CORTE COSTITUZIONALE -SENTENZA N. 49/2003 SULLA OBBLIGATORIETA' DELLA PRESENZA DI ENTRAMBI I SESSI NELLE LISTE ELETTORALI

 

ESTREMI                                                                                                          

Autorità: Corte costituzionale

Data: 13 febbraio 2003

Numero: n. 49

CLASSIFICAZIONE

REPUBBLICA ITALIANA

In nome del Popolo italiano

LA CORTE COSTITUZIONALE

composta dai signori:

- Riccardo CHIEPPA Presidente

- Gustavo ZAGREBELSKY Giudice

- Valerio ONIDA"

- Carlo MEZZANOTTE"

- Fernanda CONTRI"

- Guido NEPPI MODONA"

- Piero Alberto CAPOTOSTI"

- Annibale MARINI"

- Franco BILE"

- Giovanni Maria FLICK"

- Ugo DE SIERVO"

- Romano VACCARELLA"

- Paolo MADDALENA"

- Alfio FINOCCHIARO"

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nel giudizio di legittimità costituzionale degli articoli 2 e 7

della deliberazione legislativa statutaria della Regione Valle

d'Aosta/Vallée d'Aoste, approvata il 25 luglio 2002, recante

"Modificazioni alla legge regionale 12 gennaio 1993, n. 3 (Norme per

l'elezione del Consiglio regionale della Valle d'Aosta), già

modificata dalle leggi regionali 11 marzo 1993, n. 13 e 1° settembre

1997, n. 31, e alla legge regionale 19 agosto 1998, n. 47

(Salvaguardia delle caratteristiche e tradizioni linguistiche e

culturali delle popolazioni walser della valle del Lys)" promosso

con ricorso del Presidente del Consiglio dei ministri, notificato il

2 settembre 2002, depositato in cancelleria il 12 successivo ed

iscritto al n. 53 del registro ricorsi 2002.

Visto l'atto di costituzione della Regione Valle d'Aosta e gli

atti di intervento della Consulta Regionale Femminile delle Regioni

Valle d'Aosta e Campania;

udito nell'udienza pubblica del 28 gennaio 2003 il Giudice

relatore Valerio Onida;

uditi l'avvocato dello Stato Oscar Fiumara per il Presidente del

Consiglio dei ministri, l'avvocato Gustavo Romanelli per la Regione

Valle d'Aosta, e l'avvocato Marinella De Nigris per la Consulta

Regionale Femminile delle Regioni Valle d'Aosta e Campania.

FATTO

Ritenuto in fatto

1. Con ricorso notificato il 2 settembre 2002 e depositato il successivo 12 settembre, il Presidente

del Consiglio dei ministri ha sollevato, in riferimento agli articoli 3, primo comma, e 51, primo

comma, della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'art. 7, comma 1, e

(occorrendo, ove la norma non sia ritenuta di carattere meramente propositivo e non cogente)

dell'art. 2, comma 2 (rectius: art. 2, comma 1, nella parte in cui introduce l'art. 3-bis, comma 2,

nella legge regionale 12 gennaio 1993, n. 3), della legge della Regione Valle d'Aosta/Vallée

d'Aoste, adottata ai sensi dell'art. 15, secondo comma, dello statuto speciale, pubblicata nel

Bollettino Ufficiale 2 agosto 2002, recante "Modificazioni alla legge regionale 12 gennaio 1993 n.

3 (Norme per l'elezione del Consiglio regionale della Valle d'Aosta), già modificata dalle leggi

regionali 11 marzo 1993, n. 13 e 1° settembre 1997, n. 31, e alla legge regionale 19 agosto 1998,

n. 47 (Salvaguardia delle caratteristiche e tradizioni linguistiche e culturali delle popolazioni

walser della valle del Lys)".

L'Avvocatura dello Stato espone che il testo di legge approvato dal Consiglio regionale nella

seduta del 25 luglio 2002, con la maggioranza dei due terzi dei suoi componenti, contiene, nel

capo I, varie disposizioni di modificazione della normativa per l'elezione del Consiglio regionale

della Valle d'Aosta dettata dalla legge regionale 12 gennaio 1993, n. 3. In particolare, l'art. 2

inserisce, dopo l'art. 3 della suddetta legge, un art. 3-bis, sotto la rubrica "condizioni di parità fra i

sessi", a termini del quale ogni lista di candidati all'elezione del Consiglio regionale deve

prevedere la presenza di candidati di entrambi i sessi.

