Intervento   del Dr. Antonio Patuelli, Pres. ABI  e Pres. della Cassa di Risparmio di Ravenna Spa nella 55^ Assemblea degli Associati ABI (10.7.2018)

                                

Autorità, signore e signori, è con una certa emozione e con un grande

rispetto per il luogo che intervengo questa mattina in questa Basilica,

che è una Chiesa consacrata, momentaneamente utilizzata per scopi non

originari.

L’emozione più forte è che per la prima volta a un Congresso dell’ACRI

intervengo come Presidente dell’Associazione bancaria: è un fatto

oggettivamente senza precedenti, che produce delle sfide innanzi tutto

culturali.

Noi veniamo da una lunga tradizione di Congressi triennali dell’ACRI, che

sono un momento di riflessione ad ampio spettro e con lunghe prospettive.

Penso che questa volta, qui a Lucca, dobbiamo cambiare il soggetto dei

nostri ragionamenti.

Soggetto dei nostri ragionamenti, infatti, per 150 anni è stato

unicamente l’Italia, il nostro paese. Oggi in tutto ciò che è “economico

e finanziario”, il nostro soggetto deve essere l’Europa, che non è e non

deve essere un’entità estranea a noi che siamo italiani d’Europa.

Il soggetto Europa è ineludibile e ci dobbiamo misurare con questo, con

una sensibilità culturale, una consapevolezza dei tempi e una valutazione

delle prospettive più ampia. Apprezzo tutte queste sensibilità, in

Italia, innanzi tutto nella Banca d’Italia, oggi facente parte del

sistema europeo delle Banche Centrali, che non è solamente un elemento di

vigilanza, ma è un elemento innanzi tutto di cultura e di contribuzione

determinante alle decisioni che vengono assunte, non solo, ma innanzi

tutto nell’Europa economica.

In questa Europa economica noi lavoriamo. Quando nel Parlamento Italiano

c’è qualcuno che dice: facciamo una legge, facciamo un emendamento sulle

banche o sulla finanza, beh l’interrogativo che c’è da porsi è innanzi

tutto se la sovranità su queste tematiche sia ancora esclusiva ovvero

parziale del Parlamento Italiano; dobbiamo porci l’interrogativo se a

livello europeo il tema non sia già stato regolamentato, cosa avviene

negli altri paesi europei.

Il caso più recente è quello delle regolamentazioni dei sistemi di

pagamento delle carte di credito o delle carte di debito, dove

ciclicamente in Italia infuria un fervore per inserire nuovi calmieri di

prezzo. Ebbene il Parlamento Europeo, dopo aver consultato tutte le

autorità del settore, ha già deliberato in proposito e di conseguenza ci

dobbiamo domandare come possa svilupparsi una economia europea e in essa

italiana, se le fonti del diritto non sono chiare o continuano a

sovrapporsi. Ho forte il timore che si torni a uno degli aspetti più

complessi del Medioevo, ovvero la difformità disordinata delle fonti del

diritto.

Oggi abbiamo, in Europa, una pluralità di soggetti giuridici che

individualmente o in complementarietà, pongono in essere delle

deliberazioni. Il nostro impegno di italiani, con la coesione che vedo

crescere costruttivamente in questi mesi, è di intervenire

preventivamente negli organi europei, non attardarsi e pensare che

sussista in economia quella esclusiva sovranità parlamentare italiana che

non c’è più perché le Istituzioni italiane l’hanno consapevolmente e

progressivamente ceduta con atti che hanno impegnato la sovranità

italiana.

Non solo le banche, quindi, sono impegnate dal 4 novembre scorso

nell’Unione Bancaria e nella vigilanza unica; non si può pensare che

questa sia una via e una tematica solo bancaria. Si tratta di un percorso

che riguarda l’economia produttiva nel suo complesso: tutte le imprese

dipendono, per i loro meccanismi di finanziamento, dalle regole europee

per le banche. Ecco perché sta crescendo una consapevolezza comune, ecco

perché nell’Assemblea di Confindustria di quest’anno il Presidente

Squinzi, nella sua relazione, ha sottolineato che non c’è più quel

conflitto fra banca e impresa che era stato di moda nei talk show

televisivi degli scorsi anni. E così nella relazione del Governatore

della Banca d’Italia di fine maggio scorso abbiamo visto tutto questo

sforzo di essere culturalmente, programmaticamente più protagonisti in

Europa e più consapevoli in Italia.

