti per avere un “vestito contrattuale” su misura.

Dobbiamo, però, dirci con chiarezza che le regole non bastano.

Vanno superati deficit culturali e di comportamento.

Un buon sistema di relazioni industriali che garantisca flessibilità nelle regole,

coerenza e responsabilità nei comportamenti lo si costruisce giorno per

giorno, partendo da scelte strategiche forti accompagnate da pragmatismo e

buon senso.

Se la riforma delle pensioni è stata severa, ma necessaria, la riforma del

mercato del lavoro appare meno utile alla competitività del Paese e delle

imprese di quanto avremmo voluto.

É una riforma che modifica il sistema in più punti ma - a nostro giudizio - non

sempre in modo convincente.

Aggiungo una considerazione: in quattro mesi di confronto con le parti sociali

il Governo non ha mai dichiarato l’intenzione di voler chiedere al Parlamento

una delega sui temi della cosiddetta “democrazia economica”, cioè sulla

partecipazione dei lavoratori alla gestione dell’impresa. A sorpresa

scopriamo, tra gli emendamenti approvati dal Senato, una norma che delega

al Governo la disciplina in materia. Su questi temi voglio dire con chiarezza

che siamo assolutamente contrari a ogni imposizione per legge di forme di

cogestione o codecisione.

ll nostro impegno è di mettere al centro il lavoro; per costruire una società più

attiva, più dinamica, più giusta, che promuova i valori della solidarietà e il

rispetto della persona.

É un traguardo al quale dobbiamo tendere con determinazione e impegno.

Per questo dobbiamo investire nella formazione, nella sicurezza e nella tutela

della salute delle persone che stanno nei luoghi di lavoro, intensificando le

iniziative per promuovere e affermare una autentica cultura della sicurezza

che abbia nella prevenzione il suo più valido e solido fondamento.

* * * * * * *

Non mancheranno tempo e occasioni per entrare nel merito dei singoli temi

che troppo velocemente ho dovuto presentare, ma una cosa vorrei dire con la

massima chiarezza: non stiamo chiedendo e non chiederemo la luna.

Stiamo solo chiedendo di poter lavorare in un Paese meno difficile e

inospitale, più normale, più simile agli altri Paesi avanzati.

Non chiediamo favori o privilegi.

Lavorare per le nostre imprese significa lavorare anche per una comunità,

per il Paese, per la società italiana, di cui le imprese sono parte integrante e

indispensabile.

La comunità danneggia se stessa e si disgrega se indebolisce l’impresa e ne

limita le funzioni fino a impedirle di operare.

Le imprese hanno bisogno di certezze per investire le proprie risorse,

programmare le proprie attività, produrre beni e servizi per proporsi in modo

credibile e affidabile sul mercato.

Nessun imprenditore è contento di rinunciare a investire per innovare e

accrescere la propria quota di mercato.

Come imprenditori abbiamo una precisa responsabilità sociale nei confronti

di tutti: dei nostri lavoratori, dei clienti, dei fornitori, dei cittadini, della

Comunità tutta.

Soprattutto come imprenditori abbiamo una responsabilità storica nei

confronti dei nostri giovani.

Se non apriamo ai giovani nuove possibilità di occupazione e di vita

dignitosa, nuove opportunità di affermazione sociale, la partita del futuro è

persa non solo per loro, ma per tutti, per l’Italia.

Governo e Parlamento devono agire sulle quattro urgenze assolute che

abbiamo rappresentato:

· riforma della Pubblica amministrazione e semplificazione normativa

con risultati a breve e concreti;

· pagamenti della Pubblica amministrazione;

· tagli alla spesa pubblica per rendere possibile una riduzione della

pressione fiscale e un rilancio sostenuto dei consumi interni;

· credito alle imprese.

Per noi è una questione di sopravvivenza che coincide con la sopravvivenza

del Paese stesso.

Ed è per questo e con questo spirito che chiediamo di aprire un confronto per

una nuova politica industriale che consenta a questo Paese una vera

prospettiva di crescita.

Non pensiamo di avere la bacchetta magica, ma abbiamo la determinazione

e la voglia di contribuire a risolvere i problemi del nostro Paese.

Perché le nostre sorti sono legate a questo Paese da un nesso indissolubile.

Perché noi crediamo in questo Paese, altrimenti non faremmo il mestiere che

facciamo.

Perché pensiamo che le nostre imprese sono il futuro di questo Paese, dei

suoi giovani, dei nostri figli.

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 Fonte: sito di Confindustria