L'art. 7, contenente modificazioni dell'art. 9 della medesima legge, al comma 1 prevede che

vengano dichiarate non valide dall'ufficio elettorale regionale le liste presentate che non

corrispondano alle condizioni stabilite, fra cui quella "che nelle stesse siano presenti candidati di

entrambi i sessi".

L'Avvocatura ricorda ancora che l'art. 15, secondo comma, dello statuto regionale stabilisce, fra

l'altro - con enunciazione ritenuta, dalla stessa difesa erariale, di natura programmatica -, che la

legge regionale che determina la forma di governo della Regione e le modalità di elezione del

Consiglio della Valle, "al fine di conseguire l'equilibrio della rappresentanza dei sessi ... promuove

condizioni di parità per l'accesso alle consultazioni elettorali".

Il disposto dell'art. 7, comma 1, della legge impugnata, nella parte in cui prevede detta invalidità, e

l'art. 2, comma 1, nella parte in cui, introducendo l'art. 3-bis, comma 2, nel testo della legge

regionale n. 3 del 1993, dispone che ogni lista deve prevedere la presenza di candidati di entrambi

i sessi ("ove questa norma non fosse ritenuta meramente propositiva e priva di valore cogente"),

sarebbero in contrasto con gli artt. 3, primo comma, e 51, primo comma, della Costituzione,

limitando di fatto il diritto di elettorato passivo.

Si riproporrebbe, secondo l'Avvocatura, la stessa situazione di cui all'art. 5, comma 2, ultimo

periodo, della legge 25 marzo 1993, n. 81, sulla elezione diretta del sindaco, del presidente della

provincia, del consiglio comunale e del consiglio provinciale, che prevedeva che "nelle liste dei

candidati nessuno dei due sessi può essere di norma rappresentato in misura superiore a due terzi":

di tale disposizione la Corte costituzionale, con la sentenza n. 422 del 1995, ha dichiarato

l'illegittimità costituzionale, per contrasto con gli artt. 3 e 5l della Costituzione, unitamente, per

conseguenza, ad altre norme statali e regionali similari, fra le quali anche l'art. 32, commi 3 e 4,

della legge regionale della Valle d'Aosta 9 febbraio 1995, n. 4, relativa alla elezione diretta del

sindaco, del vice sindaco e del consiglio comunale.

La difesa statale conclude quindi il suo ricorso riproducendo testualmente le considerazioni già

svolte dalla Corte in quella sentenza, ritenendole perfettamente pertinenti al caso di specie, in

quanto nessuna differenza sostanziale potrebbe farsi fra la previsione di una quota di riserva (pari

ad una percentuale delle presenze) e la previsione di una presenza minima quale che sia, anche di

un solo candidato, di uno dei due sessi.

2. Si è costituita in giudizio la Regione Valle d'Aosta/Vallée d'Aoste, chiedendo il rigetto del

ricorso governativo.

Secondo la difesa regionale, con le più recenti norme costituzionali si è passati dal semplice

riconoscimento alle donne dei diritti elettorali attivi e passivi all'affermazione del diritto delle

donne ad avere comunque la possibilità di vedere rappresentato il proprio sesso nelle competizioni

elettorali. Infatti, ai sensi del vigente testo dell'art. 117 della Costituzione, così come riformato

dalla legge costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3, le leggi regionali non si devono limitare a

riconoscere una eguale possibilità ai due sessi di accedere alle cariche elettive, ma debbono

promuovere la parità di accesso, introducendo in conseguenza meccanismi che valgano a

controbilanciare lo svantaggio che tuttora caratterizza la posizione delle donne nell'accesso a tali

cariche.

La difesa regionale ricorda che è in stadio avanzato l'iter di approvazione di un disegno di legge di

modifica dell'art. 51 della Costituzione, il quale prevede che venga aggiunto al medesimo, con

previsione di portata generale, il seguente periodo: "a tal fine la Repubblica promuove con

appositi provvedimenti le pari opportunità tra donne e uomini".

