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NAPOLITANO SCRIVE A RESET
«LA POLITICA SALVI L'ITALIA E L'EUROPA»
Superare il dogma della sovranità nazionale
di Giorgio Napolitano
Mercoledì 28 Dicembre 2011
Roma, 5 dicembre 2011
Caro Direttore,
ci confrontiamo ormai quotidianamente con la crisi di quel progetto
europeo che ha rappresentato la più grande invenzione politica della
seconda metà del Novecento, sprigionando dinamismo e potenzialità in
tale misura da imporsi come punto di riferimento, se non come modello,
ben oltre i confini dell’Europa. E quella che ha finito per emergere è
in effetti la crisi delle leadership politiche cui spettava dare,
dall’inizio del nuovo secolo, sviluppo coerente al processo di
integrazione europea. Siamo dinanzi a un’insufficienza storica, che ci
rimanda, per contrasto, a quel che fu, in epoche precedenti, «una classe
nettamente superiore di statisti», ispiratori e guide delle democrazie
occidentali. E citando in proposito il giudizio di Tony Judt (che in
quella cerchia collocava anche Luigi Einaudi), tu hai accennato alla
questione sempre aperta se furono le circostanze o la cultura dell’epoca
a determinare l’ingresso nell’arena politica e l’affermazione di quelle
personalità.
Ora, se guardiamo all’Europa e anche all’Italia quali uscirono dalla
tragedia del nazifascismo e dalla Seconda guerra mondiale, possiamo
vedere chiaramente quali prove ineludibili e vitali sollecitarono allora
– in condizioni di ritrovata libertà e di rinascente democrazia – forze
politiche vecchie e nuove, e forti individualità moralmente e
socialmente sensibili, ad assumersi le loro responsabilità, rendendo
possibile uno straordinario balzo in avanti dei propri paesi e
dell’Europa occidentale. Decisiva era stata non solo la spinta delle
circostanze storiche, ma anche la maturazione culturale degli anni
seguenti la grande crisi e precedenti il secondo conflitto mondiale.
Riscoprire Luigi Einaudi
Se così nacque il progetto europeo e prese avvio il processo di
integrazione comunitaria, questo processo – dopo essere avanzato tra
alti e bassi e non pochi momenti critici – giunse a un punto di svolta
all’indomani del grande mutamento del 1989. Anche allora operò in modo
possente la leva delle «circostanze» e necessità storiche, ma è un fatto
che si trovò pronta a raccoglierne la sfida una classe politica europea
formatasi nell’esperienza comunitaria in modo da trarne capacità di
visione e padronanza istituzionale. Ne scaturirono il Trattato di
Maastricht e la scelta della moneta unica.
Siamo ora giunti, in special modo in Europa, a un terzo appuntamento con
la storia: quello del calare – approfondendolo come non mai – il nostro
processo di integrazione nel contesto di una fase critica della
globalizzazione. Ed è vero che questa volta le leadership europee
appaiono invece in grande affanno a raccogliere la sfida, innanzitutto
nei suoi termini di crisi incalzante dell’euro; appaiono palesemente
inadeguate anche a causa di un generale arretramento culturale e di un
impoverimento della vita politica democratica, che hanno congiurato nel
provocare fatali ripiegamenti su meschini e anacronistici orizzonti e
pregiudizi nazionali.
Per reagire ai rischi che ciò comporta, è importante recuperare apporti
di cultura politica che costituiscono preziosi giacimenti ancora
insufficientemente esplorati: e farlo innanzitutto paese per paese, a
cominciare da noi in Italia. Di qui anche la riflessione di «Reset», che
vivamente apprezzo, sull’eredità, sugli insegnamenti di Luigi Einaudi
(vedi «Reset» 127 ndr). Ne abbiamo anche discusso, caro Direttore, in
una conversazione tra me e te. Permettimi di limitarmi ora a poche,
scarne considerazioni.