Anche gli investitori istituzionali operano in questo mercato unico

rafforzato dell’Europa.

Dobbiamo essere consapevoli che ci stiamo misurando con una Unione che

non è solo bancaria, ma con una Unione economica, doganale, monetaria, di

libera circolazione delle attività economiche delle persone. Per questo

dobbiamo tener conto che se anche questa Unione non è ancora completata,

dobbiamo tendere ad una progressiva uniformità delle regole e dei

comportamenti: viviamo una concorrenza piena fra soggetti economici delle

varie parti d’Europa, una concorrenza totale, e quindi il nostro

obiettivo è di parteciparvi da protagonisti, senza privilegi e senza

handicap, sulla base dell’uguaglianza dei punti di partenza nella

competizione di questo mercato così integrato. Per questo abbiamo bisogno

di uguaglianza dei punti di partenza: abbiamo l’Unione bancaria ma non

abbiamo un Testo unico bancario europeo. Questa è ad esempio una

contraddizione che deve essere colmata al più presto.

Abbiamo un mercato finanziario unico in Europa, ma abbiamo ancora i

vecchi Testi unici della finanza. Abbiamo un diritto penale dell’economia

ancora nazionale, così una fattispecie può essere di reato in un paese

membro e può non esserlo in un altro. Abbiamo bisogno anche di una unità

del diritto penale dell’economia, così come abbiamo bisogno di un unico

diritto fallimentare. Non possiamo avere tempi e modalità differenti da

quelli degli altri paesi dell’Europa, anche per il recupero dei crediti a

causa di una macchina della giustizia che è così fortemente rallentata e

disomogenea da Regione a Regione.

Ma voi pensate che gli investitori istituzionali quando devono decidere

un certo investimento non guardino anche i tempi medi dei recuperi

crediti di una certa zona? Pensate che gli investitori esteri non ne

siano consapevoli? Sappiamo bene che è tutto l’opposto: ad esempio, per

lo smaltimento dei crediti deteriorati, le società internazionali che

operano in questo settore, esaminano provincia per provincia, distretto

giudiziario per distretto giudiziario e così “prezzano” i valori dei

crediti deteriorati. Ecco perché noi non chiediamo un nuovo piano

Marshall, che ricordiamo con grande rispetto e gratitudine 70 anni dopo,

di aiuti a fondo perduto, chiediamo una identica normativa per stare in

Europa alla pari con gli altri, consapevoli che questa Europa abortirebbe

se avesse solamente una parte di normative in comune e avesse la

disparità di tutte le altre nel medesimo tempo, diverse.

Quindi, innanzitutto, il soggetto è europeo nei nostri ragionamenti.

Ma l’Europa non basta. Il soggetto implicito, il presupposto dei nostri

ragionamenti è quello dell’etica e della legalità. Noi usciamo da una

crisi economica di sette anni che ha prodotto anche l’evidenziazione di

una forte crisi morale, una crisi che si evidenzia nella sempre più

scarsa partecipazione alla vita pubblica e anche ai momenti delle

consultazioni democratiche popolari; una crisi che produce tendenze al

populismo e alla demagogia, a fughe dalla realtà. Questo deriva anche da

un’enormità di scandali che sono cresciuti in diverse parti del mondo e

per ciò che riguarda l’Italia stanno crescendo e si evidenziano in questi

mesi.

Non possiamo rassegnarci a convivere in una parte dell’Europa dove

l’etica e la legalità abbiano livelli così bassi. Quando esplodono questi

scandali, ci si accorge di ciò che banalmente succede in modo così

diffuso e io credo che noi operatori economici, noi che amministriamo il

risparmio dei cittadini, il frutto del loro lavoro e del loro sacrificio,

dobbiamo provare repulsione, ribrezzo, dobbiamo avere un rifiuto morale,

mostrare la nostra intransigenza rispetto a una decadenza di costumi che

è dilatata a livelli non accettabili.