La legge regionale impugnata, inoltre - prosegue la difesa regionale - è stata adottata ai sensi

dell'art. 15 dello statuto speciale, il cui secondo comma, introdotto dall'art. 2 della legge

costituzionale 31 gennaio 2001, n. 2, espressamente prevede fra l'altro che, "al fine di conseguire

l'equilibrio della rappresentanza dei sessi", la legge regionale, approvata con la maggioranza

assoluta dei consiglieri assegnati, che determina la forma di governo della Regione, "promuove

condizioni di parità per l'accesso alle consultazioni elettorali". Sarebbe dunque la stessa norma di

rango costituzionale a prevedere che il legislatore regionale debba adottare una disciplina volta a

garantire l'equilibrio della rappresentanza dei sessi nella competizione elettorale, e si tratterebbe,

peraltro, di norma del tutto coerente con la previsione del nuovo testo dell'art. 117 della

Costituzione.

Le disposizioni impugnate, dunque, non sarebbero in contrasto con i principi costituzionali, ma al

contrario darebbero attuazione alle precise indicazioni di norme costituzionali di recente

intervenute.

3. Hanno depositato due memorie di intervento di identico contenuto la Consulta regionale

femminile della Valle d'Aosta e la Consulta regionale femminile della Campania, chiedendo il

rigetto del ricorso governativo.

4. In prossimità dell'udienza, la Regione autonoma Valle d'Aosta/Vallée d'Aoste ha depositato una

memoria illustrativa.

Con gli artt. 2 e 7 della legge regionale statutaria oggetto del ricorso la Regione si sarebbe in realtà

limitata a dettare le disposizioni necessarie a garantire l'equilibrio della rappresentanza tra i sessi e

le condizioni di parità per l'accesso alle consultazioni elettorali, in conformità di quanto

espressamente previsto dall'art. 15 dello Statuto di autonomia speciale della Valle e dal nuovo art.

117 della Costituzione.

Si tratterebbe di previsioni conformi ai vincoli che derivano da una serie di strumenti di diritto

internazionale, cui l'Italia ha aderito, e che ribadiscono l'esigenza di una tutela anche attiva della

posizione della donna, in particolare per quanto concerne la rappresentanza elettorale (in questo

senso, nella memoria si menziona la convenzione sull'eliminazione di ogni forma di

discriminazione nei confronti della donna, aperta alla firma a New York il 18 dicembre 1979, e

ratificata dall'Italia il 10 giugno 1985, ai sensi della legge n. 132 del 14 marzo 1985); e di

previsioni coerenti alle nuove prospettive emergenti dalla Carta dei diritti fondamentali

dell'Unione europea, adottata a Nizza il 7 dicembre 2000, il cui art. 23, secondo comma, proclama

che "il principio della parità non osta al mantenimento o all'adozione di misure che prevedano

vantaggi specifici a favore del sesso sottorappresentato".

Da ciò si ricaverebbe che il quadro di riferimento costituzionale, rispetto al quale vanno collocate

le norme regionali oggi all'esame della Corte, non coincide con quello vigente al momento della

sentenza di illegittimità costituzionale n. 422 del 1995, invocata nel ricorso del Governo.

Una vicenda simile di successione nel tempo di parametri costituzionali nella medesima materia,

si osserva nella memoria, ha indotto in Francia il Conseil constitutionnel a decidere in maniera

opposta questioni di legittimità apparentemente analoghe, a seguito dell'introduzione, nell'art. 3

della vigente Carta costituzionale francese, del principio secondo il quale "La loi favorise l'égal

accès des femmes et des hommes aux mandats électoraux et fonctions électives" (ultimo comma,

risultante dalla legge costituzionale dell'8 luglio 1999). Sulla base di questa norma, il Conseil

constitutionnel ha radicalmente mutato indirizzo rispetto alle sue precedenti decisioni, che

escludevano la legittimità dell'imposizione di quote legate al sesso nelle liste elettorali,

affermando, ora, la legittimità di disposizioni legislative di tutela della presenza nelle liste di

candidature femminili.