Particolarmente acuta è oggi per le forze riformiste l’esigenza di
perseguire nuovi equilibri, sul piano delle politiche economiche e
sociali, tra i condizionamenti ineludibili della competizione in un
mondo radicalmente cambiato e valori di giustizia e di benessere
popolare, divenuti concrete conquiste in termini di diritti e garanzie
attraverso la costruzione di sistemi di Welfare State in Italia e in
Europa. Ebbene, per comprendere e affrontare le sfide di un’economia di
mercato globalizzata, rimuovendo incrostazioni corporative e
assistenzialistiche rimaste ancora pesanti nel nostro paese, la lezione
di Luigi Einaudi può suggerire riflessioni e stimoli fecondi. Ci si può,
naturalmente, chiedere innanzitutto come e perché quel filone di
pensiero liberale abbia incontrato sordità e suscitato contrapposizioni
nell’area del riformismo e, più concretamente, nella sinistra legata al
mondo del lavoro, quando prese corpo, tra la fine degli anni Quaranta e
gli anni Cinquanta, una nuova dialettica politica democratica
nell’Italia repubblicana. In effetti, i termini di quella dialettica
furono drasticamente segnati da una conflittualità ideologica che
discendeva in larga misura dal contesto internazionale presto
precipitato nella guerra fredda.
Bobbio e il Pci
Dogmatismi e schematismi ebbero il sopravvento su ispirazioni di cultura
liberale pure presenti nello stesso Pci; e diventò difficile distinguere
le verità del «liberismo» einaudiano e più in generale dell’approccio
ideale e politico liberale, nella varietà delle sue voci. Ho rievocato
quell’atmosfera e quelle incomprensioni, ricordando nel 2009 Norberto
Bobbio e il suo dialogo-duello col Pci, sul tema della libertà, negli
anni Cinquanta.
Varrebbe certamente la pena di ricostruire più attentamente di quanto
non si sia ancora fatto, il dibattito in Assemblea Costituente e i
contributi di Einaudi, che peraltro abbracciarono campi importanti di
interesse generale al di là dei «rapporti economici» (titolo III della
prima parte della Carta) e del pur cruciale articolo 81. Interessante, e
suggestiva, è l’interpretazione che in Cinquant’anni di vita italiana
ci ha lasciato Guido Carli: secondo il quale «la parte economica
della Costituzione risultò sbilanciata a favore delle due culture
dominanti, cattolica e marxista», ma nello stesso tempo, tra il 1946 e
il 1947, «De Gasperi ed Einaudi avevano costruito in pochi mesi una
sorta di “Costituzione economica” che avevano posto però al sicuro, al
di fuori della discussione in sede di Assemblea Costituente». Si trattò
di una strategia «nata e gestita tra la Banca d’Italia e il governo»,
mirata alla stabilizzazione, ancorata a una visione di «Stato minimo», e
aperta alle regole e alle istituzioni monetarie internazionali.
In effetti, benché, per usare le espressioni di Carli, quel che
accomunava in Assemblea Costituente la concezione cattolica e la
concezione marxista fosse «il disconoscimento del mercato», l’azione di
governo fu già nei primi anni della Repubblica segnata da scelte di
demolizione dell’autarchia, di liberalizzazione degli scambi e infine di
collocazione dell’Italia nel processo di integrazione europea.
E con i Trattati di Roma del 1957 e la nascita del Mercato Comune,
furono riconosciuti e assunti dall’Italia i fondamenti dell’economia di
mercato, i principi della libera circolazione (merci, persone, servizi e
capitali), le regole della concorrenza; quelle che ancor oggi vengono
denunciate come omissioni o come chiusure schematiche proprie della
trattazione dei «Rapporti economici» nella Costituzione repubblicana,
vennero superate nel crogiuolo della costruzione comunitaria e del
diritto comunitario. Nell’accoglimento e nello sviluppo di quella
costruzione, si riconobbe via via anche la sinistra, prima quella
socialista e poi quella comunista.