E quindi l’etica prima ancora della legge, la legge segue spesso, non

sempre, i principi dell’etica.

Dobbiamo domandarci come maturare insieme un livello più maturo e più

diffuso di etica. Ecco perché stanno nascendo e si stanno sviluppando,

anche con l’impulso sempre attento della Banca d’Italia, nuove

sensibilità sulla educazione finanziaria ed al risparmio; ecco perché

tutti noi dobbiamo contribuirvi con convinzione e consapevolezza.

L’etica è permessa per la legalità. Oggi la legalità è sulla bocca di

molti ma, attenzione a che non divenga un luogo comune del linguaggio,

una sorta di clausola vuota buona per ogni occasione, un qualcosa che si

chiede agli altri e mai a se stessi. La legalità è invece una catena: se

viene incrinato e si rompe uno degli anelli la catena si spezza. Per

questo dico legalità sempre.

L’enciclica papale.

Sono un antico lettore di encicliche papali ed ho constatato nella

“Laudato sii” di Papa Francesco, una serie di novità innestate nella

continuità dei filoni delle Encicliche dei suoi predecessori.

Ogni Pontefice porta i suoi orizzonti e le sue esperienze, ma da ormai

diversi decenni i Pontefici non sono più italiani, ed ancor di più, non

sono “italianocentrici”, sono più che il Vescovo di Roma, sono gli

esponenti sommi della cristianità mondiale.

Già dieci anni fa, quando uscì il Compendio della Dottrina Sociale della

Chiesa pubblicato dalla Casa Editrice Vaticana, vi era ben spiegato in

esso, che quello che vi era scritto non faceva riferimento a uno o un

altro paese specificamente, ma a una valutazione morale di prevalenza dei

problemi e delle questioni globali. Ebbene, questa medesima premessa è

indispensabile per leggere questa Enciclica che non è stata emanata da

Papa Giovanni Maria Mastai Ferretti di Senigallia, non è stata emanata

dall’ultimo Papa Re che guardava in un’ottica soprattutto italiana, è

emanata dal Papa che viene da più lontano della storia della Chiesa. Come

Lui stesso ci ha ricordato: “Mi avete fatto venire da un paese così

lontano”!. E venendo da così lontano ha una visione assolutamente globale

dei fenomeni, semmai con una forte esperienza sud americana.

Ebbene, io ritengo un errore concettuale e una forzatura morale, e lo

dimostrerò fra poco, pensare che l’Enciclica papale sia per l’Italia,

ovvero sia che sia rivolta e che debba essere rivolta all’Italia; si

tratta di un documento che ha come perimetro il mondo e ad esso si

rivolge.

Di conseguenza concordo con tante parti dell’Enciclica. È un’Enciclica

che si occupa moltissimo della cura della casa comune, ovvero sia

dell’ambiente, della qualità della vita, della qualità della soggettività

dei diritti di cittadinanza, quindi in una logica di anche forte nuovo

umanesimo, di cui il Pontefice ha visto gran parte delle criticità nelle

favelas del sud America, una Enciclica frutto della percezione diretta e

quotidiana dei drammi dell’Africa e dei migranti. E quando anche parla di

economia dobbiamo comprendere il contesto, la latitudine del messaggio.

Al capitolo 195° si dice che il principio della minimizzazione del

profitto che tende ad isolarsi da qualsiasi altra considerazione, è una

distorsione concettuale. Ebbene, tale messaggio potrà mai essere una

critica a noi?

Come storico esponente dell’ACRI, lo dico con orgoglio, bisognerebbe

constatare che in Italia ci sono dei circuiti virtuosi per i quali il

profitto bancario va ai milioni di azionisti e fra i milioni di azionisti

ci sono le Fondazioni che fanno del bene alla gente, soprattutto in

termini sociali. Al capitolo 190, l’Enciclica dice che bisogna evitare

una “concezione magica” del mercato che tende a pensare che i problemi si

risolvano solo con la crescita dei profitti delle imprese.