È noto, del resto, che, allo stato, il numero degli eletti di sesso femminile nelle consultazioni

elettorali in Italia non è affatto in proporzione al numero degli elettori di sesso femminile: di qui,

conclude la Regione, la necessità di eliminare, anche con misure legislative, gli ostacoli ad un

effettivo esercizio del diritto di elettorato passivo delle donne in Italia, superando pregiudizi e

pratiche consuetudinarie o di altro genere, che di fatto integrano indiscutibili ostacoli, mediante

l'introduzione di vantaggi specifici a favore del sesso sottorappresentato.

DIRITTO

Considerato in diritto

1.- Il Governo, con ricorso proposto ai sensi dell'articolo 15, terzo comma, dello statuto speciale

per la Valle d'Aosta/Vallée d'Aoste, come modificato dall'art. 2 della legge costituzionale n. 2 del

2001, ha promosso questione di legittimità costituzionale degli articoli 2, comma 2, e 7, comma 1,

della legge regionale della Valle d'Aosta recante "Modificazioni alla legge regionale 12 gennaio

1993, n. 3 (Norme per l'elezione del Consiglio regionale della Valle d'Aosta), già modificata dalle

leggi regionali 11 marzo 1993, n. 13 e 1° settembre 1997, n. 31, e alla legge regionale 19 agosto

1998, n. 47 (Salvaguardia delle caratteristiche e tradizioni linguistiche e culturali delle popolazioni

walser della valle del Lys)", approvata dal Consiglio regionale a maggioranza di due terzi dei

componenti il 25 luglio 2002, e pubblicata per notizia nel Bollettino Ufficiale della Regione del 2

agosto 2002. Successivamente alla proposizione del ricorso la legge regionale impugnata - una

volta decorso il termine per la richiesta di referendum - è stata promulgata e pubblicata come

legge regionale 13 novembre 2002, n. 21.

Le disposizioni impugnate, rispettivamente, inseriscono l'art. 3-bis e sostituiscono l'art. 9, comma

1, lettera a, nella legge regionale 12 gennaio 1993, n. 3 (Norme per l'elezione del Consiglio

regionale della Valle d'Aosta).

Precisamente, il nuovo art. 3-bis della legge sull'elezione del Consiglio, inserito dall'art. 2 della

legge impugnata, stabilisce, al comma 2, che le liste elettorali devono comprendere "candidati di

entrambi i sessi"; a sua volta il nuovo art. 9, comma 1, lettera a della legge elettorale, sostituito

dall'art. 7, comma 1, della legge impugnata, prevede che vengano dichiarate non valide dall'ufficio

elettorale regionale le liste presentate che non corrispondano alle condizioni stabilite, fra cui

quella "che nelle stesse siano presenti candidati di entrambi i sessi".

Tali disposizioni sono censurate dal ricorrente per contrasto con gli articoli 3, primo comma, e 51,

primo comma, della Costituzione.

Sostiene il Governo che le predette disposizioni - l'art. 7 in quanto espressamente condiziona la

validità delle liste alla presenza di candidati di entrambi i sessi, l'art. 2 in quanto venga interpretato

non come semplice indicazione programmatica, ma come disposizione vincolante in sede di

controllo della validità delle liste presentate - limitano di fatto il diritto di elettorato passivo.

Richiamandosi alla sentenza di questa Corte n. 422 del 1995 (che dichiarò l'illegittimità

costituzionale di diverse disposizioni di legge prevedenti l'obbligo di riservare a candidati di

ciascuno dei due sessi quote minime di posti nelle liste per le elezioni delle Camere e dei Consigli

regionali e comunali), il Governo osserva che l'appartenenza all'uno o all'altro sesso non può mai

essere assunta come requisito di eleggibilità, né quindi come requisito di "candidabilità", poiché

questa sarebbe presupposto della eleggibilità; e che pertanto contrasterebbe con il principio di

eguaglianza nell'accesso alle cariche elettive, sancito dall'art. 3, primo comma, e dall'art. 51, primo

comma, della Costituzione, una norma di legge che imponga nella presentazione delle candidature

"qualsiasi forma di quote in ragione del sesso dei candidati". Ad avviso del ricorrente, anche la

semplice previsione - come contenuta nella legge impugnata - della necessaria presenza in ogni

lista di candidati dei due sessi non si differenzierebbe sostanzialmente, da questo punto di vista,

dalla previsione di una "quota" di riserva di candidature all'uno e all'altro sesso.