La distanza maggiore che tuttavia rimase tra le posizioni liberali, e
specificamente einaudiane, da una parte, e quelle della sinistra di
derivazione marxista (e anche quelle prevalenti nella pratica di governo
della Democrazia Cristiana), dall’altra parte, è quella relativa al
ruolo e ai limiti dell’intervento dello Stato nell’economia. Nella
discussione in Assemblea sul testo che sarebbe diventato l’articolo 41
della Costituzione, Einaudi prese le distanze con pungente ironia
dall’evocazione di «piani» e «programmi» e dal ricorso a espressioni di
dubbio significato come «l’utilità sociale»; fu nello stesso tempo
eloquente e fermissimo nel sollevare il problema dei monopoli, della
necessità di scongiurarne la formazione e, comunque, di sottoporli a
controlli. Ma al di là di quel dibattito in Assemblea Costituente, e più
in generale, egli indicò come propria dei «liberisti» non solo una linea
antiprotezionistica, ma la netta convinzione (si veda in proposito
l’analisi di Paolo Silvestri, nel capitolo che il suo libro su Einaudi
dedica a «Liberalismo e liberismo») che lo Stato dovesse fare «passi
assai prudenti nella via dell’intervenire nelle faccende
economiche», anche paventando che tali interventi generassero corruzione
nella società. Fino ad affermare: «il liberismo non è una dottrina
economica, ma una tesi morale».
E invece è indubbio che in Italia, già a partire dagli anni Cinquanta,
lo Stato intervenne con sempre minore «prudenza» e senso del limite,
nella vita economica: dapprima, e per un non breve periodo, si trattò di
un intervento diretto nell’attività produttiva, anche da Stato
proprietario (sia pure nella più flessibile forma del sistema delle
partecipazioni statali); si trattò poi di un ricorso crescente alla
spesa pubblica, e sempre di più alla spesa pubblica corrente, in
funzione di domande e interessi di carattere politico-elettorale e con
la conseguenza dell’accumularsi di uno spaventoso stock di debito
pubblico.
Ora che a minare la sostenibilità di quella grande e irrinunciabile
conquista che è stata la creazione dell’euro concorre fortemente la
crisi dei debiti sovrani di diversi Stati tra i quali l’Italia, è
diventata ineludibile una profonda, accurata operazione di riduzione e
selezione della spesa pubblica, anche in funzione di un processo di
sburocratizzazione e risanamento degli apparati istituzionali e del loro
modus operandi. Tale discorso non può non investire le
degenerazioni parassitarie del «Welfare all’italiana», rifondando
motivazioni, obiettivi e limiti delle politiche sociali, ovvero
rimodellandole in coerenza con l’epoca della competizione globale e con
le sfide che essa pone all’Italia.
Da un lato, quindi, occorre fare più che mai i conti con la realtà del
mercato e quindi del ruolo, già d’altronde ampiamente riconosciuto, che
spetta all’iniziativa e all’impresa privata, con le sue esigenze di
libertà, di affrancamento da vincoli che ne comprimono la competitività,
e dall’altro lato c’è da valorizzare altre essenziali componenti di una
visione liberale come fu quella di Luigi Einaudi. Una visione – lo ha
ben messo in evidenza Francesco Forte nel convegno promosso il 13 maggio
2008 dalla Banca d’Italia – che accanto al valore del libero mercato
postulava quello della «riduzione delle disuguaglianze nei punti di
partenza o d’arrivo», e considerava possibile la convergenza tra l’uno e
l’altro. E Forte ha anche ben definito in quale senso, assai moderno,
emergesse in Einaudi «un principio di libertà come responsabilità».
Il recupero di simili approcci e contributi di pensiero ai fini di una
revisione, di un adeguamento al nuovo contesto generale, della
piattaforma programmatica e di governo delle forze riformiste, non può
apparire né improprio né arduo: se è vero che, come è stato osservato,
la fecondità della ricerca del liberale Einaudi resta testimoniata dalla
varia collocazione di uomini usciti dalla sua scuola, tra i quali
eminenti liberalsocialisti e socialisti liberali.
Il «recupero» di cui parlo dovrebbe essere parte di quel rinnovato
sforzo di qualificazione culturale e morale della politica italiana ed
europea, la cui necessità ho richiamato – caro Direttore – come punto di
partenza di questa mia lettera. Non possiamo ormai che riflettere
sull’Italia guardando all’Europa: anche così tornando a incontrare
Einaudi, come grande anticipatore e assertore di quella prospettiva di
unione federale dell’Europa che oggi siamo chiamati a rilanciare mirando
con coraggio einaudiano al più coerente superamento del dogma e del
limite delle sovranità nazionali.
Fonte:Reset Online
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