Ancora, potrà mai essere questa una critica a noi? Abbiamo noi mai avuto

una concezione magica del mercato? Abbiamo mai pensato che il mercato non

debba essere regolato con delle Autorità preposte? Abbiamo pensato che il

mercato sia un luogo di anarchia o una giungla?

Diciamo la verità: in Italia e oggi in Europa semmai il problema è

l’eccesso di regole, l’eccesso di numero di vigilanti perché ne abbiamo

tanti in Italia, ma ne abbiamo ancor di più in Europa in una situazione

ancora poco coordinata.

Quindi, amici, pentiamoci severamente quando commettiamo i peccati, ma

non flagelliamoci inutilmente quando non abbiamo colpa.

Ancora: al capitolo 189, dove si dice che non ci si deve sottomettere ai

dettami e al paradigma efficientista della tecnocrazia. Anche qui per me

è musica, perché quando veniamo bombardati da normative dai più diversi

soggetti che sono tecnocratici, siamo vittime anche noi di una concezione

burocratica dell’economia.

Tutto questo dobbiamo considerare, quindi, nella lettura attenta

dell’Enciclica, anche con riferimento alla frase, che è andata sui titoli

di tutti i giornali italiani, tratta da paragrafo 189 e che fa

riferimento al salvataggio ad ogni costo delle banche facendo pagare il

prezzo alla popolazione.

Anche qui bisogna essere chiari: Eurostat ha fatto una graduatoria dei

paesi che prima dell’Unione bancaria hanno fatto interventi di

salvataggio delle banche. Già in Europa – come ha osservato il Professor

Bazoli - ci sono stati meno interventi rispetto alle Americhe a favore

delle banche, e in Europa la graduatoria è aperta da 250 miliardi a fondo

perduto dati dalla Repubblica Federale Tedesca o dai suoi Länder per poi

scendere giù fino ad arrivare, con fatica, all’l’Italia. L’Italia che è

in coda con un asterisco: nessun intervento a fondo perduto ma 4 miliardi

di prestito dati a banche italiane con un tasso di interesse del 10%,

quindi con un vantaggio di cinque o sei punti percentuali per lo Stato

netti e integralmente restituiti.

Ecco perché dico che un Papa che viene da lontano guarda il mondo e credo

che se ne distorca l’insegnamento con una lettura italiano-centrica.

Concludo con un’altra citazione dei questa Enciclica, che traggo dal

paragrafo 109, dove si dice che il paradigma tecnocratico tende ad

esercitare il proprio dominio anche sull’economia e sulla politica.

Ecco, questo è uno dei temi fondamentali dell’oggi e del domani: la nuova

democrazia. Dobbiamo ripensare a un costituzionalismo in chiave europea

in cui la nuova soggettività europea non sia considerata e percepita come

ulteriore livello di burocrazia, che va ad aggiungersi a quelli

nazionali, dei Comuni, delle Province, che tutt’ora sussistono, delle

Regioni. In uno Stato che non si è deburocratizzato se l’Europa si

traduce in un ulteriore livello di burocrazia, mi sembra comprensibile

che vi sia una sensazione di rifiuto che porta, inesorabilmente a minare

la fiducia nella democrazia da parte dei cittadini.

Ecco perché abbiamo la necessità di una nuova riflessione culturale, che

spetta anche agli uomini di economia e di finanza, agli uomini del

volontariato, agli uomini che fanno filantropia.

In questo senso mi sembra che il tema del Congresso di quest’anno -

Coesione, Sviluppo, Innovazione – sia perfetto come base e stimolo per

questa riflessione perché è il tema che ci deve portare ad uscire dalla

situazione di contraddizioni che stiamo vivendo in questa fine crisi e a

trovare una nuova coesione, innanzi tutto nazionale, per uscire dai

nostri limiti e dalle contraddizioni di sempre e per essere degli

italiani ancor più consapevoli di essere europei e ancor più protagonisti

di una ordinata crescita dell’Unione Europea. Vi ringrazio

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Fonte: ACRI

 

                                

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