Il ricorrente richiama bensì la norma, contenuta nell'articolo 15, secondo comma, secondo

periodo, dello statuto della Valle d'Aosta (come modificato dall'art. 2 della legge costituzionale n.

2 del 2001), secondo cui, "al fine di conseguire l'equilibrio della rappresentanza dei sessi", la

legge che stabilisce le modalità di elezione del Consiglio regionale "promuove condizioni di parità

per l'accesso alle consultazioni elettorali": ma ritiene che si tratti di una "enunciazione

programmatica", onde la norma di legge regionale, secondo cui ogni lista di candidati all'elezione

del Consiglio regionale deve prevedere la presenza di candidati di entrambi i sessi, potrebbe

ritenersi legittima e conforme allo spirito della disposizione statutaria solo se intesa come "norma

meramente propositiva, quasi un auspicio"; mentre sarebbe irrimediabilmente illegittima la norma

che condiziona a tale presenza la validità delle liste.

2.- Deve essere, anzitutto, dichiarato inammissibile l'intervento spiegato in giudizio dalle Consulte

femminili della Campania e della Valle d'Aosta: nei giudizi di legittimità costituzionale promossi

in via principale non è prevista la possibilità di intervento di soggetti diversi dal titolare delle

competenze legislative in contestazione o con queste comunque connesse (cfr. sentenze n. 353 del

2001 e n. 533 del 2002).

3.- La questione è infondata.

3.1.- In primo luogo, deve osservarsi che le disposizioni contestate non pongono l'appartenenza

all'uno o all'altro sesso come requisito ulteriore di eleggibilità, e nemmeno di "candidabilità" dei

singoli cittadini. L'obbligo imposto dalla legge, e la conseguente sanzione di invalidità,

concernono solo le liste e i soggetti che le presentano.

In secondo luogo, la misura prevista dalla legge impugnata non può qualificarsi come una di

quelle "misure legislative, volutamente diseguali", che "possono certamente essere adottate per

eliminare situazioni di inferiorità sociale ed economica, o, più in generale, per compensare e

rimuovere le disuguaglianze materiali tra gli individui (quale presupposto del pieno esercizio dei

diritti fondamentali)", ma che questa Corte ha ritenuto non possano "incidere direttamente sul

contenuto stesso di quei medesimi diritti, rigorosamente garantiti in egual misura a tutti i cittadini

in quanto tali", tra cui, in particolare, il diritto di elettorato passivo (sentenza n. 422 del 1995).

Non è qui prevista, infatti, alcuna misura di "disuguaglianza" allo scopo di favorire individui

appartenenti a gruppi svantaggiati, o di "compensare" tali svantaggi attraverso vantaggi

legislativamente attribuiti.

Non vi è, insomma, nessuna incidenza diretta sul contenuto dei diritti fondamentali dei cittadini,

dell'uno o dell'altro sesso, tutti egualmente eleggibili sulla base dei soli ed eguali requisiti

prescritti.

Nemmeno potrebbe parlarsi di una incidenza su un ipotetico diritto di aspiranti candidati ad essere

inclusi in lista, posto che la formazione delle liste rimane interamente rimessa alle libere scelte dei

presentatori e degli stessi candidati in sede di necessaria accettazione della candidatura (cfr.

sentenza n. 203 del 1975). Non si realizza, in tale sede, alcun metodo "concorsuale" in relazione al

quale un soggetto non incluso nelle liste possa vantare una posizione giuridica di priorità

ingiustamente sacrificata a favore di un altro soggetto in essa incluso.

In altri termini, le disposizioni in esame stabiliscono un vincolo non già all'esercizio del voto o

all'esplicazione dei diritti dei cittadini eleggibili, ma alla formazione delle libere scelte dei partiti e

dei gruppi che formano e presentano le liste elettorali, precludendo loro (solo) la possibilità di

presentare liste formate da candidati tutti dello stesso sesso.

Tale vincolo negativo opera soltanto nella fase anteriore alla vera e propria competizione

elettorale, e non incide su di essa. La scelta degli elettori tra le liste e fra i candidati, e l'elezione di

questi, non sono in alcun modo condizionate dal sesso dei candidati: tanto meno in quanto, nel

caso di specie, l'elettore può esprimere voti di preferenza, e l'ordine di elezione dei candidati di

una stessa lista è determinato dal numero di voti di preferenza da ciascuno ottenuti (cfr. articoli 34

e 51 della legge regionale n. 3 del 1993). A sua volta, la parità di chances fra le liste e fra i

candidati della stessa lista non subisce alcuna menomazione.

3.2.- Non può, d'altronde, dirsi che la disciplina così imposta non rispetti la parità dei sessi, cioè

introduca differenziazioni in relazione al sesso dei candidati o degli aspiranti alla candidatura: sia

perché la legge fa riferimento indifferentemente a candidati "di entrambi i sessi", sia perché da

essa non discende alcun trattamento diverso di un candidato rispetto all'altro in ragione del sesso.

3.3.- Neppure, infine, è intaccato il carattere unitario della rappresentanza elettiva che si esprime

nel Consiglio regionale, non costituendosi alcuna relazione giuridicamente rilevante fra gli

elettori, dell'uno e dell'altro sesso e gli eletti dello stesso sesso.

4.- Il vincolo che la normativa impugnata introduce alla libertà dei partiti e dei gruppi che

presentano le liste deve essere valutato oggi anche alla luce di un quadro costituzionale di

riferimento che si è evoluto rispetto a quello in vigore all'epoca della pronuncia di questa Corte

invocata dal ricorrente a sostegno dell'odierna questione di legittimità costituzionale.

La legge costituzionale n. 2 del 2001, integrando gli statuti delle Regioni ad autonomia

differenziata, ha espressamente attribuito alle leggi elettorali delle Regioni il compito di

promuovere "condizioni di parità per l'accesso alle consultazioni elettorali", e ciò proprio "al fine

di conseguire l'equilibrio della rappresentanza dei sessi" (art. 15, secondo comma, secondo

periodo, statuto Valle d'Aosta; e nello stesso senso, anche testualmente, art. 3, primo comma,

secondo periodo, statuto speciale per la Sicilia, modificato dall'art. 1 della legge costituzionale n. 2

del 2001; art. 15, secondo comma, secondo periodo, statuto speciale per la Sardegna, modificato

dall'art. 3 della legge costituzionale n. 2 del 2001; art. 47, secondo comma, secondo periodo,

statuto speciale per il Trentino-Alto Adige/Südtirol, modificato dall'art. 4 della legge

costituzionale n. 2 del 2001; art. 12, secondo comma, secondo periodo, statuto speciale per il

Friuli-Venezia Giulia, modificato dall'art. 5 della legge costituzionale n. 2 del 2001).

Le nuove disposizioni costituzionali (cui si aggiunge l'analoga, anche se non identica, previsione

del nuovo art. 117, settimo comma, della Costituzione, come modificato dalla legge costituzionale

n. 3 del 2001) pongono dunque esplicitamente l'obiettivo del riequilibrio e stabiliscono come

doverosa l'azione promozionale per la parità di accesso alle consultazioni, riferendoli

specificamente alla legislazione elettorale.

Questa Corte ha riconosciuto che la finalità di conseguire una "parità effettiva" (sentenza n. 422

del 1995) fra uomini e donne anche nell'accesso alla rappresentanza elettiva è positivamente

apprezzabile dal punto di vista costituzionale. Si tratta, invero, di una finalità - che trova larghi

riconoscimenti e realizzazioni in molti ordinamenti democratici, e anche negli indirizzi espressi

dagli organi dell'Unione europea - collegata alla constatazione, storicamente incontrovertibile, di

uno squilibrio di fatto tuttora esistente nella presenza dei due sessi nelle assemblee

rappresentative, a sfavore delle donne. Squilibrio riconducibile sia al permanere degli effetti

storici del periodo nel quale alle donne erano negati o limitati i diritti politici, sia al permanere,

tuttora, di ben noti ostacoli di ordine economico, sociale e di costume suscettibili di impedirne una

effettiva partecipazione all'organizzazione politica del Paese.

Un aspetto, se non decisivo, certo assai influente del fenomeno è costituito dai comportamenti di

fatto prevalenti nell'ambito dei partiti e dei gruppi politici che operano per organizzare la

partecipazione politica dei cittadini, anche e principalmente attraverso la selezione e la indicazione

dei candidati per le cariche elettive. Così che, già in passato, la Corte ha espresso una valutazione

positiva di misure - tendenti ad assicurare "l'effettiva presenza paritaria delle donne (...) nelle

cariche rappresentative" - "liberamente adottate da partiti politici, associazioni o gruppi che

partecipano alle elezioni, anche con apposite previsioni dei rispettivi statuti o regolamenti

concernenti la presentazione delle candidature" (sentenza n. 422 del 1995), sul modello di

iniziative diffuse in altri paesi europei.

Le disposizioni impugnate della legge elettorale della Valle d'Aosta operano su questo terreno,

introducendo un vincolo legale rispetto alle scelte di chi forma e presenta le liste. Quello che,

insomma, già si auspicava potesse avvenire attraverso scelte statutarie o regolamentari dei partiti

(i quali però, finora, in genere non hanno mostrato grande propensione a tradurle spontaneamente

in atto con regole di autodisciplina previste ed effettivamente seguite) è qui perseguito come

effetto di un vincolo di legge. Un vincolo che si giustifica pienamente alla luce della finalità

promozionale oggi espressamente prevista dalla norma statutaria.

4.1.- Deve peraltro osservarsi che, nella specie, il vincolo imposto, per la sua portata oggettiva,

non appare nemmeno tale da incidere propriamente, in modo significativo, sulla realizzazione

dell'obiettivo di un riequilibrio nella composizione per sesso della rappresentanza. Infatti esso si

esaurisce nell'impedire che, nel momento in cui si esplicano le libere scelte di ciascuno dei partiti

e dei gruppi in vista della formazione delle liste, si attui una discriminazione sfavorevole ad uno

dei due sessi, attraverso la totale esclusione di candidati ad esso appartenenti. Le "condizioni di

parità" fra i sessi, che la norma costituzionale richiede di promuovere, sono qui imposte nella

misura minima di una non discriminazione, ai fini della candidatura, a sfavore dei cittadini di uno

dei due sessi.

5.- In definitiva - ribadito che il vincolo resta limitato al momento della formazione delle liste, e

non incide in alcun modo sui diritti dei cittadini, sulla libertà di voto degli elettori e sulla parità di

chances delle liste e dei candidati e delle candidate nella competizione elettorale, né sul carattere

unitario della rappresentanza elettiva - la misura disposta può senz'altro ritenersi una legittima

espressione sul piano legislativo dell'intento di realizzare la finalità promozionale espressamente

sancita dallo statuto speciale in vista dell'obiettivo di equilibrio della rappresentanza.

P.Q.M.

per questi motivi

LA CORTE COSTITUZIONALE

dichiara non fondata la questione di legittimità costituzionale degli articoli 2, comma 1, e 7,

comma 1, della legge regionale della Valle d'Aosta 13 novembre 2002, n. 21, recante:

"Modificazioni alla legge regionale 12 gennaio 1993, n. 3 (Norme per l'elezione del Consiglio

regionale della Valle d'Aosta), già modificata dalle leggi regionali 11 marzo 1993, n. 13 e 1°

settembre 1997, n. 31, e alla legge regionale 19 agosto 1998, n. 47 (Salvaguardia delle

caratteristiche e tradizioni linguistiche e culturali delle popolazioni walser della valle del Lys)",

sollevata, in riferimento agli articoli 3, primo comma, e 51, primo comma, della Costituzione, dal

Governo con il ricorso in epigrafe.

Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 10 febbraio

2003.

Depositata in Cancelleria il 13 febbraio 2003.

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Fonte: sito Corte Costituzionale